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di Salvatore Scaglia
Non per la prima volta, purtroppo, mi sono ritrovato a discutere con un sacerdote (horribile dictu!), e davanti a diversi suoi confratelli, circa l’esistenza del diavolo.
Secondo il sacerdote, di fatto, il diavolo sarebbe mera idea, mero simbolo o mera immagine, poiché, a suo dire, io non terrei conto della circostanza che la Scrittura è stata stesa duemila e più anni fa e quindi noi uomini del 2026 dobbiamo interpretarla in modo, per così dire, aggiornato.
Rimasto solo, senza il sostegno di alcuno dei presenti, ma con la forza che effonde il Crocifisso – al quale, presente nel locale, ho anche fisicamente guardato -, a nulla è valso che io abbia replicato che la stessa Scrittura distingue chiaramente quando Gesù guarisce da malattie e quando invece libera dal demonio; che la Chiesa trae dal tesoro della Scrittura stessa “cose nuove e cose antiche” (nova et vetera; cf. Matteo 13, 52), altrimenti essa non sarebbe Parola di Dio, bensì semplice narrazione umana; che gli esorcisti esistono e operano efficacemente perché Cristo stesso è stato il primo esorcista – “questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno i demoni” (Marco 16, 17); fino alla constatazione logica che, eliminato il demonio, non hanno senso la stessa morte in croce e la resurrezione del Signore, poiché non occorre certamente il Figlio di Dio per sconfiggere una mera idea, un mero simbolo o una mera immagine. Questa vittoria, infatti, potrebbe realizzarla un semplice uomo, ancorché particolarmente sapiente.
Niente da fare. Dunque secondo quel sacerdote, e non solo, anche gli esorcismi non hanno fondamento.
Ma se il diavolo non esiste, perché la Chiesa autorizza ancora degli esorcisti? Perché il Codice di diritto canonico disciplina le condizioni affinché gli esorcisti operino legittimamente (cfr. canone 1172, per cui il vescovo può dare licenza solo al sacerdote distinto per pietà, scienza, prudenza e integrità di vita)? Perché degli esorcismi beneficiano pure persone di altre religioni? E santi sacerdoti come Padre Pio da Pietrelcina, per citarne solo uno, da cosa erano vessati, anche con evidenti e dolorose tracce fisiche? Da una mera idea, da un mero simbolo, da una mera immagine?
Se il diavolo è soltanto idea, simbolo o immagine, come spiegare che lo stesso “Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto per esser tentato dal diavolo” (Matteo 4, 1)? Venne messo alla prova, infine scacciandolo (Gesù gli rispose: vattene, satana! Allora il diavolo lo lasciò; Matteo 4, 10-11), da un’entità reale o da un semplice noumeno?
Con convincimenti come quello del sacerdote di cui sopra si finisce col credere, anzitutto, che Gesù sia solo un rabbi o, al limite, un uomo eccezionale. In secundis, e più gravemente, si ritiene che la stessa croce e risurrezione di Cristo siano, appunto, una mera idea, un mero simbolo o una mera immagine. Invero quel che sfugge a sacerdoti che opinano in quel modo è che sono stati consacrati nella verità – analogamente al Sacerdote per antonomasia che è Cristo stesso – perché siano protetti, e proteggano a loro volta i fedeli, dal diavolo stesso. La Scrittura, ancora una volta, è chiara, se la si legge con fede: Gesù infatti rivolgendosi al Padre celeste dice: “Non chiedo che tu li tolga dal mondo, ma che li custodisca dal maligno. Essi, invero, non sono del mondo, come io non sono del mondo. Consacrali nella verità” (Giovanni 17, 15-17). Per “loro io consacro me stesso, perché siano anch’essi consacrati nella verità” (Giovanni 17, 19). Questa pericope della Divina Rivelazione è decisiva, perché manifesta pure gli strettissimi nessi tra Gesù e i suoi discepoli, tra la sua e la loro non appartenenza al mondo, tra la sua e la loro consacrazione.
In tale passaggio evangelico, perciò, è il mondo privo di fede nell’annuncio di Cristo e nella parola del Padre che toglie verità allo stesso annuncio di Gesù: la tua parola, infatti, è verità (Giovanni 17, 17), dice Gesù rivolto al Padre.
Questa lettura, peraltro, è confermata financo da Charles Baudelaire, il quale afferma che l’astuzia maggiore del male è quella di rendersi invisibile: se nessuno, infatti, crede che Satana esista nessuno si difende dalle sue tentazioni e lui può agire indisturbato nel mondo.
Chiunque affermi con convinzione – come faceva pubblicamente e con insistenza quel sacerdote e così altri di mia diretta conoscenza – che il diavolo non esiste non segue la Parola di Dio (è questo il “vade retro!” di Gesù a Pietro stesso: ossia “seguimi, non ti porre davanti a me!”), ed è sedotto dalla prospettiva del mondo; non annuncia con fede la verità, ma difende le menzognere visioni ideologiche dei dotti e sapienti a mo’ del mondo, ai quali il Padre divino ha tenuto nascoste le realtà del Regno (cfr. Luca 10, 21).
Si capisce così il monito di san Paolo: “Verrà giorno […] in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità per volgersi alle favole” (II Lettera a Timoteo 4, 3).
Favole, perché nella logica illogica dell’inesistenza del diavolo non ha nemmeno senso il culto della Madonna e di santi come Michele Arcangelo. Infatti rispetto a che cosa Dio stesso ha posto inimicizia con lei e la sua stirpe (cf. Genesi 3, 15)? Rispetto a una mera idea, a un mero simbolo o a una mera immagine? Su che cosa, ancora, trionferà Maria Immacolata, la donna vestita di sole, con la luna sotto i piedi e sul capo una corona di dodici stelle (cfr. Apocalisse 12, 1-6)? Su una mera idea, un mero simbolo o una mera immagine? E san Michele è principe di quale milizia celeste? Se non esistono il diavolo e gli angeli ribelli, non esistono neanche gli angeli buoni, quelli che combattono la superbia del non serviam dei primi con l’umiltà del quis ut Deus?
Tutto risulta, insomma, travolto, nella logica illogica dell’inesistenza del diavolo. È travolta, radicitus, la stessa esistenza del peccato, dato che chi “persiste nel commettere il peccato proviene dal diavolo, perché il diavolo pecca fin dal principio” (I Lettera di san Giovanni 3, 8). È travolta, nella sua interezza, la stessa fede in Cristo Salvatore: per questo, infatti, “è stato manifestato il Figlio di Dio: per distruggere le opere del diavolo” (I Lettera di san Giovanni, ibidem). Si realizza dunque la quintessenza dell’ateismo, che consiste nel negare il peccato e l’essere peccatori, di conseguenza il bisogno di Dio: ergo la stessa esistenza di Dio.
È proprio per tutti questi motivi che l’apostolo Paolo nel passo sopra citato conclude che la verità (a cui aderisce chi ha fede) diviene favola (che sposa chi segue maestri secondo le sue voglie rifiutando la verità stessa).
Dunque se il diavolo non esiste Cristo non ha trionfato!
L’aspetto più inquietante, però, è che sacerdoti come quello di cui ho detto in apertura non sono più casi isolati, che una volta gli stessi confratelli avrebbero preso come strambi se non come eretici. Ahinoi, ormai, questi sacerdoti, e i battezzati più in generale, aumentano di numero perché sono pure incoraggiati da un clima vieppiù manifesto: dall’abdicazione (?) di papa Benedetto XVI si è registrato infatti uno stuolo di esponenti della gerarchia che alimentano dall’alto, e con uscite almeno ambigue e inopportune, le denunciate posizioni.
Siffatto milieu di confusione e divisione è stato prodotto, tra l’altro, dallo stesso Bergoglio, cui piaceva pensare che l’inferno fosse vuoto (cfr. l’intervista a Fabio Fazio del gennaio 2024). Quindi nello stesso non ci sarebbe posto nemmeno “per il diavolo e per i suoi angeli”, per i quali invece quel “fuoco eterno” è stato “preparato” (Matteo 25, 41). Ma non si dimentichi nemmeno uno dei nominati dallo stesso Bergoglio, il vescovo di Palermo Lorefice, che una volta pregava così in pieno santuario mariano della diocesi, quello della Madonna della Milicia: “Preservaci dall’esilio eterno”, sostituendo con “esilio” la parola “fuoco” nella giaculatoria che si recita durante il Rosario e insegnata dalla stessa Maria SS. a Fatima nell’apparizione del 13 luglio 1917.
Ora, nessuno vuole che chiunque finisca all’inferno. Tanto è vero che nello stesso Rosario, frutto della più profonda tradizione dottrinale e spirituale cattolica, si invoca Dio perché porti in cielo tutte le anime, specialmente le più bisognose della sua misericordia. Un conto, tuttavia, è appellarsi alla vera misericordia divina, altro conto è dire che l’inferno è vuoto (ma se l’inferno è vuoto nei fatti non esiste, giacché non ha senso una cosa vuota, un involucro senza contenuto) o che non è “fuoco”, ma semplice “esilio” (da Dio). Il punto centrale è dunque questo: se si depotenzia la pena – come gravemente fanno anche pastori e autorità, almeno formalmente, ecclesiastiche – si depotenzia la stessa la misericordia di Dio, che libera da quella pena. Invero anziché predicare la salvezza delle anime, effetto della vera misericordia divina, si preferisce presentare una salvezza più umana che divina, secondo una misericordia umanamente (o politicamente) corretta; secondo criteri da “favola” (san Paolo).
Contrariamente all’insegnamento perenne per cui, seguendo “l’esempio di Cristo, la Chiesa avverte i fedeli della triste e penosa realtà della morte eterna, chiamata anche inferno” (Catechismo della Chiesa cattolica, § 1056), dove le anime di coloro che sono morti in stato di peccato mortale “subiscono le pene dell’inferno, il fuoco eterno” (Catechismo della Chiesa cattolica, § 1035), tra le quali la “pena principale” – ma non esclusiva! – “consiste nella separazione eterna da Dio, nel quale soltanto l’uomo può avere la vita e la felicità per le quali è stato creato e alle quali aspira” (Catechismo, ibidem).
Ora, è proprio per salvarci da siffatta drammatica realtà che l’infinita potenza di Dio, ricco di bontà – Dives in misericordia – ha arricchito la sua Chiesa di diversi strumenti: i sacramenti, il culto della Vergine e quello dei santi, l’adorazione eucaristica, il Rosario, le rivelazioni mistiche, molte delle quali approvate dalla stessa Chiesa cattolica (tra l’altro quelle di Maria SS. a La Salette, Lourdes e Fatima).
È tutto ciò che oggi è sotto attacco: la ricchezza, nel senso di completezza, della Fede cattolica, con un suo impoverimento e fino al suo svuotamento.
Ma a che pro? Per un ecumenismo malinteso? Per piacere al mondo, per il quale, ammesso che dia spazio a Dio, tutte le religioni sono uguali? Ecco che, in questa dimensione, si può giungere persino ad affermare – come ha fatto Bergoglio insieme all’imam Ahmad Al-Tayyeb (cfr. documento di Abu Dhabi sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune) – che il pluralismo religioso è stato voluto da Dio nella sua sapienza. Per cui lo stesso Bergoglio si è chiesto: “la mia religione è più importante della tua? La mia è quella vera, la tua non è vera” (cfr. viaggio del 13 settembre 2024 a Singapore). Se però si sostituisce la parola “religione” con “Cristo” si smaschera l’inganno: infatti “il mio Cristo è più importante del tuo Mohammed, del tuo Zoroastro, del tuo Buddha?”.
Pertanto discussioni come quella che ho rappresentato in incipit addolorano perché non si svolgono con atei o con buddhisti, ma con cattolici e nel clima cui ho accennato.
Esse sono, perciò, le prove generali di quanto, al di là del domani, è già in atto: la persecuzione da una parte e l’apostasia dall’altra, conseguenze di una “impostura religiosa che offre agli uomini una soluzione apparente ai loro problemi, al prezzo dell’apostasia dalla verità” (Catechismo della Chiesa cattolica, § 675). Chi si oppone a tale impostura è perseguitato, etichettato, emarginato, se non peggio. Chi viceversa la approva, o tace, gode del plauso del mondo, fa carriera, perviene financo ai vertici secolari ed ecclesiastici.
Il Signore non lo nasconde, anzi: “vi condurranno davanti alle sinagoghe, ai magistrati e alle autorità” (Luca 12, 11-12). È dunque con questa consapevolezza, a un tempo di fede e storica, che dobbiamo andare avanti, con coraggio, con quella fortezza che ci viene dallo Spirito Santo: perché, come dice sempre il Signore, unico Salvatore del mondo, perché l’unico a morire per la nostra salvezza e per questo esaltato dal Padre con un nome che è al di sopra di ogni altro nome (cfr. Lettera ai Filippesi 2, 8-9), nel mondo abbiamo e avremo tribolazioni, ma Cristo ha vinto il mondo (Giovanni 16, 33).
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Nell’immagine: Michael Pacher, “Agostino, il diavolo e il libro dei vizi”, 1480, Alte Pinakothek, Monaco di Baviera
by Aldo Maria Valli 06 ago 2026
di Salvatore Scaglia
Non per la prima volta, purtroppo, mi sono ritrovato a discutere con un sacerdote (horribile dictu!), e davanti a diversi suoi confratelli, circa l’esistenza del diavolo.
Secondo il sacerdote, di fatto, il diavolo sarebbe mera idea, mero simbolo o mera immagine, poiché, a suo dire, io non terrei conto della circostanza che la Scrittura è stata stesa duemila e più anni fa e quindi noi uomini del 2026 dobbiamo interpretarla in modo, per così dire, aggiornato.
Rimasto solo, senza il sostegno di alcuno dei presenti, ma con la forza che effonde il Crocifisso – al quale, presente nel locale, ho anche fisicamente guardato -, a nulla è valso che io abbia replicato che la stessa Scrittura distingue chiaramente quando Gesù guarisce da malattie e quando invece libera dal demonio; che la Chiesa trae dal tesoro della Scrittura stessa “cose nuove e cose antiche” (nova et vetera; cf. Matteo 13, 52), altrimenti essa non sarebbe Parola di Dio, bensì semplice narrazione umana; che gli esorcisti esistono e operano efficacemente perché Cristo stesso è stato il primo esorcista – “questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno i demoni” (Marco 16, 17); fino alla constatazione logica che, eliminato il demonio, non hanno senso la stessa morte in croce e la resurrezione del Signore, poiché non occorre certamente il Figlio di Dio per sconfiggere una mera idea, un mero simbolo o una mera immagine. Questa vittoria, infatti, potrebbe realizzarla un semplice uomo, ancorché particolarmente sapiente.
Niente da fare. Dunque secondo quel sacerdote, e non solo, anche gli esorcismi non hanno fondamento.
Ma se il diavolo non esiste, perché la Chiesa autorizza ancora degli esorcisti? Perché il Codice di diritto canonico disciplina le condizioni affinché gli esorcisti operino legittimamente (cfr. canone 1172, per cui il vescovo può dare licenza solo al sacerdote distinto per pietà, scienza, prudenza e integrità di vita)? Perché degli esorcismi beneficiano pure persone di altre religioni? E santi sacerdoti come Padre Pio da Pietrelcina, per citarne solo uno, da cosa erano vessati, anche con evidenti e dolorose tracce fisiche? Da una mera idea, da un mero simbolo, da una mera immagine?
Se il diavolo è soltanto idea, simbolo o immagine, come spiegare che lo stesso “Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto per esser tentato dal diavolo” (Matteo 4, 1)? Venne messo alla prova, infine scacciandolo (Gesù gli rispose: vattene, satana! Allora il diavolo lo lasciò; Matteo 4, 10-11), da un’entità reale o da un semplice noumeno?
Con convincimenti come quello del sacerdote di cui sopra si finisce col credere, anzitutto, che Gesù sia solo un rabbi o, al limite, un uomo eccezionale. In secundis, e più gravemente, si ritiene che la stessa croce e risurrezione di Cristo siano, appunto, una mera idea, un mero simbolo o una mera immagine. Invero quel che sfugge a sacerdoti che opinano in quel modo è che sono stati consacrati nella verità – analogamente al Sacerdote per antonomasia che è Cristo stesso – perché siano protetti, e proteggano a loro volta i fedeli, dal diavolo stesso. La Scrittura, ancora una volta, è chiara, se la si legge con fede: Gesù infatti rivolgendosi al Padre celeste dice: “Non chiedo che tu li tolga dal mondo, ma che li custodisca dal maligno. Essi, invero, non sono del mondo, come io non sono del mondo. Consacrali nella verità” (Giovanni 17, 15-17). Per “loro io consacro me stesso, perché siano anch’essi consacrati nella verità” (Giovanni 17, 19). Questa pericope della Divina Rivelazione è decisiva, perché manifesta pure gli strettissimi nessi tra Gesù e i suoi discepoli, tra la sua e la loro non appartenenza al mondo, tra la sua e la loro consacrazione.
In tale passaggio evangelico, perciò, è il mondo privo di fede nell’annuncio di Cristo e nella parola del Padre che toglie verità allo stesso annuncio di Gesù: la tua parola, infatti, è verità (Giovanni 17, 17), dice Gesù rivolto al Padre.
Questa lettura, peraltro, è confermata financo da Charles Baudelaire, il quale afferma che l’astuzia maggiore del male è quella di rendersi invisibile: se nessuno, infatti, crede che Satana esista nessuno si difende dalle sue tentazioni e lui può agire indisturbato nel mondo.
Chiunque affermi con convinzione – come faceva pubblicamente e con insistenza quel sacerdote e così altri di mia diretta conoscenza – che il diavolo non esiste non segue la Parola di Dio (è questo il “vade retro!” di Gesù a Pietro stesso: ossia “seguimi, non ti porre davanti a me!”), ed è sedotto dalla prospettiva del mondo; non annuncia con fede la verità, ma difende le menzognere visioni ideologiche dei dotti e sapienti a mo’ del mondo, ai quali il Padre divino ha tenuto nascoste le realtà del Regno (cfr. Luca 10, 21).
Si capisce così il monito di san Paolo: “Verrà giorno […] in cui non si sopporterà più la sana dottrina, ma, per il prurito di udire qualcosa, gli uomini si circonderanno di maestri secondo le proprie voglie, rifiutando di dare ascolto alla verità per volgersi alle favole” (II Lettera a Timoteo 4, 3).
Favole, perché nella logica illogica dell’inesistenza del diavolo non ha nemmeno senso il culto della Madonna e di santi come Michele Arcangelo. Infatti rispetto a che cosa Dio stesso ha posto inimicizia con lei e la sua stirpe (cf. Genesi 3, 15)? Rispetto a una mera idea, a un mero simbolo o a una mera immagine? Su che cosa, ancora, trionferà Maria Immacolata, la donna vestita di sole, con la luna sotto i piedi e sul capo una corona di dodici stelle (cfr. Apocalisse 12, 1-6)? Su una mera idea, un mero simbolo o una mera immagine? E san Michele è principe di quale milizia celeste? Se non esistono il diavolo e gli angeli ribelli, non esistono neanche gli angeli buoni, quelli che combattono la superbia del non serviam dei primi con l’umiltà del quis ut Deus?
Tutto risulta, insomma, travolto, nella logica illogica dell’inesistenza del diavolo. È travolta, radicitus, la stessa esistenza del peccato, dato che chi “persiste nel commettere il peccato proviene dal diavolo, perché il diavolo pecca fin dal principio” (I Lettera di san Giovanni 3, 8). È travolta, nella sua interezza, la stessa fede in Cristo Salvatore: per questo, infatti, “è stato manifestato il Figlio di Dio: per distruggere le opere del diavolo” (I Lettera di san Giovanni, ibidem). Si realizza dunque la quintessenza dell’ateismo, che consiste nel negare il peccato e l’essere peccatori, di conseguenza il bisogno di Dio: ergo la stessa esistenza di Dio.
È proprio per tutti questi motivi che l’apostolo Paolo nel passo sopra citato conclude che la verità (a cui aderisce chi ha fede) diviene favola (che sposa chi segue maestri secondo le sue voglie rifiutando la verità stessa).
Dunque se il diavolo non esiste Cristo non ha trionfato!
L’aspetto più inquietante, però, è che sacerdoti come quello di cui ho detto in apertura non sono più casi isolati, che una volta gli stessi confratelli avrebbero preso come strambi se non come eretici. Ahinoi, ormai, questi sacerdoti, e i battezzati più in generale, aumentano di numero perché sono pure incoraggiati da un clima vieppiù manifesto: dall’abdicazione (?) di papa Benedetto XVI si è registrato infatti uno stuolo di esponenti della gerarchia che alimentano dall’alto, e con uscite almeno ambigue e inopportune, le denunciate posizioni.
Siffatto milieu di confusione e divisione è stato prodotto, tra l’altro, dallo stesso Bergoglio, cui piaceva pensare che l’inferno fosse vuoto (cfr. l’intervista a Fabio Fazio del gennaio 2024). Quindi nello stesso non ci sarebbe posto nemmeno “per il diavolo e per i suoi angeli”, per i quali invece quel “fuoco eterno” è stato “preparato” (Matteo 25, 41). Ma non si dimentichi nemmeno uno dei nominati dallo stesso Bergoglio, il vescovo di Palermo Lorefice, che una volta pregava così in pieno santuario mariano della diocesi, quello della Madonna della Milicia: “Preservaci dall’esilio eterno”, sostituendo con “esilio” la parola “fuoco” nella giaculatoria che si recita durante il Rosario e insegnata dalla stessa Maria SS. a Fatima nell’apparizione del 13 luglio 1917.
Ora, nessuno vuole che chiunque finisca all’inferno. Tanto è vero che nello stesso Rosario, frutto della più profonda tradizione dottrinale e spirituale cattolica, si invoca Dio perché porti in cielo tutte le anime, specialmente le più bisognose della sua misericordia. Un conto, tuttavia, è appellarsi alla vera misericordia divina, altro conto è dire che l’inferno è vuoto (ma se l’inferno è vuoto nei fatti non esiste, giacché non ha senso una cosa vuota, un involucro senza contenuto) o che non è “fuoco”, ma semplice “esilio” (da Dio). Il punto centrale è dunque questo: se si depotenzia la pena – come gravemente fanno anche pastori e autorità, almeno formalmente, ecclesiastiche – si depotenzia la stessa la misericordia di Dio, che libera da quella pena. Invero anziché predicare la salvezza delle anime, effetto della vera misericordia divina, si preferisce presentare una salvezza più umana che divina, secondo una misericordia umanamente (o politicamente) corretta; secondo criteri da “favola” (san Paolo).
Contrariamente all’insegnamento perenne per cui, seguendo “l’esempio di Cristo, la Chiesa avverte i fedeli della triste e penosa realtà della morte eterna, chiamata anche inferno” (Catechismo della Chiesa cattolica, § 1056), dove le anime di coloro che sono morti in stato di peccato mortale “subiscono le pene dell’inferno, il fuoco eterno” (Catechismo della Chiesa cattolica, § 1035), tra le quali la “pena principale” – ma non esclusiva! – “consiste nella separazione eterna da Dio, nel quale soltanto l’uomo può avere la vita e la felicità per le quali è stato creato e alle quali aspira” (Catechismo, ibidem).
Ora, è proprio per salvarci da siffatta drammatica realtà che l’infinita potenza di Dio, ricco di bontà – Dives in misericordia – ha arricchito la sua Chiesa di diversi strumenti: i sacramenti, il culto della Vergine e quello dei santi, l’adorazione eucaristica, il Rosario, le rivelazioni mistiche, molte delle quali approvate dalla stessa Chiesa cattolica (tra l’altro quelle di Maria SS. a La Salette, Lourdes e Fatima).
È tutto ciò che oggi è sotto attacco: la ricchezza, nel senso di completezza, della Fede cattolica, con un suo impoverimento e fino al suo svuotamento.
Ma a che pro? Per un ecumenismo malinteso? Per piacere al mondo, per il quale, ammesso che dia spazio a Dio, tutte le religioni sono uguali? Ecco che, in questa dimensione, si può giungere persino ad affermare – come ha fatto Bergoglio insieme all’imam Ahmad Al-Tayyeb (cfr. documento di Abu Dhabi sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune) – che il pluralismo religioso è stato voluto da Dio nella sua sapienza. Per cui lo stesso Bergoglio si è chiesto: “la mia religione è più importante della tua? La mia è quella vera, la tua non è vera” (cfr. viaggio del 13 settembre 2024 a Singapore). Se però si sostituisce la parola “religione” con “Cristo” si smaschera l’inganno: infatti “il mio Cristo è più importante del tuo Mohammed, del tuo Zoroastro, del tuo Buddha?”.
Pertanto discussioni come quella che ho rappresentato in incipit addolorano perché non si svolgono con atei o con buddhisti, ma con cattolici e nel clima cui ho accennato.
Esse sono, perciò, le prove generali di quanto, al di là del domani, è già in atto: la persecuzione da una parte e l’apostasia dall’altra, conseguenze di una “impostura religiosa che offre agli uomini una soluzione apparente ai loro problemi, al prezzo dell’apostasia dalla verità” (Catechismo della Chiesa cattolica, § 675). Chi si oppone a tale impostura è perseguitato, etichettato, emarginato, se non peggio. Chi viceversa la approva, o tace, gode del plauso del mondo, fa carriera, perviene financo ai vertici secolari ed ecclesiastici.
Il Signore non lo nasconde, anzi: “vi condurranno davanti alle sinagoghe, ai magistrati e alle autorità” (Luca 12, 11-12). È dunque con questa consapevolezza, a un tempo di fede e storica, che dobbiamo andare avanti, con coraggio, con quella fortezza che ci viene dallo Spirito Santo: perché, come dice sempre il Signore, unico Salvatore del mondo, perché l’unico a morire per la nostra salvezza e per questo esaltato dal Padre con un nome che è al di sopra di ogni altro nome (cfr. Lettera ai Filippesi 2, 8-9), nel mondo abbiamo e avremo tribolazioni, ma Cristo ha vinto il mondo (Giovanni 16, 33).
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Nell’immagine: Michael Pacher, “Agostino, il diavolo e il libro dei vizi”, 1480, Alte Pinakothek, Monaco di Baviera
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