mercoledì 24 gennaio 2024

L’inferno esiste e non è vuoto







Roberto de Mattei, 21-01-24


“Quello che dirò non è un dogma di fede ma una cosa mia personale: a me piace pensare l’inferno vuoto, spero sia realtà!”. Lo ha detto il 14 gennaio 2024 Papa Francesco in un’intervista al conduttore televisivo Fabio Fazio su Canale Nove.

Però ci domandiamo: è lecito sperare una realtà che non solo non è contenuta nella fede cattolica, ma la contraddice?

E’ infatti verità di fede che l’inferno esiste, e se esiste non è vuoto e non sarà svuotato, come pensavano gli origenisti, secondo cui tutti i dannati, angeli e demoni, alla fine si convertiranno. L’inferno è un luogo riservato a chi sino alla fine della vita rifiuta di convertirsi. La pena consiste in un fuoco inestinguibile: un fuoco reale, non metaforico, che si accompagna a quello spirituale della perdita di Dio. E poiché l’anima è immortale, la pena dovuta al peccato mortale senza pentimento, dura quanto dura la vita dell’anima, cioè per sempre, per l’eternità. Questa dottrina è definita dai Concili Lateranense IV, II di Lione, di Firenze e di Trento.

L’inferno non indica solo lo stato dei dannati, demoni e uomini morti in peccato mortale, che sono eternamente puniti. Esso indica anche il luogo in cui i dannati si trovano. E sant’Ignazio di Loyola, così spesso citato da papa Francesco, come il suo maestro spirituale, nel quinto dei suoi Esercizi ci invita a fare una cosiddetta “composizione di luogo” sulla realtà dell’inferno.

Questi i punti che, dopo due preludi, sant’Ignazio propone alla nostra meditazione nei suoi Esercizi spirituali.

“Il primo preludio è la composizione: qui consiste nel vedere con l’immaginazione l’inferno in tutta la sua lunghezza, larghezza e profondità.

Il secondo preludio consiste nel domandare quello che voglio: qui sarà chiedere un’intima conoscenza della pena che soffrono i dannati; così, se per le mie colpe dovessi dimenticarmi dell’amore dell’eterno Signore, almeno il timore delle pene mi aiuti a non cadere in peccato. [66]

Seguono poi i punti da meditare.

Primo punto: vedo con l’immaginazione le grandi fiamme dell’inferno e le anime come in corpi incandescenti. [67]

Secondo punto: ascolto con le orecchie i pianti, le urla, le grida, le bestemmie contro nostro Signore e contro tutti i santi. [68]

Terzo punto: odoro con l’olfatto il fumo, lo zolfo, il fetore e il putridume. [69]

Quarto punto: assaporo con il gusto cose amare, come le lacrime, la tristezza e il rimorso della coscienza. [70]

Quinto punto: palpo con il tatto, come cioè quelle fiamme avvolgono e bruciano le anime. [71]

Infine il colloquio. Facendo un colloquio con Cristo nostro Signore, richiamerò alla memoria le anime che sono all’inferno: alcune perché non credettero alla sua venuta; altre perché, pur credendoci, non agirono secondo i suoi comandamenti. Distinguerò tre categorie: La prima, precedentemente alla sua venuta. La seconda, durante la sua vita. La terza, dopo la sua vita in questo mondo. Nel fare questo, lo ringrazierò perché non ha permesso che io fossi in nessuna delle tre categorie, mettendo fine alla mia vita; così pure perché fino ad ora ha sempre avuto per me tanta pietà e misericordia. Terminerò dicendo un Padre nostro.”

Il segreto di Fatima, comunicato dalla Madonna ai tre pastorelli il 13 luglio 1917, si apre con una visione terrificante dell’inferno, che sembra una composizione di luogo ignaziana. Un inferno che viene mostrato come un luogo, non vuoto, ma pieno di anime di dannati: “un grande mare di fuoco, che sembrava stare sotto terra. Immersi in quel fuoco, i demoni e le anime, come se fossero braci trasparenti e nere o bronzee, con forma umana che fluttuavano nell’incendio […]”.

Se non fosse stato per la promessa della Madonna di portarli in cielo, scrive suor Lucia, i veggenti sarebbero morti per l’emozione e la paura. Le parole della Madonna erano tristi e severe: “Avete visto l’inferno dove cadono le anime dei poveri peccatori. Per salvarle, Dio vuole stabilire nel mondo la devozione al Mio Cuore Immacolato”. Un anno prima, l’Angelo di Fatima aveva insegnato ai tre pastorelli questa preghiera: “Gesù mio perdonateci le nostre colpe, preservateci dal fuoco dell’inferno, portate in Cielo tutte le anime, specialmente le più bisognose della vostra misericordia”.

E’ celebre il miracolo del padre gesuita Antonio Baldinucci (1665-1717), ricordato nel suo decreto di beatificazione. Il 12 aprile 1706 padre Baldinucci tenne una predica nel paese di Giulianello vicino a Cori. Rivolgendosi ai suoi ascoltatori disse “Sapete mio popolo, come le anime cadono all’inferno? Come da quest’albero cadono le foglie”. Appena ebbe pronunciato queste parole, dall’albero sotto cui predicò e che indicò con le sue mani, un olmo, cominciarono a cadere le foglie in tala massa come se nevicasse. La caduta delle foglie, dicono i testimoni, durava così a lungo che nel frattempo si sarebbe potuto pregare quattro volte il Credo. Non era autunno, ma primavera, e nessuna foglia cadde dagli altri olmi, vicini a quello sotto cui predicava. La scena fu talmente impressionante che provocò molte conversioni e cambiamenti di vita.

“Tremare al pensiero della dannazione è una grande grazia che si riceve da parte di Dio” afferma il beato Columba Marmion (1858-1923). Il timore dell’inferno ha salvato infatti molte anime. La sua negazione offrirebbe una visione deforme di Dio, misericordioso, ma non giusto. La venerabile Luisa Margherita Claret de la Touche (1868-1915) così si esprime, rivolgendosi al Signore: “No, se non ci fosse l’inferno, mancherebbero tre gemme splendide alla corona delle tue perfezioni, mancherebbero la giustizia, la potenza e la dignità”.

Suor Josefa Menendez (1890-1923), religiosa del Sacro Cuore, vide molte anime di sacerdoti all’inferno e la Beata Suor Faustina Kowalska (1905-1938), che ebbe la straordinaria esperienza mistica di scendere, guidata da un angelo, negli abissi orridi dell’inferno, racconta di essere stata colpita dal fatto che la maggior parte delle anime che soffrivano all’inferno, erano anime che non credevano all’esistenza dell’inferno o forse, aggiungiamo noi, pensavano che fosse vuoto.






martedì 23 gennaio 2024

Card. Müller: “È vero: Dio ama tutti. Ma dobbiamo aggiungere: Dio non ama tutto”.





Di Stefania Granato|Gennaio 23rd, 2024|Categorie: Editor's Picks, News|Tag: benedizioni coppie omosessuali, card. Gerhard L. Muller, gender, nichilismo, paganesimo, peccato|0 Commenti




La traduzione è a cura .


Card. Gerhard L. Müller (Foto (c) Servi Jesu et Mariæ)

Di seguito la traduzione [di Stefania Granato] dell’omelia del Card. Gerhard Müller, tenuta a Roma il 21 gennaio 2024 in occasione della festa patronale della Chiesa di Sant’Agnese in Agone di cui è titolare, pubblicata per gentile concessione di S.E. sulla rivista cattolica di lingua tedesca Kath.net.





“È vero: Dio ama tutti. Ma dobbiamo aggiungere: Dio non ama tutto”.

L’atea ideologia gender rende i giovani insicuri della loro identità e “li seduce a mutilare i loro corpi in cambio di molto denaro”.


La critica degli ebrei e dei cristiani al politeismo antico non consiste tanto nel fatto che i pagani rivolgessero il loro sguardo verso un potere superiore, quanto che adorassero come divinità le creature anziché l’unico e vero Dio. Sebbene ogni essere umano sia in grado di distinguere con la propria ragione la potenza e l’essenza eterna di Dio dalle opere della creazione, molte persone si sono tuttavia lasciate sedurre dal fascino del mondo, della ricchezza, del potere e della fama. Paolo riassume tale tragedia all’inizio della sua Lettera ai Romani: “hanno cambiato la verità di Dio con la menzogna e hanno venerato e adorato la creatura al posto del Creatore” (Rm 1,25).

In un mondo nichilista in cui il motto è: “Mangiamo e beviamo, perché domani siamo morti” (1 Cor 15,32), l’ideale ascetico e sacrificale della vita cristiana appare come la stoffa rossa su cui il toro del puro godimento della vita si avventa con furia selvaggia. Quello che nel mondo antico era il culto degli idoli, oggi è il culto della personalità dei ricchi, dei belli e dei potenti. Ma anche per i frivoli oligarchi e le arroganti élite del Nuovo Ordine Mondiale e dell’Agenda 2030, la verità è che la gloria del mondo passerà e tutti gli uomini un giorno dovranno morire. Le vicende criminali del banchiere americano Jeffrey Epstein e dei suoi influenti amici, che sono state taciute dalla stampa tradizionale, dimostrano la menzogna mortale del nuovo paganesimo, che può essere smascherata e vinta solo dalla verità di Dio “perché il salario del peccato è la morte, ma il dono di Dio è la vita eterna in Cristo Gesù, nostro Signore“. (Rm 6,23)

Se questa Parola della Scrittura è vera, allora la conclusione è: nessun sacerdote di Cristo può benedire nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo un peccato che è diretto contro la natura dell’uomo creato da Dio. È vero: Dio ama tutti. Ma dobbiamo aggiungere: Dio non ama tutto, ma odia il peccato, perché ci trascina alla morte eterna. Per questo motivo non dobbiamo interpretare l’amore divino secondo gli interessi umani, ma piuttosto come manifestazione della sua misericordia attraverso Gesù Cristo. Dio stesso ci rivela la ragione e il senso del suo amore per i peccatori come unica via di salvezza: “Com’è vero ch’io vivo – oracolo del Signore Dio – io non godo della morte dell’empio, ma che l’empio desista dalla sua condotta e viva” (Ez 33,11; cfr. Ger 31,20).

Sant’Agnese, che oggi veneriamo, fu una martire cristiana durante le ultime fasi della persecuzione nell’Impero Romano. Questa vergine e martire è l’ideale della nuova vita in Dio, nostro Creatore e Redentore. Non abbiamo bisogno di un idolo sessuale del vecchio e nuovo paganesimo come oggetto del nostro desiderio per anestetizzare il sentimento nichilista dell’assenza Dio. In tutto il mondo, i cattolici ammirano la dodicenne romana per il suo eroismo e la celebrano come Santa e paladina della gioventù cristiana. A proposito della sua morte offerta a Dio, il grande padre della Chiesa Sant’Ambrogio disse: “In questo unico sacrificio, dunque, si ha un duplice martirio, quello della verginità e quello del culto per Dio: ella rimase vergine e ricevette la corona del martirio“. (De virg. II, 9).

La vera adorazione di Dio e l’autentica castità della mente e del corpo sono reciprocamente dipendenti. L’adorazione degli idoli del sesso, del denaro e del potere ha – come spiega l’Apostolo – una conseguenza autodistruttiva per il nostro pensiero e per il nostro comportamento e porterà inevitabilmente alla morte mentale e spirituale:

“Per questo Dio li ha abbandonati a passioni infami; le loro donne hanno cambiato i rapporti naturali in rapporti contro natura. Egualmente anche gli uomini, lasciando il rapporto naturale con la donna, si sono accesi di passione gli uni per gli altri, commettendo atti ignominiosi uomini con uomini, ricevendo così in se stessi la punizione che s’addiceva al loro traviamento. E poiché hanno disprezzato la conoscenza di Dio, Dio li ha abbandonati in balìa d’una intelligenza depravata, sicché commettono ciò che è indegno, colmi come sono di ogni sorta di ingiustizia, di malvagità, di cupidigia, di malizia; pieni d’invidia, di omicidio, di rivalità, di frodi, di malignità; diffamatori, maldicenti, nemici di Dio, oltraggiosi, superbi, fanfaroni, ingegnosi nel male, ribelli ai genitori, insensati, sleali, senza cuore, senza misericordia. E pur conoscendo il giudizio di Dio, che cioè gli autori di tali cose meritano la morte, non solo continuano a farle, ma anche approvano chi le fa” (Rm 1,26-32). È questa l’esistenza priva di senso che i “senza Dio” sono costretti a vivere sotto il dominio degli dei di questo mondo.

La castità come virtù cristiana, che nasce dall’adorazione dell’unico e vero Dio come reatore e autore della nostra vita, significa riconoscere il significato positivo della corporeità in generale e della sessualità maschile e femminile in particolare. Dio ha creato gli esseri umani come uomo e donna. Essi sono stati benedetti in Cristo con tutte le benedizioni del suo Spirito, affinché nell’amore coniugale possano manifestare il Suo amore e trasmettere la vita nella successione delle generazioni nel reciproco amore di genitori e figli. In questo modo, coniugi e genitori cooperano alla volontà salvifica universale di Dio, “predestinandoci a essere suoi figli adottivi per opera di Gesù Cristo“. (Ef 1,5).

La prova della misantropia del nuovo paganesimo si ha quando l’ideologia atea del gender confonde i giovani sulla loro identità maschile o femminile e quando vengono sedotti dalle aziende mediche a mutilare i loro corpi in cambio di molto denaro. Non ci vuole una grande arguzia per capire la perfida propaganda che maschera eufemisticamente come “libera scelta di genere” questi crimini contro l’umanità.

In realtà, l’essere umano è un’unità naturale di anima e corpo. Accettando con gioia il sì sincero che il Creatore ha rivolto alla mia esistenza spirituale e fisica nello spazio e nel tempo, posso anche accettare me stesso. Sono una creatura di Dio, sono un figlio o una figlia del Padre, sono un fratello o una sorella dell’unigenito Figlio di Dio Gesù Cristo e sono un amico o un’amica dello Spirito Santo.

La morale cristiana, e in particolare il 6° e il 9° comandamento “Non commettere adulterio” e “Non commettere atti impuri“, non hanno nulla a che fare con l’addomesticamento dell’animale selvatico che è in noi o con i nostri istinti controllati dalla ragione pratica. Tutti i comandamenti che riguardano il rapporto dell’uomo con se stesso e con i suoi simili sono incentrati sull’amore reciproco. L’amore rende l’uomo perfetto, sia che viva volontariamente secondo il suo carisma nel celibato per il Regno dei Cieli, sia che viva secondo la vocazione divina nel matrimonio. “Perché questa è la volontà di Dio, la vostra santificazione: che vi asteniate dalla impudicizia, che ciascuno sappia mantenere il proprio corpo con santità e rispetto, non come oggetto di passioni e libidine, come i pagani che non conoscono Dio; che nessuno offenda e inganni in questa materia il proprio fratello, perché il Signore è vindice di tutte queste cose, come già vi abbiamo detto e attestato. Dio non ci ha chiamati all’impurità, ma alla santificazione” (1 Tess 4, 3-7).

Che Sant’Agnese ci aiuti a discernere la verità di Dio e le menzogne del nuovo paganesimo, e in particolare affidiamo alla sua intercessione i bambini e i giovani, affinché possano gioire della loro natura e diventare buoni cristiani.

Sant’Agnese, sii un esempio per i nostri bambini e giovani e prega per loro Dio nostro Signore. Amen.

+Card. Gerhard L. Müller







L'ora di religione: la fede in balia delle opinioni



È tutt'altro che rose e fiori l'IRC nella scuola pubblica, stretto fra il pochissimo tempo a disposizione e l'ampia accondiscendenza verso il mainstream, per non sembrare "troppo cattolici".


EDUCAZIONE


EDITORIALI 


Stefano Fontana, 23-01-2024

In questo periodo dell’anno famiglie e studenti devono scegliere se avvalersi o meno dell’insegnamento della religione cattolica (IRC). Le diocesi fanno quindi la loro promozione. Talvolta intervengono direttamente i vescovi, altre volte i responsabili degli uffici diocesani e si stampano manifesti che vengono collocati agli ingressi delle chiese parrocchiali. Gli argomenti per convincere sono sempre gli stessi: si esclude che sia un indottrinamento, si precisa che non è catechismo, si conferma che l’approccio deve essere culturale e non confessionale, che il clima è di dialogo, che si vuole dare spazio alle domande dei giovani, che si affronteranno temi di vita concreta, che verrà analizzato il fenomeno religioso in senso lato, che si favorirà una apertura mentale per poter comprendere la storia e la cultura della nazione e così via.

Al di là di queste belle parole, l’IRC nella scuola pubblica non è affatto un mondo di rose e fiori. In molti casi gli insegnanti scelgono questa attività in via provvisoria, in attesa di migliori sistemazioni. Qualcuno di loro ha frequentato un Istituto di Scienze Religiose ma molti non hanno una preparazione specifica in campo teologico. La selezione dei docenti avviene da parte del rispettivo ufficio diocesano, che in certi casi procede con criteri poco trasparenti. Il docente, pur se nominato dalla diocesi, deve essere gradito anche al dirigente scolastico, in caso contrario costui può richiederne la rimozione. Ciò crea un certo imbarazzo nel docente che spesso si vede costretto a “compiacere” alle linee educative della dirigenza scolastica della scuola in cui insegna. Il dirigente è avvantaggiato perché le “pratiche”, comprese le sostituzioni in caso di assenza, sono a carico della diocesi e non della propria segreteria, ma nello stesso tempo è preoccupato che i docenti in questione non esprimano posizioni di cultura religiosa troppo forti e alternative. Ci sono poi i dirigenti militanti che nell’orario settimanale collocano le ore di religione cattolica nelle posizioni più adatte a disincentivare l’adesione degli studenti. Del resto, con una quarantina di minuti a disposizione alla settimana, togliendo poi le sospensioni o i rimaneggiamenti del calendario per molti motivi, cosa si può riuscire a dire di fondato?

Le difficoltà ora accennate non sono comunque le più importanti. Il fatto principale è che alla fine non sembra che l’IRC nella scuola pubblica insegni veramente la religione cattolica. Le ore di questo insegnamento vengono riempite da docenti nel modo più vario. Si parla di tutto e, spesso, senza mai parlare della religione cattolica. Si parla di sessualità e amore, di altre religioni cristiane e non cristiane, di fatti di cronaca, di problematiche morali, di educazione civica, di guerra e pace, di ecologia, di politica, di temi scottanti (sempre quelli) come l’evoluzionismo, le crociate o l’inquisizione, di “nuovi diritti”... Ci sono docenti che preparano un programmino organico, ma altri entrano in classe ed improvvisano, spesso lasciando che gli studenti pongano qualche problema per poi suscitare un dialogo attorno ad esso. Alla varietà dei temi trattati, corrisponde la varietà delle convinzioni teologiche dei docenti che sono cattolici in modo spesso molto diverso tra loro.

Va riconosciuto che in molti casi non solo non si parla di religione cattolica, ma si parla anche contro la religione cattolica. I responsabili dei progetti gender nelle scuole statali sono spesso i docenti di religione cattolica, naturalmente senza che l’ufficio diocesano competente abbia nulla da dire. Questo anche perché spesso questi docenti, per avere un “riconoscimento” vero della loro presenza nella scuola, essendo quello di insegnante di religione cattolica piuttosto debole, si impegnano in funzioni di coordinamento didattico.

Sta di fatto che non si ha alcuna certezza che questo insegnamento serva alla religione cattolica. Anzi, si può legittimamente temere che, in generale, la danneggi deformandola e adattandola al gradimento degli studenti, riducendola quando va bene ad un confronto di opinioni, una specie di talk-show scolastico. Per essere accettato, l’insegnante di religione deve adattarsi alle campagne per le quali di volta in volta il potere decide di mobilitare gli studenti: ieri la verità per Giulio Regeni, oggi le tesi di Greta Thunberg o il femminicidio.

La problematica in questione ha anche a che fare con gli Istituti di Scienze religiose. L’ultimo numero della rivista della Facoltà Teologica del Triveneto Studia Patavina riferisce che in Italia sono circa 10 mila i frequentanti questi Istituti e la maggioranza lo fa in vista dell’IRC nella scuola statale. Se questo insegnamento si riducesse sarebbe un guaio perché gli Istituti di Scienze religiose imploderebbero.

Il 10 gennaio scorso il cardinale Zuppi e il ministro Valditara hanno firmato l’accordo per l’immissione in ruolo di cica 6400 insegnanti. La situazione dell’IRC illude la Chiesa italiana di essere efficacemente sul campo quanto a formazione, ma così non è. Essa dipende dallo Stato e dalle ideologie che entrano nella scuola statale. Lo stato di salute di questo insegnamento ci dice che con esso la Chiesa si riduce ad una minoritaria agenzia formativa di una non meglio precisata etica umanisticheggiante. Peccato che non si intravveda alcuna spinta a educare e istruire in proprio.





Nella Messa occorre immolarsi insieme a Gesù





23 GENNAIO 2024



Rubrica a cura di Corrado Gnerre

Da Intimità Divina, di padre Gabriele di Santa Maria Maddalena

1) L’Enciclica Mediator Dei esorta tutti i fedeli a «partecipare al Sacrificio eucaristico non con un’assistenza passiva, negligente e distratta, ma con tale impegno e fervore da porsi in intimo contatto col sommo Sacerdote». Assistere alla Messa non è sufficiente, bisogna prendervi parte: «parteciparvi». 

Nella S. Messa Gesù continua ad immolarsi per noi, ad offrirsi per noi al Padre suo, per attirare su di noi le benedizioni divine. Evidentemente, Gesù si offre mediante il ministero del sacerdote, ma il sacerdote compie l’offerta in nome di tutti i fedeli ed anzi, insieme con essi, come indicano le parole del Canone: «per i quali noi ti offriamo e ti offrono anch’essi questo sacrificio di lode»; ciò vuol dire che anche i fedeli sono invitati ad offrire insieme col sacerdote la Vittima divina, ossia, come insegna la Mediator Dei, «ad unire le loro intenzioni di lode, di impetrazione, di espiazione, di ringraziamento a quelle del sacerdote, anzi, dello stesso sommo Sacerdote».

Come sul Calvario Maria SS.ma non assistette passivamente alla Passione del Figlio suo, ma Ella stessa, associandosi alle intenzioni di lui, volle offrirle al Padre, così noi, assistendo al Sacrificio della S. Messa, possiamo offrire al Padre la Vittima divina che è nostra, perché si è offerta ed immolata per tutti noi. 

Le nostre lodi, le nostre espiazioni, le nostre suppliche sono cose tanto misere, ma quando noi le presentiamo a Dio in unione a quelle di Gesù ed avvalorate dal suo Sacrificio, possiamo ben pensare che gli saranno gradite e verranno esaudite proprio in vista della infinita dignità della Vittima divina. Gesù, Capo del Corpo mistico, si è immolato per noi, suoi membri, ed essendo nostro Capo, ci appartiene: è nostro; è la Vittima che, pur essendosi già totalmente immolata sul Calvario per la nostra salvezza, vuol perpetuare la sua immolazione sui nostri altari, sì che ogni giorno, anzi, ogni ora, noi possiamo trovarla a nostra disposizione e ogni giorno possiamo offrirla al Padre secondo le nostre intenzioni.


2) «Perché l’oblazione, con la quale i fedeli offrono la Vittima divina al Padre celeste, abbia il suo pieno effetto, ci vuole ancora un’altra cosa: è necessario che essi immolino se stessi come vittime» (Med. Dei).

Questo autorevole insegnamento della Chiesa ci esorta a prendere parte alla S. Messa fino a diventare, «insieme con l’Ostia immacolata, una vittima a Dio Padre gradita» (ivi). 

Gesù si è offerto come Vittima al Padre abbracciando in tutto la sua volontà fino a voler morire in croce per la sua gloria; noi ci offriamo come vittime a Dio quando, rinunciando ad ogni nostra volontà che sia contraria alla sua, ci studiamo di confermarci in tutto al suo volere divino, sia mediante l’adempimento esatto dei nostri doveri, sia mediante l’accettazione generosa di tutto ciò che Dio permette per noi. E se il dovere esige sacrificio, se la vita comporta sofferenza, ogni mattina nella S. Messa abbiamo la possibilità di valorizzare al massimo i nostri sacrifici offrendo – come insegna la Mediator Dei – «insieme col divin Capo crocifisso noi stessi e le nostre preoccupazioni, dolori, angustie e miserie».

Sul Calvario Gesù si è immolato da solo per la nostra salvezza, ma sull’Altare Egli vuole associarci alla sua immolazione, perché se il Capo è immolato, immolate devono essere pure le sue membra. Che una povera creatura offra in espiazione a Dio i suoi sacrifici e la sua stessa vita che cosa può valere? Nulla. Perché noi siamo nulla. Ma se questa offerta viene unita a quella di Gesù, allora con lui, per lui, in lui, diventa un’ostia gradita a Dio Padre. 

Ritornando poi alle nostre occupazioni, il ricordo dell’offerta fatta al mattino ci aiuterà ad essere generosi nell’accettazione delle grandi e delle piccole sofferenze quotidiane, mentre il pensiero che, in ogni momento del giorno e della notte, Gesù s’ immola sui nostri altari ci permetterà di associare continuamente i nostri sacrifici al Sacrificio di lui, ci spronerà a vivere realmente come vittime in unione alla Vittima divina. Quanta forza e quanta generosità proviene all’anima da questa viva e continua partecipazione alla S. Messa!

Colloquio – «O Gesù, fa’ che il tuo Sacrificio, il santo Sacrificio dell’altare, sia fonte e modello del mio sacrificio, perché anche la mia vita deve essere un santo sacrificio. Che sia sacrificio è certo, perché la vita è tutta intrecciata di mortificazione, di distacchi, di sofferenza… Ma perché il mio sacrificio sia «santo» come il tuo sul Calvario e nella S. Messa, occorre che sia vivificato, offerto, consumato nell’amore. Gesù, concedimi un grande amore che dia valore al mio sacrificio, che lo renda fecondo per la gloria del Padre, per il trionfo della Chiesa per il bene delle anime.

«O Gesù, o divino Sacerdote, che cosa ti offrirò come materia di sacrificio, come vittima di amore, per partecipare al tuo Sacrificio? Ti offrirò il mio cuore, la mia volontà, il mio stesso amore perché sia tutto trasformato nel tuo. Infatti, proprio di questa perfetta docilità, uniformità, abbandono, Tu mi dai esempio nel tuo santo Sacrificio. Ecco, dunque, l’offerta che faccio io pure: offerta generale, totale ad ogni disposizione della divina Provvidenza, ad ogni volere divino» 

(cfr. Sr. Carmela d. Spirito S., o.c.d.).






lunedì 22 gennaio 2024

Così rispondeva monsignor Lefebvre. Anche replicando a Ratzinger. È veramente incredibile questa guerra alla Tradizione!



22 GEN 2024



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by Aldo Maria Valli


Che fare? 


di monsignor Marcel Lefebvre

Miei cari amici,

penso che voi, usciti dai seminari e oggi nel ministero, voi che avete voluto conservare la Tradizione, abbiate la volontà di essere sacerdoti come sempre, come lo sono stati i santi sacerdoti di una volta, tutti i santi curati e i santi sacerdoti che noi abbiamo potuto conoscere nelle parrocchie. Voi continuate e rappresentate veramente la Chiesa, la Chiesa cattolica. Io credo che dobbiate convincervi di questo: voi rappresentate veramente la Chiesa cattolica.

Non che non ci sia la Chiesa al di fuori di noi; non è di questo che si tratta. Ma in questi ultimi tempi ci è stato detto che era necessario che la Tradizione entrasse nella Chiesa visibile, e io penso che così si commetta un errore molto, molto grave.

Dov’è la Chiesa visibile? La Chiesa visibile la si riconosce dai segni che essa ha sempre offerto della sua visibilità: è una, santa, cattolica e apostolica.

Io vi chiedo: dove sono i veri segni distintivi della Chiesa? Sono principalmente nella Chiesa ufficiale – non si tratta infatti della Chiesa visibile, ma della Chiesa ufficiale – o sono in noi, in noi che conserviamo quell’unità della fede che nella Chiesa ufficiale è scomparsa? Un vescovo crede in una cosa, un altro non ci crede, la fede è diversa, i loro catechismi abominevoli contengono eresie. Dov’è l’unità della fede a Roma?

Dov’è l’unità della fede nel mondo? Siamo noi che l’abbiano conservata. L’unità della fede realizzata nel mondo intero è la cattolicità. Ora, questa unità della fede nel mondo intero non esiste più, quindi praticamente non vi è più cattolicità. Vi sono tante Chiese cattoliche quanti vescovi e diocesi. Ciascuno ha il suo modo di vedere, di pensare, di predicare, di fare catechismo. Non vi è più cattolicità.

L’apostolicità? Essi hanno rotto con il passato.
Se c’è qualcosa che hanno fatto è proprio questo. Essi non vogliono più niente di quanto c’è stato prima del Vaticano II. Guardate il motu proprio col quale il Papa ci condanna: vi è scritto che “la Tradizione vivente è il Vaticano II”. Non bisogna rifarsi a prima del Vaticano II, quello non significa niente. La Chiesa porta con sé la Tradizione di secolo in secolo. Quello che è passato è passato, sparito. Tutta la Tradizione si trova nella Chiesa di oggi.

Qual è questa Tradizione? A che cosa si ricollega? Come si ricollega al passato?

È questo che permette loro di dire il contrario di ciò che è stato detto una volta, continuando a pretendere di essere i soli a conservare la Tradizione.

È questo che ci chiede il Papa: sottometterci alla Tradizione “vivente”. Noi avremmo una cattiva concezione della Tradizione, perché essa è “vivente” e quindi evolutiva. Ma questo è l’errore modernista: il santo Papa Pio X, nell’enciclica Pascendi, condanna queste espressioni di “Tradizione vivente, Chiesa vivente, fede vivente” eccetera, nel senso in cui le intendono i modernisti e cioè nel senso dell’evoluzione che dipende dalle circostanze storiche.

La verità della Rivelazione, la spiegazione della Rivelazione, dipenderebbero dalle circostanze storiche.

L’apostolicità: noi siamo collegati agli Apostoli tramite l’autorità. Il mio sacerdozio viene dagli Apostoli, il vostro sacerdozio viene dagli Apostoli. Noi siamo i figli di quelli che ci hanno conferito l’episcopato. Il nostro episcopato discende dal santo Papa Pio V e tramite lui noi risaliamo agli Apostoli. Quanto all’apostolicità della fede, noi crediamo la stessa cosa che credevano gli Apostoli. Non abbiamo cambiato nulla e non vogliamo cambiare nulla.

E poi, la santità. Non bisogna farsi dei complimenti o delle lodi. Se non vogliamo considerare noi stessi, consideriamo gli altri e consideriamo i frutti del nostro apostolato, i frutti delle vocazioni, dei nostri religiosi e delle nostre religiose e anche i frutti nelle famiglie cristiane. Grazie al vostro apostolato, nascono buone e sante famiglie cristiane. Questo è un fatto, nessuno lo nega. Perfino i nostri visitatori progressisti di Roma hanno constatato la buona qualità del nostro lavoro. Quando monsignor Perl diceva alle suore di Saint-Pré e alle suore di Fanjeaux che è su basi come le loro che bisognerebbe ricostruire la Chiesa, non siamo di fronte a un piccolo complimento.

Tutto questo dimostra che siamo noi che abbiamo il segno della Chiesa visibile
. Se oggi vi è ancora una visibilità della Chiesa, è grazie a voi. Questi segni non si trovano più negli altri. Da loro non c’è più l’unità della fede, e la fede è la base di ogni visibilità della Chiesa.

La cattolicità è la fede unica nello spazio. L’apostolicità è la fede unica nel tempo, e la santità è il frutto della fede, che si concretizza nelle anime con la grazia del buon Dio, con la grazia dei sacramenti. È del tutto falso considerarci come se non facessimo parte della Chiesa visibile. È inverosimile. È la Chiesa ufficiale che ci rigetta, non noi che rigettiamo la Chiesa. Noi siamo sempre uniti alla Chiesa romana e anche al Papa, sicuro, al successore di Pietro. Io penso che sia necessario che noi si abbia questa convinzione, per non cadere negli errori che si stanno diffondendo adesso.

Uscire dalla Chiesa?

Certo, ci si potrebbe obiettare: “Bisogna obbligatoriamente uscire dalla Chiesa visibile per non perdere la propria anima, uscire dalla società dei fedeli uniti al Papa”.

Non siamo noi a uscire dalla Chiesa, ma i modernisti. Quanto a dire “uscire dalla Chiesa visibile”, non bisogna sbagliare assimilando la Chiesa ufficiale alla Chiesa visibile.

Noi apparteniamo alla Chiesa visibile, alla società dei fedeli sotto l’autorità del Papa, poiché noi non ricusiamo l’autorità del Papa, ma ciò che egli fa. Noi riconosciamo al Papa la sua autorità, ma quando egli se ne serve per fare il contrario di ciò per cui gli è stata data tale autorità, è evidente che non lo si può seguire.

Uscire, dunque, dalla Chiesa ufficiale?

In una certa misura sì, evidentemente. Tutto il libro di Jean Madiran, L’Hérésie du XX siécle, è la storia dell’eresia dei vescovi. Bisogna dunque uscire da questo ambiente dei vescovi, se non si vuol perdere la propria anima.

Ma questo non basta, poiché l’eresia si è installata a Roma. Se i vescovi sono eretici – anche senza prendere questo termine nel senso canonico con le relative conseguenze – questo non avviene senza l’influenza di Roma.

Se noi ci allontaniamo da questa gente, è esattamente come facciamo con le persone che hanno l’Aids. Non vogliamo essere contagiati. Ora, essi hanno l’Aids spirituale, hanno malattie contagiose. Se si vuole conservare la salute, non bisogna frequentarli.

Sì, il liberalismo e il modernismo si sono introdotti nel Concilio e all’interno della Chiesa. Si tratta delle idee rivoluzionarie, le idee della Rivoluzione, che erano nella società civile e sono passate nella Chiesa. Peraltro, il cardinale Ratzinger non lo nasconde: sono idee non della Chiesa, ma del mondo, eppure essi ritengono di doverle far entrare nella Chiesa.

Ora, le autorità non hanno cambiato di uno iota le loro idee sul Concilio, il liberalismo e il modernismo. Idee che sono anti-Tradizione, contro la Tradizione come l’intendiamo noi e come l’intende la Chiesa. Questo non fa parte della loro concezione.

Trattandosi di una concezione evolutiva, essi sono contro questa Tradizione fissa alla quale noi ci atteniamo. Noi riteniamo che tutto quello che ci insegna il catechismo ci venga da Nostro Signore e dagli Apostoli e che non vi sia niente da cambiare. È chiaro. I tre quarti del catechismo ci vengono da Nostro Signore: perché cambiarlo? Noi non possiamo farlo evolvere. Il Credo, i Comandamenti di Dio, i mezzi per salvarci, i sacramenti, il Santo Sacrificio della Messa e la preghiera, tutto questo ci viene direttamente da Nostro Signore. Tutto questo è il nostro catechismo, che in generale ci viene dato col nostro battesimo, che ci viene consegnato. È il nostro statuto dal momento che Nostro Signore ha voluto che tutti fossero battezzati, che tutti adottassero il Credo, il Decalogo, i sacramenti che Lui ha istituito, al pari del Santo Sacrificio della Messa e delle preghiere. Per costoro, invece, tutto evolve, ed è evoluto col Vaticano II. Lo stadio attuale dell’evoluzione è il Vaticano II. Ecco perché non possiamo legarci a Roma. Avremmo potuto, se fossimo arrivati a proteggerci completamente come avevamo richiesto. Ma essi non hanno voluto. Essi ci hanno rifiutato i membri da noi richiesti nella Commissione, ci hanno rifiutato il numero dei vescovi che chiedevamo, ci hanno rifiutato il numero di vescovi che avevo presentato. È chiaro: non vogliono che noi si sia protetti. Essi vogliono che noi si sia direttamente sotto di loro, per poterci imporre ufficialmente questa politica anti-Tradizione di cui sono imbevuti.

Un esempio ci dimostra che nello spirito dei romani non è cambiato alcunché: il 1° maggio, a Venezia, si è tenuto un congresso molto importante sulla libertà religiosa nell’attuale situazione politica. Era diretto dal rettore dell’Università del Laterano, monsignor Pietro Rossano, noto per le sue idee molto liberali, e da monsignor Pavan, che praticamente è l’autore di tutti i documenti sociologici pubblicati a partire da Papa Giovanni XXIII, tutti i documenti che riguardano la società. Le encicliche dei papi Giovanni XXIII, Paolo VI e Giovanni Paolo II sono state praticamente redatte da lui. È questo il grand’uomo secondo il Vaticano.

Sono stati questi due prelati che hanno preparato e diretto la riunione di Venezia sulla libertà religiosa nella situazione politica. Ed è molto interessante notare che, a proposito della libertà religiosa, essi dicono: “Cambiamento di concezione della libertà religiosa”. Essi non si nascondono. Parlano delle influenze della seconda guerra mondiale. Cercano motivazioni lontane: già sotto Pio XII si realizza una presa di coscienza della libertà religiosa, nella tragedia della seconda guerra mondiale. Questo ha permesso, per usare una frase stereotipata, il passaggio dal diritto della verità al diritto della persona.

Esaminiamo meglio la cosa. Il diritto della verità ci insegna che vi è la libertà della vera religione, ma che l’uomo non ha la libertà di scegliere la sua religione, di scegliere la verità. Noi siamo indubbiamente fatti e creati con una intelligenza e una volontà libere, ma questa libertà deve servire solo per aderire alla verità e non per altro. Poiché un legame fondamentale, essenziale, unisce la libertà alla verità. Rompere questo legame per dire “a partire da oggi abbiamo capito che non si tratta più di legare la libertà alla verità, ma la libertà alla natura umana” è un errore fondamentale. La nostra stessa natura, con l’intelligenza e la volontà, è fatta per aderire alla verità. Mentre invece oggi, e gli autori del congresso di Venezia lo scrivono nella loro relazione, si sopprime il diritto della verità, questo legame che per natura unisce il soggetto alla verità, per rimpiazzarlo con un diritto della persona, un diritto completamente indipendente. Questo diritto sarebbe fondato sulla natura, ma considerata nella sua dignità di soggetto libero, cioè autonomo e senza legami. E gli autori precisano che questo dev’essere particolarmente vero in materia religiosa, che attiene all’orientamento della vita. È stupefacente. Come se si potessero cambiare i contenuti più profondi della natura. Dio ci ha creati così per la verità, non ci ha dato la libertà per conseguire l’errore. Non è possibile. Noi non abbiamo diritto all’errore. Ora, in pratica, è in questo che consiste il diritto alla libertà religiosa: permettere alla natura di scegliere liberamente la sua verità, significa darle un diritto all’errore.

E tutti gli Stati dovrebbero accettarlo, senza opporvisi nei limiti dell’ordine pubblico. Ma l’ordine pubblico è molto ampio! Queste società dovrebbero accettare l’ecumenismo, la laicizzazione degli Stati, la libertà dei culti. Dovrebbero riconoscere come linee direttive tutto ciò che l’uomo può far sorgere dalla profondità di sé, le idee che può avere, i concetti religiosi che si forgia da se stesso.

E una volta affermata la libertà religiosa, essi riaffermano il principio assolutamente rivoluzionario della Dichiarazione dei diritti dell’uomo. Un principio veramente satanico: “Non serviam”, “non voglio servire”, non voglio essere sottomesso alla verità. Ma il buon Dio ci impone una verità, è così. “Colui che non crederà sarà condannato”. Il principio della libertà non esiste e non può esistere.

Tenevo a dirvi tutto questo, perché si vede che Roma non è cambiata per niente. Non è un’accusa campata in aria, ma scaturisce dalla relazione ufficiale della riunione di Venezia, poco tempo fa, il 1° maggio scorso. Il rettore dell’Università del Laterano è il capo di tutta la formazione universitaria della Chiesa di Roma. Si tratta dei rappresentanti ufficiali di Roma. Ed ecco ciò che affermano. Non è cambiato niente. Noi non possiamo seguire gente come questa. Qui si tratta di errori gravi, profondi.

Qualunque cosa accada, noi dobbiamo continuare così, e il buon Dio ci mostra che seguendo questa strada noi facciano il nostro dovere. Noi non neghiamo la Chiesa romana. Noi non neghiamo la sua esistenza, ma non possiamo seguirne le direttive. Non possiamo seguirne i principii a partire dal Concilio. Non possiamo legarci.

Mi sono accorto di questa volontà di Roma di volerci imporre le loro idee e il loro modo di vedere
. Il cardinale Ratzinger mi diceva sempre: “Ma monsignore, vi è una Chiesa sola, non bisogna fare una Chiesa parallela”.

Qual è questa Chiesa, per lui? La Chiesa conciliare, è chiaro.

Quando ci dice in modo esplicito: “Chiaramente, se vi si accorda questo protocollo, alcuni privilegi, voi dovrete accettare anche quello che noi facciamo, e di conseguenza, nella chiesa di Saint- Nicolas-du-Chardonnet bisognerà dire anche una Messa nuova tutte le domeniche”, voi capite bene che egli vuole ricondurci alla Chiesa conciliare.

Questo non è possibile, perché è chiaro che essi vogliono imporci queste novità per farla finita con la Tradizione. Essi non accordano qualcosa per stima della liturgia tradizionale, ma semplicemente per ingannare coloro a cui l’accordano e diminuire la nostra resistenza, infilare un cuneo nel blocco tradizionale, per distruggerlo.

È la loro politica, la loro tattica cosciente. Essi non si sbagliano, e voi conoscete le pressioni che esercitano. Tra di voi, alcuni sono stati avvicinati dal vescovo o da questo o da quello, per lasciare la Tradizione. Essi fanno sforzi considerevoli dappertutto.

Le suore di Saint-Pré sono state visitate dal padre Philippe, che ha cercato di indottrinarle. Ma è stato accolto a dovere, ve l’assicuro! Il vescovo di Carcassonne ha fatto offerte d’amicizia e di comprensione alle suore di Fanjeaux tramite il nostro padre Pozzera. E così facendo si è fatto mettere a posto. Ma essi continuano. Ritorneranno. Il padre Innocent-Marie mi ha telefonato recentemente per dirmi che era stato oggetto di pressioni da parte del vescovo di Angers. Non cesseranno di provare ad averci. È veramente incredibile questa guerra alla Tradizione.

Ma il buon Dio non permetterà che noi si sparisca. Dopo le consacrazioni, io mi aspettavo quanto meno una certa diminuzione di presenze nelle nostre parrocchie, forse il 25%, e che poi la diminuzione sarebbe rientrata dolcemente. Sotto lo choc, con i titoli a caratteri cubitali (“Scomunica, scisma, rottura eccetera) i giornali ne approfittano, e lo fanno per vendere. Mi dicevo: certi avranno paura e non ci seguiranno. Ma, vedete, il buon Dio mostra che le persone hanno del buon senso ed ecco che non s’è mai vista tanta gente nelle nostre parrocchie e nei nostri centri. Vi è un afflusso considerevole dappertutto. E questo è quanto meno consolante.

Le nostre vocazioni avrebbero potuto diminuire, e invece sono aumentate. Per esempio, le nostre suore di Saint-Michel-en-Brenne, che da un po’ di anni erano preoccupate per le poche vocazioni, quest’anno ne hanno dieci, cosa che non hanno mai avuto. Queste sono prove della benedizione del buon Dio, benedizione che viene certo dalle consacrazioni. Madre Marie-Jude mi scrive: “Questo è il risultato delle consacrazioni, monsignore!”

Io credo, e voi lo sapete meglio di me, poiché siete più a contatto di me con il popolo fedele, che è stata donata una grazia particolare, un nuovo fervore, un nuovo desiderio di darsi alla Tradizione, grazia consolante e certamente incoraggiante. Ringraziamo il buon Dio che ci benedice e andiamo avanti, molto semplicemente.

Penso che bisogna preoccuparsi di evitare tutto ciò che potrebbe manifestare, con espressioni un po’ troppo dure, la nostra disapprovazione per coloro che ci lasciano. Non rivolgiamo loro epiteti che potrebbero essere presi come ingiuriosi. Questo non ci serve a niente, anzi. Personalmente ho avuto sempre questo atteggiamento verso tutti quelli che ci hanno lasciato, e Dio sa ce ne sono stati nel corso della storia della Fraternità. La storia della Fraternità è quasi una storia di separazioni. Ed io ho sempre tenuto questo come principio: niente più relazioni, è finita. Essi ci lasciano, vanno verso altri pastori? Niente più relazioni. Sia quelli che sono andati via come “sedevacantisti”, sia quelli che sono andati via perché noi non saremmo abbastanza papisti, tutti hanno provato a trascinarci in una polemica, ma io non ho mai risposto una parola. Io prego per loro, e basta.

Così, nessuno di loro può tirar fuori una lettera dal cassetto e dire: “Ecco come mi ha trattato il monsignore, ecco ciò che mi detto”. Perché il solo fatto di scrivere li porta a pretendere: “Vedete, io sono d’accordo con monsignor Lefebvre, egli mi ha ancora scritto otto giorni fa”. E allora bisognerebbe subito denunciare: “Io ho scritto, ma non ho detto che ero d’accordo”. E poi ancora una lettera e quindi la polemica. Non ci si può infilare in questo ingranaggio. Bisogna lasciar perdere. Io credo che non ci sia niente che possa farli riflettere ed eventualmente farli ritornare a noi. Non sono molti quelli che sono rientrati. In ogni caso, non possono dire che noi siamo stati sgradevoli con loro o che gli sia stato fatto un torto. Io penso che sia il migliore dei modi, salvo che non vi siano delle affermazioni assolutamente menzognere. Allora si renda noto un comunicato per rettificare, come ha fatto il superiore generale per la dichiarazione di dom Gérard. Questo è normale. Ma posso dire che se si instaura una corrispondenza, si può continuare indefinitamente e allora sfortunatamente si arriva facilmente a dire delle cose di cui poi ci si pente, e che non sono caritatevoli.

Ecône, 9 settembre 1988

Fideliter, n. 66, novembre – dicembre 1988




Pagare gli agricoltori per non coltivare. Sembra assurdo ma è così.




Segnalazione dei lettori. Qui l'indice degli articoli sulla realtà distopica.
Pagare gli agricoltori per non coltivare.
Sembra assurdo ma è così.


21 gennaio 2024


Antonio Margheriti

Nei campi ci saranno erbacce oppure affittati per pannelli solari e pale eoliche. Gli attrezzi e i macchinari andranno in rovina o venduti, l’esperienza di generazioni scomparirà, una cultura millenaria si dissolverà e tornare a fare l’agricoltore sarà molto difficile se non impossibile. 

Così poche multinazionali produrranno ciò che vogliono, come vogliono, ai prezzi che vogliono e con le porcherie che vogliono.

Le loro schifezze avvelenate saranno l’unico alimento per il bestiame e così anch’esso diventerà una porcheria.

Un mostro di società a misura dei mostri che comandano.

Il malcontento si riflette anche in Francia, dove le proteste hanno incluso blocchi stradali e atti di vandalismo. Nei Paesi Bassi e in Belgio, le manifestazioni hanno riguardato l'introduzione di oneri finanziari maggiori per l'uso di fertilizzanti e reflussi zootecnici con azoto. In Olanda, il dissenso agricolo ha persino portato alla nascita di un nuovo partito politico, il Boer Burger Beweging. In Italia, invece, finora non si registrano proteste significative, ma si osserva un crescente interesse verso le azioni dei colleghi europei. (M.G.)

* * *

Non solo in Germania, anche in Italia a Vercelli gli agricoltori sono in rivolta - troppo morbida ahimè anche perché vengono prontamente criminalizzati dagli squadristi dell'apparato mediatico - perché una "mano invisibile" che viene da Bruxelles ha stabilito che le storiche coltivazioni di riso della zona, ottima qualità, devono essere distrutte e sostituite con pannelli fotovoltaici.

Lo stesso succede in Germania, e gli agricoltori l'hanno capito: è necessario sottomettere i popoli europei distruggendone completamente l'autonomia alimentare, di modo da dipendere dai papponi sintetici "a credito" di una mezza dozzina di multinazionali americane, peraltro in mano ai soli globo-oligarchi, tra cui Gates.

In tutto questo, i "patrioti" al governo come al solito, impegnati come sono a occuparsi della "futura ricostruzione dell'Ucraina" immaginaria, dove stanno, voi li avete visti? C'era pure un ministro del "made in Italy" - e mai ossimoro fu più eloquente - che però era interessato molto più al made in Ucraina a babbo morto.









domenica 21 gennaio 2024

Quando si fa la volontà di Dio, si fa tutto ciò che occorre fare






Da Regolamento di vita, di Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, IV

Diceva Santa Maria Maddalena de’ Pazzi: Ogni gran pena riesce gustosa, quando si mira Gesù Cristo in croce, ed il Beato Giuseppe Calasanzio soggiunge: Non sa guadagnarsi Gesù Cristo, chi non sa patire per Gesù Cristo

Chi ama dunque Gesù Cristo, sopporta con pazienza tutte le croci esterne: infermità, dolori, povertà, disonori, perdite di parenti e di amici, e tutte le croci interne: angustie, tedi, tentazioni e desolazioni di spirito, e tutto soffre con pace. 

All’incontro, chi nelle tribolazioni s’impazientisce, e si adira, che fa? Accresce il suo patire, e si accumula più pene per l’altra vita. 

Scrisse Santa Teresa: La croce si sente da chi la trascina per forza; ma chi l’abbraccia di buona voglia non la sente. Onde diceva poi San Filippo Neri: In questo mondo non v’è purgatorio; o vi è paradiso o inferno: chi sopporta le tribolazioni con pazienza, ha il paradiso; chi no, l’inferno. (…). 

Nelle infermità si scopre lo spirito delle persone; si scopre se sono oro o piombo. Alcuni sono tutti devoti ed allegri, quando stanno bene di salute; ma quando poi sono visitati da qualche malattia, perdono la pazienza, si lamentano di tutti, si abbandonano alla malinconia, e cadono in mille difetti: ecco l’oro scoperto che è piombo. 

Diceva san Giuseppe Calasanzio: Se vi fosse pazienza negli infermi, non vi sarebbero più lamenti. 

Alcuni si lamentano con il dire: Ma stando così, non posso andare alla Chiesa, comunicarmi, sentir Messa: insomma non posso far niente. Non potete far niente? Fate tutto, quando fate la volontà di Dio. Ditemi: perché volete fare queste cose che avete dette? per dar gusto a Dio? E questo è il gusto di Dio: che voi abbracciate con pazienza ciò che patite, e lasciate tutte le altre cose che vorreste fare: Si serve Dio (scrive San Francesco di Sales) più con il patire che con l’operare.