lunedì 24 novembre 2025

Mentre l’Islam chiede visibilità e spazio e finora li guadagna, ai cristiani viene chiesto il silenzio e si adeguano



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Zarish Imelda Neno, 24 novembre 2025

Questa mattina, scorrendo Instagram, mi sono imbattuta in un video di Isabel Brown, una commentatrice americana che seguo da tempo. Parlava di un tema che molti in Europa ignorano o non vogliono vedere: il pericolo dell’Islam istituzionale quando entra nelle strutture politiche e comincia a influenzare le leggi, la cultura e la vita quotidiana. Lei stessa afferma apertamente che l’Islam istituzionale non è compatibile con la civiltà occidentale, perché nei Paesi dove prende forma politica finisce sempre per limitare diritti fondamentali, in particolare quelli delle donne e delle minoranze religiose. Il suo discorso nasceva dalle elezioni di Zohran negli Stati Uniti, una situazione che avevo commentato anch’io giorni fa. Molti avevano capito il mio punto, ma altri mi avevano chiesto in che cosa la sua religione rappresentasse un problema e perché dovrebbe preoccupare più di un politico cattolico che tiene un rosario. Da cristiana, da pakistana e da persona che ha vissuto in un Paese dove la religione diventa legge, questa domanda mi fa preoccupare profondamente. Possibile che abbiamo perso completamente la capacità di distinguere?

E forse questa incapacità di distinguere nasce anche dal fatto che in Italia non si è mai davvero sperimentato cosa significhi vivere accanto a un Islam che non rimane privato, ma tende a radicarsi nelle strutture sociali. È un cambiamento che io ho iniziato a percepire già anni fa. Ricordo quando studiavo a Roma nel 2013: vedevo i primi segnali in alcuni quartieri, una presenza diversa che cominciava piano piano a diventare parte del paesaggio urbano. Oggi, vivendo a Torino, questa sensazione è diventata ancora più evidente. Le strade sono piene di donne con l’hijab, molte famiglie provenienti da Paesi di forte tradizione islamica, una presenza sempre più numerosa e visibile. E voglio dirlo con chiarezza: l’hijab non è il problema. Il vero problema è ciò che accade parallelamente: una crescente visibilità pubblica dell’Islam, mentre allo stesso tempo ai cristiani viene chiesto di fare un passo indietro, di non nominare Gesù a Natale per “non offendere”, di mettere la propria fede tra parentesi.

Questa asimmetria non è rispetto: è cancellazione. E mentre tutto questo accade, molti sembrano non collegare i punti. Si considera uguale un politico cattolico e uno musulmano, ignorando che il cattolicesimo – nella sua espressione moderna e secondo la dottrina della Chiesa – non pretende che lo Stato diventi cattolico. Un cattolico può portare un rosario, può ispirarsi al Vangelo, ma non chiede che il Codice di Diritto Canonico diventi legge civile. L’Islam istituzionale invece, nelle sue forme politiche, non separa religione e Stato. Io provengo da un Paese dove lo Stato e la religione sono un’unica cosa: in Pakistan la legge non esiste senza la religione, e la religione non esiste senza la legge. Le donne, i cristiani, le minoranze, i convertiti: tutti vivono sotto un sistema che decide ciò che possono o non possono fare in nome della religione. Il cristianesimo porta libertà; l’Islam politico porta controllo.

Non tutti i musulmani la pensano così, questo è evidente. Ma quando un politico musulmano parla apertamente del desiderio di portare la propria religione nella gestione della città — come è accaduto negli Stati Uniti — la domanda è legittima: quali parti della sua fede vuole tradurre in legge? Quale idea ha della libertà religiosa, dei diritti delle donne, della libertà di coscienza? Questi interrogativi non sono discriminazione: sono prudenza, sono responsabilità, sono memoria.

Il paradosso più grande, però, è che mentre l’Islam chiede visibilità e spazio, ai cristiani viene chiesto il silenzio. Nella scuola di mia figlia si parla e si celebra il Ramadan con naturalezza, mentre a Natale quasi bisogna evitare di nominare Gesù. È accaduto anche a me, anni fa a Roma, di sentirmi dire da uomini bengalesi: “Come fai a essere ancora cristiana? Perché non sei musulmana, venendo dal Pakistan?”. Questa mentalità la conosco bene, perché fa parte di un sistema dove l’identità islamica non resta mai solo personale, ma tende a espandersi nella società.

A giugno, durante una visita all’Acquario di Genova, sono rimasta colpita dalla grande presenza di famiglie bengalesi; lo stesso accade intorno al Vaticano, dove i negozi gestiti da comunità islamiche sono in aumento. A Torino, lo vedo ogni giorno. Non è razzismo, non è giudicare le persone — che meritano rispetto come tutti gli esseri umani — ma sarebbe ingenuo fingere che questa crescita non porti con sé un forte senso identitario. L’Europa, nel frattempo, perde le sue radici cristiane e sembra quasi vergognarsi della sua identità. L’Islam, invece, non perde mai il legame tra fede, cultura e comunità. E quando una religione cresce più velocemente delle altre, mentre quella “di casa” si indebolisce, il risultato finale non è difficile da immaginare.

Chi non ha vissuto in Paesi musulmani non può comprendere fino in fondo cosa significhi vivere sotto un Islam istituzionale. Non ha visto leggi sulla blasfemia, conversioni forzate, matrimoni precoci, discriminazioni verso le minoranze. Non ha visto cosa succede quando la religione non resta nella sfera privata. Io sì. E chi proviene da quei Paesi lo sa molto bene.

Non scrivo tutto questo per alimentare odio o paura. I musulmani non sono il nemico; sono persone amate da Dio, come ogni essere umano. Ma c’è una differenza tra rispettare le persone e ignorare i pericoli di un sistema politico-religioso che limita la libertà cristiana, la libertà delle donne e la libertà di coscienza. Posso amare il prossimo e, allo stesso tempo, dire con fermezza che non voglio vivere sotto un sistema che non concede la reciprocità: moschee qui, ma nessuna chiesa lì; libertà di predicare qui, ma nessuna libertà di conversione là.

L’Italia e l’Europa stanno cambiando. Il punto non è impedire questo cambiamento, ma capirlo, leggerlo, riconoscerlo con lucidità. Non dobbiamo odiare nessuno, ma non dobbiamo neppure essere ingenui. E se i cristiani non riescono più a distinguere la differenza tra la fede cattolica — che libera — e l’Islam politico — che controlla — allora il problema è molto più grande.

Scrivo tutto questo come donna cattolica, come pakistana che ha conosciuto l’altra faccia della medaglia, e come italiana d’adozione che ama profondamente questo Paese. Non parlo per paura: parlo per esperienza. E proprio per questo oggi sento il dovere di dirlo, con chiarezza, rispetto e coraggio.

* * *

Situazione del Pakistan

Negli ultimi giorni ho parlato con diversi giovani adulti della nostra comunità cristiana. Come sapete, il mio impegno per sostenere l’educazione dei nostri bambini e aiutare i nostri giovani a costruirsi un futuro migliore è una parte fondamentale del mio lavoro. E proprio ascoltando loro, ancora una volta, mi sono ritrovata davanti a una realtà che in Pakistan conosciamo tutti fin troppo bene. Molti di questi ragazzi hanno studiato, si sono impegnati, hanno fatto sacrifici. Eppure, quando cercano lavoro, si scontrano sempre con lo stesso ostacolo: la loro identità cristiana. La scena è sempre la stessa. Al termine del colloquio, dopo tutte le domande tecniche, arriva quella finale: “Di quale religione sei?” Quando rispondono “Cristiano”, il tono cambia. “Ti faremo sapere.” È una frase di cortesia che, da noi, significa semplicemente: “Non ti richiameremo.”

La cosa non mi sorprende più. Ho 38 anni e ricordo benissimo di aver vissuto la stessa identica esperienza quando avevo vent’anni e cercavo il mio primo lavoro. Andavo ai colloqui preparata, piena di speranza, convinta che contassero le competenze. Invece, anche allora, la mia fede diventava un problema. Durante un colloquio per insegnante d’inglese mi chiesero: “Cosa dice la Bibbia se qualcuno ti dà uno schiaffo sulla guancia?” Risposi: “Porgere l’altra guancia. Ma cosa c’entra con un colloquio per insegnare inglese?” Risero. “C’entra eccome.” Era chiaro che non stavano valutando la mia capacità di insegnare, ma se la mia identità religiosa fosse “accettabile”.

Sono passati quasi vent’anni, e i nostri giovani vivono ancora le stesse dinamiche. Nonostante l’istruzione, nonostante i progressi, la discriminazione rimane un muro invisibile che blocca intere generazioni. È un meccanismo silenzioso ma concreto, che costringe la nostra comunità a rimanere indietro, senza possibilità di competere alla pari, quando non subisce persecuzioni, anche cruente [qui - qui - qui].

Condivido tutto questo non per suscitare compassione, ma per far capire a chi vive altrove come stanno realmente le cose in Paesi come il Pakistan. Molti non immaginano nemmeno quanto sia un privilegio crescere in società dove la religione non è un criterio per accedere al lavoro, dove nessuno ti chiede quale fede professi prima di valutare le tue capacità. Da noi non è così. Da noi, la fede cristiana diventa la ragione per cui una vita può essere limitata, frenata, respinta.

Questa è la realtà che viviamo qui. Una realtà scomoda, spesso ignorata, ma che continua a segnare il futuro di migliaia di giovani cristiani. E non la racconto per chiedere pietà, né per presentare la nostra comunità come vittima: la racconto perché il silenzio protegge solo chi discrimina, mai chi subisce. Chi vive in Paesi dove la religione non determina il valore di una persona spesso non immagina cosa significhi crescere sapendo che il tuo cognome, la tua fede, la tua identità possono decidere se avrai un’opportunità o no. Per molti è un concetto lontano; per noi è la quotidianità.

E tuttavia, nonostante tutto questo, continuiamo ad andare avanti. Continuiamo a studiare, a formare, a sostenere i nostri giovani. Continuiamo a bussare a porte che spesso non si aprono, ma non smettiamo di farlo. Perché la nostra comunità non si arrende. Perché i nostri giovani meritano un futuro costruito sul merito, non sulla religione. Perché nessun sistema, per quanto ingiusto, potrà spegnere il desiderio di dignità e libertà che portiamo dentro.

E un giorno, ne sono certa, la nostra perseveranza sarà più forte della discriminazione che abbiamo dovuto subire. Un giorno, le storie dei nostri giovani non saranno più esempi di ingiustizia, ma testimonianze di una comunità che ha avuto il coraggio di resistere, di rialzarsi e di cambiare la propria storia. Fino ad allora, continueremo a dire la verità. Senza paura. Perché è così che si apre la strada a un domani diverso.



Fonte

Il principe Alberto di Monaco dice no all’aborto legale: «Siamo cattolici



Principe Alberto II (Imagoeconomica)

Controcorrente

Una presa di posizione molto netta e controcorrente, da parte del piccolo Stato



Federica Di Vito, 24 Novembre 2025 

Il 18 novembre, in un’intervista rilasciata al quotidiano Monaco-Matin, il Principe Alberto II ha fatto sapere che non promulgherà la proposta di legge approvata dal Consiglio Nazionale a maggio (19 voti contro 2) che avrebbe legalizzato l’interruzione volontaria di gravidanza senza motivi medici fino a 12 settimane - estendendo il termine a 16 settimane in caso di stupro e abbassando l’età del consenso parentale da 18 a 15 anni. L’aborto a Monaco rimane dunque formalmente illegale, ma depenalizzato dal 2019 per proteggere le donne che vi ricorrono in altri Paesi - soprattutto in Francia - da possibili azioni penali; rimane dunque consentito solo nei tre casi introdotti dalla legge dell’8 aprile 2009: stupro, pericolo di vita per la madre, malformazione grave del feto.

Il sovrano ha dichiarato di capire «la sensibilità di questo tema», giustificando la sua posizione con il rispetto della religione cattolica: «Il quadro attuale rispetta ciò che siamo in considerazione del ruolo che la religione cattolica occupa nel nostro Paese, garantendo al contempo un accompagnamento sicuro e più umano». Pertanto, il suo rifiuto blocca il percorso della legge ma lascia invariata la normativa vigente. Molti consideravano questa proposta una svolta, se non addirittura un progressivo adeguamento alle pratiche in vigore in Europa.

Da parte sua, la diocesi aveva espresso le sue preoccupazioni di fronte a una tale evoluzione. A marzo, l’arcivescovo di Monaco Dominique Marie David aveva parlato di un punto di non ritorno, di un cambiamento di società, o addirittura di un superamento di un importante passo antropologico. Secondo lui, una legalizzazione dell’aborto provocherebbe una rottura profonda: «Questo significherebbe che il Principato non si riconoscerebbe più nei valori sociali del cattolicesimo». Il prelato sottolineava che, mentre la Francia si basa sulla laicità come principio, «a Monaco è la fede cattolica», senza esitare ad affermare che «senza il cattolicesimo, il Principato non possiede più tutto il suo DNA». In una lettera pastorale pubblicata il 18 maggio 2025 interamente dedicata a questo argomento, l’arcivescovo aveva sviluppato le sue argomentazioni in quattordici punti: «In Principato, siamo orgogliosi di difendere le nostre specificità. Tra queste, c'è la confessione dello Stato. La religione di Stato non può essere ridotta a una semplice tradizione: struttura il diritto monegasco stesso; è inseparabile dalla nostra identità nazionale», aveva spiegato.

«L’aborto è il patto demoniaco più grande»

«Le persone oggi sono prive di identità», e quindi completamente manipolabili. Non usa giri di parole per descrivere la situazione in cui siamo immersi Amparo Medina, un passato da militante atea nelle fila della sinistra radicale e da ex responsabile delle Nazioni Unite dei progetti di educazione sessuale e oggi felice figlia della Chiesa e strenua attivista pro life, anche in qualità di presidente della Fondazione Creciendo Contigo Mujer e di coordinatrice della Red Vida y Familia Ecuador.

Il Timone la ha incontrata in Italia, in una calda sera di fine agosto.

Medina, partiamo dal suo passato: le posizioni che porta avanti oggi a livello nazionale e internazionale non sono le stesse di un tempo…


«Infatti. Quando ero giovane ero impegnata nell’area politica della sinistra e nel suo braccio armato, che era un movimento per portare la rivoluzione in Ecuador...

Le reazioni non hanno tardato ad arrivare. Juliette Rapaire, fondatrice del collettivo Les Nouvelles Réformatrices, intervistata da France 3, ha espresso il suo disappunto, ritenendo che le donne troveranno sempre soluzioni al di fuori del Principato. In un panorama europeo segnato dalla progressiva liberalizzazione dell’aborto, Monaco riafferma con forza la sua singolarità. La scelta del principe Alberto II non riflette un’immobilismo ipocrita come l’ha definito qualcuno, ma una volontà di preservare la coerenza istituzionale e morale di un Paese che difende la sua identità cattolica. Chapeau.







Gli Araldi del Vangelo rompono il silenzio sul commissariamento




Pubblicato 23 novembre 2025


“Puniti senza dialogo, senza prove e senza difesa”.

Per 8 anni è calato il silenzio. Ora, finalmente, tutto viene alla luce. Nel nostro speciale esclusivo del Podcast Salve Maria! sveliamo ciò che per anni è stato taciuto sul commissariamento degli Araldi del Vangelo: decisioni senza prove, punizioni senza difesa, un muro di silenzio… fino ad oggi.
Il libro di cui tutti parlano — (ebook e cartaceo) oltre 700 pagine di foto, documenti e testimonianze impressionanti — rompe definitivamente l’omertà e racconta, passo dopo passo, ciò che davvero è accaduto.

Un’indagine rigorosa, con fatti comprovati e verificabili. Non solo informazioni: un servizio alla Verità. Abuso di potere. Illegalità. Ingiustizia. Persecuzione.

Quali sono stati i veri motivi dell’intervento del dicastero? Perché gli Araldi sono rimasti in silenzio così a lungo? E perché proprio adesso decidono di parlare?
In questa puntata speciale vi porteremo dietro le quinte del commissariamento, per comprendere finalmente il quadro completo e ascoltare la voce degli Araldi… dopo anni di attesa.

Puniti Senza Prove

Introduzione: Un Movimento fiorente sotto assedio


Gli Araldi del Vangelo, un’associazione cattolica internazionale di diritto pontificio, approvata da Papa Giovanni Paolo II nel 2001 e lodata pubblicamente da Papa Benedetto XVI, rappresentano una delle realtà ecclesiali più dinamiche del nuovo millennio. Caratterizzati da una rapida crescita globale e da un apostolato fondato sulla bellezza e la solennità per evangelizzare, si trovano da quasi un decennio al centro di un intervento vaticano senza precedenti. Questo report, basato sulla loro testimonianza diretta, analizza la cronologia e la natura di un’azione che essi definiscono non come un aiuto fraterno, ma come una persecuzione ingiustificata, orchestrata da un dicastero della Santa Sede.

Nati come associazione privata di fedeli laici, gli Araldi del Vangelo hanno visto sorgere dal loro carisma due società di vita apostolica giuridicamente indipendenti: Virgo Flos Carmeli, per i sacerdoti, e Regina Virginum, per le consacrate. Entrambe hanno ricevuto l’approvazione pontificia definitiva da Papa Benedetto XVI nel 2009. Sebbene unite da un unico fondatore e da una comune spiritualità, queste tre entità sono autonome, con propri statuti e organi di governo, una distinzione giuridica cruciale per comprendere le anomalie del processo a cui sono state sottoposte.

Il concetto centrale di questa vicenda è il “commissariamento”, un intervento straordinario con cui la Santa Sede assume il governo di un’istituzione religiosa. Sebbene concepito come uno strumento di aiuto, gli Araldi sostengono che nel loro caso sia stato trasformato in un’arma, viziata da abusi di potere, irregolarità procedurali e motivata da un’ostilità preconcetta. L’analisi che segue intende esplorare le origini di tale ostilità, introducendo la figura chiave che, secondo il dossier, ha guidato l’offensiva contro di loro.

1. L’Architetto delle Accuse: Una Vendetta Personale e Ideologica


Per comprendere la natura di un’azione istituzionale così severa, è strategico identificare le motivazioni che l’hanno innescata. Secondo la testimonianza degli Araldi, le radici del conflitto non risiedono in problemi reali all’interno della loro associazione, ma nell’animosità di una figura specifica di alto rango, la cui ostilità personale si sarebbe trasformata in una persecuzione istituzionalizzata.

Il principale antagonista identificato nel dossier è il Cardinale João Braz de Aviz, Prefetto del Dicastero per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica. Gli Araldi muovono un’accusa diretta e circostanziata, sostenendo che il Cardinale nutrirebbe nei loro confronti un “odio viscerale” e un'”antipatia micidiale”, sentimenti che avrebbero preceduto e guidato ogni sua azione ufficiale.

Le presunte cause di questa ostilità sono ricondotte a due fattori principali:

Divergenza Ideologica: La linea del Cardinale, legata alla Teologia della Liberazione, si porrebbe in netto contrasto con l’impronta dottrinale di Giovanni Paolo II, che gli Araldi seguono fedelmente. Questa divergenza ideologica avrebbe creato un terreno fertile per l’incomprensione e l’avversione.

Conflitto Personale: Un episodio specifico, avvenuto a Ponta Grossa, in Brasile, avrebbe scatenato la sua rabbia. Sebbene i dettagli non siano approfonditi nella fonte, l’evento è indicato come il catalizzatore di un risentimento personale che si sarebbe tradotto in minacce esplicite. Diverse testimonianze, raccolte prima ancora dell’inizio della visita apostolica, riportano frasi attribuite al Cardinale, tra cui la più emblematica: “Io vi distruggerò”.

Questa animosità personale, secondo il dossier, si è trasformata in un’azione istituzionale nel 2010, quando il Cardinale Braz de Aviz ha assunto la guida del dicastero. Da quella posizione di potere, avrebbe preparato il terreno per l’intervento ufficiale, passando dal movente personale a una cronologia di eventi che avrebbero portato al commissariamento.

2. Cronologia di un Processo Anomalo


Secondo la testimonianza degli Araldi del Vangelo, l’intero processo di indagine e commissariamento è stato caratterizzato da gravi irregolarità procedurali e da una palese parzialità. Quello che sulla carta doveva essere uno strumento di aiuto per correggere eventuali criticità si sarebbe trasformato, nei fatti, in un’arma di persecuzione, basata su un piano preesistente e attuata ignorando le evidenze raccolte.

2.1. La Tempesta Mediatica e il Pretesto Occasionale


Il primo atto del dramma si è svolto sui social media e sulla stampa. Un gruppo ristretto di circa 30-40 “membri disaffezionati” si è coalizzato online per raccogliere e diffondere accuse contro gli Araldi, trovando, secondo la loro versione, una sponda diretta nel Cardinale Braz de Aviz.

Il vaticanista Andrea Tornielli è accusato di aver giocato un ruolo chiave in questa operazione. Avrebbe orchestrato una tempesta mediatica diffondendo in modo sensazionalistico dei video privati, trafugati illegalmente, che mostravano il fondatore degli Araldi in preghiere di liberazione. Questa campagna, condotta senza mai contattare gli Araldi per un contraddittorio, è definita una violazione della deontologia professionale e dei principi cristiani di carità. Sebbene questi video siano stati usati come pretesto pubblico per un’azione che, come dimostrano i protocolli, era già in cantiere dal 2014, il dossier rivela un dettaglio cruciale: le denunce erano già state protocollate presso il dicastero in quella data, suggerendo l’esistenza di un piano preesistente in attesa solo di un’occasione propizia per essere attivato.

2.2. La Visita Apostolica: Un’Indagine Ignorata


Tra il 2017 e il 2019 si è svolta una Visita Apostolica, un’indagine approfondita condotta da due vescovi nominati dal Vaticano. Secondo gli Araldi, i visitatori sono giunti con forti pregiudizi, ma dopo aver ispezionato tutte le loro case nel mondo e parlato con quasi tutti i membri, la loro percezione è cambiata. La conclusione della loro indagine è stata netta: “non avevano trovato nessuno scheletro nell’armadio”.

Il punto più importante, affermato con certezza nella fonte, è che la relazione finale dei visitatori apostolici non conteneva la richiesta di un commissariamento, poiché non lo ritenevano necessario. Questa conclusione sarebbe stata confermata agli Araldi da vescovi brasiliani in contatto diretto con i visitatori. Ciononostante, il decreto che ha dato inizio alla visita era caratterizzato da un’assoluta genericità, menzionando “situazioni problematiche” e “gravi carenze” in ogni aspetto della vita dell’associazione. In questo modo, ogni singolo membro veniva di fatto trattato come un sospetto, senza che venisse contestato alcun fatto specifico o provato.

2.3. Il Commissariamento: Una Punizione Senza Reato


Nonostante l’esito della visita, che non aveva riscontrato motivi per un intervento così drastico, nel settembre 2019 il dicastero ha decretato il commissariamento degli Araldi del Vangelo. Il decreto, secondo la testimonianza, era un mero “Control+C, Control+V” di quello della visita, riproponendo le stesse identiche e generiche motivazioni.

La mancanza di accuse concrete era così palese che il commissario nominato, un cardinale anziano, ha ammesso in una riunione (la cui registrazione è conservata dagli Araldi) che le accuse erano “tutto generico” e che nemmeno lui sapeva cosa dovesse cercare o investigare. A questa anomalia sostanziale si sono aggiunte gravi irregolarità giuridiche: 

Incompetenza e Unificazione Forzata: 

Il decreto ha unito sotto un unico commissariamento tre entità giuridicamente autonome (l’associazione di fedeli laici e le due società di vita apostolica), affidandole al Dicastero per gli Istituti di Vita Consacrata, che è competente per le due società ma non per l’associazione di fedeli, la quale dovrebbe dipendere dal Dicastero per i Laici, la Famiglia e la Vita. Un’invasione di campo, secondo il dossier, che vizia l’intero atto.

Errore Formale Strategico:

Nel decreto, l’associazione è stata erroneamente definita “pubblica clericale” invece che “privata”. Un errore che, secondo gli Araldi, non è una svista, ma una mossa strategica. Lo status “pubblico”, infatti, implica che i beni dell’associazione appartengano alla Chiesa, aprendo la strada a un potenziale esproprio del patrimonio donato dai fedeli nel corso di decenni.

Queste anomalie procedurali hanno preparato il terreno per gli atti più dolorosi del commissariamento, le prove concrete che, secondo il dossier, trasformano una disputa procedurale in un dramma umano.

3. Abusi di Potere: Tre Casi Studio di Ingiustizia

Al di là delle irregolarità giuridiche, gli Araldi denunciano atti specifici commessi dal dicastero che hanno causato danni profondi e diretti a centinaia di persone. Questi episodi, secondo la loro testimonianza, non rappresentano semplici errori, ma dimostrano una mala fede e un accanimento sproporzionato, volto a colpire il cuore della loro comunità.

3.1. Il Decreto contro i Minori: Un Atto Spietato che Scavalca le Famiglie


Per anni, gli Araldi hanno ospitato nelle loro case adolescenti e pre-adolescenti, offrendo loro una formazione integrale in un ambiente protetto, spesso sottraendoli a situazioni di rischio sociale. A metà dell’anno scolastico, un decreto “fulmine a ciel sereno”, imposto dal Cardinale Braz de Aviz, ha ordinato a tutti i minori di tornare immediatamente dalle loro famiglie, sulla base di non meglio specificate “gravi accuse”.

La reazione delle famiglie è stata unanime e contraria: nessun genitore ha appoggiato il decreto. Al contrario, oltre 2.500 famiglie hanno inviato lettere di protesta al dicastero, chiedendo spiegazioni e la revoca del provvedimento. Non hanno mai ricevuto risposta. Questo atto è stato percepito come un’offesa diretta ai genitori, trattati come irresponsabili o complici di presunti abusi inesistenti. L’ingerenza è stata tale da scavalcare la “patria potestà”, un principio fondamentale del diritto naturale e civile. Giuristi brasiliani di spicco, inclusi i redattori della Costituzione, si sono espressi pubblicamente contro l’illegalità di tale ingerenza.

Per evitare una sconfitta legale certa presso la Segnatura Apostolica, il tribunale supremo della Chiesa, il dicastero ha ottenuto un'”approvazione in forma specifica” dal Papa. Questo atto ha di fatto bloccato il processo giudiziario quando era ormai chiaro che gli Araldi lo avrebbero vinto. Le conseguenze umane sono state devastanti: bambini in lacrime, costretti a lasciare un ambiente che amavano, e un conseguente linciaggio mediatico che ha etichettato ingiustamente tutti gli Araldi come sospetti abusatori.

Il dossier evidenzia infine una palese contraddizione logica che, secondo gli Araldi, smaschera la malafede del provvedimento. Se le accuse fossero state davvero così “gravi” da giustificare un’azione così drastica, perché lo stesso decreto permetteva ai minori di rimanere nelle case degli Araldi fino alla fine dell’anno scolastico? Un’attesa incomprensibile di fronte a un presunto pericolo imminente, che rafforza il sospetto che le “gravi accuse” fossero solo un pretesto.

3.2. Le Ordinazioni Bloccate: Un Sacerdozio Negato per Ordine Verbale


Dall’inizio del commissariamento, a oltre 30 diaconi, pronti a ricevere l’ordinazione sacerdotale dopo anni di studi, è stato negato il sacramento. La gravità della situazione risiede nel metodo: questo blocco non deriva da un decreto scritto e motivato, ma da un divieto puramente orale. Il Cardinale Braz de Aviz avrebbe detto al commissario: “Lei non può ordinare nessuno senza il mio permesso e io gli dirò di no”. Un atto che, secondo il diritto canonico, costituisce un grave abuso di autorità.

Questo trattamento è descritto come un'”esclusiva” inedita riservata agli Araldi, in netto contrasto con altri movimenti e congregazioni commissariate, ai quali è sempre stato permesso di continuare a ordinare sacerdoti. L’impatto umano di questa decisione è profondo:
Danno alla Reputazione: I diaconi vengono implicitamente etichettati come indegni, senza alcuna accusa formale.
Dolore delle Famiglie: Molti diaconi hanno genitori anziani o malati, il cui ultimo desiderio è vedere i figli sacerdoti.
Danno alla Chiesa: La Chiesa universale viene privata di decine di nuovi sacerdoti pronti a servire.

3.3. Due Pesi, Due Misure: L’Integrità Morale degli Inquisitori


Il dossier evidenzia una stridente contraddizione tra il rigore applicato agli Araldi, che non hanno alcuna condanna a loro carico, e la tolleranza mostrata verso altre congregazioni con centinaia di sacerdoti condannati in via definitiva per abusi, che non vengono nemmeno sottoposte a una visita apostolica.

L’ipocrisia, secondo la testimonianza, emerge anche dall’integrità morale di chi è stato chiamato a giudicarli. Diversi assistenti del commissario si sono dovuti dimettere per gravi scandali morali. Il caso più eclatante riguarda un religioso le cui fotografie in atteggiamenti contrari alla morale cattolica sono diventate di dominio pubblico. Nonostante lo scandalo e le dimissioni dal suo incarico presso gli Araldi, egli continua a ricoprire il ruolo di commissario pontificio in un altro monastero.

Questi esempi sono utilizzati per illustrare un sistema che agisce con “due pesi e due misure”. Un sistema, denunciano gli Araldi, dove la presunzione di colpevolezza per i non giudicati è più pesante della colpa accertata di altri. Di fronte a questo “muro di ghiaccio” e a un’ingiustizia così manifesta, gli Araldi hanno deciso di rompere il silenzio.

4. La Battaglia per la Verità: Perché Parliamo Ora

La decisione di pubblicare un libro-dossier non è un atto di ribellione contro la Chiesa, ma un’estrema risorsa per difendere la verità e la giustizia. Dopo otto anni in cui ogni tentativo di dialogo è stato sistematicamente respinto, gli Araldi sentono il dovere di rendere pubblica la loro versione dei fatti, giustificando la loro scelta su basi teologiche e canoniche.

Non è un attacco alla Chiesa:
Essendo essi stessi “membra vive della Chiesa”, il loro obiettivo non è danneggiare l’istituzione, ma denunciare le ingiustizie commesse dall’elemento umano al suo interno, per il bene della Chiesa stessa.
L’obbligo della correzione fraterna: Citano l’insegnamento di Gesù Cristo, che indica come ultima risorsa, dopo aver fallito gli appelli privati e con testimoni, quella di “dirlo a tutta la Chiesa”.
La difesa della buona fama: Richiamano l’insegnamento di San Tommaso d’Aquino, secondo cui è un dovere difendere la propria reputazione non per vanità, ma per poter continuare a compiere il bene. Una fama calunniata impedisce l’apostolato.

La frustrazione nasce dal continuo e unilaterale rifiuto del dialogo da parte del dicastero. Mentre i loro accusatori sono stati ricevuti regolarmente, né gli Araldi né il loro stesso commissario hanno ottenuto un incontro dal 2017. L’obiettivo finale di questa azione pubblica è quindi quello di ottenere un dialogo onesto e imparziale, per ristabilire la verità e porre fine a un commissariamento che, dopo l’archiviazione di tutte le cause civili a loro carico, non ha più alcuna giustificazione fattuale.

Conclusione: Un Appello alla Giustizia e una Speranza nella Fede


Il dossier degli Araldi del Vangelo dipinge il quadro di un processo anomalo, che essi definiscono persecutorio. La loro testimonianza descrive un intervento basato su accuse generiche e mai provate, apparentemente guidato da un’ostilità personale, che ha deliberatamente ignorato l’esito di una visita apostolica e ha perpetrato abusi di potere con gravi e dolorose conseguenze umane, colpendo bambini, famiglie e giovani vocazioni.

Di fronte a questa situazione, le loro richieste fondamentali sono due: verità e giustizia. Queste non possono che passare attraverso l’apertura di un dialogo imparziale, finora sempre negato.

Nonostante la durezza della prova, il loro stato d’animo finale non è di rabbia o angoscia, ma di serena fiducia. Essi credono fermamente che la verità alla fine prevarrà e che la giustizia divina, sebbene possa tardare agli occhi degli uomini, non mancherà. La loro speranza è riposta interamente nella protezione della Madonna e nell’intercessione del loro fondatore, la cui fama di santità, sostengono, emerge rafforzata e purificata proprio da questa persecuzione.





Leone XIV e il Sinodo, purtroppo, fino al 2028



Grazie a Luis Badilla per questa analisi sulle decisioni di Leone XIV delle prossime mosse del Sinodo fino al 2028. "Nella Chiesa, tra i vescovi e nelle istanze diocesane, è subentrata una stanchezza che può avere solo una conseguenza pericolosa: percepire la sfida sulla sinodalità come un qualcosa di burocratico talmente ripetitivo da non prendere sul serio, o peggio, fare finta che interessa. Cresce il disappunto per una sorta di burocrazia sinodale che si è andata creando in numerose diocesi dove una specie di casta di fedeli vive in un ambiente di convegni, libri e conferenze e viaggi “sinodali”, spesso a sostegno del vescovo, il quale intanto però “delega” a élite a lui vicine l’esercizio di questa singolare sinodalità, cioè far credere che i laici partecipano al governo pastorale".



24 novembre 2025

Luis Badilla,

Papa Leone XIV in linea con la realizzazione dell’Assemblea ecclesiale mondiale (2028) crea due nuovi Gruppi di studio. La Chiesa si prepara per entrare nel terzo semestre della Terza fase sinodale.

Papa Leone XIV non ha detto nulla dal giorno della sua elezione ma, a questo punto, dopo la pubblicazione, martedì 17 scorso, dei Rapporti intermedi dei Gruppi di studi creati alla fine del Sinodo dei Vescovi sulla sinodalità, non c’è dubbio che l’Assemblea ecclesiale mondiale di ottobre 2028 si farà. Che sia così lo conferma la Segretaria generale del Sinodo che sottolinea che a questi Gruppi di studio, istituiti nel 2024, Papa Prevost ne ha aggiunto altri due: uno che si sta occupando della "liturgia in prospettiva sinodale", l'altro che lavora sullo "Statuto delle Conferenze episcopali, Assemblee ecclesiali e Concili particolari".

Tutti questi Gruppi, in totale 14, dovrebbero consegnare un altro Rapporto, per volere di Papa Leone, entro la fine del 2025. L’insieme di questi testi, frutto del lavoro degli studiosi iniziato nel 2024 e anche prima, sono il nerbo del cammino o percorso sinodale verso l’Assemblea del 2028. Secondo il card. Grech, Segretario generale del Sinodo, questa “Terza fase” dopo le Sessioni del 2023 e 2024, completa e perfeziona l’impegno pastorale sinodale.

Le riflessioni e gli studi sulla sinodalità della Chiesa quindi continuano. Su un nuovo Sinodo su altri temi fondamentali per il futuro se ne parlerà dopo. Quando? Non si sa.

Perciò nel 2028, si può ritenere ragionevole, si chiuderà un cammino insolito per la Chiesa, lungo otto anni, dedicati alla questione sinodalità. Così le cose, la Chiesa oggi si trova sostanzialmente alla fine del secondo semestre di preparazione dell’Assemblea ecclesiale 2028, articolata in sei tappe fino ad ottobre 2028. Le diocesi dovrebbero essere attive e mobilitate seguendo gli orientamenti per il lavoro di questi semestri programmati per l’attuazione delle conclusioni del sinodo.

Al riguardo il primo dubbio o perplessità è questa domanda: gli ordinari diocesani in giro per il mondo sono sufficientemente e adeguatamente informati di queste sfide al punto di essere pienamente consapevoli del compito pastorale che ciò comporta da oggi al mese d’ottobre 2028? I parroci, e soprattutto i fedeli, sanno in quale processo si trova la Chiesa e come si deve arrivare al 2028?

Da conversazioni nostre con diversi vescovi in queste settimane, in particolare dell’America Latina e dell’Europa, sembrerebbe proprio di no. Della terza fase sinodale alcuni non sembravano averne piena consapevolezza. Ad ogni modo, a prescindere, questi 14 Rapporti entrano a far parte di un patrimonio di testi sinodali abbondantissimo e si aggiungono ai precedenti di poco tempo fa sulle “Tracce della fase attuativa” del Sinodo chiuso oltre un anno fa.

Su questo lungo percorso, Papa Leone XIV non ha ancora parlato e ovviamente non ha offerto nessun orientamento seppure il Sinodo dei Vescovi e la Sinodalità siano stati argomenti affrontati da lui in pubblico almeno sei volte, anche nella lunga intervista apparsa nel libro della giornalista americana Elise Anne Allen, “Leone XIV, Cittadino del mondo, missionario del XXI secolo”, in libreria in Italia a marzo del prossimo anno. Papa Leone, pochi giorni fa ai vescovi italiani riuniti ad Assisi, ha parlato sempre del “cammino sinodale” nonché della collegialità episcopale, ma senza fare mai riferimento all’Assemblea ecclesiale del 2028.

Per ora tutto è affidato alla Segreteria generale del Sinodo dei Vescovi che sulla questione è diventata una sorta di “fabbrica di documenti”. Questo fenomeno non si era visto neanche durante lo svolgimento del Concilio Ecumenico Vaticano II. Per verificare questa curiosa realtà basta navigare nel sito ufficiale “synod.va” (Processo sinodale). È impressionante la quantità di testi in circolazione, la farraginosità dei calendari e percorsi, l’abbondanza di concetti e nuove definizioni, spesso con reinterpretazioni semantiche interminabili e nuove declinazioni che poi potrebbero finire, dopo il 2028, nella convocazione di un ennesimo incontro.

Un noto teologo americano, analista mite ma perspicace, su questo lunghissimo percorso accompagnato da tanti documenti si domanda: ma con tutto questo non si corre il rischio di dare vita alla percezione di una specie di magistero parallelo?

Il Rapporto intermedio N° 9, che vale la pena di leggere con calma, intitolato "Criteri teologici e metodologici sinodali per il discernimento condiviso di questioni dottrinali, pastorali ed etiche controverse" è un esempio perentorio di quanto la "sinodalità burocratica" si sia attorcigliata in un linguaggio banale, incomprensibile e infecondo.

A tutte queste domande precedenti noi ne aggiungiamo altre, come per esempio: ma a quale scopo e con quali risorse del Popolo di Dio si tiene in piedi la burocrazia sulla sinodalità, oppure, quanto costano e a cosa servono esperti, consulenti e divulgatori della sinodalità?

Purtroppo è proprio così: la Terza fase del cammino sinodale è confusa e sterile e appare come un desiderio di autoperpetuarsi.

Nella Chiesa, tra i vescovi e nelle istanze diocesane, è subentrata una stanchezza che può avere solo una conseguenza pericolosa: percepire la sfida sulla sinodalità come un qualcosa di burocratico talmente ripetitivo da non prendere sul serio, o peggio, fare finta che interessa. Cresce il disappunto per una sorta di burocrazia sinodale che si è andata creando in numerose diocesi dove una specie di casta di fedeli vive in un ambiente di convegni, libri e conferenze e viaggi “sinodali”, spesso a sostegno del vescovo, il quale intanto però “delega” a élite a lui vicine l’esercizio di questa singolare sinodalità, cioè far credere che i laici partecipano al governo pastorale.

Pubblicati i “Rapporti intermedi” del Sinodo sulla sinodalità creati da Papa Francesco. Questi testi evidenziano e confermano la volontà del Papa: fare l'Assemblea ecclesiale mondiale del 2028.

Lo scorso martedì 17 novembre la Segreteria Generale del Sinodo pubblicò i Rapporti intermedi dei dieci Gruppi di Studio, insieme a quelli della Commissione canonistica e della Commissione SECAM sulla Poligamia. Ovviamente si tratta di nuova documentazione legata direttamente al Sinodo sulla sinodalità chiuso nell'ottobre dell'anno scorso. Di queste pubblicazioni si era parlato abbondantemente.

Il percorso di questi Gruppi

- Sono stati istituiti da Papa Francesco nella fase finale della Seconda sessione del Sinodo chiuso alla fine d'ottobre del 2024. L'intenzione era quella di approfondire diverse questioni piuttosto complesse e delicate e naturalmente non era possibile risolvere in qualche settimana.

- Questi Gruppi avrebbero dovuto consegnare le loro conclusioni entro la fine del mese di giugno 2025.

- L'aggravarsi della malattia di Francesco, poi il suo decesso, il periodo di Sede vacante prima dell'elezione di un nuovo Vescovo di Roma, obbligarono a cambiare i programmi previsti.

- Papa Leone XIV, nel luglio scorso, ha deciso di prolungare la data di consegna al prossimo 31 dicembre 2025. Inoltre ha chiesto di formare altri due Gruppi specifici: uno sulla liturgia in prospettiva sinodale e un altro sullo Statuto delle Conferenze episcopali, Assemblee ecclesiali e Concili particolari.

La Nota della Segretaria del Sinodo precisa ulteriormente:

“La diffusione di questi Rapporti intermedi si rende opportuna perché - si legge in un Comunicato diffuso dalla Sala stampa vaticana - dopo quelli pubblicati all’inizio della Seconda Sessione della XVI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi (2 ottobre 2024), scrive il Cardinale Mario Grech nella nota di accompagnamento, “perché il lavoro dei Gruppi, data la ricchezza e la complessità di molte delle tematiche loro affidate, sta richiedendo un tempo superiore a quello originariamente preventivato. Ad ogni modo, alcuni Gruppi sono in procinto di concludere il loro lavoro, gli altri proseguiranno ancora nei prossimi mesi”.

"I documenti qui presentati — redatti tra l’estate e l’autunno di quest’anno — restituiscono lo stato di avanzamento dei lavori, mettendo in luce sia il metodo sinodale che li anima, sia i passi concreti per attuarlo: ascolto reciproco, analisi dei numerosi contributi pervenuti, dialogo con gli Episcopati locali, confronto tra competenze diverse e ricerca condivisa dei passi da compiere nella docilità allo Spirito Santo. La loro diffusione intende favorire una più ampia conoscenza di questa parte del processo di attuazione del Sinodo. Ad essi si aggiunge una breve presentazione (contenente il mandato e i nominativi) del Gruppo sulla Liturgia, recentemente istituito, e che ha iniziato i suoi lavori a fine luglio 2025. Invece, nessun rapporto è pubblicato per il Gruppo sulle Conferenze episcopali, Assemblee ecclesiali e Concili particolari la cui costituzione è in fase di avvio."

I Rapporti intermedi sono pubblicati in Italiano e in Inglese. In ogni rapporto viene indicato la lingua originale.

Per contestualizzare la nascita e lo sviluppo di questi Gruppi di studi


I dieci Gruppi di Studio sono frutto della Prima Sessione della XVI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi durante la quale erano emerse una serie di questioni rilevanti concernenti la vita e la missione della Chiesa in prospettiva sinodale. Su queste questioni, l’Assemblea aveva raggiunto un consenso consistente ma per la loro materia esigevano di essere trattate a livello della Chiesa intera e affrontate con uno studio approfondito. Pertanto, nel marzo 2024, Papa Francesco decise di istituire questi dieci Gruppi di Studio con un suo Chirografo sulla collaborazione tra i Dicasteri della Curia Romana e la Segreteria Generale del Sinodo e una sua Lettera al cardinale Mario Grech. Ad essi venivano affiancati i lavori della Commissione canonistica e quelli, su esplicita richiesta del SECAM, della Commissione sulla Poligamia.

Ultimamente, seguendo le richieste presenti nel Documento Finale della XVI Assemblea Generale Ordinaria del Sinodo dei Vescovi, Papa Leone XIV ha aggiunto altri due nuovi gruppi: quello su La liturgia in prospettiva sinodale (DF, 27) e quello su Lo statuto delle Conferenze episcopali, delle Assemblee ecclesiali e dei Concili particolari (DF, 124- 129).

I Gruppi di Studio erano stati chiamati a consegnare al Santo Padre il frutto della loro riflessione entro la fine del mese di giugno 2025. Con la morte di Papa Francesco, l’elezione di Papa Leone XIV e la necessità di alcuni Gruppi di disporre di maggior tempo, Papa Leone XIV, nel luglio scorso, ha deciso di prolungare la data di consegna, chiedendo che i rapporti finali gli fossero consegnati, nella misura del possibile, il prossimo 31 dicembre 2025.

I Rapporti intermedi online


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(1) Alcuni aspetti delle relazioni tra Chiese orientali cattoliche e Chiesa latina.
Rapporto intermedio del Gruppo di Studio 1 (Testo originale: italiano)
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(2) L’ascolto del grido dei poveri e della terra.
Rapporto intermedio del Gruppo di Studio 2 (Testo originale: inglese)
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(3) La missione nell’ambiente digitale
Rapporto intermedio del Gruppo di Studio 3 (Testo originale: inglese)
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(4) Fundamentalis Institutionis Sacerdotalis in prospettiva sinodale missionaria
Rapporto intermedio del Gruppo di Studio 4 (Testo originale: italiano)
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(5) Alcune questioni teologiche e canonistiche intorno a specifiche forme ministeriali
Rapporto intermedio del Gruppo di Studio 5 (Testo originale: italiano)
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(6) La revisione, in prospettiva sinodale e missionaria, dei documenti sulle relazioni fra Vescovi, Vita Consacrata, Aggregazioni Ecclesiali
Rapporto intermedio del Gruppo di Studio 6 (Testo originale: italiano)
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(7) Alcuni aspetti della figura e del ministero del Vescovo (in particolare: criteri di selezione dei candidati all’episcopato, funzione giudiziale del Vescovo, natura e svolgimento delle visite ad limina Apostolorum) in prospettiva sinodale missionaria
Rapporto intermedio del Gruppo di Studio 7 (Testo originale: italiano)
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(8) Il ruolo dei Rappresentanti pontifici in prospettiva sinodale missionaria
Rapporto intermedio del Gruppo di Studio 8 (Testo originale: inglese)
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(9) Criteri teologici e metodologici sinodali per il discernimento condiviso di questioni dottrinali, pastorali ed etiche controverse
Rapporto intermedio del Gruppo di Studio 9 (Testo originale: italiano)
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(10) La recezione dei frutti del cammino ecumenico nelle prassi ecclesiali
Rapporto intermedio del Gruppo di Studio 10 (Testo originale: inglese)
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Commissione Canonistica
Rapporto intermedio (Testo originale: italiano)
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 SECAM – Sfide Pastorali sulla poligamia
Rapporto intermedio (Testo originale: inglese)
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La liturgia in prospettiva sinodale (Gruppo di studio voluto da Papa Leone XIV)
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Lo Statuto delle Conferenze episcopali, Assemblee ecclesiali e Concili particolari (Gruppo di studio voluto da Papa Leone XIV)
Fino ad oggi (17.11.2025), nessun rapporto è pubblicato per il Gruppo.
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domenica 23 novembre 2025

L’altare verso il popolo, una novità della nostra epoca



I testi e le chiese dei primi secoli cristiani ci dicono che non esistevano altari e celebrazioni “verso il popolo”. La loro introduzione, come possibilità, non si deve al Vaticano II, che mai ne parla, bensì a uno strappo dell’Inter Oecumenici. Vescovi e liturgisti hanno fatto il resto, proibendo l’orientamento “ad Deum”.

Ora di dottrina / 185 – Il supplemento


Luisella Scrosati, 23-11-2025

Se c’è un dato certo che emerge con grande chiarezza dallo studio delle chiese e dei testi cristiani dei primissimi secoli della Chiesa (vedi qui) è il fatto che i luoghi di culto venivano costruiti, fatte salve alcune eccezioni, sull’asse est-ovest, con l’abside prevalentemente rivolta a est. L’altare era collocato in modo che il vescovo e i presbiteri potessero sacrificare rivolti verso oriente: quando l’abside era sul lato orientale, allora i ministri sacri erano rivolti anche verso l’abside; quando invece, meno frequentemente, l’abside era rivolta ad ovest, allora si celebrava rivolti verso la facciata della chiesa, che risultava essere collocata sul versante orientale.

Quello che non emerge affatto da queste ricostruzioni storiche è che sia mai esistita una celebrazione “verso il popolo” e, di conseguenza, un altare “verso il popolo”. Detto in altri termini: il popolo non è mai stato considerato quale punto di orientamento della preghiera pubblica della Chiesa, come anche della preghiera del fedele. Che la Chiesa come popolo gerarchicamente ordinato fosse il soggetto di questa preghiera era fuori discussione; ma, proprio per questo, il suo punto di orientamento non era in se stesso, ma in Dio.

Si potrebbe obiettare – e di fatto si obietta – che “Dio è in ogni luogo” e dunque non avrebbe senso orientare fisicamente la preghiera. Ma non era affatto questa la convinzione dei cristiani dei primi secoli; e non perché non credessero all’onnipresenza divina, bensì perché erano assai più consapevoli e attenti rispetto a noi nel riconoscere il simbolismo cosmico, conseguenza dell’atto creativo della Sapienza eterna, e la sua importanza nei confronti dell’homo religiosus. Il segno del sole non ha lasciato indifferente alcun popolo antico, nemmeno i cristiani, che del significato di questo segno cosmico conoscevano ormai il senso pieno, nel suo essere espressione della potenza di Cristo risorto così come dell’orientamento di tutta la storia umana verso la Parusia. Il senso dell’orientamento della preghiera, e dunque degli edifici sacri e degli altari, non lo si comprende di certo a partire dall’onnipresenza divina, bensì a partire dalla nostra umanità, che è collocata in un universo simbolico, uscito da Dio, Sapienza eterna. Il nostro tempo fa tremendamente fatica a ricomprendere questa verità, perché il nostro rapporto con l’universo si è ridotto drasticamente al suo uso e consumo o, al massimo, alla sua “comprensione” in termini meramente fisico-matematici. La realtà è però che culto e cosmo si incontrano e si illuminano reciprocamente proprio nel loro riferimento intimo alla trascendenza da cui derivano e a cui tendono. E così est geografico e orientamento della preghiera si uniscono armonicamente.

Dunque, non è mai esistito, fino a tempi molto recenti, alcun altare orientato verso il popolo, né un tale orientamento sarebbe stato compreso. Anche quando il ministro sacro era effettivamente orientato verso la navata, lo faceva perché la Chiesa aveva la facciata verso est, anziché verso ovest. La ragione è persino elementare per l’uomo religioso e per il cristiano in particolare: la preghiera è rivolta a Dio, il sacrificio offerto dal sacerdote sale al cospetto dell’Altissimo, l’altare è segno dell’altare del Cielo che sta davanti alla Maestà divina: solo Dio è il punto d’orientamento della preghiera della Chiesa. Pertanto il punto fisico di questo orientamento dev’essere capace di esprimere questa realtà trascendente, secondo un linguaggio cosmico universale. E il “popolo” non ha certamente questa caratteristica. L’incomprensione di questo punto è ormai talmente radicata che persino il tradizionale orientamento verso Dio/est viene compreso solo negativamente, come un “dare le spalle” al popolo; interpretazione che conferma ulteriormente come ormai il popolo sia diventato, per la prima volta nella storia, non solo della Chiesa, ma anche delle religioni, il punto focale dell’azione cultuale.

Da dove viene dunque questa idea di un altare verso il popolo? La risposta a questa domanda (che continuerà anche la prossima domenica) deve prima sgomberare il campo da un luogo comune duro a morire, ossia che questo nuovo orientamento sia stato voluto dal Concilio Vaticano II. In realtà è accaduto come per altri cambiamenti liturgici: la Costituzione sulla Sacra Liturgia, Sacrosanctum Concilium (SC), non dice una sola parola su questo tema, né per quanto riguarda l’orientamento, né per quanto concerne la costruzione di nuovi altari. È l’Istruzione emanata dalla Sacra Congregazione dei Riti e dal Consilium per l’applicazione della Costituzione liturgica, Inter Oecumenici (26 settembre 1964), a prendersi una licenza e introdurre per la prima volta l’espressione versus populum riferita alla celebrazione liturgica: «È bene che l’altare maggiore sia staccato dalla parete per potervi facilmente girare intorno e celebrare rivolti verso il popolo». Non si comprende quale punto di SC si stia qui applicando, dal momento che, come dicevamo, la Costituzione liturgica non ne parla minimamente; ad ogni modo, si può notare che l’Istruzione parla ancora di una possibilità, non di un obbligo. Il testo è stato recepito nell’Ordinamento Generale del Messale Romano e, nella sua edizione ancora in fase di studio, nell’anno 2000, riporta l’aggiunta, apparentemente restrittiva: «la qual cosa è desiderabile ovunque sia possibile».

Il carattere non obbligatorio degli altari staccati dalla parete e della celebrazione verso il popolo era già stato messo in luce dall’allora presidente del Consilium per l’applicazione della Costituzione sulla Sacra Liturgia, il cardinale Giacomo Lercaro, che il 25 gennaio 1966 spiegava a tutti i presidenti delle Conferenze episcopali nazionali che «per una liturgia vera e partecipe, non è indispensabile che l’altare sia rivolto versus populum: nella Messa, l’intera liturgia della parola viene celebrata dalla sede, dall’ambone e dal leggio, quindi rivolti verso l’assemblea; per quanto riguarda la liturgia eucaristica, i sistemi di altoparlanti rendono la partecipazione abbastanza possibile. In secondo luogo si dovrebbe pensare seriamente ai problemi artistici e architettonici essendo questi elementi protetti in molti paesi da rigorose leggi civili». Detto e smentito: in tutte le chiese l’altare versus populum fu di fatto imposto, arrivando persino ad abbandonare e demolire altari antichi.

La non obbligatorietà emerge anche dalla risposta del 25 settembre 2000 della Congregazione per il Culto Divino, che appunto chiariva come l’indicazione di Inter Oecumenici «non costituisce una forma obbligatoria, ma un suggerimento». Riflettendo su come diversi fattori possano sconsigliare di apportare queste modifiche, concludeva che «la posizione verso l’assemblea sembra più conveniente […] senza escludere però l’altra possibilità». Le stesse rubriche del Messale romano vigente richiedono che il sacerdote, al momento dell’Orate, fratres, della Pax Domini, dell’Ecce Agnus Dei e dell’Orémus che introduce l’Orazione dopo la Comunione, sia «rivolto verso il popolo», rubrica che non avrebbe senso se tutta la celebrazione si svolgesse necessariamente già verso il popolo.

Possiamo dunque constatare una scansione a cui siamo purtroppo abituati quanto a riforme liturgiche: il Vaticano II non parla di altare e celebrazione versus populum; l’Istruzione che dovrebbe semplicemente applicare il documento sulla liturgia ne introduce la possibilità; vescovi e liturgisti ne impongono l’obbligo, proibendo l’orientamento tradizionale, che per comodità chiamiamo ad Deum. Va da sé che il ritornello di oggi e di allora non è altro che quello di una presunta migliore partecipazione del popolo, così che chi difende l’orientamento classico possa e debba essere avversato come “nemico del popolo”. Anche questo è un déjà vu di ogni rivoluzione che si rispetti. Alla quale però non può mancare il supporto di plausibilità offerto dalla scienza. Come vedremo.







Ispirare la santità: il nuovo libro con il card. Sarah sottolinea il ruolo essenziale della musica sacra




Nella traduzione di MiL , l’articolo del vaticanista Edward Pentin, pubblicato il 19 novembre sulla sua pagina Substack, in cui intervista Peter Carter, coautore, insieme al card. Sarah, del libro The Song of the Lamb, il quale discute della grandezza oggettiva della musica sacra, della sua attuale crisi e di come possa tornare all’eccellenza che molti si aspettano da essa.



23 novembre 2025

di Edward Pentin

La musica sacra ha una grandezza oggettiva e uno scopo essenziale che devono essere riscoperti: quello di condurre le anime al divino, al cielo e alla santità, afferma il coautore di un nuovo libro intervistato dal cardinale Robert Sarah sull’argomento.

In The Song of the Lamb [Il canto dell’Agnello: N.d.T.], Peter Carter, Direttore di musica sacra presso l’Aquinas Institute della Princeton University, discute con il card. Robert Sarah, Prefetto emerito della Congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti, la ricca tradizione spirituale della musica sacra cattolica dai Padri della Chiesa al Concilio Vaticano II, fino ai giorni nostri (QUI).

In questa intervista telefonica del 13 novembre con il sito National Catholic Register, Peter Carter discute perché una musica sacra migliore è indispensabile, come e perché molti credono che sia caduta nella mediocrità e nella banalità, e cosa si può fare per rilanciarla. Spiega anche le sue speranze per il libro, che aiuterà i musicisti cattolici a comprendere più profondamente l’importanza della musica sacra e incoraggerà anche i vescovi e i sacerdoti in questo campo.

Per lanciare il libro, il card. Robert Sarah sarà presente ai seguenti eventi negli Stati Uniti d’America questo mese: 21 novembre, ore 15:00: conferenza e firma di libri presso la St. Agatha-St. James Church di Philadelphia (è necessaria la pre-registrazione, ma l’evento è gratuito) (QUI); 21 novembre, ore 19:00: Vespri pontificali nella Cathedral Basilica of Saints Peter and Paul di Filadelfia (QUI); 22 novembre, ore 14:00: conferenza e firma copie presso la Princeton University (è necessaria la prenotazione, ma l’ingresso è gratuito) (QUI); 23 novembre, ore 16:30: omelia e celebrazione della Santa Messa nella Princeton University Chapel.

Signor Carter, qual è la motivazione alla base del suo libro? Come è nato?


La particolare rilevanza di questo libro in questo momento è che parla del desiderio e del bisogno di bellezza, sincerità e integrità nella liturgia, sperando in un modo che trascenda la politica e i dibattiti che circondano le guerre liturgiche. Il card. Robert Sarah invita a un rinnovamento costante della sacra liturgia attraverso la riscoperta dell’insegnamento e della tradizione della musica sacra della Chiesa, e ci mostra perché non solo è rilevante oggi, ma vale la pena immergersi in essa per poter veramente comprendere e amare ciò che la Chiesa ci dice essere un «tesoro di inestimabile valore».

Alcuni anni fa è stato pubblicato un famoso libro di Thomas Day intitolato Why Catholics can’t sing [Perché i Cattolici non sanno cantare: N.d.T.] (QUI). Nel suo libro lei parla della musica sacra che ci immerge, per quanto imperfettamente, nell’atmosfera del Paradiso. Perché negli ultimi decenni la musica sacra è stata spesso considerata così scadente nella Chiesa?


Uno dei complimenti più grandi per un musicista della Chiesa è quando qualcuno dice che la musica lo ha fatto sentire «come se fosse in Paradiso». Sebbene possa sembrare iperbolico, questo riflette una realtà teologica autentica: la partecipazione alla liturgia sulla terra è, in sostanza, una condivisione dell’adorazione celeste di Dio, circondati dai santi e dagli angeli all’altare. Pertanto, la musica sacra, e in effetti tutti gli aspetti della liturgia, dovrebbero guidarci verso questa profonda verità, istruendoci e invitandoci all’adorazione divina.

Il problema persistente della musica sacra poco ispiratrice può essere compreso affinando la domanda da porre: perché gran parte della musica liturgica non riesce a indirizzare le anime verso l’adorazione di Dio? La musica scadente raramente è il risultato di una negligenza intenzionale, ma piuttosto di un fraintendimento degli obiettivi primari. Spesso l’attenzione si concentra sul legame umano, creando un’atmosfera accogliente e favorendo la comunità. Questi sono obiettivi validi di per sé, ma non sono lo scopo primario della liturgia, che, come ci dice San Pio X, è l’adorazione e la gloria di Dio. In secondo luogo, la liturgia e la musica sacra servono alla santificazione e all’edificazione dei fedeli. La comunità è fondamentale, ma deve essere adeguatamente ordinata insieme all’obiettivo primario di glorificare Dio.

Direbbe che questa tendenza è legata al più ampio cambiamento di percezione della Messa come evento comunitario piuttosto che come offerta sacrificale?

Sì, penso di sì. Tale enfasi eccessiva sulla comunità, sottolineata da teologi come Papa Benedetto XVI sia prima che durante il suo Pontificato, continua a influenzare molti aspetti delle celebrazioni liturgiche contemporanee, compresa la pratica di celebrare la Messa versus populum (rivolta al popolo). Inoltre, la pratica di far cantare tutta la musica sacra della Messa dalla congregazione, come avviene oggi in molte Parrocchie, scarta gran parte del repertorio di musica sacra della Chiesa a favore di un’enfasi eccessiva sulla comunità. La teologia liturgica della Chiesa è chiara nell’invitare i fedeli e nell’attirarli nei misteri di Cristo e nella vita della Trinità. La sfida rimane quella di riportare la musica sacra al suo vero scopo: glorificare Dio e condurre i fedeli alla gloria di Dio.

Crede che scoprire le radici del problema possa aiutare a risolverlo, ed è qualcosa di cui parla nel libro?


Sì, il card. Robert Sarah affronta sicuramente la crisi della liturgia nel libro ed esamina le radici della crisi. All’inizio del libro, parla della definizione di liturgia e di come dovremmo comprendere la natura e lo scopo della liturgia cristiana. Se abbiamo una comprensione errata di questi principi, allora il nostro culto e le nostre conclusioni teologiche rifletteranno tali principi errati. Quindi, egli chiarisce magnificamente la natura della liturgia e fornisce il contesto adeguato per comprendere gli insegnamenti della Chiesa sulla musica sacra.

Cosa rispondete ai fedeli che dicono di apprezzare gli inni moderni e la musica con la chitarra in chiesa, perché li avvicinano a Dio?

Nel libro, il card. Robert Sarah discute questo argomento in modo approfondito, insieme ad altre questioni riguardanti la partecipazione attiva e l’inculturazione nella liturgia. Tutta la nostra vita, non solo la nostra esperienza della liturgia, dovrebbe avvicinarci a Dio. E molte cose, compresi molti stili musicali, possono favorire questo legame anche al di fuori della celebrazione sacra della liturgia. Ogni forma di bontà e bellezza nel creato diventa un canale per discernere la bellezza e la bontà di Dio stesso, quindi quando una certa musica ci commuove, dovrebbe essere riconosciuta come potenziale prova della presenza attiva di Dio nella nostra vita. In generale, penso che piuttosto che affrettarsi a condannare o criticare alcuni stili musicali moderni o popolari, come gli inni orecchiabili o sentimentali o la musica per chitarra, sia più utile e costruttivo riflettere profondamente se discerniamo e apprezziamo onestamente la bellezza della creazione artistica come specchio del creatore divino, e poi cercare di formare e plasmare le nostre anime per gioire delle cose che riflettono gli attributi del nostro Creatore.

Tuttavia, per quanto riguarda la liturgia, la Chiesa fornisce anche una guida e delle norme che sono universali e comuni, e quindi la musica liturgica non è determinata dal gusto individuale o dalla popolarità, come i successi in cima alle classifiche; la Chiesa cerca ciò che è veramente bello ed eleva l’anima, anche se un determinato stile di musica sacra, come la polifonia, non delizia personalmente ogni ascoltatore. I principi della Chiesa sono al di sopra della soggettività del gusto e delle preferenze, poiché le nostre esperienze personali e le nostre preferenze estetiche non saranno mai le stesse. Anche grandi figure come lo scrittore Gilbert Keith Chesterton o lo scrittore Evelyn Arthur St. John Waugh non sempre apprezzavano certa musica ampiamente considerata sublime, ma non cercavano di avvelenare il pozzo per coloro che lo facevano. La questione importante è se permettiamo a noi stessi di essere plasmati da ciò che è buono e vero, riconoscendo che, anche se potremmo ancora apprezzare o preferire personalmente musica che può essere meno che sublime, riconosciamo la grandezza oggettiva della musica sacra e il suo potere unico di elevare le anime verso la santità. Come discute il card. Robert Sarah nel libro, la nostra posizione deve essere di umiltà, e faremmo bene a imitare gli Apostoli che chiesero al Signore: «Signore, insegnaci a pregare».

La costituzione sulla sacra liturgia Sacrosanctum Concilium del Concilio Vaticano II stabiliva che il canto gregoriano dovesse rimanere nella liturgia e che gli fosse persino assegnato un ruolo speciale. Una soluzione potrebbe essere quella di reintrodurlo nella Messa riformata, forse?

Lo sviluppo del canto gregoriano è intimamente legato allo sviluppo della liturgia. Non è possibile separare le due cose perché il canto gregoriano era e rimane la musica della liturgia nel corso dei secoli. Naturalmente, nel secondo millennio si è sviluppato nelle varie forme di polifonia che sono emerse anche per le celebrazioni liturgiche, ma il canto gregoriano è una forma liturgica unica di musica sacra, nata nel grembo della Chiesa. Penso che oggi potremmo fare grandi progressi verso il rinnovamento della sacra liturgia se le parrocchie ascoltassero l’invito del Concilio Vaticano II a dare al canto gregoriano un «posto d’onore» nella Messa. Tuttavia, in questo sforzo, penso che dovremmo considerarlo come un tentativo di comprendere e riscoprire la nostra tradizione musicale che informa la nostra identità liturgica come cattolici oggi. Non si tratta di inserire artificialmente nella liturgia qualcosa che le è estraneo, ma di comprendere da dove veniamo e imparare ad amare e ad abbracciare tutto ciò che è buono e bello nella nostra tradizione musicale. Ci sono anche molti altri tipi legittimi di musica sacra nel corso dei secoli. Indipendentemente da ciò, ciò che conta di più è che la musica sacra è una preghiera a Dio. Poiché la musica esiste nel tempo e nello spazio, essa esiste solo nel momento in cui viene cantata. Quindi, in questo senso, anche se sto cantando un canto dell’Ottocento o se sto cantando i Salmi o gli inni di San Tommaso d’Aquino, quelle parole e quelle melodie non sono antiche in quel momento; sono in realtà nuove e vive perché, anche se siamo entrati in una tradizione antica, stiamo cantando e lodando Dio attraverso di esse ora, proprio come speriamo di cantare e lodare Dio per tutta l’eternità. In questo modo, la musica sacra è una tradizione che non è mai «completa» o qualcosa che può diventare fossilizzata. Proprio come le nostre celebrazioni della sacra liturgia non sono mai una ricreazione storica o una rievocazione. Sono una vera partecipazione alla preghiera che riecheggia nel tempo e nell’eternità.

Cosa spera che il libro riesca a ottenere? Cosa spera che possa contribuire a cambiare nell’approccio odierno alla musica sacra nella Chiesa?

Il libro fornisce un’introduzione meravigliosa e approfondita alla ricca tradizione e agli insegnamenti della Chiesa sulla musica sacra, che oggi sono in gran parte sconosciuti e trascurati da molti cattolici. Non ci sono stati molti documenti recenti della Chiesa sulla musica sacra dopo l’istruzione Musicam sacram del 1967. Il card. Joseph Ratzinger ha scritto molto sulla musica sacra, ma penso che sia opportuno che il card. Robert Sarah lo porti oggi alla nostra attenzione, sia offrendo le sue meditazioni sulla teologia della musica nella liturgia, sia presentando ciò che la Chiesa ha sempre insegnato sulla musica sacra. Prego anche affinché ciò contribuisca a formare e incoraggiare i sacerdoti e i Vescovi nel loro ruolo unico di custodi della sacra liturgia, rafforzandoli nella convinzione che tutti i loro sforzi per infondere bellezza e integrità al culto di Dio sono veramente necessari e utili.

Spero anche che i musicisti e i cattolici che già amano la musica sacra possano comprendere più profondamente perché la musica è così importante e che continuino a lasciarsi formare dalla musica per lodare Dio con più gioia, con più cuore e con tutto il loro essere. Questo perché la musica sacra non è qualcosa a cui diamo solo un assenso intellettuale; è qualcosa che viviamo, respiriamo e attraverso cui lodiamo Dio. Quindi, in questo senso, è qualcosa in cui tutti possiamo continuare a crescere.

Infine, essendo l’unica vera Chiesa di Cristo, ci si aspetta che la Chiesa cattolica abbia di gran lunga la migliore musica sacra. Come può tornare all’eccellenza che molti si aspettano?

Questa domanda mi fa pensare al comando di Cristo di cercare prima il regno di Dio e tutto il resto vi sarà dato in aggiunta: che tutti siamo chiamati alla santità e a perseguire il regno di Dio e che, se lo perseguiamo onestamente, il resto ci sarà dato in aggiunta. Ciò non significa che non dobbiamo lottare con tutte le nostre forze per il rinnovamento anche in altre cose, ma non dobbiamo mai perdere di vista l’obiettivo finale. E attraverso questo, Cristo ha rinnovato la Chiesa molte volte, specialmente attraverso la vita dei santi. Quindi, prego affinché Dio usi la musica sacra oggi, nella vita di molte, molte persone nella Chiesa, per ispirarci alla santità e al rinnovamento dei nostri cuori, e per continuare a ispirarci negli sforzi per rinnovare la sacra liturgia. Questo è proprio ciò che hanno fatto i santi, ciascuno a modo suo, e quindi penso che sia del tutto possibile oggi. Ci sono molti segni di speranza! Dobbiamo solo continuare ad andare avanti con fede e tenere gli occhi fissi su Cristo.






sabato 22 novembre 2025

Il Vaticano segnala continuità nelle restrizioni alla messa tradizionale nonostante le voci




venerdì 21 novembre 2025





Nella traduzione a cura di Chiesa e postconcilio da The Catholic Herald, abbiamo una risposta, sulla possibile rettifica di Traditionis custodes, che appare definitiva. Mala tempora...





Il Vaticano ha risposto alle affermazioni secondo cui sotto Papa Leone XIV ci sarebbe stato un cambiamento di politica sulla messa latina tradizionale.

Un portavoce del Dicastero per il Culto e la Disciplina dei Sacramenti ha chiarito che il Papa non intende annullare il motu proprio Traditionis Custodes, emanato dal suo predecessore nel 2021, che ha posto significative restrizioni alla celebrazione della Messa tradizionale in latino.
Il pontefice, invece, consentirà dispense di due anni per i vescovi che ne faranno richiesta, il che è già la direttiva vigente.

Mons. Enda Murphy ha dichiarato al Catholic News Service che questo non è altro che una riformulazione della prassi del Dicastero… da quando il motu proprio è entrato in vigore”. La precisazione, quindi, sottolinea la continuità piuttosto che il cambiamento, e che non vi è alcuna revisione delle restrizioni contenute nella Traditionis Custodes.

Monsignor Enda Murphy ha fornito ulteriori chiarimenti in merito ai resoconti della riunione plenaria della Conferenza episcopale cattolica di Inghilterra e Galles, che suggerivano la possibilità di attuare una politica in base alla quale qualsiasi vescovo che richieda la dispensa per la celebrazione della messa tradizionale in latino la otterrà. Ha affermato che durante un incontro privato tra il nunzio apostolico in Gran Bretagna e i vescovi – che ha portato alla notizia di un cambiamento di politica – l'arcivescovo Buendía ha detto ai vescovi che il Papa "non avrebbe abrogato la Traditionis Custodes" ma avrebbe consentito agli ordinari diocesani che ne avessero fatto richiesta al Dicastero per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti di concedere un'esenzione biennale rinnovabile per le celebrazioni secondo il Messale Romano del 1962.

Ciononostante, molti cattolici hanno continuato a mettere in discussione la situazione. Sebbene la dichiarazione del Vaticano non abbia segnato un passo indietro rispetto alle norme fondamentali del documento del 2021, The Pillar riporta che "Leone chiederà al cardinale Arthur [Roche, prefetto del dicastero] di essere generoso nell'accogliere le richieste di celebrazione della Messa in latino".

Sebbene il regime di esenzione biennale sia familiare a molte diocesi, è stato notato che domande simili presentate sotto Papa Francesco sono state spesso respinte; quindi il fatto che i vescovi diocesani possano ora aspettarsi dispense rinnovate, insieme al fatto che il cardinale Roche avrebbe ricevuto indicazioni dal Papa, ha acuito interrogativi e tensioni sull'attuazione incoerente della tradizione.

Inoltre, secondo un ecclesiastico presente al discorso, “l’impressione [del nunzio] è stata che il Papa voglia che la porta resti aperta e non stretta o chiusa”.

Storicamente, la disciplina della Messa latina tradizionale da parte della Chiesa ha seguito un percorso tortuoso e controverso. Prima degli ultimi sviluppi, Inghilterra e Galles avevano il cosiddetto indulto di Agatha Christie, un permesso unico concesso nel 1971 che consentiva di continuare a celebrare il rito antico dopo un appello firmato da importanti personalità della cultura.

Successivamente, nel 2007, il Summorum Pontificum, emanato da Papa Benedetto XVI, ha aperto un accesso più ampio alla forma più antica della Messa, descrivendola come una "forma straordinaria" del Rito Romano. Poi è arrivata la svolta più restrittiva di Papa Francesco.

La Traditionis Custodes di Francesco ha segnato un cambiamento decisivo nella politica liturgica, imponendo ai vescovi di non erigere nuove parrocchie personali per la Messa latina tradizionale. In base a tali termini, i vescovi potevano designare sedi esistenti per il Messale più antico, ma solo con l'autorizzazione diretta del Dicastero.

Sebbene la Messa del 1962 sia ancora soggetta a restrizioni in base ai termini della Traditionis Custodes, in base agli ultimi sviluppi sembrerebbe che i vescovi che ora richiedono la dispensa abbiano basi più solide per aspettarsi di ricevere un'esenzione di due anni, sebbene le norme di base rimangano invariate.

Tuttavia, come hanno notato molti commentatori, le ultime rassicurazioni hanno fatto ben poco per placare le preoccupazioni: molti hanno ricordato anni di domande respinte sotto il precedente pontificato e hanno messo in guardia dalle implicazioni della continua incertezza.