
di Giulio Ferri
In una recente intervista a padre James Altman, il sacerdote statunitense, noto per le sue posizioni fortemente critiche verso molti sviluppi ecclesiali contemporanei, ha sostenuto che staremmo vivendo una fase storica riconducibile a quella che la tradizione cristiana chiama la “grande apostasia”, preludio all’apparizione dell’Anticristo e agli eventi ultimi della storia della salvezza. L’intervista, dall’eloquente titolo “We are in the end times: the great apostasy, the dawning of the Antichrist”, non è soltanto una denuncia delle crisi attuali della Chiesa e del mondo, ma una vera interpretazione teologica del nostro tempo.
Padre Altman parte da una convinzione fondamentale: la crisi contemporanea non sarebbe principalmente politica, culturale o economica. Alla radice vi sarebbe una crisi spirituale senza precedenti, caratterizzata da un progressivo abbandono della fede cristiana da parte di intere nazioni un tempo profondamente evangelizzate. L’apostasia, nel linguaggio biblico, non è semplicemente la diminuzione della pratica religiosa. È il rifiuto consapevole della verità rivelata dopo averla conosciuta. Secondo il sacerdote americano, questo fenomeno starebbe assumendo dimensioni globali.
Nel corso dell’intervista, Altman richiama esplicitamente il passo della seconda lettera ai Tessalonicesi nel quale san Paolo parla di una grande apostasia che precederà la manifestazione dell’«uomo dell’iniquità». A suo giudizio, molti segni descritti dalla Scrittura sembrerebbero oggi manifestarsi sotto i nostri occhi: il relativismo morale, l’abbandono della legge naturale, la dissoluzione della famiglia, la normalizzazione del peccato, la perdita del senso del sacro e perfino la crescente confusione dottrinale all’interno della stessa Chiesa.
Particolarmente significativo è il modo in cui Altman interpreta la situazione ecclesiale. Egli non concentra la propria attenzione su singoli errori disciplinari o pastorali, ma su una trasformazione più profonda. Secondo la sua lettura, il problema principale sarebbe la progressiva sostituzione del linguaggio tradizionale della fede con categorie sempre più influenzate dalla cultura contemporanea. In questa prospettiva, parole come conversione, peccato, penitenza, sacrificio e giudizio sarebbero state progressivamente marginalizzate a favore di termini come inclusione, accompagnamento, dialogo e accoglienza.
L’intervista affronta anche il tema dell’Anticristo. Qui padre Altman invita alla prudenza. Non identifica una persona specifica né pretende di indicare date o eventi precisi. Tuttavia sostiene che molte dinamiche contemporanee sembrerebbero preparare il terreno a una figura futura capace di offrire soluzioni globali a problemi globali, presentandosi come portatrice di pace, unità e sicurezza, ma al prezzo della subordinazione della verità religiosa a un nuovo ordine ideologico.
Secondo il sacerdote, uno degli aspetti più inquietanti del nostro tempo sarebbe proprio la crescente disponibilità delle società moderne a sacrificare libertà fondamentali in cambio di stabilità e sicurezza. Questo fenomeno verrebbe favorito dalle nuove tecnologie, dai sistemi di controllo digitale e dalla concentrazione di potere nelle mani di grandi strutture economiche e politiche sovranazionali. Altman vede in questi processi non necessariamente l’Anticristo stesso, ma possibili condizioni preparatorie per la sua futura manifestazione.
Un altro punto centrale dell’intervista riguarda il ruolo della sofferenza. Padre Altman ritiene che molti cristiani occidentali abbiano perso la capacità di comprendere il significato redentivo della croce. In una cultura che esalta il benessere, il comfort e l’autorealizzazione individuale, il cristianesimo rischierebbe di essere ridotto a una semplice proposta etica o psicologica. Ma il Vangelo, ricorda il sacerdote, parla di combattimento spirituale, di perseveranza e di fedeltà anche nelle persecuzioni.
Non manca infine un forte richiamo alla speranza. Sebbene il quadro delineato sia estremamente severo, Altman insiste sul fatto che i cristiani non devono vivere nella paura. Se la storia è davvero avviata verso eventi drammatici, essa resta comunque nelle mani della Provvidenza. L’ultima parola non appartiene all’Anticristo, ma a Cristo. Non appartiene all’apostasia, ma alla vittoria definitiva del Regno di Dio.
Che cosa pensare di queste affermazioni?
La tradizione cattolica ha sempre riconosciuto la possibilità di una grande apostasia finale. Non si tratta di una teoria marginale, ma di una dottrina radicata nella Scrittura e sviluppata da molti Padri della Chiesa. Allo stesso tempo, la Chiesa è sempre stata estremamente prudente nell’identificare eventi storici specifici con le profezie escatologiche.
Ogni generazione cristiana ha avuto motivi per pensare di vivere tempi eccezionali. Guerre mondiali, persecuzioni, rivoluzioni, eresie e crolli morali hanno spesso alimentato interpretazioni apocalittiche. Per questo motivo il discernimento è indispensabile.
Tuttavia sarebbe altrettanto ingenuo ignorare la profondità della crisi contemporanea.
Per la prima volta nella storia, intere civiltà nate dal cristianesimo sembrano rinnegare sistematicamente le proprie radici spirituali. Per la prima volta, il potere tecnologico dell’uomo raggiunge livelli che consentono forme di controllo e manipolazione prima impensabili. Per la prima volta, la stessa idea di natura umana viene rimessa radicalmente in discussione.
Non sappiamo se questi siano gli ultimi tempi nel senso stretto della parola. Nessuno lo sa se non Dio solo! Ma sappiamo che esistono caratteristiche della nostra epoca che rendono la domanda meno fantasiosa di quanto molti credano. La questione decisiva, tuttavia, non è stabilire se l’Anticristo sia vicino. La questione decisiva è un’altra. Se davvero viviamo in un’epoca di apostasia crescente, la risposta cristiana non consiste nell’ossessione per i segni dei tempi, ma nel rafforzamento della fede, della preghiera, dei sacramenti e della fedeltà a Cristo. Perché il Nuovo Testamento non ci chiede di indovinare il calendario degli eventi ultimi. Ci chiede di essere pronti. Sempre.
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Nell’immagine: Luca Signorelli, “Predica e punizione dell’Anticristo” (1499-1504), Duomo di Orvieto (particolare).
Nel corso dell’intervista, Altman richiama esplicitamente il passo della seconda lettera ai Tessalonicesi nel quale san Paolo parla di una grande apostasia che precederà la manifestazione dell’«uomo dell’iniquità». A suo giudizio, molti segni descritti dalla Scrittura sembrerebbero oggi manifestarsi sotto i nostri occhi: il relativismo morale, l’abbandono della legge naturale, la dissoluzione della famiglia, la normalizzazione del peccato, la perdita del senso del sacro e perfino la crescente confusione dottrinale all’interno della stessa Chiesa.
Particolarmente significativo è il modo in cui Altman interpreta la situazione ecclesiale. Egli non concentra la propria attenzione su singoli errori disciplinari o pastorali, ma su una trasformazione più profonda. Secondo la sua lettura, il problema principale sarebbe la progressiva sostituzione del linguaggio tradizionale della fede con categorie sempre più influenzate dalla cultura contemporanea. In questa prospettiva, parole come conversione, peccato, penitenza, sacrificio e giudizio sarebbero state progressivamente marginalizzate a favore di termini come inclusione, accompagnamento, dialogo e accoglienza.
L’intervista affronta anche il tema dell’Anticristo. Qui padre Altman invita alla prudenza. Non identifica una persona specifica né pretende di indicare date o eventi precisi. Tuttavia sostiene che molte dinamiche contemporanee sembrerebbero preparare il terreno a una figura futura capace di offrire soluzioni globali a problemi globali, presentandosi come portatrice di pace, unità e sicurezza, ma al prezzo della subordinazione della verità religiosa a un nuovo ordine ideologico.
Secondo il sacerdote, uno degli aspetti più inquietanti del nostro tempo sarebbe proprio la crescente disponibilità delle società moderne a sacrificare libertà fondamentali in cambio di stabilità e sicurezza. Questo fenomeno verrebbe favorito dalle nuove tecnologie, dai sistemi di controllo digitale e dalla concentrazione di potere nelle mani di grandi strutture economiche e politiche sovranazionali. Altman vede in questi processi non necessariamente l’Anticristo stesso, ma possibili condizioni preparatorie per la sua futura manifestazione.
Un altro punto centrale dell’intervista riguarda il ruolo della sofferenza. Padre Altman ritiene che molti cristiani occidentali abbiano perso la capacità di comprendere il significato redentivo della croce. In una cultura che esalta il benessere, il comfort e l’autorealizzazione individuale, il cristianesimo rischierebbe di essere ridotto a una semplice proposta etica o psicologica. Ma il Vangelo, ricorda il sacerdote, parla di combattimento spirituale, di perseveranza e di fedeltà anche nelle persecuzioni.
Non manca infine un forte richiamo alla speranza. Sebbene il quadro delineato sia estremamente severo, Altman insiste sul fatto che i cristiani non devono vivere nella paura. Se la storia è davvero avviata verso eventi drammatici, essa resta comunque nelle mani della Provvidenza. L’ultima parola non appartiene all’Anticristo, ma a Cristo. Non appartiene all’apostasia, ma alla vittoria definitiva del Regno di Dio.
Che cosa pensare di queste affermazioni?
La tradizione cattolica ha sempre riconosciuto la possibilità di una grande apostasia finale. Non si tratta di una teoria marginale, ma di una dottrina radicata nella Scrittura e sviluppata da molti Padri della Chiesa. Allo stesso tempo, la Chiesa è sempre stata estremamente prudente nell’identificare eventi storici specifici con le profezie escatologiche.
Ogni generazione cristiana ha avuto motivi per pensare di vivere tempi eccezionali. Guerre mondiali, persecuzioni, rivoluzioni, eresie e crolli morali hanno spesso alimentato interpretazioni apocalittiche. Per questo motivo il discernimento è indispensabile.
Tuttavia sarebbe altrettanto ingenuo ignorare la profondità della crisi contemporanea.
Per la prima volta nella storia, intere civiltà nate dal cristianesimo sembrano rinnegare sistematicamente le proprie radici spirituali. Per la prima volta, il potere tecnologico dell’uomo raggiunge livelli che consentono forme di controllo e manipolazione prima impensabili. Per la prima volta, la stessa idea di natura umana viene rimessa radicalmente in discussione.
Non sappiamo se questi siano gli ultimi tempi nel senso stretto della parola. Nessuno lo sa se non Dio solo! Ma sappiamo che esistono caratteristiche della nostra epoca che rendono la domanda meno fantasiosa di quanto molti credano. La questione decisiva, tuttavia, non è stabilire se l’Anticristo sia vicino. La questione decisiva è un’altra. Se davvero viviamo in un’epoca di apostasia crescente, la risposta cristiana non consiste nell’ossessione per i segni dei tempi, ma nel rafforzamento della fede, della preghiera, dei sacramenti e della fedeltà a Cristo. Perché il Nuovo Testamento non ci chiede di indovinare il calendario degli eventi ultimi. Ci chiede di essere pronti. Sempre.
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Nell’immagine: Luca Signorelli, “Predica e punizione dell’Anticristo” (1499-1504), Duomo di Orvieto (particolare).
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