domenica 2 agosto 2026

“Messa in spiaggia tra bikini e teli: è davvero questo il modo di celebrare l’Eucaristia?”








Investigatore Biblico, 22-07-2026

Premetto che questa fotografia è stata pubblicata ieri da Avvenire a corredo dell’articolo intitolato “Tra Bibbia, mare e vita insieme: ecco la ‘formula’ per una vacanza con Dio” (Tra Bibbia, mare e vita insieme:
ecco la “formula” per una vacanza con Dio).

L’iniziativa “100 Pinne – Mare e Bibbia” è certamente bella. Una settimana dedicata alla Parola, alla preghiera, alla vita comunitaria e alla contemplazione della natura può offrire una risposta autentica alla sete spirituale di tanti giovani e adulti. Il mare, poi, appartiene profondamente alla geografia del Vangelo: sulle sue rive Gesù chiamò i discepoli, parlò alle folle, calmò la tempesta e preparò il pane per i suoi amici. «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’» (Mc 6,31).
Ma proprio perché l’iniziativa è seria e spiritualmente ambiziosa, la fotografia pubblicata da Avvenire solleva una domanda che non può essere liquidata come semplice nostalgia tradizionalista: era davvero opportuno celebrare l’Eucaristia (perché questo sembra) sulla sabbia, con il sacerdote inginocchiato davanti a oggetti appoggiati su un telo e alcuni partecipanti ancora in costume o in bikini?

Non tutto ciò che è pastoralmente originale è, per questo solo motivo, anche pastoralmente sapiente. Il desiderio di portare la Chiesa “fuori dalle sacrestie” non può trasformarsi nella rimozione di ogni distinzione tra una celebrazione e una giornata al mare. Gesù incontrava le persone lungo le strade e sulle rive, ma quando volle celebrare la Pasqua mandò i discepoli a preparare un luogo preciso: «Egli vi mostrerà al piano superiore una grande sala, arredata e già pronta; lì preparate» (Mc 14,15). La parola decisiva è proprio questa: preparate.

Nella fotografia, invece, il rischio è che la Messa appaia come una delle tante attività comprese nel pacchetto della giornata: lectio divina, bagno, escursione, condivisione e, tra una pinna e un telo da mare, anche l’Eucaristia. Ma la Messa non è un’attività ricreativa con un contenuto spirituale. Non è un’animazione da spiaggia e neppure un suggestivo accessorio da aggiungere al tramonto per rendere più emozionante l’esperienza. È il memoriale della morte e risurrezione del Signore: «Fate questo in memoria di me» (1Cor 11,24).

Il problema non è il corpo e neppure, in particolare, il corpo femminile. Sarebbe sbagliato trasformare la questione in un processo contro una donna ritratta in bikini. Il medesimo discorso vale per un uomo a torso nudo o in costume. Il punto è un altro: l’abbigliamento appropriato per prendere il sole non diventa automaticamente appropriato per partecipare all’Eucaristia. Coprirsi con un pareo, una maglietta o un copricostume avrebbe richiesto pochi secondi, ma avrebbe espresso una verità importante: ora non stiamo continuando la giornata come prima; ora ci troviamo davanti al mistero di Cristo.
Qualcuno dirà che Dio guarda il cuore e non i vestiti. È vero, ma nella fede cristiana il cuore si esprime anche attraverso il corpo, i gesti e i segni. Se l’esteriorità non contasse affatto, non avremmo bisogno del pane, del vino, dell’acqua battesimale, dell’imposizione delle mani e neppure dello stesso radunarsi dell’assemblea. Proprio l’Eucaristia insegna che la materia e i gesti possono manifestare l’invisibile. Perché allora invocare l’interiorità soltanto quando si tratta di giustificare la trascuratezza?

San Paolo, davanti alle celebrazioni confuse della comunità di Corinto, non disse che era sufficiente avere buone intenzioni. Richiamò invece i cristiani con parole severe: «Ciascuno esamini se stesso e poi mangi del pane e beva dal calice» (1Cor 11,28). E aggiunse un criterio che oggi sembra quasi rivoluzionario: «Tutto sia fatto decorosamente e con ordine» (1Cor 14,40). Decoro non significa lusso, rigidità o nostalgia di cerimonie solenni. Significa riconoscere che non tutto è intercambiabile e che esiste una differenza tra una tovaglia d’altare e un telo da spiaggia, tra un’assemblea preparata e un gruppo rimasto nell’abbigliamento del bagno.

Accogliere tutti è doveroso. Se un bagnante, vedendo la Messa, si avvicinasse così com’è, nessun sacerdote dovrebbe cacciarlo o umiliarlo. Potrebbe essere un incontro inatteso con la grazia. Ma qui si parla, almeno secondo l’articolo, di un percorso organizzato, con celebrazioni eucaristiche già inserite nel programma. Non di un’improvvisa emergenza pastorale. Se la Messa era prevista, perché non predisporre uno spazio più dignitoso? Perché non chiedere ai partecipanti di coprirsi? Perché non distinguere chiaramente il momento della balneazione da quello della celebrazione?

La vicinanza alle persone non richiede necessariamente di assumere ogni loro abitudine. Talvolta la Chiesa, nel timore di apparire distante, finisce per non avere più nulla di diverso da offrire. Se tutto resta uguale — stesso luogo, stessi vestiti, stessi teli e medesima atmosfera — quale segno mostra che sta accadendo qualcosa di santo? Una pastorale che elimina ogni soglia rischia di eliminare anche lo stupore. E senza stupore il mistero si riduce facilmente a scenografia.

Forse sarebbe bastato celebrare nella cappella della casa dei gesuiti prima di recarsi al mare, oppure predisporre sulla spiaggia un luogo davvero riconoscibile, con un altare stabile e dignitoso, gli arredi necessari e partecipanti preparati anche esteriormente. Non si sarebbe perduto nulla della freschezza dell’iniziativa; al contrario, si sarebbe mostrato che il Vangelo può abitare la vita senza essere banalizzato.

La fotografia comunica invece, almeno all’osservatore esterno, una pericolosa confusione tra accoglienza e sciatteria, tra semplicità e improvvisazione, tra libertà evangelica e perdita del senso del sacro. La buona intenzione non basta sempre a evitare un cattivo segno. E quando si tratta dell’Eucaristia, anche il segno deve essere custodito, perché «chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna» (1Cor 11,29).

“100 Pinne – Mare e Bibbia” merita apprezzamento per ciò che propone. Ma proprio per questo merita anche una critica franca. Si può pregare in costume, ci si può fermare sulla spiaggia e leggere il Vangelo, si può lodare Dio davanti al mare. La celebrazione eucaristica, però, richiede qualcosa di più: preparazione, decoro, raccoglimento e consapevolezza. Altrimenti, nel tentativo di portare Cristo sulla spiaggia, si rischia di ridurre il suo altare a un angolo fra borse, cestini e costumi da bagno. E questa non è apertura al mondo: è il pericolo di dimenticare Chi si sta celebrando.






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