
(Imagoeconomica)
Tra IA, tecnocrazia e transumanesimo, nella sua prima enciclica papa Prevost rilancia la centralità della persona e il valore del limite umano.
Magistero
Giulia Bovassi, 26 Maggio 2026
“La tecnica non è un semplice strumento e (…), quando si fa criterio, finisce per stabilire che cosa conta e che cosa può essere scartato, riducendo la creazione a oggetto di sfruttamento e le persone a ingranaggi di un sistema da rendere sempre più performante”. Così, in uno dei passaggi d’apertura al Capitolo Terzo di Magnifica Humanitas, dedicato alla sfida tecnologica e alle promesse dell’IA, Papa Leone XIV, riprendendo l’espressione “paradigma tecnocratico” coniata da Papa Francesco, ci parla di un fenomeno caratterizzante l’epoca post-moderna: la “mentalità tecnologica”, quella tendenza a dare una lettura di senso, mediante il codice tecnologico, ad ogni elemento dell’uomo e della realtà, finanche quelli costitutivi.
Questo paradigma – come sottolineato dal Pontefice – va diffondendosi contestualmente alle tecnologie convergenti ed emergenti (nanotecnologie, intelligenza artificiale, scienze cognitive, robotica, biotecnologie) dalle quali, pur essendo ragionevole l’aspettativa di ricevere enormi benefici per l’umanità, è altrettanto ragionevole attendere un uso sregolato e moralmente improprio del loro potenziale. L’ambivalenza tecnologica genera criticità etiche, antropologiche, sociali, spirituali profonde. Il potere di questi strumenti induce alla cosiddetta “inerzia tecnologica”, cioè a ritenerli automaticamente e necessariamente migliori. In tal senso, Papa Leone attualizza le parole di Romano Guardini: «L’uomo moderno non è stato educato al retto uso della potenza», spostando il peso del potere proprio delle tecnologie all’individuo, attore principale e responsabile di questa trasformazione.
Magnifica Humanitas, nel solco dei principi fondamentali della Dottrina Sociale della Chiesa e del paradigma tecnocratico, tratta in modo ampio e coerente il tema dell’Intelligenza Artificiale richiamando sia le principali sfide etiche messe in campo dall’applicazione capillare ed eterogenea di questo strumento, sia il dovere, preliminare a qualunque discorso sull’IA, di restare fedeli alla verità sulla persona senza scadere in forme di delega alla macchina, di sostituzione uomo-macchina, di equiparazione tra intelligenza umana e artificiale. Conservare e custodire l’umano, evitando ogni forma di riduzionismo tecnomorfo, è lo scheletro su cui reggere la governance politica, la regolamentazione giuridica e l’etica normativa. In un momento storico dove l’IA rischia di diventare mediatore di problemi etici già radicati nel tessuto sociale e nel cuore dell’uomo; di divenire mezzo attrattivo, seduttivo e persuasivo, in grado di plasmare personalità, convinzioni, idee e principi; dove l’IA apre a delicati bilanciamenti tra sicurezza e privacy; libertà e autonomia; dove alcuni usi sostitutivi (non ultimo quello militare ad oggi senza alcuna regolamentazione etica) rendono già preferibile l’algoritmo alla fragilità umana, il problema si rivela in tutta la sua forza come un problema antropologico-filosofico, anziché tecnico.
“Per questo” – afferma il Santo Padre- “il discernimento etico non può limitarsi a domandare se usiamo un certo sistema per uno scopo buono o cattivo, ma deve anche chiedersi come esso venga progettato e quale idea di persona e di società risulti inscritta nei dati e nei modelli che lo guidano”. E, ancora: “Non possiamo limitarci a invocare la moralizzazione della macchina, il cosiddetto “allineamento” dell’IA a valori umani, senza avere il coraggio di porre una ulteriore condizione: la possibilità di discutere il codice etico da usare, sottoponendolo a criteri di giustizia sociale condivisa. Altrimenti, chi controlla l’IA imporrà la propria visione morale, che diventerà l’infrastruttura invisibile dei sistemi. Non serve un’IA più morale, se questa morale è decisa da pochi”. L’invito del Pontefice a “disarmare l’IA” non significa, banalmente, arrestare la tecnologia, bensì non essere indifferenti all’esigenza globale di una coscienza tecnologica. In altri termini: la tecnologia incorpora e trasmette una visione specifica dell’uomo e dell’umanità futura. Per questa ragione, il pericolo più insidioso è l’illusione che la potenza dell’IA possa prescindere dalle domande antropologiche.
Quest’ultimo punto risulta particolarmente pregnante alla luce del paragrafo successivo, dedicato alle correnti del Trans e Post-umanesimo, due correnti che affondano le loro radici scientifiche, nel primo caso, e teoriche, nel secondo, sull’idea che la natura umana, la dimensione creaturale della persona, siano obsoleti e l’individuo riducibile a puro organismo informazionale, genetico, biologico, neurologico e, in quanto tale, manipolabile. Il fine di queste correnti consiste nel prendere in mano le redini dell’evoluzione in modo diretto, quindi orientandola verso la costruzione dell’uomo nuovo, ibridato e potenziato (Human Enhancement Technologies), fino alla proposta di sradicare la visione antropocentrica per favorire l’ingresso dell’umanità in un tempo segnato da una specie alternativa, nomadica e senza dualismi (si pensi ai movimenti del tecno e cyber-femminismo), prodotto della contaminazione tra tecnologia, individuo e ambiente.
Detto altrimenti: la dimensione ontologica della persona non è più definita dalla sua natura; al contrario, quest’ultima nozione risulta svuotata di senso e ridefinibile in base a quel che il singolo, la società vuole o a ciò che la tecnologia consente. Il poter fare illimitato è un dovere morale sociale, collettivo da perseguire. I principi ispiratori di queste correnti si sviluppano attorno all’ostilità nei confronti del concetto di “limite” e di quel che con esso si identifica, considerato un male intrinseco e non necessario né per l’individuo né per il benessere della società. Al fine di sconfiggere le insidie causate dalla creaturalità umana, dal fatto evidente e invariabile che l’essere umano non può darsi autonomamente la propria vita, al contrario, si trova “costretto” allo stato di dipendenza dovuto al suo essere imperfetto e mortale, affliggendo l’uomo con disabilità, malattia, vecchiaia, morte, prestazioni deboli e decadimento.
Potenziare l’essere umano significa l’alterazione illimitata, qualitativa e quantitativa, di alcuni tratti e/o capacità umane (fisiche, cognitive, genetiche, emotive, comportamentali, morali) per finalità extra-terapeutiche a scopo migliorativo, fino all’ibridazione con la macchina, all’immortalità digitale e l’ipotesi di una società futura in cui le soggettività non saranno solo umane, ma anche non-umane, facendo così cadere la differenza sostanziale tra l’essere umano e gli artefatti. Il mito della cosiddetta “Singolarità” tecnologica, che anima molti visionari, leader mondiali nel campo dell’innovazione. L’umanità, dunque, corpi e individui, vanno riprogrammati in questo senso e acquisiscono valore come risorse di mercato. La dignità della persona sarà condizionata dal grado di perfezione che ella raggiunge.
Non a caso, il Santo Padre si sofferma sul valore del limite quando afferma che “il nostro rapporto con la vita sembra oggi in crisi. Tutto ciò che appare come “limite” – incapacità, malattia, vecchiaia, sofferenza, vulnerabilità – tende a essere letto anzitutto come difetto da correggere, più che come luogo in cui l’umano matura e si apre alla relazione. Invece dobbiamo ricordare che l’umano non fiorisce malgrado il limite, ma spesso attraverso il limite”. D’altronde, uno dei paradossi dell’epoca attuale è vedere il nostro tempo scisso fra una crescente sensibilizzazione nei confronti della vulnerabilità, in quanto tratto comune a tutti gli uomini, e quella mentalità tecnomorfa e tecnocentrica che si sviluppa anche nella direzione transumanista, dove non vi è spazio per la vulnerabilità.
Nessun commento:
Posta un commento