di Sabino Paciolla
La Sindone di Torino torna al centro dell’attenzione scientifica grazie a una ricerca condotta dall’Università di Padova che ha analizzato il DNA presente sul celebre telo funerario, aggiungendo nuovi elementi a sostegno della sua autenticità e tracciandone il percorso storico dal Medio Oriente fino all’Europa.
Lo riporta Gary Isbell in un suo articolo pubblicato su Tradizione, Proprietà e famiglia.
Lo studio, guidato dal dottor Gianni Barcaccia, professore di Genetica e Genomica, ha rilevato sulla Sindone una straordinaria varietà di materiale genetico proveniente da tutto il mondo. I risultati mostrano che oltre il 55 per cento del DNA identificato proviene dal Vicino Oriente, circa il 38 per cento dall’India e meno del 5 per cento dall’Europa. Non stupisce che il telo rechi tracce di così tante origini diverse, considerando le innumerevoli mani che lo hanno toccato nel corso dei secoli. Tuttavia, la predominanza mediorientale risulta particolarmente significativa.
Tra i dati più rilevanti, i ricercatori hanno confermato la presenza del DNA appartenente all’aplogruppo H33, un marcatore genetico comune tra i drusi — gruppo etnoreligioso di lingua araba presente in Siria, Libano e Israele — e più in generale tra le popolazioni levantine, inclusi palestinesi, ciprioti ed ebrei. Questa impronta genetica colloca inequivocabilmente la Sindone in un contesto geografico mediorientale.
Altrettanto interessante è la spiegazione proposta per la forte componente indiana. Gli autori dello studio osservano che «la presenza di circa il 38% di discendenze etniche indiane potrebbe derivare da interazioni storiche o dall’importazione da parte dei Romani di lino proveniente da regioni vicine alla Valle dell’Indo». Non a caso, il termine greco “Sindôn”, da cui deriva la parola “Sindone” e che significa lino pregiato, sembra linguisticamente connesso al Sindh, regione storicamente rinomata per i suoi tessuti di alta qualità. Il lino del telo potrebbe dunque essere stato filato in India, transitato per il Tempio di Gerusalemme — dove veniva impiegato per le vesti del Sommo Sacerdote — e infine giunto in Europa.
A completare il quadro, l’analisi del microbioma ha rivelato la presenza di archei alofili, microrganismi che prosperano in ambienti ad alta salinità. Questo dato «indica chiaramente che il telo è stato un tempo conservato in prossimità di un corpo idrico altamente salino, come il Mar Morto», rafforzando ulteriormente il legame con la Terra Santa.
Ma è la natura dell’immagine impressa sulla Sindone a sfidare ogni spiegazione razionale. L’immagine appare esclusivamente sulle fibre più superficiali del tessuto, escludendo l’ipotesi di reazioni chimiche. È presente sia sul fronte che sul retro, ma assente al centro. Mostra dettagli interni del corpo con un effetto simile a una radiografia. Soprattutto, non vi è alcuna traccia di disturbo meccanico: nessuna fibra strappata, nessuna macchia sbavata. Il telo appare come se il corpo vi fosse semplicemente svanito.
Per spiegare questo fenomeno, alcuni ricercatori hanno avanzato l’ipotesi che il cadavere abbia emesso un’intensa esplosione di radiazioni che ne ha impresso l’immagine nel lino, probabilmente mentre levitava, diventando — dal punto di vista clinico — «meccanicamente trasparente» rispetto al proprio lenzuolo funerario.
L’autore dell’articolo, Gary Isbell, conclude con una riflessione che sintetizza la portata spirituale e scientifica della reliquia: «Nessun processo terreno attualmente noto all’umanità può spiegare come la Sindone sfidi le leggi del mondo naturale». Per la fede cattolica, ciò che la scienza chiama “smaterializzazione” corrisponde a quello che la teologia definisce corpo glorioso della Risurrezione. Un enigma che, a duemila anni di distanza, continua a interrogare credenti e scettici con la stessa, inesauribile forza.

Nessun commento:
Posta un commento