di Giulio Ferri
«La maggior parte delle persone sta scegliendo l’inferno.»
È una frase che oggi suona quasi scandalosa. Eppure non è stata pronunciata da un predicatore improvvisato o da un visionario in cerca di sensazionalismo. A dirla è stato padre Jeff Fasching, sacerdote statunitense, in una recente intervista rilasciata a John-Henry Westen per LifeSiteNews, dedicata a un tema che nella Chiesa contemporanea sembra essere diventato quasi impronunciabile: i Novissimi, cioè la morte, il giudizio, il Paradiso e l’inferno. L’intervista non nasce dal desiderio di suscitare paura, ma dalla convinzione che la Chiesa stia progressivamente smettendo di parlare del suo orizzonte ultimo. (lifesitenews.com)
Padre Fasching parte da una constatazione tanto semplice quanto drammatica: moltissimi cattolici vivono come se questa vita fosse tutto ciò che esiste. La prospettiva dell’eternità, che per secoli ha costituito il cuore della predicazione cristiana, appare oggi quasi scomparsa. Secondo il sacerdote americano, la Chiesa sta progressivamente rinunciando a una parte essenziale della propria missione, quella di preparare le anime all’incontro definitivo con Dio. Se l’eternità esce dall’orizzonte della fede, anche il senso della vita cristiana inevitabilmente si trasforma. (lifesitenews.com)
Uno dei punti più forti dell’intervista riguarda l’Eucaristia. Padre Fasching sostiene che l’adorazione del Santissimo Sacramento non rappresenta una semplice devozione facoltativa, ma il cuore della vita cristiana. È davanti a Cristo realmente presente che l’uomo comprende chi è, da dove viene e verso quale destino è incamminato. Quando invece la vita ecclesiale si concentra quasi esclusivamente sull’organizzazione, sull’attivismo pastorale o sulle iniziative sociali, il rischio è che si perda progressivamente il centro della fede. (lifesitenews.com)
L’affermazione destinata a suscitare maggiore discussione è però quella da cui siamo partiti. Secondo Fasching, molti oggi vivono come se la salvezza fosse praticamente automatica. Egli non pretende certo di conoscere quanti si dannino, ma richiama con forza le parole stesse di Gesù, che parla della porta stretta, della via angusta, del giudizio finale e della possibilità concreta della perdizione eterna. Per il sacerdote, dimenticare questa dimensione significa svuotare il Vangelo di una parte essenziale del suo messaggio. (lifesitenews.com)
L’intervista affronta anche il tema della croce. Padre Fasching osserva che molta pastorale contemporanea tende a presentare il cristianesimo soprattutto come fonte di benessere, equilibrio psicologico e accoglienza. Ma il Vangelo non promette anzitutto il comfort. Promette la santità. E la santità passa inevitabilmente attraverso il sacrificio, la conversione, la rinuncia e la fedeltà anche nelle prove. Senza la croce, il cristianesimo perde la propria identità più profonda. (lifesitenews.com)
Fin qui la sintesi dell’intervista. Ora permettetemi una riflessione personale.
Confesso che ogni volta che ascolto interventi come questo provo un duplice sentimento. Da una parte temo sempre gli eccessi. La predicazione cristiana non può trasformarsi in una continua evocazione dell’inferno. Il cuore del Vangelo resta l’annuncio della misericordia di Dio manifestata in Gesù Cristo. Dall’altra parte, però, mi domando se oggi non siamo caduti nell’estremo opposto, quello del silenzio quasi assoluto.
Quanti fedeli hanno ascoltato nell’ultimo anno un’omelia sul giudizio particolare? Quanti hanno sentito parlare seriamente del Paradiso? Quanti sacerdoti hanno spiegato ai ragazzi del catechismo che l’inferno non è una metafora letteraria, ma una possibilità reale legata alla libertà dell’uomo? Quante parrocchie dedicano una catechesi ai Novissimi? La risposta, temo, è sotto gli occhi di tutti.
Non ricordo quasi più omelie sulla morte cristiana. Non ricordo prediche sull’eternità. Non ricordo catechesi sul giudizio di Dio. Eppure, per secoli, questi temi costituivano l’ossatura della formazione spirituale del popolo cristiano. Oggi sembrano essere diventati argomenti imbarazzanti, quasi incompatibili con la sensibilità contemporanea.
Si parla molto di ecologia, di intelligenza artificiale, di migrazioni, di inclusione, di sostenibilità, di dialogo, di fraternità universale. Sono temi che possono certamente avere una loro importanza. Ma il fedele medio potrebbe frequentare una parrocchia per anni senza ascoltare una vera predicazione sul giudizio finale. È davvero normale tutto questo? Personalmente credo di no.
Non perché la Chiesa debba tornare alla cosiddetta “pastorale della paura”. La paura non converte nessuno. Ma neppure il silenzio salva. Gesù ha parlato dell’inferno molto più di quanto facciamo oggi. Ha parlato della Geenna, del fuoco inestinguibile, del pianto e dello stridore di denti, della porta stretta, delle vergini stolte, del servo infedele e del giudizio delle nazioni. Non lo ha fatto per spaventare, ma perché amava gli uomini e voleva salvarli.
Forse il problema non è soltanto che oggi si parli poco dell’inferno. Il problema è ancora più radicale. Abbiamo quasi smesso di parlare dell’eternità. Viviamo come se il cristianesimo avesse come scopo principale migliorare la qualità della vita presente, mentre il Vangelo è stato annunciato per preparare gli uomini alla vita eterna. Quando l’eternità scompare dall’orizzonte della predicazione, anche il peccato perde consistenza, la conversione diventa opzionale, la confessione viene trascurata e Cristo rischia di essere percepito più come un maestro di umanità che come il Salvatore venuto a liberarci dalla morte eterna.
Forse padre Fasching utilizza parole molto forti. Forse qualcuno le giudicherà persino eccessive. Ma una domanda rimane inevitabile. Se nelle nostre omelie non si parla più della morte, del giudizio, del Paradiso e dell’inferno, chi ricorderà ai fedeli che la loro vera patria non è su questa terra? E soprattutto: come potranno desiderare il Cielo, se nessuno ricorda loro che esiste?

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