Michelangelo – Giudizio universale – Creazione di Adamo (particolare)
L’intelligenza della fede sotto processo: come la rinuncia alla metafisica ha svenduto l’uomo al nichilismo
di Fabio Vessillifero*
L’apostasia silenziosa: l’irrilevanza come logica conseguenza di un tradimento
Il dramma della Chiesa contemporanea non dipende da fattori esterni, né è il risultato di un mondo che ha semplicemente superato il cristianesimo. Al contrario, l’attuale stato di irrilevanza in cui versa la Chiesa è la conseguenza, quasi matematica, di una patologia tutta interna: una profonda apostasia che non si manifesta come una rottura violenta e plateale, ma come un lento, inesorabile svuotamento della propria identità. Tale smarrimento ha una causa precisa: la Chiesa ha smesso di esercitare quella “scienza dell’essere” — la metafisica — che per secoli è stata il suo sguardo sul reale. Per comprendere la gravità di questa crisi, dobbiamo anzitutto chiarire cosa sia la metafisica: al di là dei tecnicismi accademici, essa è la capacità della ragione umana di guardare oltre le apparenze — superando il dato meramente fenomenico delle scienze sperimentali — e oltre gli oggetti che maneggiamo ogni giorno, per cercare di comprendere cosa renda le cose ciò che sono e quale sia il loro scopo ultimo nell’ordine della realtà. È, in sostanza, la scienza che risponde alla domanda su che cosa sia veramente la verità e chi sia davvero l’essere umano.
È stato un errore di fondo gravissimo scegliere di recidere questa ossatura intellettuale che per secoli ha permesso alla Chiesa di comprendere sé stessa, Dio e il creato attraverso la luce ferma della ragione e della Verità oggettiva. Significa smettere di credere che il Dio che ha creato il mondo sia lo stesso che ha dato all’uomo la capacità di capire la verità. Se tagliamo questo legame, la fede diventa un sentimento cieco e la ragione perde ogni punto di riferimento, diventando incapace di dare senso alla vita. Quando i pastori scelgono di recidere questo legame per compiacere il mondo, condannano la fede a un fideismo irrazionale e la ragione a un nichilismo senza orizzonti; l’irrilevanza, in questo scenario, non è che il tragico e inevitabile approdo di chi ha smesso di testimoniare la Verità per trasformarsi, gradualmente, in un’eco inutile della cultura dominante.
Il tradimento del Vangelo: la resa incondizionata al pensiero dominante
Ciò a cui assistiamo oggi è la tragica metamorfosi della teologia, la quale, nei seminari e nelle facoltà pontificie, è arrivata a rifiutare programmaticamente la metafisica, con conseguenze devastanti per l’interpretazione stessa di ogni disciplina sacra, degradandole a una sorta di “letteratura” teologica, un esercizio di stile ermeneutico, soggettivista e, in ultima istanza, sociologico. Si dimentica colpevolmente che, per secoli, il messaggio cristiano, grazie al dialogo costante con la ragione, ha costituito un terreno fertile che ha dilatato le capacità intellettuali dell’uomo, offrendo quella fiducia nell’intelligibilità del reale che ha reso possibile, ad esempio, l’impresa della scienza sperimentale; ci si domanda se Galileo avrebbe mai potuto elaborare il metodo della stessa scienza sperimentale senza la convinzione, nutrita da una visione teologica e metafisica, di un ordine creato da un Dio razionale (logos).
Sottoponendo oggi il Dato rivelato al tribunale ristretto delle scienze umane — la psicologia, la sociologia, l’antropologia culturale — i Pastori della Chiesa hanno finito per abdicare al loro compito primario. È una deriva che ignora il solenne indirizzo magisteriale della Chiesa: sia il Codice di Diritto Canonico (can. 252 § 3), sia il decreto conciliare Optatam Totius (n. 16), impongono infatti di approfondire il mistero della salvezza sotto la guida di San Tommaso d’Aquino, indicato come maestro imprescindibile per la speculazione teologica. Disattendere tale norma non è un semplice aggiornamento, ma una rottura con l’architettura intellettuale che la Chiesa ha fissato per custodire l’ortodossia. Abbandonando la metafisica (e quindi la Philosophia perennis), la Chiesa crede di rendersi “comprensibile” all’uomo moderno, ma in realtà lo disarma, privandolo del baluardo necessario per non diventare vittima del sistema.
Il naufragio della cattedra: la teologia come ancella del contesto
La riforma degli studi teologici, sancita da atti recenti come il Motu Proprio di papa Bergoglio Ad theologiam promovendam (qui), segna il compimento di una frattura con la tradizione scolastica. Sotto il vessillo di una teologia “contestuale” e “in uscita”, si è di fatto consumato il divorzio tra l’indagine sacra e il rigore della scienza dell’Essere. Non si tratta di un semplice aggiornamento metodologico, ma di un radicale cambio di paradigma: la teologia smette di essere il tribunale della Verità — quello sguardo soprannaturale che, partendo dall’oggettività dell’Essere, giudica le culture e le loro deviazioni — per trasformarsi in una mera ancella delle “periferie” culturali. In questo nuovo orizzonte, la ricerca non è più orientata a svelare le strutture eterne del reale, ma a inseguire la mutevolezza del sentire umano, piegando il dato della Rivelazione alle esigenze, alle fragilità e alle narrazioni del momento.
Abbandonando la rigorosità della metafisica classica, che esigeva l’intelletto come strumento di elevazione verso l’Assoluto, la Chiesa finisce per imporre alle Facoltà Teologiche un orizzonte interpretativo ristretto, dove la fede viene analizzata esclusivamente tramite le lenti delle scienze umane. È una resa culturale totale: anziché formare teologi capaci di essere “segno di contraddizione” di fronte alle derive nichiliste, si preferisce plasmare esperti in dialogo sociale, pronti a tradurre il Vangelo nel linguaggio fluido del mondo. Così, la teologia perde la sua funzione profetica di baluardo contro il relativismo, diventando un esercizio di adattamento che, nell’illusione di farsi capire dagli uomini, ha smesso di annunciare Dio.
La transdisciplinarità senza fondamento: il delirio della “fermentazione”
Il richiamo alla “transdisciplinarità” come metodo di studio teologico rappresenta il paradosso più evidente di questa stagione di smarrimento. Bergoglio nel motu proprio sopra citato, invoca una “fermentazione” di tutti i saperi entro lo spazio della Rivelazione, ma è lecito domandarsi come ciò possa sussistere se è stata preventivamente negata la metafisica, ovvero l’architettura logica e oggettiva che garantisce l’intelligibilità di ogni disciplina. La metafisica, con le sue leggi immutabili — dal principio di non contraddizione alla distinzione tra sostanza e accidente — è la grammatica universale che permette alla filosofia, alle scienze e alla teologia di confrontarsi su un terreno comune.
Infatti, senza la metafisica che funge da criterio di ordine, non c’è sapienza che possa unificare i saperi; c’è solo un accumulo di prospettive parziali, che, lungi dall’evitare l’insignificanza, la istituzionalizzano. Il tentativo di uscire dall’ “autoreferenzialità” si risolve così in un cortocircuito logico: si pretende di unire le scienze intorno alla Verità, avendo però preventivamente smantellato lo strumento razionale — la metafisica — che alla Verità dà accesso. Ed è proprio questa perdita di accesso all’Essere che ci impedisce, oggi, di rispondere alla domanda fondamentale: che cosa è, in definitiva, la persona umana?
L’oblio dell’Essere: la diga che ha ceduto davanti alla tecnica
Il rifiuto della metafisica ha purtroppo comportato la sistematica rinuncia a definire l’uomo e la persona in modo chiaro e consapevole. L’aporia di questo rifiuto emerge, in modo sconcertante, anche nei recenti documenti magisteriali dove il concetto di persona elaborato dalla teologia e dalla metafisica classica è stato volutamente ignorato. Proprio per aver volutamente omesso la definizione di persona e cioè di «sostanza-soggetto individuale di natura razionale» (persona est rationalis naturae individua substantia) offertaci da san Severino Boezio nella recente enciclica di Leone XIV Magnifica humanitas, oggi fatichiamo a controbattere in modo adeguato all’assurda pretesa di chi vorrebbe concedere personalità giuridica alle varie forme della stessa intelligenza artificiale (qui).
Non basta più, infatti, fornire una definizione meramente esistenzialistica o sociologica: quando si perde il riferimento al concetto classico di persona, la Chiesa diventa incapace di opporre un freno a un potere, in mano alle concentrazioni di capitale, che mira a sradicare l’uomo dall’ordine oggettivo per trasformarlo in un semplice ingranaggio funzionale, un profilo di dati o una variabile nel calcolo del profitto. Senza il baluardo di una definizione forte e ancorata all’Essere, l’uomo finisce per essere inevitabilmente assimilato alla macchina.
Il tempio trasformato in aula: la liturgia come catechismo senz’anima
Questo rifiuto della metafisica ha infettato anche il cuore pulsante della vita cristiana: la liturgia. Per capire cosa stia accadendo, dobbiamo ricordare che per la fede cattolica il sacramento non è un simbolo vuoto, ma un segno che causa ciò che significa: nel momento in cui viene celebrato, la realtà delle cose cambia davvero per potenza di Dio. Senza la metafisica, che ci insegna a distinguere tra l’essenza di una cosa (la sostanza) e le sue apparenze (gli accidenti), il segno sacramentale viene inevitabilmente svuotato: se non crediamo più che il pane e il vino possano mutare nella loro realtà profonda — la sostanza — per diventare Corpo e Sangue di Cristo, il rito si riduce a una pura rappresentazione teatrale, utile forse a insegnarci qualcosa, ma incapace di comunicare la Grazia.
Purtroppo, questa deriva didattica è oggi diventata il marchio di fabbrica comune a una moltitudine di sacerdoti, che hanno trasformato il rito in una lezione. Quando la liturgia smette di essere il luogo in cui il tempo tocca l’eternità, diviene una mera rappresentazione didattica. In questa deriva, il fedele non è più consapevole di trovarsi realmente davanti alla Maestà di Dio, che lo chiama a partecipare alla Sua stessa vita divina; al contrario, viene trascinato in un’atmosfera di familiarità orizzontale dove il sacro viene profanato dalla logica della spiegazione. Se il rito non fa più ciò che significa, viene sterilizzato. Il fedele, ormai, non entra in chiesa per un atto di adorazione che trasfigura la vita, ma per ascoltare una narrazione rassicurante, un esercizio di pedagogia sociale che, lungi dal convertire l’anima attraverso l’incontro reale con il Mistero, la rinchiude nel perimetro del discorso umano.
Pastori al guinzaglio: la complicità involontaria con il nichilismo
È qui che emerge la complicità, forse inconsapevole ma innegabile, di molti pastori con un sistema che vuole l’uomo privo di identità, fluido e plasmabile. Questi pastori, sentendosi deboli e profondamente smarriti davanti all’imponenza dei poteri forti, finiscono per illudersi di poter rendere il sistema “coerente” con il messaggio cristiano, cercando una sorta di compromesso che ne attutisca i tratti più crudi. Accettando di parlare il linguaggio del consenso, del dialogo fine a sé stesso e della funzionalità sociale, essi hanno finito per fare il gioco di un potere che teme la metafisica come il peggior nemico.
E il motivo è semplice: se la metafisica ci insegna che ogni cosa ha un senso profondo e che l’uomo non è una merce, ma un essere unico creato per fini superiori, allora diventa impossibile ridurlo a puro consumatore. Il consumismo e la speculazione finanziaria hanno bisogno di un mondo senza verità oggettive, dove tutto è relativo e calcolabile. La verità oggettiva è dunque l’unico vero argine invalicabile al dispotismo del mercato, perché restituisce alle persone quel valore infinito che nessun prezzo può quantificare. Questi pastori dimenticano, però, che il Signore non ha chiesto di scendere a patti con il mondo, ma ha promesso la vittoria: «Abbiate fiducia; io ho vinto il mondo» (Gv 16,33). Questa non è una pia speranza, ma una certezza ontologica fondata nella Risurrezione e sul dono dello Spirito. La crisi attuale, dunque, non può essere imputata alla difficoltà dei tempi, ma alla nostra infedeltà, alla nostra viltà, nel non voler essere quel segno di contraddizione che il mondo, nel suo smarrimento, disperatamente attende.
La solitudine del resto: l’ultima resistenza del pensiero fedele
Oggi, per chi ha ancora a cuore l’integrità del Deposito della fede, si apre la via, difficile ma necessaria, della resistenza intellettuale. Non è il tempo del pianto vittimistico, né quello di cercare alibi nel contesto storico, ma il tempo di custodire la dottrina, di riaffermare con coraggio una retta antropologia e di tornare a studiare, a pensare e a vivere secondo la Verità. Siamo chiamati a essere un resto fedele, custodi di una fiamma che non si è spenta – e che non può spegnersi – pronti ad abitare la solitudine di chi, in un mondo che ha smarrito la propria essenza, osa ancora chiamare le cose con il loro nome, nell’attesa che questa crisi, nel suo implacabile processo di dissoluzione, lasci finalmente spazio a un nuovo, necessario risveglio dell’intelligenza della fede.
*Fabio Vessillifero è uno pseudonimo

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