mercoledì 3 giugno 2026

Magnifica humanitas: le mille letture e il problema del linguaggio








Di Stefano Fontana, 3 giu 2026

L’enciclica di Leone XIV Magnifica humanitas è stata accolta in modo diverso. Facciamo qualche esempio. Il vescovo Joseph Strickland ne ha dato una interpretazione molto negativa. Il commentatore Larry Chapp su Catholic World Report ha parlato invece di “un pugno nello stomaco, incisivo e profetico”. La posizione di The Catholic Thing è stata di moderata accoglienza. Leonardo Boff su Religion digital l’ha accolta positivamente per il suo “nuovo stile argomentativo contemporaneo”. Ci sono state accuse di eccessivo umanesimo e lodi per aver invece ripreso a parlare di Cristo. Qualcuno ha mosso critiche su singoli punti, come Gerald Murray e Michael Haynes sulla revisione della dottrina cattolica circa guerra giusta. Sulla Bussola Tommaso Scandroglio ha plaudito al ritorno della metafisica nella trattazione della dignità della persona; Roberto De Mattei ha invece lamentato la mancanza di una prospettiva metafisica proprio sulla persona, e il blog tradizionalista OnePeterFive ha addirittura sostenuto che nell’enciclica si deve salutare con piacere il ritorno dell’architettura tomista.

Nel chiederci le cause di queste diverse valutazioni può essere utile prendere in esame il tema del linguaggio. L’enciclica inizia proponendo la torre di Babele, ma bisogna riconoscere che una certa babele del linguaggio è anche interna alla Chiesa. La questione non è certo nuova, ce la portiamo appresso da almeno sessant’anni. Le cause sono molteplici ed evidentemente anche il linguaggio di Leone XIV in qualche modo ne risente. Il problema del linguaggio è entrato ufficialmente nella Chiesa con il Vaticano II. L’utilizzo di un linguaggio esistenziale, esperienziale e narrativo piuttosto che uno metafisico e definitorio deriva dalla grande influenza della filosofia esistenzialista nella teologia cattolica. Quest’ultima ha anche accolto, senza discussione, la cosiddetta “svolta linguistica” della filosofia moderna attribuibile soprattutto a Wittgenstein e Heidegger. Col pontificato di Francesco abbiamo assistito alla ripresa in grande stile di questa rivoluzione del linguaggio dalla natura alla storia dato il nuovo obiettivo del magistero di suscitare dubbi, spiazzare le rigidità, mettere in difficoltà le certezze, alimentare domande ed evitare risposte.

Il tema del linguaggio è quindi di ampia portata, ma possiamo circoscrivere il discorso ad un breve esame della Magnifica humanitas, chiedendoci se in essa ci siano espressioni che possano aver alimentato la diversità dei giudizi.

Prima di tutto bisogna tenere presente che ormai dietro alcune espressioni si nascondono contenuti molto diversi. Sia Giovanni Paolo II che Leone XIV ritengono che la Dottrina sociale della Chiesa si collochi nel quadro della “teologia morale”, nonostante uno la chiami “corpus dottrinale” e l’altro “discernimento comunitario”, però nel frattempo la teologia morale è cambiata dalla Veritatis splendor a noi, sicché il significato di quel collocamento non è più chiaro: a quale teologia morale ci si riferisce? A quella del “vecchio” Istituto Giovanni Paolo II o a quella del “nuovo”? Quanto del “discernimento” nella nuova accezione è entrato nella definizione di Leone XIV di Dottrina sociale della Chiesa? La nuova espressione “discernimento comunitario” quanto risente del cambiamento? La parola “natura” con l’aggettivo “naturale” hanno il senso di San Tommaso o di Heidegger?

Un secondo aspetto riguarda il linguaggio di papa Francesco che continua ad influenzare quello di Leone XIV. Si tratta spesso di espressioni sibilline che restano nel loro fondo ambigue e che possono dare vita ad interpretazioni molto diverse. Nel paragrafo 25 si legge della verità “come dono da condividere e non come possesso da rivendicare”. Il messaggio non è chiaro. Che la verità sia per tutti è vero perché è proprio essa ad unire, però che la Chiesa non la possa rivendicare, nel senso di difenderla e insegnarla sembra sbagliato. Da questa frase si possono dedurre atteggiamenti diversi fino a pensare che a fare le verità sia la condivisione invece che il contrario. Ne verrebbe annullata l’apologetica.

È interessante anche notare che la Rerum novarum era lunga meno di un terzo della nuova enciclica, e senza tenere conto delle 224 note… Questa ampiezza pone due altri problemi relativi al linguaggio. Il primo è dato dalla esposizione piuttosto dettagliata di aspetti tecnici, in questo caso della intelligenza artificiale. La Rerum novarum, per continuare nel parallelo, aveva parlato del sindacato ma non aveva illustrato come funziona un sindacato, non ritenendolo compito del Papa. Francesco, al contrario, aveva dedicato gran parte della Laudato si’ ad illustrare gli aspetti della questione ambientale, prendendo per lo più le notizie dalla stampa allora dominante, pur non essendo compito del Papa. Nascono così testi molto lunghi, e nello stesso tempo più fragili e contestabili. Infatti, anche su Magnifica humanitas arriva qualche critica tecnica dagli addetti ai lavori dell’intelligenza artificiale.

Il secondo problema di linguaggio connesso con l’eccessiva ampiezza riguarda il quarto capitolo dell’enciclica di Leone XIV. Qui troviamo riferimenti ad una molteplicità di problemi sociali: crisi del multilateralismo, nuovi imperialismi, guerra e guerre asimmetriche, corsa agli armamenti, squilibri economici, logica della forza, ricerca scientifica, dialogo e cultura del negoziato, violenza e terrorismo, guerra cibernetica, organismi internazionali, immigrati, rifugiati e minoranze, cura del creato, dialogo tra le religioni, scuola ed educazione… e così via. Si tratta di analisi particolari a breve spettro, troppo dipendenti da una casistica empirica. Difficile, facendo queste rassegne particolareggiate, attenersi al linguaggio magisteriale e teologico senza scadere in vaghezze, riduzionismi e perfino ovvietà.

Magnifica humanitas
non è solo ciò che qui abbiamo evidenziato, però questi aspetti ci sono. Ci si augura che Leone XIV si liberi dal linguaggio creato da altri, come già si nota in alcuni suoi interventi, perché mettere in ordine le cose nella Chiesa passa anche di qua.



Foto di MW su Unsplash



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