giovedì 13 agosto 2026

Ovuli congelati, ovvero prima il mercato e poi (con calma) la maternità



(Alexandria Ocasio-Cortez, Facebook Reel)Immagine generata con AI

Dopo Ocasio-Cortez negli Usa, riparte anche da noi un confronto su un tema che, comunque lo si guardi, sa di sconfitta

Bioetica


Federica Di Vito, 13 Agosto 2026 

Semplice come applicare il mascara o sfoggiare una nuova manicure: è così che la deputata 36enne statunitense Alexandria Ocasio-Cortez presenta il social freezing. Un approccio talmente “social” da voler condividere storie quotidiane sulle proprie iniezioni ormonali, mentre incolpa qua e là l’amministrazione Trump per quello che descrive come un ambiente sempre più ostile per le scelte riproduttive delle donne. Uno sguardo rassicurante, un sorriso smagliante e una manciata di critiche mirate: è la ricetta perfetta per far decollare il marketing della crioconservazione.

Dagli Stati Uniti all’Italia il passo è breve, specie se il tema genera una certa hype politica. A cogliere la palla al balzo è Matteo Renzi, che punta dritto all’agenda elettorale proponendo il social freezing per tutte. Il leader di Italia Viva, guardando al modello francese, mira a inserire nella prossima legge di bilancio un pacchetto di risorse per finanziare la crioconservazione e chiede di estendere i limiti d’età da 35 a 38 anni per l’accesso alla procedura. Intanto, anche in casa Pd si lavora a una proposta di legge sulla Crioconservazione pianificata degli ovociti (CPO), con Filippo Sensi come primo firmatario insieme a numerosi colleghi.

Il testo, intitolato “Disposizioni in materia di prevenzione dell’infertilità e di preservazione della fertilità femminile”, mirerebbe a contrastare il calo demografico e a sostenere la libertà delle donne che desiderano posticipare la maternità per ragioni professionali o personali. Il piano include contributi economici per le cittadine con redditi medi e programmi di monitoraggio della fertilità tra i 20 e i 35 anni. Attualmente, il Sistema sanitario nazionale garantisce la gratuità del servizio solo in casi limitati, ma i nuovi disegni di legge punterebbero a eliminare le diseguaglianze territoriali e patologiche.

La promessa sembrerebbe quella di adattare la biologia alle moderne dinamiche della vita lavorativa e privata tutelando il fantomatico diritto alla genitorialità e l’onnipresente autodeterminazione femminile. L’élite politica, seguita da vip e influencer, ci dipinge il congelamento degli ovuli come una conquista sociale, un diritto. Eppure, posticipare la maternità sembra una promessa più vantaggiosa per chi la promuove che per chi la vive. La prospettiva appare infatti capovolta: non è più lo Stato ad adattarsi ai ritmi biologici delle donne, ma è la biologia femminile a doversi piegare ai tempi della produzione e del welfare. Mettere in pausa la maternità significa sacrificare le energie più vitali e la massima fertilità di una donna sull’altare della carriera. Risorse preziose che vengono così svendute al mondo del lavoro, mentre la genitorialità viene rinviata a un futuro più stabile, forse, ma biologicamente più complesso.

Perché non si investono risorse per rendere stabile il presente, anziché finanziare un futuro sempre più lontano? Proporre il social freezing come passepartout alla denatalità e alla precarietà lavorativa dei giovani sembra un gioco al ribasso: si promettono risultati dubbi spostando il traguardo ancora più in là. A Matteo Renzi, che porta l’esempio della ventenne schiacciata da affitto e incertezze sul futuro, va risposto che l’errore è a monte. Se lo Stato non garantisce a una giovane qualificata un accesso dignitoso al lavoro e alla casa e non sa rispondere al suo fisiologico desiderio di maternità, il problema non è la biologia femminile da mettere “in pausa”, ma un sistema che impedisce di desiderare un figlio nel momento biologico migliore.

Appare evidente quanto il dibattito sul congelamento degli ovociti, al di là delle vetrine social e delle scelte solo apparentemente consapevoli, sia fortemente condizionato da fattori economici. Come osserva oggi Francesco Borgonovo su La Verità «non è difficile capire perché ci sia tanta pressione», considerando che negli Usa la spesa tocca i 20.000 dollari, mentre in Italia il solo congelamento costa tra i 2.500 e i 4.000 euro. A queste cifre vanno aggiunti circa 2.000 euro per la stimolazione e costi di mantenimento fino a 500 euro l’anno. In questo contesto, le proposte di Matteo Renzi o del Pd sono misure che andrebbero a «beneficio delle cliniche».

Basti guardare un po’ più lontano nel nostro naso: in America ce la dipingono come una scelta per sentirci «più padrone della nostra vita», come ha detto Ocasio-Cortez sui social. Ma i fatti raccontano un’altra realtà. Raccontano di grandi aziende che propongono la crioconservazione alle dipendenti come benefit aziendale, narrazioni fuorvianti che promettono una fertilità flessibile e a portata di mano, omettendo spesso e volentieri i dati sui rischi e i tassi di successo. Anziché “padrone della propria vita” ci si ritrova facilmente schiave di un mercato redditizio che negli Stati Uniti ha già visto «un incremento del 400% delle procedure in meno di dieci anni».

Se ciò non bastasse, un importante soggetto viene costantemente omesso dal dibattito: il bambino che forse nascerà. La maternità programmata rende il figlio oggetto di desideri e progetti da ritardare a piacimento, e non lo vede più come dono che Dio concede e che la natura attende. Allora è chiaro che nel dibattito vincano la mentalità dominante e il business tagliando fuori i veri protagonisti: la donna, il bambino, la coppia che neanche si nomina più. E Dio. Perché da quando ci siamo messi al Suo posto, giocare con le provette può sembrare facile, ma va ricordato che chi manipola la vita lo fa a suo rischio e pericolo. 

(Foto: Screenshot Ocasio-Cortez, Facebook Reel)








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