giovedì 4 giugno 2026

Fine vita: stop dal Centro-Destra. Il disegno di legge ritorna in commissione







di Sabino Paciolla, 04-06-2026

Il 3 giugno 2026 il Senato ha fatto la cosa giusta. Con 88 voti favorevoli e 59 contrari, l’Aula di Palazzo Madama ha approvato la questione sospensiva presentata da Fratelli d’Italia sul disegno di legge Bazoli, rimandando il testo nelle commissioni riunite Giustizia e Sanità. Una decisione che ha provocato le prevedibili proteste delle opposizioni, ma che merita di essere letta per quello che è: un atto di responsabilità istituzionale di fronte a una materia molto divisiva.

Un testo che non convince

Il ddl Bazoli, sottoscritto da Pd, M5S e AVS, è un tentativo di presentare una risposta alle sentenze della Corte Costituzionale. In realtà, il testo delle opposizioni sconta una ambiguità di fondo che non può essere liquidata con l’accusa di ostruzionismo: dove finisce il suicidio medicalmente assistito e dove inizia l’eutanasia?

Non è una domanda retorica. È il cuore del problema. E il fatto che il confine resti sfumato nel testo Bazoli è una ragione sufficiente per non votarlo così com’è. Lo riconosce, tra le righe, persino Stefania Craxi di Forza Italia, quando ammette che il ddl Bazoli «è difficilmente in grado di trovare una maggioranza in quest’Aula» e che il testo della maggioranza «non è ancora pronto». Se nessuno dei due testi soddisfa, meglio fermarsi. Magari per sempre, visto il tema scivoloso e rischioso.

Il nodo irrisolto dell’autosomministrazione

Prima del passaggio in Aula, come riporta Open (qui), le commissioni avevano ascoltato l’Istituto superiore di sanità e il Cnr, che con il presidente Andrea Lenzi ha spiegato in una lettera che «allo stato attuale» non risultano reperibili dispositivi con marchio Ce per l’autosomministrazione di farmaci nella procedura di morte volontaria medicalmente assistita da parte di persone immobilizzate o comunque impossibilitate ad autosomministrarsi il farmaco letale. Aggiungendo che non risultano inoltre progetti allo studio o in fase di implementazione relativi a quei dispositivi.

Il punto tecnico sollevato nel corso delle audizioni non è un pretesto, come vogliono far credere le opposizioni. Il presidente della commissione Sanità Francesco Zaffini ha posto una questione concreta: cosa succede ai pazienti affetti da patologie neurodegenerative gravi, capaci solo di movimenti minimi come il controllo oculare? Se manca un atto direttamente riconducibile alla volontà del paziente, il rischio di scivolare dall’assistenza al suicidio verso qualcosa di più vicino all’eutanasia attiva è reale, non teorico.

Queste comunicazioni hanno sollevato l’indignazione dell’opposizione che hanno riportato il caso di Libera, la donna toscana che ha utilizzato un dispositivo a comando oculare costruito dal CNR.

Ma proprio questo esempio dimostra la fragilità del quadro normativo attuale: si procede caso per caso, con dispositivi costruiti artigianalmente, senza una regolamentazione chiara. Approvare una legge che lascia aperte queste ambiguità non è un progresso. È un rischio.

La pendenza verso l’eutanasia

Chi ha seguito l’evoluzione legislativa in altri Paesi europei sa come funziona questo meccanismo. Si inizia con criteri rigorosi e casi limite. Poi, progressivamente, i criteri si allargano, le eccezioni diventano regola, e ciò che era impensabile diventa ordinario. Il Belgio e i Paesi Bassi ne sono l’esempio più eloquente, con l’eutanasia estesa nel tempo a minori, a pazienti psichiatrici, a persone che soffrono non di malattie terminali ma di “stanchezza di vivere”. Non parliamo poi del Canada, dove si contano già circa 100.000 casi di suicidio. Su questa materia abbiamo ci siamo soffermati con numerosi articoli (leggi qui).

Il ddl Bazoli non arriva a tanto, almeno sulla carta. Occorre però essere chiari e onesti: una legge sul suicidio assistito, anche se approvata con tutti i necessari argini normativi, diventerebbe inevitabilmente il primo gradino di quella scala che porta all’eutanasia. Non è allarmismo, ma la lezione che emerge dalla storia legislativa recente di numerosi Paesi in cui norme di questo tipo sono state introdotte negli ultimi anni. Non vorremmo che l’Italia fosse il prossimo.

Il caso di Lucia e la strumentalizzazione del dolore


La morte in Svizzera di Lucia, 80 anni, triestina, affetta da patologia neurodegenerativa, è una vicenda dolorosa che merita rispetto. Usarla come argomento politico per forzare i tempi parlamentari è invece operazione discutibile. Il dolore individuale è reale, tuttavia le leggi devono non solo rispettare le persone ma difendere e tutelare la vita umana dalla nascita alla morte naturale. Questo ci insegna la Dottrina sociale cattolica, quel condensato di saggezza della Chiesa, illuminata dalla luce della fede.

Lavorare bene, non lavorare in fretta


Il capogruppo di Fratelli d’Italia Lucio Malan ha chiarito che l’obiettivo non è «procrastinare i tempi», ma trovare «una soluzione su questa materia così delicata». Marta Craxi ha fissato l’orizzonte: tornare in Aula prima dell’estate con un testo condiviso. Avremmo preferito che la senatrice Craxi avesse assunto una posizione diversa; purtroppo è andata altrimenti. Proprio nel suo primo impegno da capogruppo, ha scelto infatti di ripescare uno dei disegni di legge più deleteri che si potessero immaginare.

Ci auguriamo che questo testo venga definitivamente sepolto, come merita.






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