Sinodo sulla sinodalità, 04 ottobre 2023, Aula Paolo VI (foto: Vatican News)
di Fabio Vessilifero
L’illusione della quinta nota: la sinodalità alla prova del dogma
L’itinerario critico della presente analisi prende le mosse da una precisazione ecclesiologica inossidabile: secondo la teologia dogmatica classica radicata nel Simbolo niceno-costantinopolitano, le caratteristiche costitutive e fondamentali della Chiesa sono unicamente quattro, ossia l’unità, la santità, la cattolicità e l’apostolicità («Credo la Chiesa una, santa, cattolica ed apostolica…»). In questo impianto tradizionale, la sinodalità non ha mai goduto dello statuto di “nota” autonoma o parallela. Per comprendere la deriva odierna, occorre ricordare che il Sinodo dei Vescovi è stato istituito da Papa Paolo VI il 15 settembre 1965 con la lettera apostolica in forma di motu proprio Apostolica sollicitudo. L’obiettivo del pontefice era mantenere vivo lo spirito collegiale del Concilio Vaticano II, creando un organismo permanente che aiutasse il Papa nel governo della Chiesa universale. Quella che per san Paolo VI era un’intuizione profetica finalizzata alla cooperazione gerarchica, la teologia contemporanea di stampo fluido tenta oggi di legittmarla come un’aggiunta dottrinale e come una dimensione strutturale che investe lo stile stesso dell’essere Chiesa, la quale tuttavia viene privata della sua finalità consultiva originaria per trasformarsi in una formula astratta, esposta alle correnti della secolarizzazione. Proprio per evitare che questo cammino collettivo si disperda nell’astrazione o nell’imposizione burocratica dall’alto, la sinodalità deve necessariamente trovare il suo contrappeso operativo e la sua declinazione territoriale in un altro pilastro fondamentale della dottrina, capace di difendere la carne viva delle comunità locali dalle derive dell’accentramento.
L’architettura del campanile: la sussidiarietà contro l’omologazione globale
Il legame tra la sinodalità e il principio di sussidiarietà, mutuato dalla dottrina sociale, si rivela essere la vera regola architettonica del cammino ecclesiale, l’argine principale contro il centralismo burocratico. La sussidiarietà esige che il discernimento e le decisioni avvengano al livello più vicino possibile alle realtà vissute, valorizzando il senso della fede di tutti i battezzati. In questo orizzonte, le comunità più piccole e periferiche smettono di essere tollerate come minoranze fragili e diventano laboratori teologici e pastorali imprescindibili, capaci di offrire letture profetiche che i grandi centri urbani e burocratici faticano a scorgere. La sinodalità interviene qui come correttivo speculare, impedendo che la sussidiarietà scivoli nel localismo o nel particolarismo egoistico del campanile, reinserendo la piccola comunità in una comunione cattolica universale che sa integrare le diversità senza mai omologarle o schiacciarle sotto il peso dei grandi numeri.
Il pastore nel gregge: la gerarchia svuotata dal mito democratico
Il dibattito si fa serrato quando tocca il delicatissimo rapporto tra l’autorità gerarchica e la spinta partecipativa. Rifiutando la falsa contrapposizione tra un modello piramidale autoritario e uno democratico assembleare, l’ecclesiologia di comunione ricolloca la gerarchia non sopra, ma dentro il popolo di Dio. Il Vescovo e il Papa sono innanzitutto battezzati tra i battezzati, investiti però del carisma specifico della guida e del giudizio (munus docendi, gubernandi, sanctificandi). Il processo sinodale autentico deve saper integrare i ruoli, distinguendo nettamente la fase della consultazione e del discernimento comunitario, in cui la base offre la sua testimanza, dal momento della decisione finale, che resta di stretta competenza dell’autorità gerarchica come garante supremo dell’unità della fede.
La parodia di Westminster: se la Chiesa scimmiotta il Parlamento
Questa distinzione teologica permette di smontare il grande malinteso contemporaneo che vorrebbe la sinodalità come una forma di democratizzazione della Chiesa. Il Sinodo e il parlamento politico si muovono su binari radicalmente opposti ed estranei. Il parlamento civile vive di numeri, conta le forze, negozia compromessi ed emana leggi immediatamente vincolanti in nome della sovranità popolare. Il Sinodo, al contrario, ha una natura costituzionalmente consultiva, rifiuta la logica del cinquanta per cento più uno e non cerca la vittoria di una fazione, ma il discernimento dello Spirito Santo in fedeltà al deposito della fede. A titolo di contrapposizione empirica, l’analisi del sistema di governo della Comunione Anglicana, esplicitamente modellato sul parlamento di Westminster con votazioni tricamerali e logiche di schieramento, dimostra come l’adozione di un simile impianto istituzionale non faccia altro che esasperare le tensioni interne, conducendo la comunità ecclesiale alla polarizzazione cronica e alla frammentazione dottrinale.
I guardiani del profitto: l’abbraccio mortale tra il Vaticano, Davos e l’ombra di Rothschild
Le élite finanziarie globali, i grandi fondi d’investimento e i network globalisti si muovono secondo una logica di egemonia totalitaria che non tollera zone franche o morali oggettive, perseguendo il preciso obiettivo di educare e normalizzare la Chiesa Cattolica, i cui valori fondanti della dignità della persona e del bene comune sono intrinsecamente antitetici alle leggi selvagge del mercato e del profitto. Se l’accordo ideologico siglato nel 2020 con il Consiglio per il Capitalismo Inclusivo — promosso da Lynn Forester de Rothschild insieme alle più potenti fondazioni occidentali — poteva ancora essere edulcorato dalla narrativa ufficiale come un audace tentativo di “battezzare i mercati” (qui), la svolta amministrativa del marzo 2026 azzera ogni residua ingenuità interpretativa, portando la sottomissione alle élite dal piano dei massimi sistemi a quello della gestione reale del denaro. La decisione del Vaticano di mettere il proprio potere finanziario nelle mani di un ex amministratore delegato del Gruppo Rothschild, pianificando una spietata ristrutturazione aziendale delle casse della Santa Sede con l’obiettivo programmatico fissato al 2028, rappresenta l’approdo inevitabile della Chiesa liquida (qui). L’istituzione che per secoli ha contestato la finanza usuraia e slegata dall’economia reale sceglie ora di consegnare le chiavi della propria sopravvivenza materiale e dei propri investimenti ai massimi sacerdoti del profitto globale, accettando di fatto il ruolo che il forum di Davos le ha assegnato: quello di agenzia etica e collaterale utile a ripulire l’immagine del capitalismo internazionale attraverso slogan sentimentali sul green e sull’inclusività. Il paradosso più profondo si consuma proprio dietro lo scudo della trasparenza e dell’efficienza gestionale moderna. Mentre il Sinodo intrattiene e distrae la base ecclesiale con dibattiti assembleari interminabili sui linguaggi inclusivi, sui diritti e sui processi storici fluidi, il vertice romano compie l’operazione più verticistica, centralizzata e opaca possibile, blindando il potere economico della Santa Sede dentro i recinti tecnocratici del network globalista e rendendo la struttura ecclesiastica definitivamente innocua, digeribile e funzionale agli interessi di un mercato globale che non tollera l’eterno, ma esige il controllo totale dei flussi.
La logica del gesuita: consumare lo spazio dottrinale attraverso il tempo
La chiave di volta di questa strategia ecclesiastica è stata svelata in modo clamoroso da Monsignor Bruno Forte, il quale ha riferito una battuta confidenziale di papa Bergoglio riguardante la gestione del dibattito sulla comunione ai divorziati risposati (qui). Evitando il conflitto dottrinale diretto per non provocare reazioni istituzionali paralizzanti, la tattica consiste nel non toccare formalmente la norma, ma nel creare le premesse pastorali ambigue affinché la prassi dal basso tragga le conclusioni applicative, poi validate ex post dall’autorità. Questo metodo trova la sua giustificazione filosofica nell’assioma programmatico dell’Evangelii gaudium secondo cui il tempo è superiore allo spazio. Privilegiare l’attivazione di processi storici e fluidi rispetto alla difesa dello spazio dottrinale e dogmatico rappresenta la perfetta traduzione ecclesiologica dello storicismo moderno. Il tempo, scorrendo e mutando la sensibilità dei fedeli, consuma lo spazio della Verità oggettiva, rendendo la Chiesa un’istituzione permanentemente flessibile e adattabile.
Il complesso di inferiorità: la ritirata dalla metafisica nella società liquida
Il cuore della crisi attuale risiede in una profonda ritirata filosofica e sociologica da parte di molti pastori, i quali sembrano aver smarrito le categorie della metafisica classica. Quando viene meno l’ancoraggio all’essere e alla verità oggettiva, il vuoto viene inevitabilmente riempito dai dogmi della società liquida teorizzata da Bauman. In questo scenario, il primato dell’essere viene fagocitato dal primato del divenire, e la dottrina cessa di essere una roccia salda per trasformarsi in un prodotto storico da aggiornare continuamente. Sottomessi a un profondo complesso di inferiorità nei confronti del mondo, molti leader ecclesiali adottano i criteri dell’efficienza manageriale, del marketing pastorale e del consenso mediatico. Senza il terreno comune di una retta ragione capace di attingere all’eterno, il dialogo si frantuma e la Chiesa si spacca in fazione ideologiche contrapposte, riducendo il Sinodo a un’officina di ingegneria istituzionale esposta a un progressismo feroce.
Il primato della prassi: lo scivolamento liquido del magistero
L’esame dei fatti concreti, legati allo sviluppo del precedente pontificato bergogliano, documenta in modo innegabile lo spostamento dell’asse del magistero dall’oggettività della dottrina alla soggettività della pastorale. Nel capitolo ottavo di Amoris laetitia, l’apertura alla comunione per i divorziati risposati viene introdotta non tramite una riforma dogmatica, ma attraverso la flessibilità della morale della situazione e del discernimento caso per caso. Analogamente, la concessione a tutti i sacerdoti della facoltà di rimettere la scomunica per l’aborto risponde a un’urgenza di misericordia che, pur lasciando inalterata la gravità del delitto canonico, ne muta la percezione sociale. Il punto di massima frizione testuale si registra nella Dichiarazione di Abu Dhabi sul pluralismo religioso (qui), laddove l’affermazione che la diversità delle religioni sia una sapiente volontà divina equipara la pluralità confessionale alle distinzioni biologiche della creazione; il successivo chiarimento del Pontefice sulla volontà solo permissiva di Dio resta un’operazione orale e a margine, che lascia intatta l’ambiguità del testo firmato (qui).
Il fumo di Satana nel tempio: la Chiesa di Cristo e il mistero dell’iniquità
Di fronte a una simile mutazione, si impone il drammatico interrogativo sulla natura soprannaturale di questa istituzione e sul confine tra l’azione dello Spirito Santo e le infiltrazioni di quello che la Scrittura definisce lo spirito dell’Anticristo. La teologia dogmatica ricorda che la Chiesa di Cristo non coincide con le debolezze o le strategie politiche dei suoi ministri pro tempore; essa sussiste intatta nella sua struttura sacramentale e nella sua Tradizione oggettiva finché si celebra una sola Messa valida e si custodisce il deposito della fede. Tuttavia, lo spirito dell’Anticristo opera visibilmente al suo interno come una parodia del Cristianesimo, ogni volta che la salvezza eterna viene ridotta a un messianismo immanente, ecologico e filantropico, o quando una falsa misericordia annulla la verità del peccato dispensando l’uomo dalla conversione. La Chiesa sta vivendo la sua passione intellettuale e morale, consegnata alle logiche del secolo dai suoi stessi pastori, i quali preferiscono l’approvazione delle élite di Davos al Vangelo.
Lo svelamento finale: il Sinodo come fuoco purificatore
In conclusione, il Sinodo sulla Sinodalità non può essere guardato con l’ingenuità di una svolta democratica né con lo sterile panico del definitivo naufragio. Esso va interpretato come un immenso dispositivo di svelamento e come una provvidenziale prova di purificazione. Come un reagente chimico, il Sinodo ha accelerato la separazione delle sostanze, costringendo le spinte del progressismo feroce a venire allo scoperto e mostrando come i vescovi, spesso neppure in grado di gestire in senso manageriale le loro diocesi, si siano semplicemente adeguati ai condizionamenti delle élite, desiderosi solo di apparire al passo con i tempi ma rivelandosi privi di senso critico, nonché spogliati di una solida formazione filosofica e teologica. Questo caos organizzato e privo di bussola assolve alla funzione storica di una camera di decompressione per abituare gradualmente il popolo cristiano alla transizione verso un cattolicesimo sentimentale e innocuo disponibile alle logiche del profitto e del mercato. Eppure, proprio per questo, il Sinodo si trasforma in una chiamata alla maturità e alla responsabilità personale. Sottraendo i fedeli a una fede puramente istituzionale e burocratica, la tempesta attuale costringe a riscoprire i fondamenti della retta ragione e dei dogmi immortali, chiamando ciascuno a poggiare i piedi non sulla sabbia mobile dei processi storici flessibili, ma sulla roccia eterna del soprannaturale.
L’itinerario critico della presente analisi prende le mosse da una precisazione ecclesiologica inossidabile: secondo la teologia dogmatica classica radicata nel Simbolo niceno-costantinopolitano, le caratteristiche costitutive e fondamentali della Chiesa sono unicamente quattro, ossia l’unità, la santità, la cattolicità e l’apostolicità («Credo la Chiesa una, santa, cattolica ed apostolica…»). In questo impianto tradizionale, la sinodalità non ha mai goduto dello statuto di “nota” autonoma o parallela. Per comprendere la deriva odierna, occorre ricordare che il Sinodo dei Vescovi è stato istituito da Papa Paolo VI il 15 settembre 1965 con la lettera apostolica in forma di motu proprio Apostolica sollicitudo. L’obiettivo del pontefice era mantenere vivo lo spirito collegiale del Concilio Vaticano II, creando un organismo permanente che aiutasse il Papa nel governo della Chiesa universale. Quella che per san Paolo VI era un’intuizione profetica finalizzata alla cooperazione gerarchica, la teologia contemporanea di stampo fluido tenta oggi di legittmarla come un’aggiunta dottrinale e come una dimensione strutturale che investe lo stile stesso dell’essere Chiesa, la quale tuttavia viene privata della sua finalità consultiva originaria per trasformarsi in una formula astratta, esposta alle correnti della secolarizzazione. Proprio per evitare che questo cammino collettivo si disperda nell’astrazione o nell’imposizione burocratica dall’alto, la sinodalità deve necessariamente trovare il suo contrappeso operativo e la sua declinazione territoriale in un altro pilastro fondamentale della dottrina, capace di difendere la carne viva delle comunità locali dalle derive dell’accentramento.
L’architettura del campanile: la sussidiarietà contro l’omologazione globale
Il legame tra la sinodalità e il principio di sussidiarietà, mutuato dalla dottrina sociale, si rivela essere la vera regola architettonica del cammino ecclesiale, l’argine principale contro il centralismo burocratico. La sussidiarietà esige che il discernimento e le decisioni avvengano al livello più vicino possibile alle realtà vissute, valorizzando il senso della fede di tutti i battezzati. In questo orizzonte, le comunità più piccole e periferiche smettono di essere tollerate come minoranze fragili e diventano laboratori teologici e pastorali imprescindibili, capaci di offrire letture profetiche che i grandi centri urbani e burocratici faticano a scorgere. La sinodalità interviene qui come correttivo speculare, impedendo che la sussidiarietà scivoli nel localismo o nel particolarismo egoistico del campanile, reinserendo la piccola comunità in una comunione cattolica universale che sa integrare le diversità senza mai omologarle o schiacciarle sotto il peso dei grandi numeri.
Il pastore nel gregge: la gerarchia svuotata dal mito democratico
Il dibattito si fa serrato quando tocca il delicatissimo rapporto tra l’autorità gerarchica e la spinta partecipativa. Rifiutando la falsa contrapposizione tra un modello piramidale autoritario e uno democratico assembleare, l’ecclesiologia di comunione ricolloca la gerarchia non sopra, ma dentro il popolo di Dio. Il Vescovo e il Papa sono innanzitutto battezzati tra i battezzati, investiti però del carisma specifico della guida e del giudizio (munus docendi, gubernandi, sanctificandi). Il processo sinodale autentico deve saper integrare i ruoli, distinguendo nettamente la fase della consultazione e del discernimento comunitario, in cui la base offre la sua testimanza, dal momento della decisione finale, che resta di stretta competenza dell’autorità gerarchica come garante supremo dell’unità della fede.
La parodia di Westminster: se la Chiesa scimmiotta il Parlamento
Questa distinzione teologica permette di smontare il grande malinteso contemporaneo che vorrebbe la sinodalità come una forma di democratizzazione della Chiesa. Il Sinodo e il parlamento politico si muovono su binari radicalmente opposti ed estranei. Il parlamento civile vive di numeri, conta le forze, negozia compromessi ed emana leggi immediatamente vincolanti in nome della sovranità popolare. Il Sinodo, al contrario, ha una natura costituzionalmente consultiva, rifiuta la logica del cinquanta per cento più uno e non cerca la vittoria di una fazione, ma il discernimento dello Spirito Santo in fedeltà al deposito della fede. A titolo di contrapposizione empirica, l’analisi del sistema di governo della Comunione Anglicana, esplicitamente modellato sul parlamento di Westminster con votazioni tricamerali e logiche di schieramento, dimostra come l’adozione di un simile impianto istituzionale non faccia altro che esasperare le tensioni interne, conducendo la comunità ecclesiale alla polarizzazione cronica e alla frammentazione dottrinale.
I guardiani del profitto: l’abbraccio mortale tra il Vaticano, Davos e l’ombra di Rothschild
Le élite finanziarie globali, i grandi fondi d’investimento e i network globalisti si muovono secondo una logica di egemonia totalitaria che non tollera zone franche o morali oggettive, perseguendo il preciso obiettivo di educare e normalizzare la Chiesa Cattolica, i cui valori fondanti della dignità della persona e del bene comune sono intrinsecamente antitetici alle leggi selvagge del mercato e del profitto. Se l’accordo ideologico siglato nel 2020 con il Consiglio per il Capitalismo Inclusivo — promosso da Lynn Forester de Rothschild insieme alle più potenti fondazioni occidentali — poteva ancora essere edulcorato dalla narrativa ufficiale come un audace tentativo di “battezzare i mercati” (qui), la svolta amministrativa del marzo 2026 azzera ogni residua ingenuità interpretativa, portando la sottomissione alle élite dal piano dei massimi sistemi a quello della gestione reale del denaro. La decisione del Vaticano di mettere il proprio potere finanziario nelle mani di un ex amministratore delegato del Gruppo Rothschild, pianificando una spietata ristrutturazione aziendale delle casse della Santa Sede con l’obiettivo programmatico fissato al 2028, rappresenta l’approdo inevitabile della Chiesa liquida (qui). L’istituzione che per secoli ha contestato la finanza usuraia e slegata dall’economia reale sceglie ora di consegnare le chiavi della propria sopravvivenza materiale e dei propri investimenti ai massimi sacerdoti del profitto globale, accettando di fatto il ruolo che il forum di Davos le ha assegnato: quello di agenzia etica e collaterale utile a ripulire l’immagine del capitalismo internazionale attraverso slogan sentimentali sul green e sull’inclusività. Il paradosso più profondo si consuma proprio dietro lo scudo della trasparenza e dell’efficienza gestionale moderna. Mentre il Sinodo intrattiene e distrae la base ecclesiale con dibattiti assembleari interminabili sui linguaggi inclusivi, sui diritti e sui processi storici fluidi, il vertice romano compie l’operazione più verticistica, centralizzata e opaca possibile, blindando il potere economico della Santa Sede dentro i recinti tecnocratici del network globalista e rendendo la struttura ecclesiastica definitivamente innocua, digeribile e funzionale agli interessi di un mercato globale che non tollera l’eterno, ma esige il controllo totale dei flussi.
La logica del gesuita: consumare lo spazio dottrinale attraverso il tempo
La chiave di volta di questa strategia ecclesiastica è stata svelata in modo clamoroso da Monsignor Bruno Forte, il quale ha riferito una battuta confidenziale di papa Bergoglio riguardante la gestione del dibattito sulla comunione ai divorziati risposati (qui). Evitando il conflitto dottrinale diretto per non provocare reazioni istituzionali paralizzanti, la tattica consiste nel non toccare formalmente la norma, ma nel creare le premesse pastorali ambigue affinché la prassi dal basso tragga le conclusioni applicative, poi validate ex post dall’autorità. Questo metodo trova la sua giustificazione filosofica nell’assioma programmatico dell’Evangelii gaudium secondo cui il tempo è superiore allo spazio. Privilegiare l’attivazione di processi storici e fluidi rispetto alla difesa dello spazio dottrinale e dogmatico rappresenta la perfetta traduzione ecclesiologica dello storicismo moderno. Il tempo, scorrendo e mutando la sensibilità dei fedeli, consuma lo spazio della Verità oggettiva, rendendo la Chiesa un’istituzione permanentemente flessibile e adattabile.
Il complesso di inferiorità: la ritirata dalla metafisica nella società liquida
Il cuore della crisi attuale risiede in una profonda ritirata filosofica e sociologica da parte di molti pastori, i quali sembrano aver smarrito le categorie della metafisica classica. Quando viene meno l’ancoraggio all’essere e alla verità oggettiva, il vuoto viene inevitabilmente riempito dai dogmi della società liquida teorizzata da Bauman. In questo scenario, il primato dell’essere viene fagocitato dal primato del divenire, e la dottrina cessa di essere una roccia salda per trasformarsi in un prodotto storico da aggiornare continuamente. Sottomessi a un profondo complesso di inferiorità nei confronti del mondo, molti leader ecclesiali adottano i criteri dell’efficienza manageriale, del marketing pastorale e del consenso mediatico. Senza il terreno comune di una retta ragione capace di attingere all’eterno, il dialogo si frantuma e la Chiesa si spacca in fazione ideologiche contrapposte, riducendo il Sinodo a un’officina di ingegneria istituzionale esposta a un progressismo feroce.
Il primato della prassi: lo scivolamento liquido del magistero
L’esame dei fatti concreti, legati allo sviluppo del precedente pontificato bergogliano, documenta in modo innegabile lo spostamento dell’asse del magistero dall’oggettività della dottrina alla soggettività della pastorale. Nel capitolo ottavo di Amoris laetitia, l’apertura alla comunione per i divorziati risposati viene introdotta non tramite una riforma dogmatica, ma attraverso la flessibilità della morale della situazione e del discernimento caso per caso. Analogamente, la concessione a tutti i sacerdoti della facoltà di rimettere la scomunica per l’aborto risponde a un’urgenza di misericordia che, pur lasciando inalterata la gravità del delitto canonico, ne muta la percezione sociale. Il punto di massima frizione testuale si registra nella Dichiarazione di Abu Dhabi sul pluralismo religioso (qui), laddove l’affermazione che la diversità delle religioni sia una sapiente volontà divina equipara la pluralità confessionale alle distinzioni biologiche della creazione; il successivo chiarimento del Pontefice sulla volontà solo permissiva di Dio resta un’operazione orale e a margine, che lascia intatta l’ambiguità del testo firmato (qui).
Il fumo di Satana nel tempio: la Chiesa di Cristo e il mistero dell’iniquità
Di fronte a una simile mutazione, si impone il drammatico interrogativo sulla natura soprannaturale di questa istituzione e sul confine tra l’azione dello Spirito Santo e le infiltrazioni di quello che la Scrittura definisce lo spirito dell’Anticristo. La teologia dogmatica ricorda che la Chiesa di Cristo non coincide con le debolezze o le strategie politiche dei suoi ministri pro tempore; essa sussiste intatta nella sua struttura sacramentale e nella sua Tradizione oggettiva finché si celebra una sola Messa valida e si custodisce il deposito della fede. Tuttavia, lo spirito dell’Anticristo opera visibilmente al suo interno come una parodia del Cristianesimo, ogni volta che la salvezza eterna viene ridotta a un messianismo immanente, ecologico e filantropico, o quando una falsa misericordia annulla la verità del peccato dispensando l’uomo dalla conversione. La Chiesa sta vivendo la sua passione intellettuale e morale, consegnata alle logiche del secolo dai suoi stessi pastori, i quali preferiscono l’approvazione delle élite di Davos al Vangelo.
Lo svelamento finale: il Sinodo come fuoco purificatore
In conclusione, il Sinodo sulla Sinodalità non può essere guardato con l’ingenuità di una svolta democratica né con lo sterile panico del definitivo naufragio. Esso va interpretato come un immenso dispositivo di svelamento e come una provvidenziale prova di purificazione. Come un reagente chimico, il Sinodo ha accelerato la separazione delle sostanze, costringendo le spinte del progressismo feroce a venire allo scoperto e mostrando come i vescovi, spesso neppure in grado di gestire in senso manageriale le loro diocesi, si siano semplicemente adeguati ai condizionamenti delle élite, desiderosi solo di apparire al passo con i tempi ma rivelandosi privi di senso critico, nonché spogliati di una solida formazione filosofica e teologica. Questo caos organizzato e privo di bussola assolve alla funzione storica di una camera di decompressione per abituare gradualmente il popolo cristiano alla transizione verso un cattolicesimo sentimentale e innocuo disponibile alle logiche del profitto e del mercato. Eppure, proprio per questo, il Sinodo si trasforma in una chiamata alla maturità e alla responsabilità personale. Sottraendo i fedeli a una fede puramente istituzionale e burocratica, la tempesta attuale costringe a riscoprire i fondamenti della retta ragione e dei dogmi immortali, chiamando ciascuno a poggiare i piedi non sulla sabbia mobile dei processi storici flessibili, ma sulla roccia eterna del soprannaturale.

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