venerdì 9 febbraio 2024

Egoista, padrone, amaro, zitellone, aristocratico, nevrotico. Il prete, secondo Bergoglio




09 FEB 2024


by Aldo Maria Valli

Sarebbe interessante capire perché il papa riserva sempre espressioni dure ai sacerdoti. Nel discorso ai partecipanti al convegno internazionale sulla formazione permanente dei sacerdoti [qui], Francesco ha usato di nuovo parole aspre.

«Quando noi troviamo sacerdoti che non hanno quella capacità di servizio, forse egoisti, sacerdoti che hanno preso un po’ la via “imprenditoriale”, allora hanno perso questa capacità di sentirsi discepoli, si sentono padroni».

«Un sacerdote amaro, un sacerdote che ha l’amarezza nel cuore è uno “zitellone”!».

«O è del popolo di Dio è un aristocratico che finisce nevrotico».

Egoista, padrone, amaro, zitellone, aristocratico, nevrotico. Che profilo!

O il papa è molto sfortunato e conosce solo pessimi preti, oppure ha una visione del prete, quanto meno, distorta.

Amici argentini mi dicono che in realtà Bergoglio quando parla così parla di sé stesso. Mah.

Certo che risulta strana questa sua visione del prete. Specie se la mettiamo a confronto con la sua richiesta, contenuta anche nel discorso dell’altro giorno, di essere teneri, di “coltivare quella tenerezza che si vede anche nelle persone in difficoltà”.

Ecco, magari un po’ di tenerezza anche verso i preti non guasterebbe. O no?





Il Papa e i gay: quando il "bene" è ridotto a sentimento



Nell'ultima intervista il Pontefice ritorna sulle benedizioni alle coppie omosessuali: nessuno scandalo, conta l'affetto. Ma non ogni affetto è buono, a meno di elevare l'emotività a metro di giudizio.


FIDUCIA SUPPLICANS

EDITORIALI 





Si chiama Miranda warning e di certo voi tutti l’avete sentita almeno una volta. Recita così: «Lei ha il diritto di rimanere in silenzio. Qualsiasi cosa dirà potrà essere e sarà usata contro di lei in tribunale». Pare che Papa Francesco, quando si perita di illustrare il verso significato della dichiarazione Fiducia supplicans (FS), non abbia seguito il prudente monito contenuto in questo avviso della polizia statunitense.

Il Pontefice è stato intervistato dalla rivista Credere, del gruppo Periodici San Paolo. Intervista che è uscita ieri. Tra i molti argomenti si è toccato anche quello delle benedizioni delle coppie omosessuali. Il direttore di Credere, don Vincenzo Vitale, fa presente al Papa che FS ha provocato reazioni di diversa natura. Francesco così ribatte: «Nessuno si scandalizza se do la benedizione a un imprenditore che magari sfrutta la gente: e questo è un peccato gravissimo (qui la voce si fa molto seria, ndr). Mentre si scandalizza se la do a un omosessuale... Questo è ipocrisia! Ci dobbiamo rispettare tutti. Tutti!». A parte il fatto che non è proprio vero che nessuno si scandalizza se si impartisce una benedizione ad un imprenditore che notoriamente sfrutta i propri dipendenti, il significato dell’equivalenza “benedizione imprenditore disonesto” e “benedizione persona omosessuale” non è presente in FS, perché ciò che fa problema in questo documento non è la possibilità di benedire la persona peccatrice – facoltà da sempre presente nella Chiesa – bensì la possibilità di benedire il peccato, ossia la benedizione non della singola persona omosessuale, ma della coppia omosessuale.

Che FS riguardi esclusivamente la benedizione delle coppie omosessuali e irregolari è esplicitato dal paragrafo III dello stesso documento che riporta il seguente titolo: «Le benedizioni di coppie in situazioni irregolari e di coppie dello stesso sesso». Esplicitazione che prosegue al n. 31: «Nell’orizzonte qui delineato si colloca la possibilità di benedizioni di coppie in situazioni irregolari e di coppie dello stesso sesso». Dunque il Papa non sta spiegando il senso di FS quando parla della liceità di benedire la singola persona omosessuale, perché FS tratta delle benedizioni di coppie omosessuali. Quindi in chi contesta FS non c’è ipocrisia, ma una banale capacità di leggere un documento e comprenderne il senso letterale.

E così arriviamo alla successiva domanda del direttore: «Alcuni obiettano: come si può benedire una coppia di gay che si presenta?». Risposta di Francesco: «Ma io non benedico un “matrimonio omosessuale”, benedico due persone che si vogliono bene». Qui si aprono almeno tre questioni tutte molto problematiche. La prima: l’illiceità morale di benedire una coppia omosessuale non deriva, in prima battuta, dalla possibilità che questa benedizione mimi la benedizione di una coppia di sposi. La relazione omosessuale è da rigettare in sé, proprio perché intrinsecamente disordinata, al di là del fatto che arrechi un danno anche all’istituto del matrimonio. Quindi anche nel caso in cui fosse fugato ogni pericolo di fraintendimento che quella benedizione alla coppia gay non è un matrimonio, rimarrebbe comunque illecito benedire tale coppia.

Secondo aspetto critico della risposta del Papa: prima Sua Santità ci aveva detto che la benedizione riguardava il singolo, ora parla di due persone che si vogliono bene. Ma due persone che si vogliono bene costituiscono una relazione, una coppia. Dunque ora il Papa sta parlando di una coppia da benedire. La validità di questa interpretazione è avvalorata anche dal paragone che il Papa fa con la benedizione di un matrimonio. Perché tirare in ballo il matrimonio se si sta parlando di benedire solo il singolo? Come si potrebbe fraintendere che la benedizione del singolo appaia come una benedizione nuziale? Se citi il matrimonio vuol dire che la benedizione riguarda la coppia, non due singoli che non hanno una relazione tra loro.

Terzo aspetto problematico, il più problematico: il Papa ha affermato che una coppia omosessuale è composta da «due persone che si vogliono bene». Ma due persone omosessuali credono di volersi bene – così come lo crede Francesco – ma in realtà non si vogliono bene perché l’omosessualità non è un bene, è un male. Aristotele nella Retorica scrive che «amare è volere il bene di qualcuno» (II), un bene vero, oggettivo, non apparente. Qui sta il punto: se due gay si volessero autenticamente bene sarebbe lecito benedire la loro relazione. Dunque l’errore su cui si fonda FS è proprio questo: pensare che due persone omosessuali si possano amare.

Il Catechismo della Chiesa cattolica spiega perché gli atti omosessuali e quindi le relazioni omosessuali sono un male morale: «Sono contrari alla legge naturale. Precludono all'atto sessuale il dono della vita. Non sono il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale» (2357). Breve spiegazione di questi tre motivi. In primo luogo noi tutti abbiamo una inclinazione naturale affettiva verso persone di sesso diverso. Come faccio a provare che non esiste anche una inclinazione naturale di senso contrario? Si arriva alla seconda motivazione: se esistesse una inclinazione naturale omosessuale questa porterebbe all’unione carnale e il rapporto sessuale per sua natura è aperto alla vita. Invece il rapporto carnale omosessuale per sua intima struttura è infecondo. E dunque come potrebbe madre natura incardinare in alcune persone una inclinazione naturale che mira ad un fine impossibile da soddisfare? Sarebbe una contraddizione. Tommaso d’Aquino: «Ora, tutto ciò che rende un'azione inadatta al fine inteso dalla natura, va definito come contrario alla legge naturale» (Summa Theologiae Supp. 65, a. 1 c. Qui un approfondimento). Infine la tensione verso l’altro nasce anche da desiderio di avere ciò che io non ho: ecco la complementarietà che esige la differenza (etero) e non l’uguaglianza (omo) tra gli amanti. L’uomo è attratto dalla donna (e viceversa) perché diversa da lui e quindi perché lo può completare.

Se quindi l’omosessualità non è un bene morale, volere il bene dell’altra persona esigerebbe la decisione di troncare la relazione omosessuale, non di continuare la stessa. Vi sono condizioni – come l’omosessualità – ed atti – come le condotte omosessuali – che sono sempre un male per tutti, per i motivi prima illustrati. Chi le vuole per sé e per gli altri non ama sé e gli altri. Dunque è falso affermare che esiste l’amore omosessuale: è una contraddizione in termini. E dunque, anche se stride con il politicamente corretto, è falso affermare che due persone omosessuali si possono volere bene. È impossibile che si possano volere bene, quando gli atti dell’uno verso l’altro sono informati dall’affetto omosessuale. Perché non ogni affetto o sentimento che si percepisce come buono è buono realmente. Vi sono affetti innaturali, distorti, perversi. Meramente per esemplificare, l’affetto che la donna violentata e vilipesa prova per il suo fidanzato, marito, compagno violento è un affetto malato, tossico perché schiavo di una dipendenza.

Tommaso d’Aquino spiega: «è chiaro che l'uomo viene a subire un cambiamento nelle sue disposizioni secondo l'alterazione dell'appetito sensitivo. Infatti, un uomo sotto l'influsso di una data passione considera conveniente, quello che mai considererebbe tale libero dalla passione; quando uno, per esempio, è adirato, gli sembra conveniente, quello che quando è calmo gli ripugna» (Summa Theologiae, I-II, q. 9, a. 2 c). Sotto l’influsso della passione omosessuale è evidente che si possa giudicare buona la relazione omosessuale. Ma la retta ragione, che riesce a smarcarsi dai condizionamenti delle passioni, non può certificare come buone tutte le pulsioni che si agitano nell’intimo della persona, ma le deve discernere – verbo tra l’altro caro ai teologi bergogliani – alla luce della dignità personale.






giovedì 8 febbraio 2024

“L’inferno non è vuoto: lo dice la Parola di Dio”



Marco Tosatti

Carissimi StilumCuriali, un amico fedele del nostro sito mi segnala questo articolo de L’Investigatore Biblico, che ringraziamo per la cortesia. Buona lettura e diffusione.





Il tema di questo breve articolo non è un argomento nuovo.

Già discusso nelle sedi di teologia, riprendo la questione, ispirandomi ad un’affermazione fatta dal Papa di recente.

Mi auguro di non entrare nel vortice della polemica, in quanto questo scritto non è incentrato sulla figura di Francesco, di cui mantengo il rispetto che si addice al Successore di Pietro.

Detto questo, sono sereno nel dire con onestà che il Papa può sbagliare nelle sua affermazioni personali, e l’infallibilità – di cui dovrebbero scriversi righe superiori alle mie – riguarda le materie di fede e morale.

Andando al punto, nell’ultima intervista alla trasmissione di Fabio Fazio, il Pontefice si è espresso (in modo personale) con le seguenti parole: “A me piace pensare l’inferno vuoto” Papa Francesco sdogana l’inferno vuoto: “È una mia cosa personale, non un dogma” – Libero Quotidiano

Per spirito di precisione, non è la prima volta che Papa Francesco lo afferma. Non è nemmeno il primo, se è per questo.

Hanno sostenuto questa tesi diversi teologi, moderni e contemporanei.

Ne sono un esempio Von Balthasar, Teilhard de Chardin, Karl Rahner, e tanti altri, fino ad arrivare ad Arturo Sosa, l’attuale Superiore Generale dei Gesuiti.

Senza dubbio il pensiero personale Papa è permeato da questo filone della teologia attuale, che definirei liquida.

Dovremmo, tuttavia, per risolvere questo rompicapo, fare più attenzione alla Parola di Dio.

Senza la necessità addentrarci nell’ambito delle Rivelazioni private o delle Apparizioni riconosciute dalla Chiesa (vedi Fatima), un versetto ci dimostra proprio il contrario: l’inferno non è vuoto.

Non mi riferisco alla Parabola del ricco epulone, in cui viene addirittura esplicato quell’abisso che separa i dannati dal resto (Lc 16,19-31 – CEI 1974): molti teologi, a riguardo, hanno obiettato che si trattasse solo di una Parabola.

Altri, parallelamente, hanno affermato che Gesù, pur parlando di fuoco eterno, non ha mai indicato qualcuno effettivamente presente nell’inferno.

Leggiamo a questo punto la Lettera di Giuda al versetto 7:

“Così Sodoma e Gomorra e le città vicine, che si sono abbandonate all’impudicizia allo stesso modo e sono andate dietro a vizi contro natura, stanno come esempio subendo le pene di un fuoco eterno” (Giuda 7).

In questo caso si afferma che Sodoma e Gomorra stanno effettivamente subendo le pene di un fuoco eterno, pertanto, almeno una parte degli abitanti di quelle città (persone fisiche, non fantasmi) subiscono una pena che la Scrittura definisce eterna. Ergo, l’inferno.

Per questo affermare che l’inferno sia vuoto, non è ciò che la Parola di Dio ci ha riportato.

Sempre che si creda – ed è necessario specificarlo, a questo punto – che la Scrittura sia Parola di Dio.

Investigatore Biblico





Per l’Unione Europea l’odio anticristiano è trascurabile







24 GENNAIO 2024

Il Parlamento Europeo

In Europa, il numero dei crimini d’odio contro i cristiani aumenta anno dopo anno, così come la discriminazione legale legata alla loro libertà di espressione e di coscienza. Nonostante ciò, l’Unione Europea ignora l’odio anticristiano nella sua comunicazione del 6 dicembre 2023 "Non c’è posto per l’odio: un’Europa unita contro l’odio".

Il 6 dicembre 2023 la Commissione europea ha lanciato un appello "a tutti gli europei affinché agiscano contro l’odio e sostengano la tolleranza e il rispetto". Ma nel testo si parla di "comunità ebraica e musulmana". E i cristiani? Eppure, in Europa il numero dei crimini d’odio anticristiani è in costante aumento.

L’Osservatorio sull’intolleranza e la discriminazione contro i cristiani in Europa (OIDAC Europe) ne conta 748 nel 2022, rispetto ai 519 del 2021, con un incremento del 44%: si tratta di incendi dolosi, graffiti, profanazioni, furti, aggressioni fisiche, insulti e minacce. La ONG deplora inoltre l'aumento degli attacchi in prossimità delle festività cristiane, come Pasqua e Natale.

I crimini commessi da gruppi organizzati stanno diventando sempre più visibili, in particolare i crimini provenienti da "gruppi politici di estrema sinistra, come Antifa, femministe radicali o gruppi LGBTIQ", ma anche "gruppi satanisti e gruppi islamici radicali". La Germania subisce il maggior numero di crimini anticristiani (231), seguita da Italia (146) e Francia (106).


Fatti anticristiani senza cristianofobia secondo le statistiche francesi

In Francia, gli atti anticristiani sono aumentati dal 2021 al 2022 (923 atti, +8%), secondo i dati del Servizio centrale di intelligence territoriale (SCRT). Costituiscono il 60% degli atti antireligiosi, ma sono messi in prospettiva: "Sono pochissimi gli atti anticristiani che sono veramente offensivi per la religione". Circolare, niente da vedere.

Ma il numero degli atti antireligiosi in generale, e degli atti anticristiani in particolare, è ampiamente sottostimato. L’OIDAC osserva che "la sensibilità dell’argomento e le poche risorse e organizzazioni investite nella denuncia dei crimini d’odio anticristiani ci portano a credere che questo problema sia ancora sottostimato".


Valori cristiani criminalizzati in Europa

Inoltre, l'OIDAC constata il violento rifiuto dei valori cristiani, "in particolare di quelli che si discostano dalle opinioni liberali su questioni morali legate alla tutela della vita, dei rapporti sessuali, del matrimonio o della famiglia. Di conseguenza, i cristiani sono stati soggetti ad accuse penali e persino a procedimenti penali" per aver affermato questi valori morali.

Le minacce pesano anche sul rispetto del vincolo di coscienza del personale medico. Tuttavia, nella risoluzione 2036 (2015) "Combattere l’intolleranza e la discriminazione in Europa, in particolare quando prendono di mira i cristiani", l’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa invita i suoi Stati membri "a difendere la libertà di coscienza sul lavoro".

Infine, ai cristiani viene chiesto di non esprimere e neppure pensare il proprio credo religioso. La libertà di espressione appartiene ad altri, come la Femen Eloise Bouton che ha simulato, a seno nudo, l'aborto di Cristo da parte della Santa Vergine, sull'altare della chiesa della Madeleine a Parigi nel 2013. La Francia la condannò a un mese di carcere e a 2mila euro di multa .

Tuttavia, nel 2022, la Corte europea dei diritti dell’uomo (CEDU) si è pronunciata a favore di Femen la cui "performance" era esclusivamente "finalizzata a trasmettere, in un luogo di culto simbolico, un messaggio relativo a un dibattito pubblico e sociale". Il Centro europeo per il diritto e la giustizia (ECLJ) ha preso di mira la CEDU, che "ha preso l'abitudine di difendere questi attacchi compiuti nelle chiese e contro la Chiesa".



Il rifiuto da parte dell'Ue di un coordinatore per combattere l'odio anticristiano

L’ECLJ ricorda che nel marzo 2022 la Commissione europea ha rifiutato di nominare un coordinatore incaricato della lotta contro gli atti anticristiani, con il pretesto che "la Commissione è impegnata a proteggere i cristiani e i membri di altri gruppi religiosi da qualsiasi persecuzione all’interno del territorio UE, senza fare distinzione tra i diversi gruppi. La Commissione non prevede una strategia specifica per combattere la cristianofobia".

Che cosa dovremmo pensare allora della nomina, nel 2015, da parte di questa stessa Commissione, di un "Coordinatore per la lotta all’antisemitismo e la promozione della vita ebraica" e di un "Coordinatore per la lotta all’odio anti-musulmano"?

Sarebbe lecito chiedersi se l’Unione Europea e il Consiglio d’Europa non siano colpiti da una cecità parziale e di parte che impedisce loro di accettare di vedere apertamente l’aumento degli atti anticristiani e della cristianofobia in Europa, e di porvi rimedio.



(Fonte: Centre européen pour le droit et la justice – FSSPX.Actualités)
Immagine: Photo 92102838 © Yaroslav Veretin | Dreamstime.com





mercoledì 7 febbraio 2024

L’arma del suicidio dell’Occidente: la laicità




Mercoledì 31 gennaio, presso la Biblioteca del Senato della Repubblica, si è svolto il convegno “Il suicidio dell’Occidente”. Introdotti da Domenico Airoma, vicepresidente del Centro Studi Rosario Livatino, e moderati da Francesco Pappalardo, sono intervenuti il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri dottor Alfredo Mantovano, il professor Marcello Pera, già Presidente del Senato, e il cardinale Angelo Bagnasco, arcivescovo emerito di Genova e già presidente della Conferenza Episcopale Italiana.

Ringraziamo il presidente Pera per aver voluto condividere con l’Osservatorio il testo della sua relazione dal titolo “L’arma del suicidio. La laicità”.

Intendiamo, con la pubblicazione del testo del senatore Pera, aprire un dibattito sulla crisi dell’Occidente, su secolarizzazione e laicità, sul rapporto tra modernità politica e Cristianesimo.




di Marcello Pera

L’arma del suicidio. La laicità

Sono convinto che, se la frattura fra il vero liberalismo e le convinzioni religiose non sarà sanata, non ci sarà alcuna speranza per la rinascita delle forze liberali (Friederich von Hayek, 1947).

1. La laicità fa problema

Facciamo un esperimento. Supponiamo che noi tutti siamo liberaldemocratici, nel senso che apprezziamo, sosteniamo e difendiamo le due classi di diritti fondamentali che il nostro Stato pone a fondamento di sé medesimo: i diritti civili e politici, per la parte liberale, i diritti economici e sociali, per la parte democratica. Esattamente ciò di cui parla l’art. 2 della nostra Costituzione.

Supponiamo, inoltre, che noi tutti siamo laici, nel senso che riteniamo che la libertà religiosa sia un diritto fondamentale, ma che sentimenti, convincimenti e dottrine religiose non possano essere usati per le deliberazioni pubbliche. In un parlamento di uno Stato liberaldemocratico, ad esempio, noi non diciamo che l’aborto deve essere proibito perché la vita è un dono di Dio, o che il matrimonio omosessuale deve essere impedito perché viola un sacramento, o che la teoria del gender è contraria ad un principio fissato nella Scrittura. Anche se, per un credente, queste motivazioni sono vere, nessuno le userebbe come criteri decisionali. In quanto laici, tanto più in società pluraliste, affermiamo che le decisioni pubbliche prescindono dalle convinzioni religiose, cioè riteniamo che le prime debbano restare indifferenti alle seconde. Sempre in quanto laici, crediamo in certi princìpi di separatezza che sono tipici della modernità: la separatezza del diritto dalla religione, della scienza dalla fede, dello Stato dalle chiese, della sfera pubblica dalla sfera privata, del peccato dal reato, del giusto dal bene.

Supponiamo, infine, che abbiamo a cuore le sorti del nostro Stato liberaldemocratico e intendiamo difenderlo dagli attacchi esterni (il fondamentalismo islamico, la guerra di Putin, eccetera) e dalle insidie interne (il relativismo morale, per esempio, o la produzione legislativa o giurisprudenziale di diritti).

A questo punto, l’esperimento consiste in ciò: come costruire e mantenere uno Stato che sia al tempo stesso liberaldemocratico, cioè rispettoso dei diritti fondamentali, e prescinda dalla fede religiosa, cioè sia laico.

Per capire che non si tratta di una sottigliezza da filosofi, ma di una grande questione di civiltà, può essere utile ricorrere ad un caso storico, quello degli Stati Uniti d’America, che sono il paradigma dello Stato liberaldemocratico. È noto che Thomas Jefferson risolse il problema dei rapporti Stato-Chiese con la dottrina del “muro di separazione”. In una lettera del 1° gennaio 1802, secondo anno della sua prima elezione, scrisse:

Convinto che la religione sia una questione che riguarda esclusivamente i rapporti fra l’uomo e il suo Dio, che nessuno deve render conto ad altri della propria fede o culto, che i poteri legislativi del governo si riferiscono solo alle azioni e non alle opinioni, considero con sovrano rispetto quell’atto del popolo americano che dichiara che «il Congresso non promulgherà leggi per il riconoscimento ufficiale di una religione, o che ne proibiscano la libera professione».

Questa dottrina, di cui possiamo trovare un analogo in quello che Cavour nel 1861 chiamò “il gran principio del libero Stato in libera Chiesa”, è considerata una conquista della modernità e certamente lo è. Senza il muro, pensava Jefferson, – e noi oggi continuiamo a pensare – lo Stato tornerebbe ad essere teocratico, rinascerebbe l’assolutismo, riesploderebbero le guerre di religione, si perderebbe la libertà individuale, perché questa verrebbe sacrificata a verità superiori e indiscutibili, amministrata e somministrata da autorità assolute incontrollabili.

È forse meno noto, però, che lo stesso Jefferson mostrò di comprendere bene che la questione ordinamentale del rapporto Stato-Chiese non risolve la questione concettuale del rapporto politica-religione. Il regime di separazione che vale nell’un caso non sembrava a lui valere nel secondo. Nelle sue Notes on the State of Virginia del 1781, alla questione XVII, Jefferson scrisse:

Si può pensare che le libertà di una nazione siano al sicuro se ne viene rimossa l’unica base ferma, la convinzione nella coscienza del popolo che esse sono un dono di Dio? E che non si possono violare senza suscitare la sua ira?

Nel 1831, ne La démocratie en Amérique, Alexis de Tocqueville ripeté lo stesso concetto:

come la società potrebbe non correre il rischio di perire, se, mentre il legame politico si allenta, il legame morale non si restringe? E che fare di un popolo padrone di se stesso, se non è sottomesso a Dio? (p. 348).

Questo è precisamente, in altra formulazione, il nostro problema: si può pensare che le libertà fondamentali, i diritti fondamentali, possano essere giustificati senza far ricorso a Dio e dunque alla religione?

Quattro anni dopo il “gran principio” di Cavour, nel 1865, Pio IX pubblicò il Sillabo con cui condannò il liberalismo. Nella Proposizione XXXIX, egli disse che, se si fosse seguita quella filosofia politica, lo Stato sarebbe diventato “origine e fonte di tutti i diritti”. Se e quanto egli fosse stato profetico, oggi siamo in grado di comprendere meglio, con animo meno esacerbato.

Comunque, Pio IX e la Chiesa persero la battaglia e oggi la risposta prevalente alla domanda se si possa costruire e mantenere lo Stato senza riferimenti religiosi è: sì, si può, anzi si deve, perché vale il principio di laicità. Le libertà fondamentali sarebbero a rischio proprio nel caso opposto, se si legassero a Dio, perché allora varrebbero solo per chi crede in quel Dio e i credenti in quel Dio finirebbero per prevaricare su chi crede in un altro Dio o in nessun Dio. Dunque – si pensa –, meglio tener separata la religione dalla politica e per quanto riguarda il nostro Stato liberaldemocratico, meglio non credere che esso abbia a fondamento, e leghi la sua identità, ad un’unica idea, in particolare un’unica idea religiosa. Lo Stato liberaldemocratico deve essere uno Stato laico.

Su questo punto, c’è tanta dottrina. Consideriamo la migliore e pensiamo a Popper, uno dei pensatori più influenti del Novecento. Lo Stato liberaldemocratico Popper lo chiama la “società aperta” e lo definisce in questo modo:

per società aperta intendo una forma di vita sociale e i valori che vengono tradizionalmente coltivati in quella vita sociale, quali la libertà, la tolleranza, la giustizia, la libera ricerca del cittadino della conoscenza, il suo diritto a diffonderla, la sua libera scelta di valori e di fedi, e la sua ricerca della felicità.

Quando fu teorizzata, ne La società aperta e i suoi nemici (1945), questa era la società dell’Occidente che aveva appena sconfitto uno dei suoi nemici più temibili, il totalitarismo fascista e nazista, e si attrezzava per battere l’altro, il totalitarismo comunista. Ad un certo punto della evoluzione del suo pensiero, anche sotto la spinta degli eventi europei e della tensione dell’Europa liberaldemocratica con l’Unione Sovietica, Popper, in una conferenza a Zurigo del 1958, si chiese: “a che cosa crede l’Occidente?”. Citò la risposta di Harold Macmillan a Krusciov: “l’Occidente crede al cristianesimo”, e, respingendola, si rispose così:

Dovremmo essere orgogliosi di non possedere un’unica idea, bensì molte idee, buone e cattive; di non avere una sola fede, non una religione, bensì numerose, buone e cattive. È un segno della superiore energia dell’Occidente il fatto che ce lo possiamo permettere. L’unità dell’Occidente su una idea, su una fede, su una religione, sarebbe la fine dell’Occidente, la nostra capitolazione, il nostro assoggettamento incondizionato (Alla ricerca di un mondo migliore, Armando, Roma 1989, 213).

Ma allora l’Occidente non può dirsi cristiano?

Certamente l’Occidente è cristiano. “Ad eccezione del razionalismo greco – sostenne Popper –, nulla ha esercitato un così forte influsso sulla storia delle idee in Occidente come il cristianesimo e le lunghe controversie e lotte al suo interno” (ibid.). E ciò perché, come egli aveva scritto ne La società aperta, “il cristianesimo, insegnandoci la paternità di Dio, può recare un grande contributo all’instaurazione della fratellanza fra gli uomini”. E tuttavia fondare l’Occidente liberaldemocratico della società aperta sul cristianesimo sarebbe un errore e comunque sarebbe pleonastico.

Sarebbe un errore, perché

la religione cristiana esige da noi una purezza nelle azioni e nei pensieri che solo i santi possono raggiungere del tutto. Gli innumerevoli tentativi di edificare un ordinamento sociale animato in ogni sua parte dallo spirito del cristianesimo sono falliti sempre per questa ragione: hanno portato sempre e di necessità all’intolleranza e al fanatismo (Alla ricerca, ecc., 214).

E sarebbe pleonastico, perché

io penso che il liberalismo possa vivere senza la religione, ma deve cooperare, ovviamente, con tutti (La lezione di questo secolo, a cura di G. Bosetti, Marsilio, Venezia 1992, 42-43).

Ma così siamo tornati alla questione iniziale: se la fratellanza a cui il cristianesimo ha fornito il maggior contributo è un concetto indispensabile per considerare tutti gli uomini uguali e solidali, e dunque per riconoscere a tutti gli stessi diritti fondamentali e così costruire una società aperta, possiamo giustificare quel credo e quel concetto senza ricorrere alla religione cristiana? Se rispondiamo negativamente, allora si produce un paradosso: da un lato, riconosciamo che lo Stato liberaldemocratico ha come suo riferimento concetti cristiani quali l’uguaglianza e la fraternità, dall’altro lato, prescindiamo dal cristianesimo e, privandoci di quel riferimento, ci priviamo anche del sostegno che reca. Lo Stato liberaldemocratico ci conduce in una direzione, la laicità ci respinge indietro.

Si noti che parlo di cristianesimo, perché i concetti di uguaglianza e fratellanza di cui ha bisogno la società aperta derivano soprattutto da quella religione. Nel mondo greco, Platone, che ne rappresenta l’apice, ha una posizione opposta. L’idea che gli uomini siano tutti fratelli, figli della terra, e non che alcuni sono destinati a governare ed altri a ubbidire, egli la considera una nobile menzogna – la “favola fenicia” , un espediente utile per la scelta dei governanti e i guardiani.

2. La ragion laica ha ragioni che non sono laiche

Riconsideriamo il paradosso della laicità e seguiamo ancora Popper e la sua idea della società aperta o del liberalismo senza religione.

Nella citata conferenza del 1958, Popper si definisce un “razionalista critico”, oltre che un “illuminista puro”. Il razionalista critico – egli dice – è colui che coltiva “la speranza in un’autoliberazione attraverso il sapere” (209); che “sa che, al di fuori del ristretto ambito della logica e della matematica, non esistono prove, [che] non si può provare niente” (210); che “sa molto bene che la ragione può rivestire un ruolo ben modesto nella vita umana, il ruolo della riflessione critica, della discussione critica” (208); e che “sa che noi necessitiamo di idee sempre nuove e che la critica non ci procura idee nuove, ma aiutarci a separare il grano dalla pula”. Per questo, “un razionalista perverrà con facilità a vedere chiaramente che egli deve agli altri la propria ragione” (208).

Riassumendolo in una formula di facile comprensione dello stesso Popper, il razionalista critico è guidato dal seguente principio:

Forse tu hai ragione, forse sono io ad avere torto; e se forse nella nostra discussione critica non perverremo ad una decisione definitiva riguardo a chi di noi due abbia ragione, possiamo sperare tuttavia di vederci più chiaro di prima dopo una tale discussione. Entrambi possiamo imparare l’uno dall’altro, a patto di non dimenticare che non importa tanto chi detiene la ragione, quanto piuttosto d’avvicinarsi maggiormente alla verità oggettiva. Perché a tutti e due interessa in primo luogo la verità oggettiva (Alla ricerca, ecc., 208-209).

Questo principio, secondo Popper, è molto prezioso: conduce alla tolleranza religiosa, la quale “scaturisce dalla conoscenza positiva della totale mancanza di valore di una coatta unanimità sulle cose religiose” (210). Conduce al “riconoscimento della dignità della persona umana”. Conduce alla “regola aurea”. Conduce alla libertà di pensiero e alla libertà politica, perché “la libertà di pensiero è impossibile senza libertà politica”, sì che “la libertà politica diviene in tal modo presupposto del libero e totale uso della ragione da parte del singolo” (211). Detto in una parola, il razionalismo critico conduce alla società aperta. Se questa società ha, e deve avere, una religione – dice Popper – essa è “la religione della ragione” (215) o “la fede irrazionale della ragione”.

È questa la teoria che possiamo chiamare “teoria della connessione” razionalismo-liberalismo. Il metodo della discussione razionale proprio del razionalismo critico – dice questa teoria – non ammette dogmi, non riconosce verità indiscutibili, non prevede autorità assolute, sottopone ad esame ogni tesi indipendentemente dal loro portatore, suggerisce ipotesi di soluzione e le esamina, impara dagli errori, procede per tentativi, correzioni e gradi, considera ogni verità sempre falsificabile e provvisoria, non ha una religione positiva. Per queste ragioni – dice Popper – “il razionalismo risulta connesso con il riconoscimento della necessità delle istituzioni sociali atte a proteggere la libertà di critica, la libertà di pensiero, e così la libertà degli uomini”. Questo significa che possiamo avere istituzioni liberali e democratiche e diritti fondamentali da esse tutelati – uguaglianza, parità, dignità, cooperazione, fratellanza – senza invocare una fede positiva o rivelata.

Sono tutt’altro che sicuro di questa idea di Popper. Di che tipo è la connessione fra razionalismo e liberalismo di cui egli parla? Ovviamente, non può essere analitica, come un’implicazione logica. Per chiarirci con un esempio: perché io, razionalista critico, colto, educato, prendo e devo prendere in considerazione gli argomenti di chiunque, anche di uno sprovveduto, e considerare i miei interlocutori tutti alla pari? Popper non lo dice, ma si capisce: perché io considero, e devo considerare, il mio interlocutore come una persona meritevole di attenzione, con dignità pari alla mia, meritevole di rispetto come me. Posso dirgli che è un ignorante o incompetente, posso anche dirgli che è inutile parlare con lui, ma dovrei rispettarlo comunque. Sarei irrazionale se mi comportassi diversamente? No, sarei irrispettoso, ingiusto, arrogante, magari suprematista, razzista, eccetera, ma non violerei nessun canone della ragione. Certamente violerei una norma etica, perché considererei l’altro inferiore a me. Ma questo significa che esiste una norma etica che non mi è data dal razionalismo, piuttosto che è presupposta al razionalismo: quella norma – “tratta tutti gli altri in modo uguale e con rispetto” – è una condizione affinché l’argomentazione critica cominci. Dunque, non è il razionalismo che conduce alla norma, bensì la norma che consente al razionalismo di dispiegarsi.

Facciamo un altro esempio: una società divisa in classi è irrazionale e avversa al razionalismo critico? No, non è irrazionale. Possiamo dire che l’ancien régime è ingiusto, ma non che è contrario alla ragione o al metodo critico. Una società siffatta noi oggi la respingiamo perché non tratta gli uomini come tutti uguali: alcuni li considera superiori, di maggior valore, di maggiore dignità, e questo contrasta contro il valore dell’uguaglianza che noi consideriamo un fondamento necessario di una società liberaldemocratica. Anche in questo caso, è il valore che preesiste alla pratica del razionalismo critico e lo consente.

È vero tuttavia che la connessione fra razionalismo e società aperta esiste. Esiste nel senso in cui si parla di una “somiglianza di famiglia” fra due parenti, o di “analogie somatiche” fra due esseri umani, o di “congenerità intellettuale” fra due sistemi concettuali. Ad esempio, per citare una di queste analogie e somiglianze, forse la principale, il razionalista tratta il suo interlocutore come dotato della sua stessa ragione critica, allo stesso modo in cui il liberale tratta i suoi simili come dotati dello stesso valore. È questo valore e ciò che da esso discende – la dignità di tutti, il rispetto di ciascuno per ciascun altro, la parità, eccetera – che sta alla base del liberalismo e della società aperta. Ma questo valore fondante va giustificato e il razionalismo critico, da solo, non ha mezzi per farlo, semplicemente lo assume, lo presuppone o, appunto, vi si connette.

E così siamo tornati di nuovo al nostro problema iniziale: come altrimenti si giustificano i valori fondanti del liberalismo e della società aperta?

La mia risposta è che la società aperta, la società liberaldemocratica, si basa su un credo, una convinzione della coscienza del popolo, come diceva Jefferson, una opzione morale. Deriva da una fede, in particolare la fede che gli uomini sono uguali fra loro. Chi dicesse che questa fede non è religiosa, bensì è una “fede laica”, nasconderebbe con un ossimoro un problema che non sa risolvere. L’espressione laica “tutti gli uomini sono uguali” è un altro modo per pronunciare l’espressione religiosa “tutti gli uomini sono figli di Dio”.

Facciamo un punto. Il laico che intende prescindere dalla fede religiosa si trova infine a corto di argomenti sul punto più delicato e decisivo: come giustificare i valori a fondamento della società a lui cara, quella aperta e liberaldemocratica? E chi, laico, per sostenere questi valori ricorre al “metodo critico”, alla fine, è costretto a contraddirsi, perché il metodo critico ammette solo verità criticabili, mentre i valori della società laica che il liberaldemocratico apprezza devono essere assunti come indiscutibili, dacché, se fossero messi in discussione, la stessa società laica crollerebbe. Insomma, la ragion laica non è una risposta sufficiente alla domanda sui fondamenti della società laica, perché le ragioni della ragion laica non sono laiche. In altri termini, la laicità non è autosufficiente.

Lo studio recente di Augusto Barbera (Laicità. Alle radici dell’Occidente, il Mulino, Bologna 2023) ne è una prova. Se la laicità viene definita in termini di separazione o autonomia, in primo luogo del diritto dalla religione (ivi, 17), e la società laica viene eguagliata alla società liberaldemocratica (è “l’insieme dei princìpi del costituzionalismo liberaldemocratico”, ivi, 153), allora la laicità non solo “non ha un contenuto tipico e specifico” (ivi, 153), ma neppure basta a se stessa, perché, come onestamente riconosce Barbera, accanto o sopra il diritto di Creonte c’è il diritto di Antigone, e dunque la separazione diritto-religione non vale più. Il che è come dire che la fondazione dello Stato laico non è laica. E “il nodo che in alcune materie rende permeabili la sfera dell’etica e quella del diritto”, come lo chiama Barbera (ivi, 154), la liberaldemocrazia laica non lo scioglie, piuttosto lo taglia come Alessandro fece con quello di Gordio.

I miei vecchi amici liberali e popperiani – compresi quelli seguaci della scuola austriaca e ora teorici dell’epicureismo come sorgente dell’individualismo liberale (mi riferisco all’opus magnum di R. Cubeddu, Epicureismo e individualismo, Rubbettino, Soveria Mannelli 2024) – a questo punto storcono il naso e, quando non mi dànno del traditore della laicità o della modernità, certo pensano che la mia vecchiezza sia ormai molesta. Ma avendo io grande considerazione per loro, gli ricordo proprio il nostro vecchio e caro maestro Popper.

Quando ancora stava combattendo contro i nazisti, Popper aveva intravisto che, se avessero vinto i liberali, la loro società liberale alla fine non sarebbe stata liberale affatto, ma atomizzata, impersonale, anonima, disgregata. Grazie ai progressi della scienza, si arriverebbe al punto – scrisse ne La società aperta – di costruire “una società completamente astratta o depersonalizzata”, dove “gli uomini non si incontrano mai faccia a faccia. (La fecondazione artificiale consentirebbe anche la riproduzione senza la componente personale”). Profetico, perché oggi, a quel punto ci siamo e perciò siamo ancora alle prese con lo stesso problema di Platone nella Repubblica, che il liberalismo non ha risolto: come si rimedia alla disgregazione della polis democratica, aperta, libera, inclusiva, egualitaria, in cui ciascuno fa da sé mentre tutti precipitano nell’anarchia e nella dittatura? Se il razionalismo critico non basta, se i filosofi-re sono contro i nostri princìpi, se i Guardiani Notturni ci fanno orrore, che cosa ci resta?

3. Una fondazione cristiana dello Stato liberaldemocratico

Provo a dirlo, e a guadagnarmi altre scomuniche. Che il cristianesimo, non la laicità, sia a fondamento dello Stato della società aperta lo dice la storia della formazione di questo Stato. Lasciamo Popper e rivolgiamoci a John Locke, che ancor oggi è unanimemente onorato come il padre del costituzionalismo liberaldemocratico. L’argomento che ci interessa è contenuto in un brano, notissimo, del Secondo Trattato sul governo, pubblicato, assieme al Primo Trattato, nel 1690 a sostegno della “gloriosa rivoluzione” inglese. Scrive Locke in questo brano:

Lo stato di natura è governato dalla legge di natura che è per tutti vincolante, e la ragione – che è quella legge stessa – insegna a tutti gli uomini, purché vogliano consultarla, che essendo tutti uguali e indipendenti, nessuno deve recar danno ad altri nella vita, nella salute, nella libertà o negli averi. Infatti, essendo tutti gli uomini opera di un solo Creatore Onnipotente e infinitamente saggio, tutti servitori di un solo supremo Signore, inviati nel mondo per suo ordine e per i suoi intenti, essi sono proprietà di colui di cui sono opera, creati per durare fino a che piaccia a lui e non ad altri. Ed essendo forniti delle stesse facoltà e partecipando tutti di una comune natura, non si può supporre alcuna subordinazione fra noi tale da autorizzarci a distruggerci l’un l’altro, così come gli ordini inferiori delle creature sono fatti per i nostri usi. Come ciascuno è tenuto a conservare se stesso e a non abbandonare intenzionalmente il suo posto, così per la stessa ragione quando non sia in gioco la sua stessa conservazione – deve, per quanto può, preservare gli altri uomini, e non può – se non nel caso di far giustizia di un trasgressore – privare o ledere la vita di un altro o quanto contribuisce alla conservazione della vita come la libertà, la salute, le membra o i beni (Secondo Trattato sul Governo, II, 6).

A partire da qui, l’argomento di Locke possiamo sinteticamente ricostruirlo nel modo che segue.

(1) Dio è nostro creatore, noi siamo sua proprietà;

(2) Dio ha diritti sugli uomini e gli uomini hanno doveri verso Dio. Essere creati implica essere obbligati;

(3) I doveri degli uomini verso gli altri uomini sono fissati da “una legge di natura che è per tutti vincolante”;

(4) I diritti dell’uomo seguono ai doveri verso Dio. Se X e Y sono entrambi figli di Dio, allora X ha il dovere verso Dio di rispettare Y e Y ha il diritto conseguente di essere rispettato da X.

La conclusione dell’argomento è:

(5) Senza la legge naturale, senza Dio creatore, padrone e legislatore, senza i doveri verso Dio, si disgrega la società e la moralità. Come dice Locke, “se abolisci fra loro la legge di natura, distruggi al tempo stesso ogni ordinamento politico fra gli uomini, ogni autorità, ordine e convivenza sociale” (Saggi sulla legge naturale, VI, p. 68). Oppure: “supponendo che questa forza obbligante [della legge naturale] venisse a cessare in qualche luogo, non vi sarebbe né religione, né società, né fede, né moltissime altre cose di questo genere” (ivi, VII, p. 78).

Sui princìpi di Locke, la Gran Bretagna è diventata un paese liberaldemocratico e si è vaccinata contro le rivoluzioni giacobine del tipo francese. Sugli stessi princìpi, si sono fondati gli Stati Uniti d’America col mito della “città sulla collina”. Si sono edificati gli Stati dell’Occidente. Si sono scritte le carte dei diritti dell’uomo del Dopoguerra. Si è costruita una comunità internazionale nutrita di valori cristiani, anche quando non espressamente dichiarati o richiamati. La storia dice che la modernità politica è nata cristiana e ha sconfitto i nemici della società aperta con princìpi cristiani, anche quando ha preferito non dirlo esplicitamente, come accadde agli estensori della Carta di San Francisco che in tanto potettero scrivere quel testo in quanto smisero di discuterne le radici.

E poi?

Poi è successo il cataclisma. È successo che, prima, i princìpi sono stati “staccati” dal cristianesimo su cui Locke li aveva fondati, e si è cercato di goderne i frutti senza più curarsi della pianta. Poi, questi frutti sono stati coltivati separatamente, facendo esplodere una miriade incontrollata e incontrollabile di diritti. Infine, proprio questi diritti sono stati usati contro il cristianesimo. Si è passati dalla privatizzazione della fede, alla sua emarginazione, alla sua espulsione. E il Diavolo è ancora al lavoro. Perduta la loro dipendenza dai doveri, a cominciare dal dovere sommo di ubbidienza al Creatore e padrone, i diritti si trasformano in privata, esclusiva, gelosa, proprietà dell’uomo in quanto uomo, non più in quanto uomo creato, dipendente e soggetto a doveri. I diritti sotto Dio erano un mezzo di coesione, i diritti senza Dio sono strumenti di sopraffazione.

Questo nuovo modo di pensare, che oggi in Europa è il più diffuso, è chiamato “laico”. Ma è solo un modo di dire, una strizzatina d’occhio, una pacca sulle spalle. In realtà è una religione. Ha i suoi testi sacri (Rawls, Habermas). Ha le sue proibizioni (mai usare argomenti religiosi nella sfera pubblica). Ha la sua teoria morale (la libertà dell’individuo deve essere sempre rispettata). Ha la sua teoria politica (lo Stato è neutro, la religione ostacola la concordia). Ha anche la sua teoria della salvezza (la ragione ci rende felici). E poi ha i suoi preti (gli intellettuali). I suoi riti (i premi letterari, gli editoriali dei quotidiani, gli “approfondimenti” televisivi). I suoi dogmi (il trascendente è un’illusione, comunque è una faccenda del tutto privata).

La storia è lunga per ricostruirla qui. Limitiamoci a prendere atto delle conseguenze ultime che noi tutti oggi vediamo e soffriamo. In queste conseguenze è contenuto il suicidio dell’Europa.

4. Il suicidio


Si potrebbe cominciare riformulando la risposta di Popper alla domanda: a che cosa crede oggi l’Europa? Crede a tante cose buone e a tante cose cattive che scacciano le cose buone. Ecco un elenco, incompleto e non sistematico, di alcuni episodi in cui si manifestano come veleni le cose cattive. L’ho già steso altre volte ma ho bisogno di ripeterlo.

L’Europa ha evitato di menzionare le radici giudaico-cristiane nella sua Costituzione, nata, defunta, poi risorta.

L’Europa ha condannato un politico italiano per aver sostenuto che il matrimonio omosessuale è contrario al suo credo cristiano.

L’Europa promuove legislazioni che violano princìpi cristiani sui principali temi etici. Sostiene l’aborto, l’eugenetica, l’eutanasia, la manipolazione degli embrioni, il matrimonio omosessuale, l’identità di genere, e già tollera la poligamia.

L’Europa non ha difeso un Papa, Benedetto XVI, attaccato perché in una sua lezione aveva sostenuto che il cristianesimo è religione del logos e non della spada e aveva chiesto all’islam di pronunciarsi in modo analogo.

L’Europa ha impedito a questo stesso Papa di parlare in una università, dopo averlo invitato.

L’Europa nasconde i suoi simboli cristiani, non insegna più a dire Buon Natale o Buona Pasqua, perché dice di non voler offendere i non credenti o gli altri credenti.

L’Europa concede nei propri Stati la massima libertà religiosa e di culto agli islamici, ma tollera che, nei loro Stati, questa stessa libertà sia conculcata fino al martirio dei cristiani, in Africa, in Asia, in Turchia, in India, dappertutto.

L’Europa protegge sotto lo scudo della libertà di espressione le opere d’arte blasfeme nei confronti del cristianesimo, ma sospende questa stessa libertà quando si tratti di irriverenza satirica nei confronti dell’islam.

L’Europa reagisce flebilmente al fondamentalismo e al terrorismo islamici perché si considera colpevole di esportare la civiltà cristiana.

L’Europa sanziona alcuni suoi paesi perché violano la Stato di diritto ma pone in questo Stato la difesa, la tutela e la promozione della cultura Lgbt e della teoria del gender.

E così via.

Non fa meraviglia che seri studiosi parlino ormai di una “Europa senza Dio” e che i dati provino che l’Europa sia tra le aree più secolarizzate dell’Occidente. E neppure meraviglia che l’Unione Europea metta assieme tante istituzioni ma stenti a unificarsi come popolo. Con le sue carte fondamentali, l’Unione europea dice di voler diventare “sempre più unita”, ma produce il contrario: più si pensa laica, cioè a-cristiana o anti-cristiana, meno realizza una vera unione. Se non c’è concordia di fede comune, non c’è concordia di valori morali, e se non ci sono valori morali comuni tenuti per fede, gli interessi, anche meglio combinati, resteranno sempre discordi e discorde resterà lo Stato. Anche – ove mai ce ne fosse uno – lo Stato dell’Europa.

Ma c’è di più, purtroppo. C’è che alla lotta dei laicisti contro il cristianesimo e alla crisi di vocazioni e di fede dei cristiani, si è aggiunta in tempi recenti una sostanziale trasformazione della stessa dottrina cristiana. È come se il Vaticano II, dall’“aggiornamento” per il quale fu convocato, sia passato prima al ripensamento e infine al rivolgimento. L’argine dell’ermeneutica della continuità non ha retto e nuove interpretazioni, nuovi costumi, nuovi modi di pensare si diffondono e si rafforzano nella Chiesa. Anche qui un elenco breve e non sistematico può bastare per comprendere che cosa sta accadendo. Mi limito a riportare ciò che si dice.

Si dice che Dio vuole il pluralismo religioso, cioè che il Dio cristiano vuole ugualmente la fede anticristiana.

Si dice che la misericordia di Dio precede il perdono, come se il Dio cristiano perdonasse sempre e comunque e non condannasse mai. L’Inferno – se mai ancora esiste – è vuoto.

Si dice che Dio benedice le situazioni di peccato, cioè violazioni dei suoi comandamenti, in nome della tolleranza della diversità.

Si dice che Dio si trova anche nei culti pagani, come quello della Madre Terra.

Si dice che l’evangelizzazione – il “predicate a tutte le genti!” – e il proselitismo sono una forma prevaricante di inculturazione.

Si dice che la riaffermazione rigorosa della dottrina tradizionale è “clericalismo”.

E così via. Fino a non menzionare quasi più il peccato originale, lentamente sostituito da un uomo russoviano nato buono e poi corrotto dalla società. Fino a far quasi scomparire il nome di Cristo accanto a quello di Dio. Fino ad avere in sospetto la teologia, che è il luogo d’incontro fra il Logos e la fede. O fino alle battute irriverenti, come quella che al tempo di Cristo non c’era il registratore e noi non sappiamo quali furono le sue esatte parole, se mai egli ne pronunciò alcuna.

Qual è la conseguenza di tutto questo nuovo dire e predicare della Chiesa, congiunto al dire e praticare dell’Unione Europea? La conseguenza – drammatica – è che le nostre chiese si spopolano, diventano edifici che cadono e si trasformano in supermercati. La nostra educazione tradizionale si perde, diventa aperta e confusa. Il nostro senso di appartenenza si affievolisce, diventa solitudine. I vescovi marciano con la bandiera arcobaleno. L’espressione “salvezza” è lentamente sostituita dall’espressione “giustizia” e l’espressione “giustizia” è sempre più intesa in senso sociale, come se avesse a che fare solo con la busta paga. Così, il cristianesimo si secolarizza, diventa umanesimo, ecologismo, pacifismo, democrazia, diritti umani. Insomma, alla fine, il cristianesimo si suicida come religione.

Mi faccio delle domande. Può nascere un patriottismo europeo in una terra così desolata? Possiamo dotarci di una identità, se una fonte essenziale di identità, quella religiosa, è osteggiata o si degrada? Se qualcuno ci terrorizza e ci accusa di essere giudei e cristiani, possiamo ancora rispondere: sì, lo siamo e vogliamo restarlo? Se, come è giusto, dobbiamo dialogare con gli altri, possiamo farlo se gli altri declinano la loro identità e noi ci vergogniamo della nostra? E se Putin ci bombarda con le bombe e, più insidiosi e micidiali delle bombe, con le parole, e ci dice che noi, nell’Europa occidentale, stiamo degradando il cristianesimo, abbiamo una risposta?

Qui mi fermo. Il cardinale Bagnasco ha intitolato la sua relazione con una bella frase di Karl Löwith. Mi consento di integrarla con un’altra, di un autore che non era certamente inferiore a Löwith. A dimostrazione del nesso fra la nostra crisi spirituale e quella politica dell’Europa, e delle conseguenze del cristianesimo sulle nostre pratiche sociali, disse Joseph Ratzinger-Benedetto XVI: “nella Chiesa, oggi, quanto più essa si concepisce soprattutto come istituzione che promuove il progresso sociale, tanto più inaridiscono in essa le vocazioni al servizio del prossimo: quelle forme di servizio ai vecchi, agli ammalati, ai bambini che godevano invece di così buona salute, quando lo sguardo era ancora essenzialmente rivolto verso Dio. Il richiamo di Cristo – «Cercate prima il regno di Dio e la sua giustizia, tutto il resto vi sarà donato in sovrappiù» (Mt 6,33) – si dimostra vero qui per così dire in modo semplicemente empirico” (La vera Europa, 148).

Se non corriamo sùbito ai ripari, “in modo semplicemente empirico”, purtroppo, si spalanca anche il suicidio dell’Europa.


(Foto in Home Page tratta da http://www.centrostudilivatino.it)









Vaticano, Papa e cardinali a lezione dalla donna-vescovo anglicana più battagliera: «La parità di genere rientra nei disegni di Dio»




Che dire ancora? Registriamo senza commenti. 




7 febbraio 2024

La donna-vescovo anglicana Jo Bailey Wells ha tenuto una lezione in Vaticano davanti al Papa e ai nove cardinali che compongono il C9 – una specie di consiglio della Corona [qui] – assieme ad altre due donne, la religiosa italiana, Giuliva Di Bernardino e la teologa suor Linda Pocher. Il tema della sessione riguardava il ruolo femminile nel mondo della Chiesa, praticamente uno dei temi più controversi e discussi dell'ultimo Sinodo.

Jo Bailey Wells, sposata con un prete anglicano dal quale ha avuto due figli, ha insegnato teologia a Cambridge fino a diventare una figura di riferimento mondiale per tutta la Comunione Anglicana, vale a dire una rete globale di 42 chiese regionali, nazionali e pan-nazionali autonome ma interdipendenti in più di 165 paesi. Jo Bailey Wells ha scritto diversi libri e continua a difendere in ogni occasione il ruolo della donna alla guida della società. All'incontro inter-religioso in Kazakhstan al quale ha preso parte anche Papa Francesco due anni fa [qui] - durante il summit dei leader delle religioni mondiali - la vescova anglicana aveva sollevato parecchi mugugni tra il parterre maschile - soprattutto dal mondo islamico e ortodosso - sostenendo che la «parità di genere rientra nei piani di Dio.

Durante l'ultimo Sinodo, nell'autunno scorso, il tema del sacerdozio femminile, del diaconato e, in genere, del ruolo femminile sono stati oggetto di aspri confronti e diversi membri sinodali hanno espresso posizioni diverse. Alcuni considerano questo passo inaccettabile in quanto in discontinuità con la Tradizione. Per altri, invece, concedere alle donne l’accesso al diaconato ripristinerebbe una pratica della Chiesa delle origini. Altri ancora temono che questa richiesta sia espressione di una pericolosa confusione antropologica, accogliendo la quale la Chiesa si allineerebbe allo spirito del tempo. Il problema si riproporrà identico il prossimo autunno quando in Vaticano si aprirà la seconda e ultima fase del Sinodo sulla Sinodalità.




Di mamma ce n'è una sola: il giudice stoppa i genitori Lgbt



La Corte d'Appello di Milano ordina la cancellazione dall’anagrafe dei nomi delle donne che non sono madri biologiche: genitore è solo la donna partoriente. Una sentenza che ribalta le trascrizioni dei sindaci, ma fa pressing sul Parlamento perché legiferi sull'omogenitorialità.


OMOGENITORIALITÀ

VITA E BIOETICA 


Tommaso Scandroglio, 07-02-2024

Ancora un caso di omogenitorialità al vaglio dei giudici. Ricapitoliamo. Il nostro ordinamento giuridico, legge Cirinnà compresa, non riconosce l’omogenitorialità. Un bambino può essere figlio solo di un padre e di una madre. Detto ciò, negli anni molti giudici e sindaci hanno fatto i furbi e, tramite soluzioni diverse, hanno invece riconosciuto alcune coppie gay come genitori di altrettanti minori. A rompere le uova nel paniere arrivò nel gennaio del 2023 una circolare del Ministero dell’Interno che chiedeva ai prefetti di interrompere le trascrizioni all’anagrafe di figli di coppie omosessuali.

Ed ecco che nel giugno del 2023 la Procura di Milano chiedeva l’annullamento di tre trascrizioni di due coppie lesbiche. Solo la madre biologica poteva figurare come legittimo genitore. Allora il Tribunale aveva rigettato la richiesta avendo «rimandato tutto ad un procedimento contenzioso di cognizione, specificando che, se l’annullamento ci deve essere, questo non possa realizzarsi tramite mera rettificazione, ma tramite appunto un procedimento più articolato», come avevamo scritto a suo tempo. Insomma, i giudici avevano sollevato meramente una questione di forma, non erano entrati nel merito.

Ieri invece la Corte di Appello di Milano, richiamandosi anche ad alcune sentenze della Corte di cassazione del dicembre 2022 e della Corte costituzionale del 2021, ha ribaltato il giudizio di primo grado ed ha ordinato la cancellazione dall’anagrafe dei nomi delle donne che non sono madri biologiche. Genitore può essere solo la donna partoriente. Detto ciò, però i giudici hanno aggiunto che «la materia richiede l’intervento del legislatore». Tradotto: che il Parlamento si svegli approvando il prima possibile una norma che legittimi l’omogenitorialità.

Quindi niente trascrizione per le coppie gay per figli avuti all’estero tramite fecondazione artificiale. Queste semmai possono ricorrere alla stepchild adoption, secondo un orientamento ormai consolidato in giurisprudenza. Tra le varie pronunce ricordiamo la sentenza della Cassazione del 2018 (lo strumento della stepchild è illegittimo come abbiamo spiegato in questi articoli: Adozioni gay: via libera dal giudice, come previsto, Fatta la legge si ripete l'inganno: altre adozioni gay , Acrobazie legali sulla pelle dei bambini e I giudici replicano: altra adozione per una coppia gay). Il rimando alla stepchild adoption per risolvere questi casi è illogico: se per legge è vietata l’omogenitorialità, questa deve essere vietata anche quando si realizza tramite stepchild adoption.

Se infine gettiamo uno sguardo d’insieme al tema dell’omogenitorialità dal punto di vista giuridico possiamo in sintesi individuare una dinamica fatta di spinte in avanti e di frenate. Alcuni giudici e amministrazioni locali benedicono l’omogenitorialità, poi prefetti, Ministero dell’Interno, alcune procure, la Corte di cassazione e la Corte costituzionale mettono i bastoni tra le ruote, pur aprendo, come abbiamo visto, alla stepchild adoption. Ma i piatti della bilancia non sono perfettamente in equilibrio: quello dell’omogenitorialità pesa di più. Infatti non solo la Corte di Appello di Milano, citata in questo caso, ma anche la Corte costituzionale nel 2021 e la Corte di Cassazione nel 2022 hanno chiesto al Parlamento un intervento doveroso su questo tema perché legittimi in qualche modo l’omogenitorialità.

La situazione è dunque la seguente: crepe vistose si notano nella diga – stepchild e fughe in avanti di giudici e sindaci – che finora tiene anche per l’intervento dei soggetti prima ricordati, ma il crollo è vicino perché le corti supreme, consce che non spetta a loro sdoganare l’omogenitorialità, fanno pressing sul Parlamento affinché legiferi. In breve, è tutto questione di tempo. Prima o poi la diga cederà.