domenica 31 maggio 2026

Una teologa materialista sfida un fisico che parla di Dio



L’interessante dibattito tra la (a)teologa Emily Qureshi-Hurst (Università di Cambridge) e il noto fisico Paul Davies. Il tema? Dio e il fondamento ultimo dell’universo.

Ultimissime 30 Mag 2026



La redazione UCCR

In un recente dibattito è emerso quello che può sembrare un inatteso paradosso.

Da un lato, una teologa che difende il naturalismo materialista e dall’altro uno scienziato che si spinge fino a evocare un fondamento ultimo (e divino) della realtà.

Parliamo del confronto moderato da Justin Brierley il 7 aprile scorso tra Emily Qureshi-Hurst, filosofa della religione e della scienza presso l’University of Cambridge e Paul Davies, tra i più noti fisici teorici al mondo, cosmologo e astrobiologo, direttore del Beyond Center presso la Arizona State University.

E proprio questo è ciò che colpisce: la filosofia della religione che si fa scettica e la fisica che si apre alla metafisica.

Entrambi partono da una domanda classica – esiste uno scopo nell’universo? – ma finiscono per confrontarsi con questioni ancora più radicali, come l’origine delle leggi fisiche, la natura della coscienza e il perché esista qualcosa piuttosto che nulla.

La teologa materialista: “Nessuno scopo nell’universo”

La posizione di Emily Qureshi-Hurst è chiara: il significato non è inscritto nel cosmo, ma emerge dagli esseri coscienti.

Parlare di scopo universale, per lei, implica quasi inevitabilmente un agente che lo assegna, e questa ipotesi la ritiene troppo carica di significato da metterla a disagio. Preferisce optare per l’idea che sono gli esseri viventi – umani e non umani – a costruire scopi e significati all’interno della loro esperienza.

La studiosa rivela di aver superato una fase “neo-atea”, iniziata dopo aver letto Richard Dawkins: «Lo adorai. Mi sembrava tutto chiaro: la scienza confuta la religione. Pensavo: andrò a Oxford, studierò teologia e discuterò con i cristiani».

Ma, ammette, «non è andata così. Studiando, ho capito che la visione religiosa è molto più ricca, complessa e sofisticata di quanto pensassi a 16 anni. Non la ritengo vera, ma la rispetto profondamente come modo di affrontare le grandi domande sul significato ultimo».

Tuttavia, quando la discussione si spinge verso le domande ultime, la filosofa-teologa riconosce senza esitazione un limite: la scienza si arresta ai confini dell’universo osservabile e, oltre quel punto, restano solo ipotesi.

La sua preferenza va a modelli come il multiverso eterno o il “fatto bruto” di un’esistenza senza spiegazione ulteriore, ma si tratta comunque di posizioni tenute con cautela, senza pretese di certezza.


Il fisico Paul Davies: “C’è una X, non un caso fortuito”


Di segno diverso, ma non meno prudente, è l’approccio di Paul Davies.

Il suo pensiero è in parte già noto grazie a bestsellers come “Dio e la nuova fisica” (Mondadori 1984) e “La mente di Dio. Il senso della nostra vita nell’universo” (Mondadori 1993).

«Se ti occupi dell’origine dell’universo, della natura del tempo o del ruolo della coscienza nella meccanica quantistica», afferma, «inevitabilmente incontri le antiche domande sull’esistenza che un tempo appartenevano solo alla religione e alla filosofia, ma che oggi fanno parte anche della scienza».

Pur dichiarandosi «non religioso convenzionale», Davies rivela di trascorrere «molto tempo a dialogare con teologi e membri del clero» e non a caso mostra una forte insoddisfazione verso le spiegazioni puramente meccanicistiche.

Ciò che lo colpisce non è solo l’ordine dell’universo, ma la sua intelligibilità: il fatto che la mente umana, evolutasi per scopi di sopravvivenza, sia in grado di comprendere strutture matematiche estremamente sofisticate appare come qualcosa che richiede una spiegazione.

Non si tratta, per lui, di «un semplice caso fortuito» ma «è in qualche modo inscritto in ciò che l’universo è». Anche Davies si tiene lontano dal termine “scopo” («è una parola culturalmente carica», afferma) però, aggiunge, «c’è una direzione, una sorta di orientamento».

È in questo contesto che introduce il concetto di “X”, una realtà ancora sconosciuta che starebbe oltre la contrapposizione tra meccanicismo e agentività.

«C’è una connessione, non posso provarlo, ma sento fortemente che c’è», spiega. «E la nostra capacità di fare scienza e comprendere l’universo è per me una prova schiacciante che ci sia».


Tra il multiverso eterno e un essere necessario

Il confronto diventa particolarmente interessante quando si affronta la questione delle origini.

Alla domanda fondante della filosofia, “perché esiste qualcosa invece del nulla?”, Emily Qureshi-Hurst risponde rifiutando l’argomento cosmologico e aderisce all’idea di un multiverso eterno, in cui l’esistenza è semplicemente un dato di fatto.

Paul Davies, invece, si dimostra fortemente scettico ricordando che il collega Roger Penrose raccontò di essere stato convinto per due mesi dell’interpretazione dei molti universi, aggiungendo che furono due mesi di troppo.

Il grosso limite di questa spiegazione è che anche un multiverso infinito richiede delle “meta-leggi” che ne regolino il funzionamento, e la domanda sulla loro origine resta inevasa.

Il celebre fisico ripropone così la celebre immagine della “torre di tartarughe”: ogni spiegazione rimanda a un livello più profondo senza mai raggiungere un fondamento ultimo. Questa regressione infinita è però per lui filosoficamente insoddisfacente e lascia aperta la possibilità di «un “essere necessario” la cui non esistenza non sarebbe solo un fatto, ma una impossibilità logica».

Davies prosegue: «Mi interessa come questione filosofica, è una nozione coerente che possa esserci un’entità necessaria su cui costruire questa torre di tartarughe».

È qui che il paradosso raggiunge il suo punto più alto, quando la teologa (atea) a queste parole di Davies esclama: «A me suona molto simile al Dio del teismo classico!».

Il fisico prova allora a smarcarsi: «Beh, non percorrerei la strada di Dio di nessuna religione particolare, forse del “Dio dei filosofi”. Richard Dawkins una volta parlò del “Dio dei fisici”. Beh, va bene così. Perlomeno di una “X”».


Sulla soglia del Mistero


Da un lato, una teologa che difende il materialismo e rifiuta qualsiasi salto verso il trascendente, anche nella sua forma più astratta; dall’altro, uno scienziato che, pur distanziandosi dal linguaggio cristiano, si mostra disposto ad accogliere una forma scientifica di deismo.

Tuttavia, questa apertura non si traduce in un’adesione spirituale: resta un’ipotesi filosofica, una direzione di ricerca più che una conclusione.

Alla fine, ciò che colpisce non è tanto la distanza tra le due posizioni, quanto il loro comune punto di arresto. Entrambi, pur partendo da presupposti diversi, si fermano sulla soglia del Mistero.

Paul Davies intravede una porta e prova a immaginare cosa possa esserci oltre, ma non riesce ad attraversarla. Emily Qureshi-Hurst, più cauta, preferisce non varcarla affatto, ritenendo che manchino le condizioni per farlo.

In questo senso, il loro dialogo mostra che le categorie attuali – scientifiche, filosofiche o teologiche – sembrano insufficienti a cogliere il fondamento ultimo della realtà.

E forse è proprio qui che si manifesta il limite del “Dio dei fisici”: una soglia a cui si può arrivare con la sola ragione, ma che difficilmente si può oltrepassare senza un incontro, senza una rivelazione, senza qualcuno che venga dall’altra parte della porta e dica: “Io sono la via, la verità e la vita” (Gv 14,6).






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