(immagine generata con IA di Gemini)
Dal naufragio della paternità episcopale alla piaga oscurata degli abbandoni e dei suicidi nel clero
di Fabio Vessillifero, 17 agosto 2026
L’oscura tragedia del clero tra l’estremo deserto e la fuga dal ministero
Questa riflessione prende le mosse dal recente, tragico caso di un sacerdote anziano — ma ancora pienamente attivo, efficiente e stimato — che ha scelto di togliersi la vita (qui). Per quanto, dati alla mano, il suicidio tra i presbiteri rimanga un fenomeno numericamente contenuto (qui), esso rappresenta la punta di un iceberg ben più vasto: un disagio profondo e diffuso che si manifesta, più spesso, nell’emorragia silenziosa degli abbandoni del ministero. Sacerdoti che depongono l’abito, chiedono la riduzione allo stato laicale o semplicemente si ritirano dalla vita parrocchiale per rifugiarsi nel privato costituiscono, da decenni, una realtà imponente e sistemica. A questo si aggiunge poi chi, pur rimanendo al proprio posto, continua a svolgere il ministero trascinando una vita spirituale ormai spenta.
Queste realtà — dal gesto estremo alla fuga dal sacerdozio, fino al ridursi del ministero a mero “mestiere” — vengono quasi sempre taciute o liquidate come isolati fallimenti personali. Al contrario, esse sono il sintomo di un isolamento radicale, in cui il sacerdote si ritrova lasciato a se stesso di fronte al crollo del senso della propria missione.
La crisi della paternità episcopale e le complessità del clero
A rendere ancora più acuta questa solitudine è la progressiva perdita della dimensione paterna nella figura del vescovo, pur dovendo onestamente riconoscere che i sacerdoti stessi costituiscono una realtà umana complessa, tutt’altro che facile da accompagnare. Tuttavia, di fronte a un clero segnato da individualismi e fatiche caratteriali, la risposta dell’istituzione s’è spesso irrigidita in un approccio prevalentemente burocratico, attento primariamente all’applicazione di direttive procedurali o all’adeguamento al linguaggio corrente. In questo clima, l’atteggiamento dei vescovi è in genere caratterizzato da una distanza formale nei confronti dei sacerdoti che cercano il loro ideale di vita nella fedeltà alla tradizione, e da una certa accondiscendenza verso chi, in nome di un presunto aggiornamento, si è adeguato a modelli “pastorali all’avanguardia” coerenti cioè con la secolarizzazione dei costumi. Quando il sacerdote secolarizzato — essendo privo di un’autentica vita di fede, poiché tantissimi oggi non recitano più il Breviario e il Rosario né celebrano con pietà il Divin Sacrificio — si ritrova improvvisamente svuotato, non trova nella struttura episcopale un rifugio e un padre che sappia correggere ed ammonire. La mancanza di paternità del vescovo spinge così gli uni verso l’isolamento e altri verso la scelta, inevitabile per la propria sopravvivenza psicologica, di abbandonare definitivamente il ministero (qui).
Il fallimento strutturale nelle selezioni dell’episcopato
Il crollo della cura pastorale, la piaga delle defezioni e la diffusa incapacità di guidare le anime non sono che il frutto maturo di una serie di nomine episcopali drammaticamente errate, perpetuate nel corso degli ultimi decenni. La responsabilità di questa situazione ricade in modo gravissimo su chi aveva il compito di selezionare e valutare i candidati: i vertici delle Conferenze Episcopali, le Nunziature Apostoliche e il Dicastero per i Vescovi.
Non pochi fedeli attenti alla vita della Chiesa avvertono inoltre la sensazione (ma forse è più di una sensazione!) che si siano volute appositamente promuovere figure inadeguate, al solo scopo di generare disorientamento nel tessuto ecclesiale. Che questa confusione sia evidente a tutti i livelli, ne è prova anche il fatto che si è voluto negare la porpora cardinalizia a sedi storicamente e pastoralmente centrali in Italia e in altre grandi metropoli nel mondo. Emblematici, in questo senso, sono anche i casi in cui si è preferito creare cardinali i vescovi ausiliari anziché gli arcivescovi titolari delle medesime diocesi, oppure quando si è voluto premiare con la porpora il vescovo suffraganeo ed escludere l’Arcivescovo Metropolita.
L’esito di questo criterio – o meglio non-criterio – di governare la Chiesa è oggi sotto gli occhi di tutti: l’elevazione all’episcopato di persone palesemente impreparate sul piano teologico, fragili sotto l’aspetto umano e del tutto prive della statura spirituale e intellettuale necessaria per guidare una diocesi. Un simile sistema ha finito per premiare il grigio conformismo e la docilità burocratica al “politicamente corretto”, a scapito dell’ortodossia e del coraggio evangelico. Le conseguenze sono devastanti: si assiste non solo al decadimento della fede in tante diocesi e comunità parrocchiali, ma anche alla solitudine di tanti sacerdoti lasciati soli allo sbaraglio e al dilagare delle dimissioni dallo stato clericale.
L’adozione del paradigma manageriale e della burocrazia sinodale
Nelle strutture ecclesiali si è verificato un cedimento di fondo nel momento in cui sono state adottate, in modo del tutto acritico, le categorie del management aziendale tipiche del capitalismo predatorio, affiancate da un’ideologia della “sinodalità” intesa come un’incessante macchina assembleare (qui qui). Le diocesi sono state così riorganizzate sulla base della governance finanziaria (qui), spostando la priorità dalla salvezza delle anime all’ottimizzazione delle risorse, al rispetto rigoroso dei bilanci e alla fusione dei servizi in macro-aree funzionali.
In questo scenario, il sacerdote si ritrova declassato a semplice quadro intermedio: un “pendolare della fede” costretto a correre da una parrocchia all’altra, sommerso da adempimenti burocratici. Parallelamente, la cosiddetta svolta sinodale ha finito per paralizzare la vita pastorale in una sequenza ininterrotta di tavoli di lavoro, commissioni e questionari infarciti di linguaggio sociologico. Anziché offrire verità chiare e risposte salde alla ricerca di senso dell’uomo contemporaneo, l’istituzione finisce per ripiegarsi in un continuo dibattito autoreferenziale (qui).
Schiacciati da questo svuotamento spirituale e da un’ipertrofia burocratica soffocante, molti presbiteri cedono al logorio, trasformandosi in meri funzionari che svolgono il proprio servizio privi di vere motivazioni e con una vita di fede ormai inesistente; altri, soprattutto tra i più giovani, preferiscono abbandonare il ministero per sottrarsi a un’alienazione non più tollerabile e rifarsi la vita.
L’abisso del declino vocazionale e l’evidenza dei fatti
Di fronte a questo vuoto devastante, sorge dunque perfino il terribile sospetto che il tracollo della fede, la fuga dal ministero e il deserto vocazionale non siano soltanto l’esito indesiderato di un’incapacità gestionale, ma l’effetto ricercato da una dirigenza che sembra mossa da una sottile ostilità verso la storia e l’essenza stessa della Chiesa Cattolica. Quando i vertici decisionali si mostrano sordi al crollo delle vocazioni e all’aumento costante degli abbandoni, totalmente indisponibili ad una seria e profonda verifica, procedendo ostinatamente verso la dissoluzione delle strutture tradizionali, l’ipotesi di un sabotaggio interno cessa di apparire un’astrazione.
Il vuoto formativo e l’inganno della secolarizzazione
Alla radice della fragilità intellettuale ed esistenziale dei presbiteri contemporanei vi è un sistema formativo che ha deliberatamente voltato le spalle alla philosophia perennis e al rigore metafisico di San Tommaso d’Aquino raccomandato dal Concilio Vaticano II (si veda a riguardo Optatam Totius n. 16 «habentes Sanctum Thomam magistrum»; Gravissimum Educationis n. 10). I seminari invece hanno per lungo tempo privilegiato una formazione orizzontale, sostituendo lo studio approfondito della patristica e della scolastica con nozioni vaghe di psicologia e sociologia. Questa scelta ha creato una generazione di sacerdoti privi dell’armatura concettuale necessaria per resistere all’urto del relativismo. Chi si è fidato di questo modello umanistico e sociologizzante ha costruito la propria casa sulla sabbia: nel momento in cui sopraggiungono la stanchezza, la perdita del successo pastorale o la solitudine della vecchiaia, l’ideologia del “fare”, l’adeguamento ai tempi rivela tutta la sua inconsistenza. Senza la struttura logica della teologia classica, cioè della certezza di una Verità oggettiva e Trascendente, il sacerdote secolarizzato si ritrova del tutto disarmato.
La certezza della Vittoria di Cristo e l’urgenza di una purificazione
Nonostante la gravità di questa notte spirituale e il senso di smarrimento che avvolge il popolo dei fedeli di fronte all’aumentare dei banchi vuoti e dei presbiteri dimissionari, la speranza cristiana rimane saldamente fondata sulla certezza che il Signore Gesù ha vinto il mondo e non abbandonerà mai la sua sposa. La Chiesa possiede da sempre, per istituzione divina, tutti i mezzi naturali e soprannaturali, la Grazia dei Sacramenti, l’inestimabile tesoro della Dottrina e la forza della Tradizione necessari per rinascere, crescere e svilupparsi anche nelle epoche di più profonda oscurità. Tuttavia, per favorire questo rinascimento, è inderogabile affrontare la realtà senza infingimenti e procedere a una profonda, urgente e rigorosa opera di chiarezza nei vertici della Conferenza Episcopale e all’interno del Dicastero Vaticano addetto alla nomina dei vescovi. È indispensabile rimuovere eventuali logiche di potere, spazzare via il conformismo secolarizzato e tornare a scegliere guide autentiche, uomini di profonda preghiera, speculativamente preparati e dotati di un vero cuore paterno, capaci di custodire il Deposito della Fede, di arginare l’emorragia degli abbandoni e di sorreggere con amore la vita di ogni loro sacerdote e delle comunità a loro affidate.

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