lunedì 15 giugno 2026

E adesso le “parrocchesse”?




Si diffonde, anche in Italia, l’uso di affidare parrocchie a donne, vista la cronica mancanza di clero. Per adesso, dicono, non si tratta di chiedere il sacerdozio femminile. Chissà domani…


Pubblicato 15 giugno 2026



di Julio Loredo

La recente lettera pastorale di monsignor Antonio Suetta, vescovo di Sanremo-Ventimiglia, ha suscitato forti reazioni. Eppure Sua Eccellenza ha detto una cosa evidente: la Chiesa deve evangelizzare. Dove siamo arrivati? Perché la semplice affermazione della missione della Chiesa provoca un tale scandalo, perfino nella Chiesa stessa?

Lo scorso 24 maggio il vescovo di Sanremo-Ventimiglia, monsignor Antonio Suetta, ha pubblicato una lettera pastorale dal titolo “Non c’è amore più grande”; il sottotitolo ne dà la sostanza: “Circa la carità e l’annuncio dell’amore di Dio ai musulmani del nostro territorio”.

Monsignor Suetta inizia raccontando il celebre incontro di San Francesco con il sultano Malik al-Kamil, nel quale il Poverello d’Assisi, dice monsignor Suetta, annunciò la parola di Dio per suscitare la fede in Dio onnipotente, Padre, Figlio e Spirito Santo. Il santo, continua, evangelizzava prima con le opere, cioè con la propria vita, e poi con l’annuncio del Vangelo di Cristo.

I musulmani che arrivano da noi, prosegue monsignor Suetta, tendono a identificare l’immoralità della nostra società con il cristianesimo stesso. Ciò è sbagliato. Rivolge quindi un appello ai cattolici per evangelizzare i musulmani, per far loro conoscere il vero volto di Gesù. L’accoglienza, scrive, deve essere accompagnata dall’affermazione della nostra identità cristiana e dall’annuncio del Vangelo ai neoarrivati. Questa è la vera carità.

Nonostante i suoi toni molto misurati, la lettera pastorale ha suscitato molto scalpore nella sinistra, ma anche in qualche settore cosiddetto “aggiornato” cattolico. Dove siamo arrivati perché la semplice affermazione della missione della Chiesa provochi un tale scandalo, perfino nella Chiesa stessa? Questo ci deve far riflettere su un aspetto importantissimo delle dottrine progressiste. Esse affermano che la Chiesa non dovrebbe insegnare, ma solo ascoltare e testimoniare all’interno di una società multiculturale, e quindi multireligiosa, che accoglie tutti così come sono.

I progressisti dicono che ogni persona ha una dignità intrinseca che l’autorizza a credere in ciò che vuole, senza che nessuno glielo possa contestare e tantomeno insegnare. Affermare che solo la fede cattolica è vera sarebbe un affronto alla dignità delle persone e alla loro libertà di coscienza. Questo implica l’abbandono della missione evangelizzatrice della Chiesa, data dallo stesso Gesù, di predicare la verità a tutti i popoli. Implica anche l’abbandono della missione civilizzatrice della Chiesa. Per volere divino, la Chiesa deve anche ispirare una civiltà cristiana che sia l’espressione temporale della sua dottrina e del suo spirito. Affermare la società multiculturale come ideale implica rinunciare alla costruzione di una civiltà specificamente cristiana.

Passiamo a un secondo tema. Il cammino verso il sacerdozio femminile continua per le vie dei fatti. Un mese fa ho dato la notizia che una donna aveva presieduto la celebrazione della Parola in sostituzione della messa prefestiva nella cattedrale di Bolzano. Adesso un amico mi ha inviato una simile notizia da Verona: “Chiese senza preti, arriva la svolta: le donne guideranno le parrocchie”. Così titola il giornale La Voce e continua: “La Chiesa italiana accelera verso un cambiamento storico. A Verona saranno anche donne e uomini laici a guidare le comunità parrocchiali”. Ecco quanto è stato presentato nell’assemblea diocesana alla presenza del vescovo monsignor Domenico Pompili.

Fonti della curia veronese si sono affrettate a mettere le mani avanti: non si tratta di un’apertura al sacerdozio femminile. Evidentemente i fedeli non sono ancora pronti per accettare un tale errore dottrinale e anche pastorale. Comunque si tratta proprio, come dice il giornale, di un cambiamento storico, cioè un passo verso un modello di Chiesa diverso dall’attuale.

Lo stesso giornale La Voce informa: “In Alto Adige il fenomeno è ormai consolidato. Sono circa 500 i laici, uomini e donne, che guidano liturgie pubbliche e funerali, soprattutto nei paesi di montagna e nelle valli più isolate, dove la carenza di sacerdoti è diventata cronica”.

Io mi domando: invece di cercare di tamponare una situazione ormai insolubile, perché non ci interroghiamo sul perché di una tale carenza cronica di sacerdoti? La risposta non è difficile. I seminari hanno cominciato a svuotarsi quando sono state introdotte le riforme cosiddette postconciliari. I seminari di orientamento più conservatore o addirittura tradizionale sono invece pieni di vocazioni. In altre parole, si è creata una situazione di crisi e adesso si cerca di risolverla peggiorandola.

Sì, perché la questione dell’ordinazione sacramentale delle donne è stata definitivamente chiusa da Papa Giovanni Paolo II nella lettera apostolica Ordinatio Sacerdotalis, in cui insegna — e cito: “Al fine di togliere ogni dubbio su di una questione di grande importanza, che attiene alla stessa divina costituzione della Chiesa, in virtù del mio ministero di confermare i fratelli, dichiaro che la Chiesa non ha in alcun modo la facoltà di conferire alle donne l’ordinazione sacerdotale, e che questa sentenza deve essere tenuta in modo definitivo da tutti i fedeli della Chiesa”.

Inutile cercare di nascondere il sole con un dito, come fa il parroco del Duomo di Verona, monsignor Ezio Falavegna, quando afferma: “Non c’entra il dibattito sul sacerdozio femminile, si tratta solo di riconoscere ruoli di peso anche alle donne nel governo della Chiesa”. Io mi domando: di ruolo in ruolo, fino a dove si arriverà, soprattutto visti i venti che tirano? L’accesso delle donne al governo della Chiesa è un elemento di un progetto molto più vasto di riforma della Chiesa stessa. Lo intende così il settimanale cattolico di Verona quando, dando questa notizia, titola: “Per una Chiesa diversa in un’epoca di cambiamento”. Diversa, cioè differente da quella fondata da Nostro Signore Gesù Cristo. E lascio qui, così nell’aria, la domanda: tutto questo avviene con il consenso della CEI e del Vaticano?

Grazie a Dio, alcuni prelati si sono accorti della situazione e cercano di correre ai ripari. Per esempio, secondo quanto si informa, l’arcivescovo di Sydney, in Australia, monsignor Anthony Fisher, ha chiesto ai parroci della sua arcidiocesi di reinstallare gli inginocchiatoi laddove fossero stati rimossi, e ha incoraggiato i fedeli a riscoprire i gesti tradizionali di riverenza nei confronti dell’Eucaristia. In una lunga lettera pastorale pubblicata in occasione della solennità del Corpus Domini qualche giorno fa, il prelato ha difeso il valore spirituale e liturgico dell’inginocchiarsi davanti al Santissimo Sacramento e ha ricordato che ricevere la comunione in ginocchio rimane un’opzione pienamente legittima nella Chiesa.

Monsignor Fisher conclude, e qui cito: “Fra tutte le posizioni fisiche, quella inginocchiata rivela più chiaramente ciò che crediamo riguardo a Dio e al nostro rapporto con lui”. Infatti, inginocchiarsi afferma la trascendenza di Dio. Il modernismo e i suoi derivati affermano invece la sua immanenza. Sono due visioni di Dio totalmente diverse. Vedete, cari ascoltatori, come un piccolo gesto, come inginocchiarsi o meno, rivela tutta una visione di Dio e della Chiesa.

Lo capisce bene anche il cardinale Rainer Maria Woelki, arcivescovo di Colonia in Germania. In una recente dichiarazione al giornale Die Tagespost, egli ha ringraziato il lavoro fatto nella sua diocesi dalla Fraternità San Pietro, che celebra esclusivamente il rito romano antico. Il prelato ha animato i giovani a cercarvi un appoggio: “Se vi sentite a casa con la liturgia tradizionale e vi trovate forza per la vostra fede e la vostra testimonianza quotidiana, continuate per quella strada”. Egli quindi ha elogiato i giovani che hanno marciato la settimana scorsa a Chartres.

E concludo con una notizia allo stesso tempo preoccupante, ma di buon auspicio. Preoccupante perché mette a nudo la situazione di crisi nella Chiesa; di buon auspicio perché mostra che finalmente sorgono reazioni importanti. Informa LifeSiteNews che un gruppo di cattolici polacchi, guidato dal presidente dell’Azione Cattolica di Częstochowa — dove c’è il famoso santuario della Madonna —, ha pubblicato una critica molto forte e approfondita del documento finale del Sinodo sulla sinodalità, denunciandolo come profondamente anticattolico. Proprio così.

Il dottor Arthur Dambrowski, presidente dell’Azione Cattolica dell’arcidiocesi di Częstochowa, ha pubblicato una lettera aperta indirizzata ai sacerdoti e a tutti i partecipanti dei gruppi sinodali a nome dei cattolici polacchi che, dice lui, sono seriamente allarmati dal rapporto del gruppo di lavoro numero 9 del Sinodo, il quale suggerisce che l’attività omosessuale non sia peccaminosa. Dice la lettera: “Se permettiamo che la Chiesa cattolica venga sostituita da una chiesa sinodale, crucifiggeremo il corpo mistico di Cristo con le nostre stesse mani e conficheremo un chiodo nella sua bara”.

Cari amici, ci auguriamo che il coraggio dei cattolici polacchi serva da esempio per tutto il mondo.






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