lunedì 17 agosto 2026

Crollo dell’8permille, cosa farà la CEI?



Chi è causa del suo mal…
Luigi Casalini







Eusebio Episcopo, 16-8-26

Crollano le firme dei contribuenti e alla Cei cresce l’allarme per un meccanismo che vale centinaia di milioni grazie anche alle quote di chi non sceglie. Il futuro presidente dei vescovi italiani a lezione da Marx: come riempire le casse mentre si svuotano le chiese.

Allorquando l’arcivescovo di Torino, cardinale Roberto Repole, entrò a far parte dei consultori del Dicastero per la dottrina della fede, la cosa apparve più che ovvia: il teologo della Chiesa “umile” e di quei famosi “libretti” che lo fecero elevare da papa Francesco all’episcopato non poteva che essere annoverato in quell’eletto consesso. E così pure – ma assai meno – quando fece il suo ingresso nel Dicastero per le Cause dei santi.Invece, la nomina nel Consiglio della Segreteria per l’Economia ha suscitato qualche sconcerto, soprattutto fra i preti di Torino che più lo conoscono e lo ricordano non solo – come da lui stesso ammesso – poco incline ai conti e all’amministrazione, ma anche fondamentalmente disinteressato alle questioni economiche e finanziarie. E allora come si spiega la decisione del Santo Padre o di chi deve avergliela suggerita? Per capirlo bisogna volgere l’attenzione alla Cei, ma soprattutto all’8 per mille.


Il rubinetto dell’8 per mille

Se, come pare ormai quasi certo, nel 2027 – anno elettorale – Repole diventerà presidente dei vescovi italiani, si troverà a gestire una situazione non facile. Con Francesco la Chiesa italiana si è trasformata in una sorta di Cgil o di Ong e la Cei è diventata una costola del Pd o una sua corrente esterna, con Avvenire schierato a favore di unioni gay, cultura gender, immigrazione illegale e che, per fare un esempio, dedica editoriali in prima pagina a Francesco Guccini e relega Vittorio Messori nelle pagine interne.

Il punto, però, è che gli italiani hanno chiuso i rubinetti a una Chiesa sempre più irrilevante e percepita come schierata a sinistra. Gli ultimi dati sull’8 per mille lo confermano: i contribuenti che firmano a favore della Chiesa cattolica ormai sono crollati al 67% del 40% che esprime una preferenza esplicita. Mentre ai tempi di Giovanni Paolo II e di Camillo Ruini quella percentuale era sempre in crescita e raggiunse addirittura il 95% nel 2005.

Dal 2013 al 2021 c’è stato poi un crollo netto degli italiani che hanno firmato per la Chiesa cattolica: dagli oltre 15 milioni si è scesi, in 8 anni, a meno di 12 milioni, un vero e proprio tracollo che è continuato e continua e che avrebbe dimensioni ancora più ampie se il meccanismo del recupero dei fondi non assegnati non rendesse quasi inutile l’astensione dalla firma. Ed è su questo punto che le apprensioni aumentano e non fanno dormire sonni tranquilli al presidente della Cei e allo stesso arcivescovo di Torino, il quale, in diverse occasioni, ha manifestato qualche preoccupazione rispetto all’insufficienza delle entrate derivanti dal meccanismo di quella legge del 1985 che intendeva regolare il riconoscimento giuridico degli enti e delle proprietà ecclesiastiche, nonché le modalità di sostentamento del clero, fino a quel momento garantito dalla congrua.

Il miracolo delle firme

Com’è noto, la quota dell’8 per mille dei cittadini che non esprimono alcuna scelta viene ripartita fra Chiesa e Stato in proporzione alle firme espresse, ed è qui che si collocano le critiche della sinistra volte a cambiare il meccanismo e che preoccupano molto la Cei. Il motivo è semplice: solo poco più del 40% dei contribuenti appone una firma su una delle 12 caselle dell’8 per mille; quindi, il 60% del gettito viene ridistribuito in base alle firme sul restante 40%. Tradotto in soldi vuol dire che, tenendo conto che la somma totale è di 1 miliardo e 320 milioni, del miliardo che è arrivato nel 2023 alla Chiesa (che raccoglie poco meno del 70% delle firme) solo 400 milioni sono frutto diretto della scelta dei contribuenti; il resto (600 milioni) arriva dalla ripartizione dei circa 800 milioni senza firma.

Vale a dire che l’8 per mille che arriva direttamente dalla scelta dei contribuenti basterebbe a malapena a coprire il fabbisogno per il sostentamento del clero (403 milioni nel 2023). Mentre per le esigenze delle opere di culto e pastorale nel 2023 sono stati assegnati 352 milioni e per le opere di carità 423 milioni. Si comprende allora quale sia la posta in gioco.

Se salta il meccanismo, saltano i conti

Oggi, come dice la sinistra più radicale, l’8 per mille è, anche se non appare, una tassa obbligatoria o «coatta» (una «legge truffa», dicono i radicali) che nulla ha a che fare con il 5 per mille; essa però induce gli italiani a credere che, se non scelgono nessuna opzione, non verrà loro attribuita alcuna tassazione. Se dunque dovesse saltare il meccanismo della ripartizione, la Chiesa italiana rischierebbe la bancarotta e la sinistra di matrice grillina ha già fatto intendere che tale meccanismo è da rivedere: si vedano le puntuali e stringenti battaglie di Micromega, ma anche, molto più autorevolmente, i pronunciamenti della Corte dei Conti sul divieto di pubblicità per le firme a favore dello Stato. Sono poi sempre di più coloro che ritengono più evangelico ipotizzare una Chiesa che si autofinanzi con i propri adepti e non con una coatta e miracolosa questua.

Se vincerà il campo largo – per cui la maggioranza dei vescovi sta lavorando (segando il ramo su cui sta seduta) – il rischio di una revisione del meccanismo aumenterà ed è per questo che i vertici della Cei stanno cercando sponde politiche (Matteo Renzi si è già messo a disposizione), sperando di moderare l’ala laicista del Pd. Il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, si è detto più volte disponibile a ragionare sul problema, ma non sia mai detto che la Cei del No al referendum sulla giustizia raggiunga accordi con un governo di destra come quello di Giorgia Meloni. Cosa che uomini di Chiesa non ideologizzati come i cardinali Pietro Gasparri, Agostino Casaroli, Angelo Sodano e Camillo Ruini fecero tranquillamente con Benito Mussolini, Alcide De Gasperi, Giulio Andreotti, Bettino Craxi, Silvio Berlusconi e Gianni Letta, con ampia soddisfazione di tutti, comunisti compresi, i quali votarono l’inserimento dei Patti Lateranensi nella Costituzione.

Che l’ideologia laicista sia ormai penetrata nella mente della gerarchia ecclesiastica è un triste segno di decadenza della Chiesa. Benedetto XVI aveva messo in guardia dalla metamorfosi nichilista del post-comunismo, che oggi è ben rappresentata dal Pd e di cui la Cei di Matteo Zuppi è la succursale clericale, ma Francesco non se ne curò, anzi impose un cambiamento di linea che certamente Repole non saprà né vorrà correggere.

Il capitale di Marx

Per questo la sua presenza al tavolo del Consiglio dell’Economia, dove siedono esperti di finanza internazionale, banchieri e manager di grandi multinazionali come Sua Altezza Serenissima la principessa Gisela del Liechtenstein, non è poi così fuori luogo. Tali frequentazioni potranno non solo illuminarlo circa l’8 per mille, ma anche dargli qualche buon consiglio su come affrontare il piccolo problema degli ingenti costi conseguenti al trasloco della Curia che, alcuni dicono, non smentiti, si aggirino ormai sui tre milioni di euro.

Coordinatore del Consiglio rimane l’arcivescovo di Monaco, il cardinale Reinhard Marx, che ha in comune con Repole la stessa visione teologica progressista e dal quale avrà molto da imparare sul sistema di finanziamento della Chiesa in Germania, che si basa sulla tassa ecclesiastica – la Kirchensteuer. Essa viene pagata allo Stato da chi dichiara la propria appartenenza religiosa e, se non si adempie, non si ha diritto ad accedere ai sacramenti. Così nel 2025 si è ripetuto un altro “miracolo”, che non è quello di San Gennaro, ma ha origini teutoniche: le diocesi tedesche hanno incassato un totale di 6,75 miliardi di euro di tasse ecclesiastiche e, allo stesso tempo, il numero di persone registrate come cattoliche in Germania è diminuito di oltre mezzo milione: nel 2025 i cattolici ufficiali erano 19 milioni, nel 2005 quasi sette milioni in più, mentre nello stesso periodo la Chiesa aumentava le proprie entrate fiscali del 70%. Come a dire: chiese vuote e forzieri pieni.

Da questi dati si capisce anche perché Roma, nonostante Marx continui a disobbedire tranquillamente rispetto alle indicazioni sulle benedizioni omosessuali, lo abbia riconfermato nella posizione di coordinatore del Consiglio per l’Economia, che ricopre dal 2015. Da noi, invece, vige la “tassa coatta” dell’8 per mille, che è sempre più contestata e sulla cui sorte l’esito elettorale potrebbe avere qualche conseguenza.

Chiesa povera, fino a un certo punto

In conclusione, la Chiesa umile e povera a spese dello Stato di Zuppi, Repole, Francesco Savino, Erio Castellucci, Derio Olivero ecc. ha i suoi costi e forse qualcuno non lo ha ancora capito. Di qui si spiega come uno scisma possa darsi nella Chiesa – i termini sono impropri, ma è per capirci – solo e soltanto da “destra” e mai da “sinistra”, perché separarsi da Roma vorrebbe dire tornare, come i primi cristiani, a vivere delle oblazioni dei fedeli, che dalla Chiesa vogliono non propaganda ma Vangelo e dottrina. Per rimanere a livello torinese, c’è poi una qualità che distingue da sempre i boariniani dai preti più conservatori e anche, va detto, dai vecchi pellegriniani: l’amore per le comodità, i giorni liberi, i grandi viaggi e ogni genere di comfort, perché la Chiesa povera e umile va bene fino a un certo punto e poi perché prima caritas mea caritas.







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