giovedì 27 agosto 2026

Due vescovi che non tacciono






Chiesa cattolica | CR 1965



di Roberto de Mattei, 26 agosto 2026

Esistono oggi vescovi capaci di rivolgersi a Roma, con un linguaggio chiaro e fermo, ma senza perdere il rispetto, e soprattutto il vincolo gerarchico che li lega al Romano Pontefice? Esistono, come dimostrano due recenti esempi del mese di agosto.

Il 10 agosto Michael Haynes, sul suo blog Per Mariam ha pubblicato un articolo di monsignor Marian Eleganti, benedettino, già vescovo ausiliare della diocesi di Coira, sul tema Il declino del ministero petrino. Mons. Eleganti prende spunto dall’udienza privata concessa in luglio da Leone XIV alla “Madrina del Punk” Patti Smith per formulare una critica più generale alla trasformazione dell’immagine e dell’esercizio del papato negli ultimi decenni. «Da molto tempo mi turba personalmente il fatto che, a partire da Giovanni Paolo II, i Papi abbiano cominciato sempre più spesso a parlare in maniera del tutto informale nelle occasioni più disparate (per esempio, in aereo o sul ciglio della strada, come ha fatto recentemente papa Leone XIV a Castel Gandolfo)».

Il problema è la tendenza, sviluppatasi soprattutto a partire da Giovanni Paolo II, a moltiplicare interviste, dichiarazioni informali, udienze a personaggi celebri, viaggi e apparizioni mediatiche. Tutto ciò rischia di far apparire il Papa come «semplicemente un altro membro dell’establishment internazionale», mentre Pietro e Paolo non cercavano la ribalta, ma annunciavano il Vangelo.

Mons. Eleganti ricorda i rapporti di Francesco con Emma Bonino ed Eugenio Scalfari e le udienze concesse al gesuita James Martin. Il Papa, accogliendo pubblicamente determinate persone senza correggerne altrettanto pubblicamente gli errori, rischia di «rendere meno chiara la posizione della Chiesa e, secondo le circostanze, può perfino scandalizzare i fedeli».

Secondo mons. Eleganti, in questo modo i Papi hanno progressivamente perduto «autorità e capitale spirituale». Il Papa dovrebbe parlare meno e, quando parla, esprimersi «con poche parole, inequivocabili e chiare». Il vescovo svizzero invoca un autentico discernimento, contrapposto all’attivismo che moltiplica viaggi, udienze e strette di mano mentre rimangono senza risposta problemi dottrinali gravi.

Questa trasformazione non comincia con Francesco. Giovanni Paolo II, soprattutto con le Giornate Mondiali della Gioventù, ha contribuito a conferire al Papa i tratti della superstar. Benedetto XVI continuò a pubblicare libri e interviste anche durante il pontificato; Francesco giunse alle autobiografie. Si è così progressivamente affermata una distinzione poco felice tra la persona privata del Papa, le sue opinioni e il suo autentico insegnamento magisteriale.

Il Papa non è semplicemente un ascoltatore: siede sulla Cattedra di Pietro ed è anzitutto maestro della cristianità. «Non sono necessari soprattutto a Roma?», domanda mons. Eleganti. La tesi conclusiva è dunque che i Papi siano diventati «fin troppo umani nell’esercizio del loro ufficio»: la persona ha oscurato la funzione. Il modello dovrebbe essere invece la regola di san Giovanni Battista: «Egli deve crescere; io, invece, diminuire» (Gv 3,30). Il Papa è l’amico e il rappresentante dello Sposo, non lo Sposo stesso: solo Cristo deve rimanere al centro.

Tre giorni dopo, il 13 agosto, in una lunga sua lettera aperta a papa Leone XIV, mons. Rob Mutsaerts, vescovo ausiliare di ’s-Hertogenbosch, in Olanda, ha sottoposto il processo sinodale a un criterio superiore ad ogni altra considerazione ecclesiale: la salvezza delle anime. «Salus animarum suprema lex», ricorda, chiedendosi se il processo sinodale abbia realmente avvicinato le anime a Cristo e alla salvezza eterna. La sua critica, precisa, non nasce da mancanza di rispetto verso il Papa né intende mettere in dubbio le buone intenzioni dei protagonisti della sinodalità. Ma le intenzioni devono essere giudicate dai risultati: «Dai loro frutti li riconoscerete». Dopo anni di consultazioni, incontri e documenti, occorre dunque chiedersi: la fede è diventata più forte? Cristo è stato annunciato più chiaramente? Sono aumentate le conversioni, le vocazioni sacerdotali, la frequenza alla Messa, la devozione eucaristica?

Mons. Mutsaerts sottolinea che il problema nasce quando la sinodalità, da mezzo, rischia di diventare un fine, trasformandosi in un processo permanente. La Chiesa ha sempre conosciuto concili, sinodi e forme di consultazione, ma la sua natura non deriva dal dialogo: deriva da Cristo e dalla Rivelazione ricevuta. La fede non viene costruita raccogliendo le opinioni dei fedeli, perché «la verità non è prodotta dal consenso». La Chiesa deve certamente ascoltare, ma anzitutto Cristo, la Scrittura, la Tradizione, i santi e il Magistero. Quando invece si parte dalle aspettative dell’uomo contemporaneo per chiedersi come il Vangelo possa adattarsi ad esse, si dimentica una parola essenziale del cristianesimo: conversione. «Non è il Vangelo che deve cambiare; è l’uomo che deve cambiare».

Questa è «la grande assente» del processo sinodale. La crisi della Chiesa occidentale è del resto sotto gli occhi di tutti: chiese vuote, conventi che scompaiono, poche vocazioni, confessionali abbandonati, ignoranza delle verità della fede. Di fronte a questa situazione, osserva il vescovo olandese, la domanda decisiva dovrebbe essere: «Come possiamo riconquistare il mondo a Cristo?» Invece molta energia viene dedicata a strutture, partecipazione, inclusività, ruolo delle donne e processi decisionali: «Una casa in fiamme ha priorità diverse dalle questioni di amministrazione domestica».

Le grandi riforme della Chiesa, ricorda mons. Mutsaerts, non sono nate anzitutto da nuove strutture, ma dai santi: Benedetto, Bernardo, Francesco, Domenico, Teresa d’Avila, Carlo Borromeo, Giovanni Bosco. «Una parrocchia con un santo parroco ha più futuro di una diocesi con venti gruppi di lavoro sulla sinodalità». Anche la crisi liturgica rivela che il problema fondamentale non è amministrativo, ma religioso: quando si perde il senso del sacrificio della Messa, del sacro, della confessione e dell’adorazione eucaristica, «la Chiesa non ha un problema di governo. Ha un problema di fede».

Mons. Mutsaerts propone infine l’episodio dei discepoli di Emmaus come immagine dell’autentica sinodalità. Cristo cammina con i discepoli, li ascolta e permette loro di esprimere le proprie delusioni; ma poi non conferma la loro interpretazione: la corregge, spiegando loro le Scritture. E i discepoli non rimangono a Emmaus a discutere indefinitamente della loro esperienza: si alzano, tornano a Gerusalemme e annunciano Cristo. «Il processo sinodale è rimasto a Emmaus», afferma mons. Mutsaerts.

Da qui l’appello conclusivo a Leone XIV: «Ci dia chiarezza». Il mondo non ha bisogno di una Chiesa che rifletta lo spirito del tempo, ma di una Chiesa missionaria che annunci Cristo. Quando tutti i sinodi saranno conclusi e tutti i documenti dimenticati, resterà una sola domanda: «Abbiamo condotto le persone affidate alle nostre cure più vicino a Gesù Cristo?»






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