Dal Vaticano è arrivato un chiaro “NO” alla Conferenza episcopale tedesca sulla possibilità di affidare l’omelia durante la Messa ai laici. Così si dà un duro colpo alle pretese più radicali del cammino sinodale tedesco.
Pubblicato 28 giugno 2026
di Julio Loredo
Dal Vaticano è arrivato un chiaro no alla Conferenza Episcopale Tedesca sulla possibilità di affidare l’omelia durante la Messa ai laici. Si tratta di un duro colpo alle pretese più radicali del Cammino sinodale tedesco.
In una lettera datata 17 giugno 2026, come informa Vatican News, il Dicastero per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti ha risposto alla domanda posta dai vescovi tedeschi lo scorso 30 marzo riguardo alla possibilità di far tenere, in casi eccezionali, l’omelia a laici qualificati.
Nella missiva, indirizzata a monsignor Heiner Wilmer, presidente della Conferenza Episcopale Tedesca, il Dicastero, pur esprimendo apprezzamento per le preoccupazioni pastorali che hanno ispirato tale richiesta, sottolinea che ciò non è possibile e che, cito, «la disciplina vigente non può essere derogata mediante un indulto».
L’omelia, infatti, è riservata al sacerdote o al diacono e non è frutto di una mera norma disciplinare, ma deriva dalla natura stessa della liturgia.
Non si tratta, quindi, di una semplice disposizione disciplinare che potrebbe essere derogata, bensì di una questione teologica che riguarda la natura stessa di due sacramenti: l’Eucaristia e l’Ordine sacro.
Il motivo teologico è molto chiaro. L’omelia costituisce parte integrante della liturgia e rappresenta un esercizio del munus docendi, cioè del compito di insegnare affidato ai ministri ordinati attraverso il sacramento dell’Ordine, vale a dire ai sacerdoti e ai diaconi.
La lettera del Vaticano cita l’istruzione Redemptionis Sacramentum del 2004, promulgata durante il pontificato di Giovanni Paolo II, che afferma:
«Va ricordato che, in base a quanto prescritto dal canone 767, si ritiene abrogata ogni precedente norma che abbia consentito a fedeli non ordinati di tenere l’omelia durante le celebrazioni eucaristiche. Tale prassi è di fatto riprovata e non può pertanto essere accordata in virtù di alcuna consuetudine.»
Il canone citato stabilisce infatti che l’omelia è parte della stessa liturgia ed è riservata al sacerdote o al diacono.
Commentando l’istruzione vaticana, il cardinale Gerhard Ludwig Müller, prefetto emerito del Dicastero per la Dottrina della Fede, ha dichiarato:
«Non si possono suddividere arbitrariamente i poteri sacerdotali e delegarli in chiave funzionalista, a meno che, come fanno i protestanti, non si neghi il sacerdozio sacramentale, lo si sottoponga interamente al sacerdozio comune di tutti i fedeli e lo si riduca a una mera funzione svolta per conto della comunità.»
La misura del Vaticano rappresenta dunque un freno, e non da poco, alle pretese dei settori più radicali del Cammino sinodale tedesco.
Il malcontento in Germania è diffuso, avverte l’agenzia Katholisch.de. Alcuni spingono perfino alla disobbedienza.
Non per altro il cardinale Müller ha concluso il suo commento con queste parole:
«Gli eterni contestatori tedeschi non solo dovrebbero ripensare, una volta per tutte, il loro rapporto con il ministero petrino del Papa, ma anche familiarizzarsi con i fondamenti della teologia cattolica e smettere di far sbattere contro un muro la Chiesa in Germania con le loro ideologie cariche di risentimento e le loro pretese di potere.»
Dal canto suo, ricordando che i vescovi tedeschi avevano già approvato un documento di segno opposto rispetto all’istruzione vaticana, la presidente del Comitato Centrale dei Cattolici Tedeschi, Irme Stetter-Karp, ha dichiarato:
«Ci aspettiamo che i vescovi tedeschi ribadiscano a Roma la loro posizione sostanziale su questo tema, rafforzino le loro argomentazioni e non interpretino in alcun modo la lettera del cardinale Roche come scoraggiante.»
In altre parole, invita i vescovi tedeschi a infischiarsene di Roma. In realtà, la lettera non è semplicemente scoraggiante: è un no inequivocabile.
Per non restare indietro, l’Associazione delle Donne Cattoliche in Germania ha interpretato la risposta di Roma come «un’ulteriore prova della mancanza di parità di genere nella Chiesa cattolica».
Sembra che, per loro, la dottrina cattolica conti poco o nulla. La priorità sono le proprie ambizioni femministe. Vogliono riformare la Chiesa per adattarla alle proprie rivendicazioni.
Questa, chiamiamola così, noncuranza per la verità è una caratteristica del progressismo. Lo vediamo, per esempio, nella reazione del movimento Noi siamo Chiesa (Wir sind Kirche).
Cito:
«Il rifiuto del Vaticano è una decisione completamente irrealistica, basata su un principio.»
Avete capito? In altre parole: la realtà la dettiamo noi e la verità teologica dovrà adattarsi a essa.
A me questo ricorda il non serviam di Satana, cioè il rifiuto di sottomettersi all’ordine creato da Dio.
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In molti mi hanno chiesto di approfondire il tema dell’autodemolizione della Chiesa, che ho presentato la scorsa settimana. Eccone un esempio caratteristico.
Qualche mese fa, applicando in modo rigoroso il motu proprio Traditionis Custodes di Papa Francesco, monsignor Edward Weisenburger, arcivescovo di Detroit, negli Stati Uniti, aveva sospeso la celebrazione della Messa nel rito tradizionale in ben tredici chiese, nonostante fossero molto frequentate.
La misura, secondo InfoVaticana, provocò un grande scompiglio tra i fedeli.
Ebbene, la scorsa settimana monsignor Weisenburger ha presentato un piano di riorganizzazione della diocesi che prevede la soppressione di trenta Messe domenicali e la chiusura definitiva di un numero imprecisato di chiese.
Il motivo è il solito: mancanza di sacerdoti e diminuzione del numero dei fedeli.
Questa è la mentalità autodemolitrice. Anche di fronte al fallimento della pastorale “aggiornata”, il pastore continua a perseguitare l’unico settore della diocesi che mostra segni di vitalità.
Ma passiamo a un tema di fondo.
Nella recente enciclica Magnifica Humanitas, Papa Leone XIV scrive:
«Oggi è più che mai importante ribadire il superamento della teoria della guerra giusta.»
Questa frase ha suscitato alcune perplessità, a cominciare dal fatto che non è chiaro cosa significhi “superare” una dottrina che fa parte del Magistero della Chiesa fin dall’epoca di Sant’Agostino. Si tratta infatti di una dottrina, e non di una semplice teoria, come invece la definisce l’enciclica.
L’argomento è così importante che sembra sia stato inserito nel programma del concistoro, cioè della riunione dei cardinali che si tiene in Vaticano proprio questo fine settimana.
Dico “sembra” perché il Papa ha imposto il riserbo ai cardinali.
Papa Leone ha convocato un concistoro a Roma questo fine settimana, scrive il pensatore cattolico Robert Royal su The Catholic Thing, e prosegue:
«Uno degli argomenti proposti per la discussione è la teoria della guerra giusta, che il Papa ha definito superata nella sua recente enciclica Magnifica Humanitas. Alcuni critici hanno definito tale formulazione sostanzialmente pacifista e si sono chiesti come un agostiniano possa affermare una cosa simile.»
Infatti, le guerre sono conseguenza del peccato: del peccato originale e dei peccati personali.
Chiedere la fine della guerra equivale, in fondo, a chiedere la fine del peccato: un auspicio tanto bello quanto irrealizzabile in questa vita.
Purtroppo, finché esisterà il peccato, esisteranno anche le guerre.
La Chiesa, madre amorevolissima, cerca di eliminare la causa delle guerre richiamando gli uomini alla conversione spirituale e distribuendo i sacramenti, che conferiscono la grazia santificante.
Allo stesso tempo, poiché non coltiva l’illusione che la pace regnerà per sempre sulla terra, ha elaborato la dottrina della guerra giusta, proprio per introdurre criteri morali in situazioni che altrimenti sarebbero lasciate alle sole passioni umane.
Elaborata per primo da Sant’Agostino, Padre della Chiesa, la dottrina della guerra giusta è stata successivamente sviluppata da grandi teologi come San Tommaso d’Aquino, San Bonaventura da Bagnoregio, San Bernardo di Chiaravalle e molti altri.
Questa dottrina è giunta fino al Catechismo della Chiesa Cattolica promulgato da Giovanni Paolo II, che le dedica diversi paragrafi.
«La Chiesa non è pacifista», ricordava Papa Giovanni Paolo II in un discorso pronunciato nella parrocchia di Santa Dorotea, a Roma, nel 1991. Lo cito:
«Pace giusta, certamente, ma non siamo pacifisti. Non vogliamo la pace a ogni costo, bensì una pace giusta. Pace e giustizia. La pace è sempre opera della giustizia, opus iustitiae pax; ma, d’altra parte, è anche frutto della carità, dell’amore. Non si arriva alla pace se non attraverso l’amore.»
Chiudo la citazione.
«Non possiamo abbandonare la dottrina della guerra giusta», scrive anche il pur progressista Michael Sean Winters sul National Catholic Reporter, e continua:
«Quando i cardinali di tutto il mondo si riuniranno a Roma per il concistoro, uno dei temi che discuteranno sarà proprio se la teoria della guerra giusta sia ormai superata e, in tal caso, che cosa fare al riguardo.
Papa Leone mira chiaramente a unire la Chiesa cattolica. Abbandonare una tradizione teologica lunga millecinquecento anni non lo aiuterà certo in questo progetto. Ancor più importante, sebbene tutti desideriamo la pace, nulla nei Vangeli ci esime dalla responsabilità storica di proteggere i deboli e gli indifesi.
Alcune ingiustizie invocano giustizia dal cielo e la guerra, o qualcosa di molto simile alla guerra, potrebbe essere necessaria per porvi fine. Le distorsioni della dottrina della guerra giusta vanno certamente corrette, ma accantonare la dottrina stessa è davvero una pessima idea. La guerra è una cosa terribile, ma non è sempre la cosa più terribile.»
Chiudo la citazione.
Vedremo che cosa emergerà da questo concistoro.
Nel frattempo, preghiamo per la Chiesa e per il Papa.

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