lunedì 15 giugno 2026

Il fallimento di un magistero che ha smesso di custodire la Fede del Popolo di Dio





Una riflessione critica a partire dalla lettura del documento CEI “Radicati e costruiti in Cristo. Linee di orientamento per il Cammino sinodale” (31 maggio 2026)



La verifica mancata

15 giugno 2026


Fabio Vessillifero*

“In modo proporzionato alla scienza, alla competenza e al prestigio di cui godono, i fedeli hanno il diritto, e anzi talvolta anche il dovere, di manifestare ai sacri Pastori il loro pensiero su ciò che riguarda il bene della Chiesa…” (Canone 212, § 3 del Codice di Diritto Canonico).

Un edificio costruito su sabbia

Ci troviamo di fronte a un documento, Radicati e costruiti in Cristo (qui qui), che si presenta come un tentativo di riorganizzazione pastorale, ma che a uno sguardo teologico più profondo rivela le crepe di un edificio costruito su premesse fragili. L’analisi ha messo a nudo una verità scomoda: la Chiesa in Italia, nel suo sforzo di rispondere alla crisi del tempo presente, ha imboccato una via che appare sempre più segnata da un’impronta sociologica, quasi manageriale, smarrendo di vista la sua natura di Corpo Mistico.

Il prolungamento di Cristo nell’Eucaristia

La Chiesa, infatti, è viva solo perché è il prolungamento storico di Cristo attraverso l’Eucaristia: è nel Sacramento del suo Corpo e del suo Sangue che Cristo si effonde realmente nel suo popolo, rendendolo un organismo soprannaturale che non vive di strategie, ma della vita stessa del suo Sposo. È doloroso inoltre constatare come il documento ignori totalmente la gravità del peccato come radice ontologica del male, sia individuale che sociale, e taccia sul fatto che la vita cristiana sia, essenzialmente, un combattimento soprannaturale (cf. Ef 6,12); è proprio questa omissione radicale a svuotare di serietà e di efficacia ogni proposta avanzata. È triste constatare come, pur citando la necessità di ricentrare la liturgia sul Mistero, il testo si fermi sulla soglia, mancando di parlare di ciò che è essenziale: il sacrificio eucaristico, la partecipazione dell’uomo alla vita divina e la drammatica realtà della salvezza che si gioca sul crinale tra la grazia e la possibile dannazione eterna. Tema quest’ultimo, non politicamente corretto e quindi accuratamente omesso.

L’altare ridotto a tavolo di lavoro: il tradimento del Mistero

Questo silenzio sulle verità essenziali della fede non è un caso, ma il riflesso di una pastorale che ha rinunciato alla profondità del mistero per inseguire una disponibilità al mondo che ne ha annacquato l’identità. La vera partecipazione alla Messa non può essere ridotta alla distribuzione di ruoli ministeriali o all’efficienza di un’équipe; essa consiste, in tutta la sua radicalità, nell’entrare a far parte dell’offerta che Cristo fa di se stesso al Padre. Questa dimensione sacrificale è il cuore pulsante e il fine ultimo della vita cristiana, il motore che genera la divinizzazione dell’uomo. Invece, quando si parla di celebrazioni “significative” o “attrattive”, si finisce per oscurare proprio questo mistero, declassando l’altare a tavolo di coordinamento pastorale.

Sinodalità o ideologia? Il primato della libertà dei figli di Dio

In questo contesto, occorre riaffermare con forza che la sinodalità, se non si declina in un’autentica sussidiarietà, rischia di rimanere soltanto un tema ideologico, una sovrastruttura che ricorda più le dinamiche di un’organizzazione secolare che la ricchezza dei carismi nel popolo di Dio. Il principio di sussidiarietà non è un concetto profano mutuato dalla politica, ma una legge costitutiva della Chiesa stessa. Già Pio XII nel 1946 chiariva che tale principio è valido per la vita della Chiesa «senza pregiudizio della sua struttura gerarchica» (Alloc. 20 febbraio), e il Concilio Vaticano II, in Lumen Gentium 37, ha comandato ai Pastori di riconoscere la responsabilità dei laici, lasciando loro «libertà e campo di agire» e incoraggiandoli a intraprendere opere di propria iniziativa.

La sussidiarietà nella vita ecclesiale significa dunque riconoscere che la salvezza delle anime è il bene supremo e che il battezzato, elevato alla vita di grazia, possiede diritti e doveri intrinseci: compiere atti liturgici, praticare pii esercizi, fondare associazioni, promuovere catechesi e opere di carità. I Pastori hanno il compito di vegliare affinché tutto si svolga coerentemente con la dottrina, ma non possono soffocare o assorbire le iniziative che nascono dal basso semplicemente perché non rientrano in una loro specifica “sensibilità” pastorale o in un piano burocratico predefinito. Come ricordava Giovanni Paolo II nella Centesimus Annus, quando un corpo superiore si sostituisce alle realtà minori, ne anestetizza l’energia e ne distrugge il tessuto vitale. Senza il rispetto di questa legittima autonomia e della libertà dei figli di Dio, la sinodalità smette di essere il respiro dello Spirito nella Chiesa per diventare un mero metodo di controllo centralizzato.

La gestione del declino: il tradimento della generosità dei fedeli

Mi pare evidente che il Cammino sinodale abbia lasciato estranea la maggior parte del popolo di Dio parlando un linguaggio che non interroga l’anima. Si è preferito parlare di risorse economiche e di ottimizzazione delle parrocchie, adottando una logica di “gestione del declino” che contrasta con la storia di fede del nostro popolo. Spesso le strutture ecclesiali che oggi si vogliono accorpare sono il frutto della generosità dei fedeli che, anche in tempi di indigenza e povertà, hanno voluto dotare la Chiesa di luoghi degni per la gloria di Dio e per la missione. Trattare questi beni come meri “asset” da ottimizzare significa tradire la memoria di chi ha costruito la Chiesa con il proprio lavoro e la propria preghiera. Tale accentramento burocratico condanna inevitabilmente le piccole realtà a soccombere; eppure, è proprio in queste comunità, anche piccolissime, che sussiste la possibilità di coltivare relazioni autentiche nel nome di Cristo. L’autorità ecclesiastica non può trascurare il valore di questo tessuto vitale in nome di un’efficienza astratta, violando di fatto il principio di sussidiarietà che dovrebbe invece proteggere e valorizzare ogni porzione del corpo ecclesiale.

La verifica mancata e la responsabilità dei vertici

Dobbiamo ricordare che il Signore ha dato alla sua Chiesa tutti i mezzi, naturali e soprannaturali, per crescere e svilupparsi; la verifica di un cammino pastorale deve partire dal presupposto che il fallimento non è nel dono ricevuto, ma nella sua gestione. Il maestro che propone una verifica agli alunni, infatti, sta anzitutto compiendo una verifica su se stesso: sono riuscito a trasmettere i contenuti della disciplina, oppure ho fallito il mio compito di educatore? Il documento, in fondo, è l’ammissione di un fallimento che non ha il coraggio di essere confessato come peccato, ma viene mascherato con il gergo della sinodalità. La responsabilità di questa deriva ricade anche su chi ha deciso per conto del Papa le nomine dei vescovi (Conferenza Episcopale, Nunzi apostolici, Congregazione dei Vescovi ecc.) e che hanno insediato sulle sedi episcopali persone inadeguate, incapaci di porre rimedio alla progressiva perdita della vita di fede nelle diocesi e nelle parrocchie italiane. Se questo giudizio potrebbe apparire a qualcuno esagerato o persino irriverente, i fatti di una secolarizzazione galoppante sono inequivocabili e tragicamente sotto gli occhi di tutti; essa traspare persino dall’aspetto esteriore di molti ministri dell’altare, sempre più indistinguibili dagli uomini del secolo, dove l’abbandono pressoché generale dell’abito ecclesiastico, unito talvolta a un abbigliamento trasandato, è il segnale di una perdita di quella gravitas che dovrebbe testimoniare, anche visivamente, il ruolo soprannaturale della vocazione sacerdotale. I fatti parlano chiaro e contra factum non valet argomentum!

L’urgenza della conversione dell’intelligenza

A monte di tutto questo declino, occorre riconoscere una verità spesso dimenticata: la crisi della fede è anzitutto una crisi del pensiero. Senza una seria conversione dell’intelligenza, che sappia tornare a confrontarsi con la metafisica e con lo spessore dogmatico della Tradizione, nessuna riforma strutturale potrà mai generare vita. Si è smesso di formare le coscienze alla luce della sana teologia, preferendo adattarsi alle categorie della sociologia contemporanea; eppure, senza la chiarezza di un intelletto che ritrova il suo Fondamento, la pastorale diventa un esercizio di vuota retorica. Nessuna struttura, per quanto ben organizzata, potrà mai colmare il vuoto lasciato da un magistero che ha abdicato al compito di “insegnare” la Verità che rende liberi.

La certezza del Mistero contro la crisi delle strutture

Questo declino non è un destino ineluttabile, né il tramonto definitivo della missione della Chiesa; al contrario, esso deve essere lo stimolo per un impegno ancora più forte. In questa desolazione, resta una certezza: la Chiesa non appartiene ai suoi amministratori, ma al suo Signore. Se la gerarchia sembra aver smarrito la via, proprio questa penuria di mezzi e di guide diventa la chiamata urgente per il popolo di Dio a tornare all’essenziale, al Mistero che non passa e che non ha bisogno di alcuna ristrutturazione mondana per continuare a salvare le anime. Non dobbiamo temere la croce di questo momento, perché proprio lì, nel deserto, si prepara il terreno per una nuova generazione che non cercherà risposte nei documenti d’ufficio, ma nella Verità che, sola, può ancora far sussultare il cuore dell’uomo e che costantemente ci richiama al severo imperativo dell’Apostolo: «Attendete alla vostra salvezza con timore e tremore» (Fil 2,12).



*Fabio Vessillifero è uno pseudonimo




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