
(Foto di Piron Guillaume su Unsplash)
Di Caterina Giojelli, 26 giugno 2026
Nei Paesi Bassi è stato praticato il primo caso di eutanasia su un bambino al di sotto dei dodici anni. La notizia è stata comunicata dalla ministra della Salute Sophie Hermans lunedì scorso in una lettera al Parlamento. Nessun dettaglio sul minore: né sesso, né età precisa, né diagnosi, né contesto familiare. Solo l’essenziale burocratico – il caso è stato esaminato dal comitato speciale istituito per valutare l’eutanasia infantile verso la fine dello scorso anno – e il decesso è stato segnalato alla procura, che deciderà, come avviene in tutti i casi di eutanasia, se i medici abbiano rispettato le rigide norme che li tutelano dall’accusa di omicidio colposo. Perché in Olanda, dove l’eutanasia rappresenta circa il 6 per cento di tutti i decessi del paese, sopprimere i malati non è da tempo un evento eccezionale, ma una procedura regolata dentro il sistema sanitario, sottoposta a controls ex post e a criteri progressivamente ampliati.
La cornice è nota: sofferenza “insopportabile e senza prospettiva di miglioramento”, “consenso dei genitori”, e – quando possibile – consenso del paziente. Nel caso di un bambino di età compresa tra 1 e 12 anni le linee guida stabiliscono che «il medico coinvolgerà il bambino, nella misura in cui ne sia in grado, nella decisione e dovrà accertarsi che la vita del bambino non venga interrotta contro la sua volontà». Meno di 12 anni. Nei Paesi Bassi l’eutanasia è legale dal 2024 per i bambini di quell’età. Fino ad allora era già autorizzata per i neonati fino al compimento del primo anno di vita e per i ragazzi tra i 12 e i 18 anni. All’epoca, si calcolava che avrebbero potuto beneficiarne cinque bambini all’anno, ma il punto non sono mai state le singole vicende.
Iris Dekker aveva 16 anni e due tentativi di suicidio alle spalle quando presentò domanda di eutanasia presso l’Expertisecentrum Euthanasie olandese: dall’età di 13 anni soffriva di un disturbo neurologico funzionale, associato a grave disagio psicologico e depressione e il suo psicologo riteneva che per la legge esistesse un modo più umano di morire: l’eutanasia, appunto, consentita nei casi di «sofferenza insopportabile senza prospettive di miglioramento». A partire dai 16 anni in Olanda non ci vuole il consenso dei genitori per morire – richiesto tra i 12 e i 16 – e così Iris, dopo essere stata trattata con ketamina ed elettroshock («Voleva essere sicura di aver provato tutto, in modo che la clinica per l’eutanasia non potesse respingere la sua richiesta», racconterà il padre) ha ottenuto la morte. Gli psichiatri hanno confermato che soffrisse di «appiattimento emotivo» tanto che quando sua nonna era morta non aveva provato «nulla».
Quando Rupa Subramanya, esperta firma di The Free Press che da quattro anni documenta il sistema di suicidio assistito gestito dal governo canadese, è andata a trovare i Dekker ottenendo le cartelle cliniche della ragazza, ha scoperto «un sistema che trasforma i desideri ambigui dei giovani in una diagnosi di depressione incurabile. Questo processo solleva interrogativi non solo sul trattamento di alcuni adolescenti come Iris che scelgono l’eutanasia, ma anche di innumerevoli altri che si trovano di fronte all’idea che la loro sofferenza psicologica sia irrisolvibile. La questione di quando esattamente questo tipo di sofferenza diventi incurabile è centrale in altri esempi di quella che è diventata nota come “eutanasia psichiatrica”. Il suicidio assistito è nato come un modo per garantire una morte dignitosa ai pazienti affetti da malattie fisiche incurabili».
«Ti dicono che sei senza speranza. L’eutanasia sembra l’unica soluzione»
Altro che fine di vita: una volta normalizzato l’uso della parola “incurabile” – tanto da farne un criterio obsoleto, nel caso di Iris i suoi medici si sono ben astenuti dal dichiarare la sua condizione incurabile – e una volta normalizzato il nome dell’alternativa, “eutanasia psichiatrica”, va da sé che l’opzione venga metabolizzata dalla società. Nel 2025 si sono registrati 174 casi di eutanasia psichiatrica, pari a circa l’1,7% dei decessi per eutanasia. Un’opzione che si fa presente ai ragazzi fin da quando sono piccoli.
L’opzione crea la domanda. Non sarà diverso con l’eutanasia pediatrica
Tra coloro che hanno studiato l’eutanasia, il momento in cui i medici comunicano a un giovane paziente che la sua sofferenza è incurabile rappresenta un punto di svolta cruciale nel percorso verso la morte. Jim van Os, psichiatra presso il Centro Medico Universitario di Utrecht, ha spiegato a Tfp che, con il progredire dei trattamenti, ogni fallimento rafforza la convinzione che l’eutanasia sia l’unica soluzione. «Tutti iniziano a concordare sul fatto che la situazione sia senza speranza: i medici, i genitori, il paziente», ha affermato van Os. «E poi l’eutanasia comincia a sembrare l’unica soluzione». Si dice a un giovanissimo che ha un disturbo mentale, che è resistente alle cure, e poi si conferma che non si può fare nulla. E sentirsi dire da un medico che non ci sono altre opzioni è ciò che Van Os definisce «la situazione ideale per la disperazione e la demoralizzazione della sofferenza di un ragazzo».
Noa, il premier cattolico e la dottoressa Catharina A.
Alla mamma di Noa Pothoven, la 17enne depressa e traumatizzata per gli abusi sessuali subiti che si è lasciata morire assistita dai medici nel 2019, è stato detto che la sua vita «non era più significativa». Ci siamo abituati: dal Belgio all’Olanda, dal Canada agli Usa, la legalizzazione ha incoraggiato i ragazzi sani a chiedere la morte assistita, i medici a “prescriverla”, le persone a togliersi la vita per qualunque ragione. Non c’è più paletto che tenga. Secondo il rapporto pubblicato nel maggio 2025, nel 2024 hanno ricevuto l’eutanasia 9.958 persone, il 10% in più rispetto all’anno precedente. Di depressi e psichiatrici si è già detto; secondo i dati della Commissione di revisione dell’eutanasia basta anche solo una polipatologia legata alla vecchiaia per essere uccisi, o, come nel terribile caso finito all’Aia e poi alla Corte Suprema dell’anziana uccisa contro il suo volere dalla dottoressa Catharina A., basta soffrire di demenza.
Da qualche anno si dibatte sulla proposta di approvare l’eutanasia per tutti gli over 75 in buona salute ma stanchi di vivere – prassi già di fatto digerita come dimostra l’eutanasia di coppia, nel 2024, dell’ex premier cattolico Dries van Agt e la moglie Eugenie. Nessuno in Olanda ha alzato un sopracciglio alla notizia, dal momento che «qui interrompere attivamente la vita delle persone è diventato normale», come dichiarava a Tempi Theo Boer, docente di Etica della salute all’Università teologica protestante di Groeningen, ex membro della Commissione incaricata di valutare la corretta applicazione della legge sull’eutanasia, oggi feroce oppositore della pratica.
«L’eutanasia pediatrica non è davvero necessaria»
E così è stato per il bambino: sì, era piccolo, ma era anche gravemente malato. Non sappiamo altro, solo che quando venne varata la misura i nuovi regolamenti prevedevano che per essere ucciso un bambino dovesse essere in fin di vita. «Perché non usare altri modi per alleviare la sua sofferenza, come la morfina o la sedazione palliativa? – continuava Boer -. L’eutanasia non è davvero necessaria». Inoltre, se un bambino non consenziente può essere sottoposto a eutanasia perché in fin di vita, perché non estendere lo stesso criterio ad altre condizioni gravi ma non terminali? E perché non ai pazienti incapaci di esprimere volontà, come le persone con demenza? La logica interna, una volta accettata, non ha più un punto naturale di arresto. «Perché dovremmo uccidere solo i bambini sofferenti che sono vicini alla morte naturale? Perché non uccidere anche quelli che hanno un’aspettativa di vita di 5 o 10 anni? In quest’ultimo caso la sofferenza sarebbe ancora maggiore e prolungata».
Nel 2018, per la seconda volta, l’Olanda dichiarò di avere ucciso un bambino sotto i 12 mesi con il Protocollo di Groningen: secondo gli esperti aveva una «aspettativa di vita di 10 anni», durante i quali però la sua qualità della vita non sarebbe mai migliorata. L’eutanasia olandese, nella sua legittimazione pubblica, si è sempre appoggiata a due pilastri: compassione per la sofferenza e autodeterminazione – solo chi richiede la “buona morte” per sé può ottenerla e dai 12 anni in su i bambini sono considerati come “giovani adulti”. Diverso il discorso per i bambini fino al primo anno di età, per i quali, “grazie” al Protocollo elaborato dal professor Eduard Verhaegen, dal 2004 l’eutanasia viene trattata alla stregua di un trattamento perinatale e di un “aborto esteso”.
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