lunedì 17 febbraio 2020

Brindisi, la Chiesa del dialogo umilia il Cardinal Burke: Messa a porte chiuse



Ecco la Chiesa dei ponti e della misericordia, aperta e in uscita. Il cardinale Burke è costretto ad annullare una Messa a Ostuni: il parroco aveva imposto la celebrazione a porte chiuse perché il suo arrivo nel brindisino non è piaciuto ai piani alti della diocesi. I giornali lo hanno attaccato come nemico del Papa. Il vescovo però, domani incontra i valdesi in chiesa per parlare di immigrazione.





di Andrea Zambrano (16-02-2020)

Eccola la Chiesa della misericordia, la Chiesa dei porti aperti e la Chiesa in uscita
. Così aperta, misericordiosa e in uscita che ai cardinali scomodi sono riservate Messe clandestine. Accade a Ostuni, in Puglia così come accade in Cina, il Paese dove secondo il cancelliere vaticano, Sorondo, si applica la Dottrina sociale della Chiesa.

È un segnale inquietante quello che ci offrono le cronache brindisine di queste ore
e che riguarda il cardinal Leo Burke, che è stato gentilmente messo alla porta con quel fare così sordido e umiliante di cui solo il clericalismo dominante è capace. Il cardinale conservatore non è gradito dai sacerdoti: titolava ieri il Quotidiano di Puglia. Catenaccio: Annullata la messa fissata in Cattedrale dell’alto prelato americano. I parroci avrebbero espresso imbarazzo dopo la posizione contro Papa Francesco.

Per inciso: quale sarebbe la posizione contro Papa Francesco espressa da Burke?
Ormai non sa più come dirlo neanche lui, tra la commozione e il tremore, che tutto quello che fa, dice e offre per la Chiesa è proprio in ossequio e rispetto prima di tutto al Papa, perché la verità comporta anche il dire le cose chiaramente. Ma per certi scrivani di provincia, imbeccati a scrivere castronerie da solerti preti del dialogo, questi concetti sono arabo.

Dunque, che cosa c’è di vero nella tesi dell’articolo?
Molto, ma non tutto. Alcune informazioni non sono state dette, forse perché il giornalista si è affidato soltanto ad un’unica fonte, sicuramente di curia, che lo ha “armato”. Sicuramente è vero che Burke non era gradito in diocesi di Brindisi, precisamente ad Ostuni dove ieri avrebbe dovuto celebrare una Messa in forma straordinaria nella concattedrale cittadina. Ma non da tutto il consiglio presbiterale, bensì a quei, al massimo due o tre, sacerdoti che sono sempre in grado, partendo da una posizione di minoranza, di accendere il cerino e far divampare l’incendio.


E sicuramente è vero il fatto che qualche prete è intervenuto per stoppare quella celebrazione.

Ma quello che i giornali locali non hanno scritto è che la decisione di sospendere la Messa
, non di annullarla, è partita proprio dallo stesso Burke. Come ha potuto ricostruire la Nuova BQ da fonti molto vicine al cardinale statunitense. È stato Burke che ha deciso di cancellare quell’incontro nella Città bianca del Salento organizzato su invito di alcuni imprenditori locali. Il motivo? Il parroco del Duomo, dopo aver concesso l’uso della chiesa, ha comunicato la condizione sine qua non di far svolgere la Messa in latino al cardinale in forma privata. Significa che avrebbero potuto partecipare soltanto gli organizzatori. Vale a dire una Messa a porte chiuse. O se volete una Messa clandestina. A quel punto Burke si è chiamato fuori.

Nel concitato sottobosco di telefonate e movimenti curiali
infatti, si è scatenato il panico quando si è saputo dell’arrivo di Burke e che il porporato avrebbe per di più celebrato Messa in forma straordinaria. La “temutissima” e “pericolosa” Messa in latino, la stessa che il vescovo locale Domenico Caliandro ha in grande fastidio, opponendosi con tutte le forze alla Tradizione e ai movimenti locali che vorrebbero celebrare la Messa secondo il motu proprio Summorum Pontificum. Così il parroco ha opposto il suo veto, certo della benedizione dagli uffici del palazzo episcopale. Veto che però Burke, il quale non è affetto né da lebbra né da Coronavirus ha deciso di non accettare.

Negli uffici della Curia si è tentato di giustificare il tentativo di stop
con la mancata richiesta ufficiale al vescovo del cosiddetto nihil obstat. Quando un vescovo arriva in una Diocesi, è consuetudine non vincolante che alla segreteria dell’Ordinario arrivi una richiesta o una comunicazione dell’arrivo del prelato. Questo non è avvenuto e la cosa, da imputare all’inesperienza di cose “clericali” degli organizzatori, ma superabile con un po’ di buona volontà, è diventata il chiavistello per architettare il blocco al cardinale. Va anche detto però che questo non vale per i cardinali i quali sono completamente esenti da questa norma, anche se sarebbe comunque sempre buona prassi tra fratelli nell’episcopato parlarsi.

Ma di fronte al blocco, Burke ha saputo rispondere scuotendo evangelicamente
la polvere dai calzari. Per non continuare ad alimentare polemiche in un luogo dove non era gradito, visto il trattamento che gli sarebbe stato riservato. Non avrebbe mai immaginato che il giorno dopo il giornali avrebbero dipinto il suo rifiuto come una vittoria dei preti che lo hanno di fatto stoppato.

L’episodio getta una luce sinistra
su un modo sempre più politico di gestire le cose di Chiesa. Il cardinale Leo Burke non è impedito canonicamente, gira il mondo per conferenze, momenti di spiritualità, celebra Messe, fa attività pastorali, guida momenti di preghiera tra gli Stati Uniti, dove è stato recentemente per la March for Life, e l’Italia. È stato anche ospite recentemente proprio della giornata della Nuova BQ. Ma l’idea che un prete, supportato certamente da un vescovo, possa chiudergli le porte, è indice di quanto grave sia diventata la situazione non solo della Chiesa, ma anche la libertà limitata alla quale sono ormai sottoposti quegli uomini di Chiesa che il mainstream non gradisce perché considerati nemici. E’ questa la comunione che si vuole imporre a forza di dialogo? Sono questi i pastori con l’odore delle pecore e il coltello tra i denti?

Nel frattempo però, il vescovo di Brindisi-Ostuni domani aprirà le porte della chiesa di San Luigi Gonzaga ai valdesi per parlare di immigrazione. Evento pubblico ovviamente, e caldamente consigliato a tutti i fedeli.

(Fonte: LaNuovaBQ)













domenica 16 febbraio 2020

Il nuovo paradigma amazzonico-germanico e l’ambiguità come metodo







Aldo Maria Valli, 16-02-2020

Cari amici di Duc in altum, in questa domenica 16 febbraio (data che mi è molto cara perché è l’anniversario del mio battesimo) mi fa piacere proporvi una riflessione di don Alberto Strumia a proposito di “nuovi paradigmi” nella Chiesa. Una formula dietro la quale si nasconde (l’abbiamo visto sia nel sinodo amazzonico sia nel percorso sinodale tedesco) l’ambiguità sistematica come metodo per rompere con la Tradizione e stravolgere la dottrina.

A.M.V.


***

Potremmo dire che le letture di questa domenica riguardano proprio quello che oggi è diventato di moda chiamare “il nuovo paradigma” nella Chiesa, secondo il quale si dovrebbe riformulare la sacra Scrittura, in particolare il Vangelo e l’intero deposito della fede e, quindi, anche il magistero. Così da creare una vera e propria rottura con il passato, con la Tradizione e con l’insegnamento bimillenario della Chiesa.

Questa discontinuità, oggi, viene fatta passare:

– in parte come apparente continuità, in quanto, si dice a parole, non si cambia la dottrina;

– in parte come “cambiamento graduale”, in quanto si lascia intendere che i cambiamenti sono solo di piccola entità, da attuarsi come eccezioni, in casi molto particolari e solo in alcune comunità locali. E, si dice, riguardano esclusivamente la pastorale, la prassi, la pratica e non cambiano la dottrina; tanto quest’ultima è considerata praticamente inutile e trattata come se non ci fosse!

Come se la pratica potesse non essere, comunque, un’applicazione di una teoria, di una dottrina! A fondamento di ogni modo di agire ecclesiale (pastorale) c’è sempre una concezione della fede cristiana (dottrina). E se la pratica contraddice la teoria, negandola in sé stessa, ciò significa che alla base di quella pratica c’è una nuova teoria che nega quella precedente, nega la dottrina consolidata dalla Tradizione. Ed è questo l’inganno di oggi e la radice dell’apostasia dalla fede, nelle diverse forme nelle quali essa si sta manifestando.

Nel Vangelo di oggi Gesù dice chiaramente che il Suo insegnamento non è un nuovo paradigma, non è una rottura con l’insegnamento dei padri dell’Antico Testamento, quanto piuttosto, il suo compimento: «Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno compimento».

Un compimento che ne è la radicalizzazione, preparata lungo tutto il percorso della storia precedente. Una radicalizzazione che chiede di non limitarsi a un’esecuzione esteriore della Legge di Mosè (i Comandamenti), ma di assimilarla interiormente, facendone il fondamento della propria coscienza e del conseguente agire nella pratica: «Io vi dico infatti: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli». È il passaggio dall’esteriorità all’interiorizzazione. Oggi, al contrario, si insegna a gettare a mare la Tradizione, invece di interiorizzarne l’insegnamento, accusando di farisaismo chi ne custodisce il patrimonio comprendendone il significato.

«Avete inteso che fu detto agli antichi: “Non ucciderai; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio”. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio». Questo «ma io vi dico», non rinnega, ma radicalizza! È esattamente il contrario di quanto ormai si fa, sistematicamente, con il “nuovo paradigma”. Ma non si può obbedire a chi ti comanda di commettere un peccato. Così, infatti, insegnano i santi!

L’esempio del ripudio e del divorzio, che non a caso Gesù esamina in prima persona, dice l’inammissibilità della prassi pastorale – oggi divenuta ampiamente da eccezione (che sarebbe comunque inammissibile) una regola – di ammettere, in pratica, la compatibilità del divorzio, accompagnato da una nuova convivenza, con l’accesso all’Eucaristia. E con il celibato dei sacerdoti si sta facendo la stessa cosa. Non lo si tocca, in teoria nel magistero, ma si lascia intendere, a parole, che in un futuro prossimo, si potranno tollerare, in pratica, le eccezioni, affidando, magari, la decisione caso per caso alle singole realtà locali. E le eccezioni, un po’ alla volta, diverranno la regola.

Tutto questo passa attraverso l’ambiguità nel modo di insegnare, per cui si dice “no”, e al contempo “sì, eccezionalmente”. Ma questo è il contrario di quanto dice Gesù, proprio nel Vangelo di oggi, quando istruisce i discepoli a non essere mai ambigui: «Sia invece il vostro parlare: “sì, sì”, “no, no”». E aggiunge che «il di più viene dal Maligno». Dunque, oggi, noi non solo non possiamo, ma addirittura non dobbiamo seguire l’ambiguità. Dobbiamo diffidarne sapendo che questa «viene dal Maligno», ed è il Signore ad averlo detto esplicitamente!

Quella che oggi sta dominando il mondo, ed è entrata anche nella Chiesa, è una falsa «sapienza», che è «di questo mondo». Oggi la chiamiamo normalmente ideologia. Si tratta di un pensiero imposto come l’unico pubblicamente permesso dai «dominatori di questo mondo». Ma questa ideologia ha come conseguenza l’autodistruzione degli uomini che seguendola «vengono ridotti al nulla» (dice ancora Gesù nel Vangelo). Infatti il nostro mondo, così guidato, è divenuto ogni giorno sempre meno vivibile e la religione cristiana, così degradata, diviene sempre più inutile per la Salvezza: pagana nel modo di essere, banale nelle parole e nelle manifestazioni esteriori.

Invece, la fedeltà alla vera Legge del Signore, ai Comandamenti, e al vero insegnamento di Cristo, porta frutti di bene anche per la condizione dell’uomo sulla terra («Se vuoi osservare i suoi comandamenti, essi ti custodiranno; se hai fiducia in lui, anche tu vivrai», prima lettura di oggi) e, insieme, alla beatitudine eterna, che è la cosa decisamente più importante. Non a caso il salmo responsoriale ripete l’appellativo «beato», riferendosi a «chi è integro nella sua via e cammina nella legge del Signore».

Con il salmista, noi, più che in ogni altro tempo passato della storia, chiediamo la grazia della fedeltà alla verità: «Insegnami, Signore, la via dei tuoi decreti e la custodirò sino alla fine» e la lucidità per comprenderne l’immenso valore: «Aprimi gli occhi perché io consideri le meraviglie della tua legge. […] Dammi intelligenza, perché io custodisca la tua legge e la osservi con tutto il cuore».

«Gesù Cristo è lo stesso ieri, oggi e sempre! Non lasciamoci «sviare da dottrine varie e peregrine» (Eb13,9)!

Maria, la Madre di Dio e della Chiesa, ci accompagni con la sua continua intercessione per ottenerci la grazia della quale tutti, nella Chiesa, abbiamo bisogno.

Don Alberto Strumia



















giovedì 13 febbraio 2020

Don Bux: "L’esortazione post-sinodale amazzonica? Presenta delle “fessure”





12-02-2020
Vito Palmiotti intervista don Nicola Bux sull'Esortazione post-sinodale Querida Amazonia 




Nei giorni scorsi hai presentato le aspettative (v. qui). A Esortazione ormai pubblicata, quali scenari pensi che si apriranno?


I vescovi dell'Amazzonia chiederanno all'Autorità competente, il Papa - come previsto dall'Esortazione - in ragione della loro situazione particolare, di poter servirsi del Documento finale del Sinodo, per venire incontro alle esigenze delle comunità, giacché quel che dice su di esso può essere inteso, dal punto di vista canonico, come un'approvazione espressa alla luce della costituzione apostolica del settembre 2018, Episcopalis Communio. Si comprende quali siano quelle esigenze. Del resto, ci sono in questa esortazione delle aperture problematiche forse ben maggiori del tema dello stesso celibato, che ha quasi del tutto assorbito il dibattito, facendo passare in secondo piano le altre criticità concernenti il sinodo amazzonico.


Il libro di Benedetto XVI e Sarah ha esercitato il suo peso?



Sebbene sia stato detto dalle fonti ufficiali che il documento era pronto prima, da dicembre, mi consta che non è così: anzi, che proprio il libro in oggetto ha spinto a rivedere drasticamente la quarta parte dell'Esortazione, la quale comunque presenta fessure nelle quali infilare quanto è rimasto fuori.


Cosa possiamo ricavare dalla vicenda?



Benedetto XVI e il card. Sarah hanno testimoniato l'importanza del pensiero cattolico. Far pensare è il compito della filosofia, diceva Paul Ricoeur. L'attivismo oggi prevalente nella Chiesa e oltre, non aiuta anzi allontana tanti. Chi è cattolico deve, con determinazione, affermare la verità, e attendere con pazienza il tempo della grazia che la Provvidenza prepara. La Chiesa nella sua totalità non può incorrere nell’eresia. Se siamo membra di un corpo: non vi sono leggi sociologiche e politiche ma prevale la realtà della grazia, realtà ontologica e soprannaturale che rende l’uomo santo e gradito a Dio.


Che ne pensa della prossima kermesse dei vescovi a Bari "Il Mediterraneo frontiera di pace. Un laboratorio di sinodalità e di impegno tra le chiese e i popoli.



Molti cattolici e non, si aspettano dalla Chiesa che faccia conoscere Gesù Cristo e il suo Vangelo: per questo è stata costituita dal suo Fondatore. O dobbiamo ricorrere alle deformazioni di Sanremo e Benigni? Il resto è politica e lascia il tempo che trova. Lo Spirito Santo ci dice che il mondo può essere salvato da Cristo, non da altri, e che la Chiesa può essere rinvigorita da se stessa, non da altri.



















Ritiro spirituale quaresimale 2020 del Coordinamento toscano Benedetto XVI






Il ritiro spirituale quaresimale del Coordinamento toscano Benedetto XVI si terrà Sabato 29 febbraio 2020, Oratorio di San Francesco Poverino, Piazza SS. Annunziata, a Firenze.


Programma:

ore 10: Ritrovo dei partecipanti presso l'Oratorio di S. Francesco Poverino

ore 10.15: Recita del S. Rosario
ore 10.30: Prima conferenza spirituale; tempo per meditazione e confessioni

ore 12: S. Messa in rito antico

ore 13: Pranzo al sacco (con possibilità, per chi lo desidera, di recarsi presso bar o ristoranti)

ore 14.30: Seconda conferenza spirituale

ore 15.30: Benedizione eucaristica e preghiera conclusiva

ore 16.15 circa: conclusione del ritiro e congedo dei partecipanti


Il ritiro sarà predicato da don Federico Pozza, I.C.R.S.S., rettore della Chiesa dei SS. Michele e Gaetano di Firenze.


Il ritiro è aperto a chiunque; non occorre alcuna registrazione preventiva. Si può anche partecipare solo ad alcuni momenti del ritiro, ad esempio alla sola fase mattutina o a quella pomeridiana.











Fonte




mercoledì 12 febbraio 2020

“Querida Amazonia” e la svolta che non c’è stata




Aldo Maria Valli, 12-02-2020

Dunque, né preti sposati, né viri probati, né diaconesse. Chi si augurava che da Querida Amazonia potesse arrivare una “svolta” (tipo cammino sinodale tedesco) resterà probabilmente deluso. Chi invece la temeva può dire: pericolo scampato, almeno per ora.

Di fatto, a proposito dei due punti caldi che tanto hanno fatto discutere, l’esortazione apostolica di papa Francesco non recepisce se non in minima parte, e in modo sfumato, i contenuti del documento finale. Pur consigliandone la lettura, è come se Francesco, tra le righe, ne prendesse le distanze.

A un certo punto il papa sembra togliersi un sassolino dalla scarpa difendendo la scelta (anche questa all’origine di tante polemiche) di introdurre la Pachamama in Vaticano: “Non abbiamo fretta di qualificare come superstizione o paganesimo alcune espressioni religiose che nascono spontaneamente dalla vita della gente…. È possibile recepire in qualche modo un simbolo indigeno senza necessariamente qualificarlo come idolatrico. Un mito carico di senso spirituale può essere valorizzato e non sempre considerato un errore pagano”.

Ma, al di là di questo, l’esortazione è così prudente da apparire circospetta.

Sulla questione spinosa del celibato sacerdotale (ricordiamo la vicenda del libro scritto dal cardinale Sarah con Benedetto XVI) Francesco si limita a raccomandare ai vescovi di impegnarsi per le vocazioni e per incentivare lo spirito missionario. “Nelle circostanze specifiche dell’Amazzonia, specialmente nelle sue foreste e luoghi più remoti, occorre trovare un modo per assicurare il ministero sacerdotale”. E ancora: “Se crediamo veramente che è così, è urgente fare in modo che i popoli amazzonici non siano privati del Cibo di nuova vita e del Sacramento del perdono. Questa pressante necessità mi porta ad esortare tutti i Vescovi, in particolare quelli dell’America Latina, non solo a promuovere la preghiera per le vocazioni sacerdotali, ma anche a essere più generosi, orientando coloro che mostrano una vocazione missionaria affinché scelgano l’Amazzonia.

La parola “celibato” nel testo non compare mai. Anzi, papa Francesco ribadisce che soltanto il sacerdote ordinato può celebrare l’eucaristia, assolvere dai peccati e amministrare l’unzione dei malati; e la possibile estensione dell’ordinazione ai viri probati non è presa in considerazione.

Quanto al ruolo della donna, Francesco, che raccomanda di evitare ogni forma di clericalizzazione (se si desse loro accesso all’ordine sacro ci si orienterebbe a “clericalizzare le donne” e “a ridurre la nostra comprensione della Chiesa a strutture funzionali”) scrive: “In una Chiesa sinodale le donne, che di fatto svolgono un ruolo centrale nelle comunità amazzoniche, dovrebbero poter accedere a funzioni e anche a servizi ecclesiali che non richiedano l’Ordine sacro e permettano di esprimere meglio il posto loro proprio. È bene ricordare che tali servizi comportano una stabilità, un riconoscimento pubblico e il mandato da parte del Vescovo. Questo fa anche sì che le donne abbiano un’incidenza reale ed effettiva nell’organizzazione, nelle decisioni più importanti e nella guida delle comunità, ma senza smettere di farlo con lo stile proprio della loro impronta femminile”.

Difficile, insomma, sottrarsi all’impressione che l’esortazione apostolica sia stata scritta, per dire così, con il freno a mano tirato. Per lo meno rispetto ai rulli di tamburi con il quale il sinodo era stato annunciato e si è poi svolto.

Francesco formula quattro “grandi sogni”: che l’Amazzonia “lotti per i diritti dei più poveri”, “che difenda la ricchezza culturale”, che “custodisca gelosamente l’irresistibile bellezza naturale” e infine che le comunità cristiane siano “capaci di impegnarsi e di incarnarsi in Amazzonia”.

Il papa sottolinea l’importanza di “un vero approccio ecologico” e denuncia le ingiustizie contro gli indios. Chiede che i poveri siano ascoltati e che troviamo la capacità di indignarci e chiedere perdono. Boccia la visione consumistica dell’essere umano, che tende a omologare le culture, e raccomanda di “recuperare la memoria ferita”. La diversità non sia “una frontiera” ma “un ponte”. Ciò che è necessario è “assumere la prospettiva dei diritti dei popoli.

Circa l’ultimo “sogno”, quello “ecclesiale”, il papa invita a “sviluppare una Chiesa dal volto amazzonico” attraverso un “grande annuncio missionario” perché questi popoli hanno “diritto all’annuncio del Vangelo”.

A causa della povertà di tanti abitanti dell’Amazzonia, l’inculturazione dovrà avere “un timbro fortemente sociale”, ma senza mai dimenticare l’esigenza di integrare la dimensione sociale con quella spirituale.

Anche a proposito della liturgia, Francesco si mantiene sulle generali: sottolineato che già il Concilio Vaticano II aveva richiesto uno sforzo di “inculturazione della liturgia nei popoli indigeni”, in una nota ricorda che nel sinodo “è emersa la proposta di elaborare un rito amazzonico”, ma non va oltre.

La prudenza di Francesco è stata forse indotta dal libro a difesa del celibato sacerdotale scritto dal cardinale Sarah con Benedetto XVI e uscito proprio a ridosso della pubblicazione di Querida Amazonia? E come replicheranno ora gli ambienti progressisti che avevano spinto per cambiamenti sostanziali?

Il professor Roberto de Mattei, in un commento a caldo, scrive: “Qualcuno ricorderà a questo punto la strategia dei due passi avanti e uno indietro di papa Francesco, ma quando un treno viaggia ad alta velocità una brusca frenata può farlo deragliare, ponendo fine alla corsa in modo drammatico. Il processo rivoluzionario è una macchina sociale che spesso diviene incontrollabile e travolge i macchinisti”.

Staremo a vedere.

Aldo Maria Valli











La Chiesa cattolica riparta dal latino e dai canti gregoriani




Un interessante articolo del quotidiano online Lettera43, diretto da Paolo Madrona, sulla Liturgia tradizionale, il latino , il canto gregoriano, sulle nuove "traduzioni" inflitte al Pater noster e al Gloria ma anche, con un raggio di luminosa speranza, sulle nuove "tendenze" liturgiche, identitarie delle nuove generazioni alla ricerca di un tesoro spirituale e dottrinale che sembrava irrimediabilmente perduto. Non condividiamo però quel che il giornalista e scrittore Paolo Rumiz intende attribuire ai giovani che la domenica se ne stanno lungamente inginocchiati durante la Messa celebrata nell'antico rito "li muove «solo il desiderio di assistere a una bella celebrazione, di aver un po’ di magia, un bel canto e una minima percezione dell’Altrove". No! La Liturgia è "soprattutto preghiera" che non può essere inquinata ne' confusa con il sentimentalismo! I giovani che assistono alla Messa nell'antico rito della Chiesa adorano devotamente contemplando "l'Ostia consacrata, il segno della creazione ci parla. Allora incontriamo la grandezza del suo dono; ma incontriamo anche la Passione, la Croce di Gesù e la sua risurrezione. Mediante questo guardare in adorazione, Egli ci attira verso di sé, dentro il suo mistero, per mezzo del quale vuole trasformarci come ha trasformato l'Ostia." ( Benedetto XVI Corpus Domini 2006 QUI )
AC





di Mario Margiocco

Mentre i fedeli praticanti calano a vista d'occhio, si assiste a un revival delle antiche liturgie, soprattutto tra i giovani.
Non è semplice nostalgia, ma ricerca estetica e forse di una identità che si è persa. Segno del grande equivoco generato dal Concilio Vaticano II.
Le chiese sono sempre più vuote e il cattolicesimo praticato, anche in Italia, sembra seguire i destini delle chiese protestanti, ormai con i fedeli in absentia.

Introibo ad altare Dei
, diceva il prete avviando il rito della messa.

E alla fine l’Ite, Missa est chiudeva ogni celebrazione, salmodiato a volte con un infinito vocalizzo gregoriano di rara eleganza al termine di una funzione solenne in una chiesa tutta incenso, con tre celebranti, mobili e ieraticamente disposti a geometria variabile lungo l’altare.
Deo gratias, rispondeva l’assemblea, tirando all’infinito nelle solennità con altrettanto elaborati ed eleganti vocalizzi.


IL LATINO COME LINGUA LITURGICA IDEALE E IMMORTALE 

Erano formule preziose, diceva negli anni in cui venivano abbandonate Wystan H. Auden, che non era cattolico romano ed è considerato con Thomas S. Eliot il più grande poeta di lingua inglese del 900. Non è nemmeno chiaro fino a che punto Auden fosse tornato, a 60 anni, alla religione anglo-cattolica dell’infanzia, o se si trattasse per lui di un fatto essenzialmente estetico, ma definiva la liturgia «un tenersi insieme con il passato e con chi non c’è più».
E il latino, in quanto lingua immobile e non più cambiata dalle parole quotidiane, era la lingua liturgica ideale e immortale.
Concetti che peraltro lo stesso Giovanni XXIII, il padre del Concilio, ebbe chiaramente a esprimere nel febbraio 1962 nella sua Costituzione apostolica Veterum Sapientia «sullo studio e l’uso del latino», confermato «tesoro di inestimabile valore» sottovalutato dagli «smaniosi di novità» e solido ponte con il passato.
Ma da tempo parte notevole dei vertici cattolici pensa male del passato, e chissà, forse ha ragione. Del tutto ignorata da sempre, la Veterum Sapientia resta un fallito tentativo di saggezza.


SI RESPIRA UN’ATMOSFERA DI REVIVAL

Tutto è finito molto tempo fa perché, questa la vulgata, i vescovi cattolici in comunione con il papa e ispirati dallo Spirito Santo decisero con il Concilio Vaticano II di abolire il latino e di cambiare radicalmente tutta la liturgia.
Ma non è vero.
Era una nuova apertura al mondo e una renovatio, il così conciliare “rinnovamento”, continua la vulgata. Il latino tuttavia è rimasto, sui toni anch’essi aboliti si direbbe del canto gregoriano, in un angolino del cuore di una parte dei vecchi fedeli, o semplici estimatori, anche giovanissimi, per l’estetica forse, o anche per altro.
Accade, si passi il paragone non blasfemo, un po’ come con il revival dei dischi di vinile o delle macchine fotografiche analogiche, cioè a pellicola, perché vinile e pellicola hanno dimostrato di avere qualcosa che è bene non del tutto perdere.


«MAGIA, ESTETICA E LA MINIMA PERCEZIONE DELL’ALTROVE»

Lo notava tra gli altri di recente, su La Repubblica, Paolo Rumiz, in un lungo articolo sul ritorno del gregoriano ovviamente in latino e il gusto di questi canti da parte di vari gruppi giovanili. ( QUI N.d.R)
Non una nostalgia da anziani quindi, visto che la fine ufficiale di quel mondo fu nel novembre del 1969, per sofferto decreto papale di Paolo VI e a quella data molti di quanti amano oggi intonare un Credo in unum Deum o un Veni Creator Spiritus in gregoriano non erano neppure nati.
Eppure, osserva Rumiz, trovano significati profondi in una liturgia che la Chiesa ufficiale ha da decenni di fatto e in parte anche de iure abolito, e che molti preti guardano con fastidio. Questi giovani sono contro papa Bergoglio, che certamente è molto più per le lingue parlate dal pueblo che per il latino?
No, dice Rumiz, per nulla, li muove «solo il desiderio di assistere a una bella celebrazione, di aver un po’ di magia, un bel canto e una minima percezione dell’Altrove».


L’EQUIVOCO SULLA SACROSANTUM CONCILIUM
Sul punto centrale della liturgia, centrale perché i riti sono mezza religione e come si prega si crede e come si crede si prega, anche chi non sa a di teologia o diritto canonico o altro può dire qualcosa.
Prima di tutto si può dire che in campo liturgico il Concilio ha compiuto con la Costituzione conciliare Sacrosantum Concilium che occupò nel 1962-63 tutta la prima parte dei lavori un’opera vasta come in nessun altro campo fu fatto dalla successive sessioni, concluse nel dicembre del ’65.
Secondo, che la Costituzione non abolì affatto il latino, anzi dice che rimane la lingua franca del cattolicesimo e va salvaguardato e onorato, pur dando più spazio, molto più spazio, alle lingue parlate.
Forse avrebbero dovuto indicare esempi applicativi di come questo doveva avvenire, dicendo subito per esempio che cosa doveva restare, della messa, in latino.
In Italia va a messa solo il 20% dei cattolici, a maggioranza anziani.
Difficile dire quanto l’abbandono della tradizione liturgica abbia pesato.
È certamente stata una perdita, voluta, di identità, e per andare non si sa dove.


LERCARO E GLI ABOLIZIONISTI
La Costituzione non lo fa e fu un errore, ma non lo fece perché i circa 2.400 vescovi erano già ben divisi in tre campi: quelli che volevano abolire il latino ma non potevano dirlo; quelli, pochi e disorientati, che non volevano nei riti le lingue moderne se non marginalmente e non potevano dirlo; e quanti volevano cambiare molto, dopotutto di rinnovamento liturgico si stava con insistenza parlando dalla fine dell’800 come minimo, ma senza distruggere del tutto una identità culturale che comunque il latino ecclesiastico rappresenta.
Questi ultimi non riuscirono a imporsi, anche se lo stesso Paolo VI era di questo sentire.
I più forti furono gli “abolizionisti” e anche gli italiani svolsero un grosso ruolo, guidati dal cardinale Giacomo Lercaro, genovese, arcivescovo di Bologna e deciso assertore del principio che l’uso della lingua nazionale avrebbe riportato i fedeli in chiesa.
Cruciale, a fianco di Lercaro, il ruolo di Don Giuseppe Dossetti, l’ex politico democristiano diventato prete e convinto come vari altri presbiteri e non, fra i più celebri David Maria Turoldo, che l’abolizione dei riti tradizionali fosse la forma migliore di testimonianza del rinnovamento ecclesiastico, insieme a una ritrovata povertà della Chiesa.

Quindi la Sacrosantum Concilium fu in realtà rivoltata come un calzino, e nel post-Concilio il principale artefice di questo fu l’arcivescovo Annibale Bugnini, alla fine allontanato da papa Montini dall’incarico di rinnovatore della liturgia ed esiliato alla rappresentanza vaticana a Teheran.
Ma ormai i giochi erano fatti.
Perché questo voleva in molti Paesi la maggioranza, o una combattiva minoranza, del clero.
Parliamo solo italiano o solo tedesco e così via, e i fedeli torneranno.
Non è andata così.
Un recente studio commissionato all’Università di Friburgo dai vescovi cattolici tedeschi e dalle maggiori confessioni protestanti della Germania dice, proiettando le tendenze attuali, che nel 2060 i 45 milioni di credenti (in Germania si dichiara al fisco la religione, o la non religione, e si paga eventualmente una sostanziosa tassa a favore della propria chiesa) saranno ridotti a poco più di 22 milioni.


GLI AGGIORNAMENTI DEL PADRE NOSTRO E DEL GLORIA

In Italia, roccaforte una volta della partecipazione alla messa festiva, ormai va più o meno regolarmente a messa solo il 20% dei cattolici, forse meno, e a maggioranza anziani.
Difficile dire quanto l’abbandono eccessivo della tradizione liturgica abbia pesato.
È certamente stata una perdita, voluta, di identità, e per andare non si sa dove. «La Chiesa riconosce il canto gregoriano come canto proprio della liturgia romana: perciò nelle azioni liturgiche, a parità di condizioni, gli si riservi il posto principale», dice la Sacrosantum Concilium. Parole.
Da decenni in molte chiese non vengono più intonati se non per sbaglio inni latini famosi e bellissimi, ce n’è una dozzina almeno fra i più noti, e il tentativo di adattare testi italiani ai vocalizzi gregoriani, fatti per una lingua più concisa, spesso cade nel ridicolo.
E il tutto continua.

Le nuove traduzioni del Padre Nostro e del Gloria sono filologicamente scorrette ma concettualmente “aggiornate”.
Era così necessario mettere mano a una tradizione pressoché millenaria?
E che si manda a dire ai credenti delle tante generazioni precedenti, che usavano formule sbagliate? I vescovi italiani hanno ora concordato due cambiamenti, uno nel Padre Nostro e uno nel Gloria, che sono due perle della cultura dell’”aggiornamento“.
La formula «…e non ci indurre in tentazione…» diventa «e non abbandonarci alla tentazione», mentre nel Gloria in Excelsis «…e pace in terra agli uomini di buona volontà», espressione che è ai vertici dell’ecumenismo, diventa «…e pace in terra agli uomini amati dal Signore».
Questo apre il capitolo su chi sono gli uomini amati dal Signore, perché le parole sono macigni in una religione che, come tutte quelle strutturate, cammina sulle parole e sui concetti che queste iscrivono.
Le nuove traduzioni sono filologicamente scorrette ma concettualmente “aggiornate”.
Era così necessario mettere mano a una tradizione pressoché millenaria?
E che si manda a dire ai credenti delle tante generazioni precedenti, che usavano formule sbagliate?


BOUYER E LA “DECOMPOSIZIONE” DEL CATTOLICESIMO
Qualcuno aveva visto tutto dall’inizio. «Una volta di più occorre dire qui le cose come stanno», scriveva nel 1968, mezzo secolo fa, il francese Louis Bouyer, ex pastore luterano diventato a 30 anni prete cattolico, teologo di rango, liturgista, docente in Europa e negli Usa, perito al Concilio dove arrivò da progressista e riformatore liturgico e uscì perplesso, amico di Paolo VI che lo avrebbe voluto cardinale, ma lui rifiutò.
«Non c’è praticamente più una liturgia degna di questo nome, al momento, nella Chiesa cattolica. La liturgia di ieri non era molto di più di un cadavere imbalsamato. Quella che oggi si chiama liturgia non è molto di più di un cadavere decomposto».
Bouyer lo scriveva nel 1968 in un pamphlet che gli inimicò mezzo episcopato francese, e per questo rifiutò il cardinalato.
«Sarebbe una nomina troppo controversa», disse in sostanza a Paolo VI.
Il libretto si intitolava La décomposition du catholicisme.


Fonte: Lettera43 QUI
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martedì 11 febbraio 2020

Due studi italiani di record-linkage evidenziano la forte sottostima della mortalità materna in Italia, ma tacciono sulla mortalità correlata all’aborto indotto






Pubblicato 11 Febbraio 2020 | Da Lorenza Perfori

Nel 2010 la rivista Lancet ha pubblicato i Rapporti di Mortalità Materna (MMR, Maternal Mortality Ratio) stimati a livello globale, in cui l’Italia veniva presentata come la Nazione con l’indice MMR più basso al mondo pari a 3 morti materne ogni 100.000 nati vivi. L’indice italiano proveniva dai dati ufficiali dell’Istituto Nazionale di Statistica (Istat) che identifica i decessi materni dai certificati di morte, ma il dato non corrisponde alla reale incidenza della mortalità materna.


L’ipotesi che le morti materne italiane, basate sui dati ufficiali Istat, fossero sottostimate era emersa dal raffronto dell’indice italiano con i dati internazionali: esso risultava notevolmente inferiore rispetto a quanto rilevato negli altri Paesi socialmente avanzati. Per questo motivo, nel 2008 l’Istituto Superiore di Sanità (ISS) aveva promosso un progetto di ricerca, finanziato dal Ministero della Salute, volto a rilevare e quantificare la sottostima dei casi di morte materna, calcolare l’MMR effettivo e analizzare le principali cause di morte associate al fenomeno.


L’intento del progetto di ricerca era di utilizzare le procedure di record-linkage, le uniche che permettono – attraverso l’incrocio dei dati tra più documenti – di ottenere stime più precise e realistiche. L’utilizzo dei soli certificati di morte per il calcolo della mortalità materna appare, infatti, del tutto insufficiente: omissioni varie o poca chiarezza sulla causa effettiva di morte, nonché il fatto che la morte materna non comprende solo il decesso di una donna durante la gravidanza o il parto, ma anche qualsiasi altro decesso avvenuto entro 1 anno da ogni esito di gravidanza (parto, gravidanza ectopica, aborto spontaneo, aborto indotto), rendono i certificati di morte inadeguati a rilevare l’entità della mortalità materna in maniera completa.


Il primo studio italiano di record-linkage sulla mortalità materna

Il primo studio italiano di record-linkage – pubblicato il 10 marzo 2011 su BJOG (An International Journal of Obstetrics and Gynaecology) – ha incrociato i dati dei certificati di morte con la banca dati delle Schede di Dimissione Ospedaliera (SDO) di cinque Regioni italiane (Piemonte, Emilia-Romagna, Toscana, Lazio e Sicilia) che complessivamente coprivano il 38% della popolazione femminile in età riproduttiva (15-49 anni) in Italia. Lo studio ha preso in esame tutte le donne decedute in età riproduttiva durante il periodo 2000-2007 e, per ciascuna di esse, ha verificato se nei 365 giorni precedenti il decesso era stata ricoverata per gravidanza o per ogni altro suo possibile esito (parto, gravidanza ectopica, aborto spontaneo, aborto indotto).


Il confronto tra i dati ha permesso di identificare tutti i casi in eccesso oltre a quelli segnalati all’Istat tramite i certificati di morte e, quindi, di calcolare la sottostima della mortalità materna che è risultata avere una portata assai maggiore di quella che si sospettava: l’MMR stimato è risultato pari a 11,8 morti materne su 100.000 nati vivi, che equivale a una sottostima del 75%, rispetto al dato nazionale Istat (MMR di 3 per 100.000 nati vivi), e del 63% se confrontato all’MMR calcolato sui soli certificati di morte dell’Istat delle cinque Regioni prese in esame (MMR pari a 4,4 per 100.000 nati vivi). In altre parole, ciò significa che i certificati di morte riescono a individuare solo il 25% di tutti i decessi materni, rispetto al dato nazionale Istat, o solo il 37% dei decessi rispetto al dato Istat delle sole Regioni coinvolte.


Tra il 2000 e il 2007, nelle Regioni partecipanti – specifica lo studio – sono stati registrati 1.001.292 nati vivi e sono state rilevate in totale 260 morti materne, di cui 118 (il 45%) entro 42 giorni dall’esito di gravidanza e 142 (il 55%) tra 43 giorni e 1 anno dall’esito di gravidanza. Oltre a queste sono state individuate anche 15 morti correlate (9 accidentali, 4 da incidenti stradali e 2 omicidi) che però – scrivono i ricercatori – non concorrono alla determinazione dell’MMR, secondo quanto stabilito dalla classificazione ICD-10 dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), utilizzata dagli autori dello studio per classificare le morti materne individuate. La classificazione ICD-10 delle morti materne prevede infatti che solo le morti dirette e indirette rientrino nel computo dell’MMR, le quali sono così definite:
Morte diretta: morte causata da complicazioni ostetriche della gravidanza, parto e puerperio, da interventi, omissioni, trattamenti non corretti, o da una catena di eventi che possono risultare da ognuna delle cause precedenti.
Morte indiretta: morte causata da malattie preesistenti o insorte durante la gravidanza, non dovute a cause ostetriche dirette, ma aggravate dagli effetti fisiologici della gravidanza.


Per fare qualche esempio, rientrano tra le morti dirette le morti provocate da emorragia ostetrica, tromboembolia, infezione/sepsi, disordini ipertensivi della gravidanza, ecc. Mentre fanno parte delle morti indirette quelle avvenute a seguito di neoplasie ormono-dipendenti, problemi vascolari e cerebrovascolari, problemi cardiovascolari, infezioni e sepsi non puerperali, ecc. Dibattuta rimane, invece, la collocazione dei suicidi: l’ultima revisione della classificazione ICD-10 dell’OMS ha previsto che tutti i decessi materni da suicidio siano considerati morti dirette, mentre gli autori dello studio italiano li hanno inseriti tra le morti indirette perché – osservano – non sempre è possibile individuare con certezza il ruolo causale diretto della gravidanza o, al contrario, la presenza di un precedente problema di salute mentale. Pertanto, se un suicidio determinato da una psicosi post-partum può essere certamente considerato un decesso diretto, così non lo sarebbe un suicidio dovuto a disturbi psichiatrici diagnosticati prima della gravidanza che – secondo i ricercatori – dovrebbe essere inserito tra le morti indirette. I suicidi individuati dai ricercatori sono stati 21 (2 entro 42 giorni e 19 avvenuti da 43 giorni a un anno dall’esito di gravidanza).


I ricercatori puntualizzano inoltre che, per vari motivi, anche l’MMR più accurato ottenuto dall’incrocio dei dati potrebbe essere a propria volta sottostimato. Vuoi perché la banca dati delle dimissioni ospedaliere identifica solo le donne ricoverate in ospedale; o perché il linkage potrebbe non aver rilevato i casi di donne decedute a seguito di un esito di gravidanza avvenuto al di fuori della Regione esaminata; vuoi per possibili errori nelle variabili da linkare; o per il fatto che alcune morti materne – classificate come “possibili o incerte” – siano state escluse dall’analisi a causa di informazioni lacunose e incomplete perché, per alcuni problemi di salute come il suicidio o le patologie cardiovascolari, sono necessarie informazioni dettagliate sullo stato di salute della donna prima e durante la gravidanza, e conoscere le circostanze della morte è fondamentale per identificare accuratamente il nesso causale con la gravidanza; vuoi infine perché alcuni decessi correlati (come cadute, infortuni, incidenti) – i quali, come precedentemente specificato, non rientrano nel calcolo dell’MMR –, potrebbero essere stati in realtà dei suicidi e perciò da includere nella stima del rapporto di mortalità materna. Per tutti questi motivi le morti materne, l’MMR e la sottostima potrebbero essere un po’ più elevati di quelli individuati dalle procedure di record-linkage utilizzate dallo studio.

Le critiche del dottor David Reardon allo studio italiano


L’utilità delle procedure di record-linkage non riguarda solo la possibilità di individuare le morti materne che solitamente sfuggono ai conteggi ufficiali basati unicamente sui certificati di morte, ma anche di rilevare, nell’ambito di queste morti, l’indice di mortalità per ciascun esito di gravidanza. Questo ci permette di conoscere qual è l’impatto che ciascun esito di gravidanza ha sulla salute e sulla la vita della donna e di confrontare fra loro la mortalità associata alla gravidanza portata a termine e al parto con la mortalità correlata alle perdite di gravidanza (gravidanza ectopica, aborto spontaneo, aborto indotto). È proprio su questo secondo importantissimo aspetto che lo studio italiano non fornisce risposte.


Questa lacuna è stata evidenziata dal dottor David Reardon nella sua revisione sistematica del 2017 in cui analizza tutti gli studi di record-linkage che a livello globale sono stati realizzati su questo tema, comparando gli MMR associati a ogni esito di gravidanza e realizzando una sintesi narrativa dei risultati. Per quanto riguarda la migliore individuazione delle morti materne dovuta all’uso delle procedure di record-linkage, tutti i 68 studi di 11 Paesi diversi (individuati dalla revisione), che hanno impiegato il collegamento dei dati, hanno identificato un numero significativamente maggiore di decessi materni rispetto a quelli risultanti dall’impiego dei soli certificati di morte. Il record-linkage ha perciò migliorato significativamente il riconoscimento delle morti materne confermandosi una procedura più accurata e attendibile.


Purtroppo – prosegue Reardon -, tra questi 68 studi, 57 hanno calcolato o riportato solo i dati dei decessi associati al parto, ovvero mancavano tutti i dati delle morti associate alle perdite di gravidanza. Tra di essi, Reardon inserisce anche lo studio di record-linkage italiano di cui scrive: “Un’occasione mancata sembra essersi verificata in uno studio su donne italiane in cui i ricercatori riferiscono di aver effettivamente collegato i certificati di decesso ai record degli aborti indotti e degli aborti spontanei, ma purtroppo nelle analisi che hanno pubblicato non hanno fornito alcuna ripartizione dei rapporti di mortalità di ciascun esito di gravidanza”. E aggiunge: “La nostra richiesta di ripartire i decessi per ciascun esito di gravidanza è stata respinta”.


Reardon dice il vero, infatti i ricercatori italiani elencano i seguenti codici di diagnosi o procedure che hanno selezionato dalla banca dati delle SDO per individuare le donne decedute:
Diagnosi principale o secondaria di complicazioni della gravidanza, parto e puerperio (codici ICD9 CM 630-677);
Diagnosi principale o secondaria di ricorso ai servizi sanitari per gravidanza (V22=gravidanza normale, V23=controllo di gravidanza ad alto rischio, V24=cure ed esami postpartum, V27=esito del parto, V28=ricerche prenatali);
Diagnosi principale o secondaria di nato vivo (V30,V39);
Procedura principale o secondaria ostetrica (codici di intervento 72=parto con forcipe, ventosa e parto podalico; 73= altri interventi di induzione o di assistenza al parto; 74= Taglio cesareo ed estrazione del feto; 75= altri interventi ostetrici);
Procedura principale o secondaria di dilatazione e raschiamento per Interruzione Volontaria di Gravidanza (IVG) (codice intervento 69.01);
Procedura principale o secondaria di dilatazione e raschiamento a seguito di parto o aborto (codice intervento 69.02);
Procedura principale o secondaria di raschiamento dell’utero mediante aspirazione per IVG (codice intervento 69.51);
Procedura principale o secondaria di raschiamento dell’utero mediante aspirazione a seguito di gravidanza o aborto (codice intervento 69.52);
Procedura principale o secondaria di salpingectomia con rimozione di gravidanza tubarica (codice intervento 66.62).


Come si vede, sono inclusi anche i codici che si riferiscono agli aborti spontanei e indotti. Quindi i ricercatori italiani sono in grado di stabilire quante delle 260 morti materne individuate e delle 15 morti correlate, avvenute durante e entro 1 anno dall’esito della gravidanza, sono imputabili al parto, all’aborto spontaneo e all’aborto indotto, ma non lo hanno voluto rendere noto. E, alla richiesta del dottor Reardon, di effettuare la ripartizione dei decessi materni sulla base di ciascun esito di gravidanza, hanno risposto picche.


Perché lo hanno fatto? Probabilmente perché, per ragioni ideologiche, delle complicanze provocate dall’aborto indotto non si può e non si deve parlare: la narrazione pro-aborto vuole che esso sia presentato come una procedura sicura esente da gravi complicazioni. E non lo hanno fatto perché – come spiegherò nel titolo successivo – tutti gli studi di record-linkage che hanno effettuato la ripartizione dei decessi materni sulla base di ciascun esito di gravidanza, hanno individuato indici di mortalità materna più elevati per l’aborto indotto rispetto alla gravidanza portata a termine e al parto. Si tratta di risultati che confutano inequivocabilmente la propaganda abortista secondo la quale si morirebbe più di parto che di aborto indotto.


Scrive Reardon nella sua revisione: “Il fatto che così tanti studi omettano di riportare i decessi associati alle perdite di gravidanza, indica che potrebbe esserci un rischio di parzialità nell’informazione. Le varie sensibilità sociali, politiche e accademiche che promuovono l’aborto legale e sicuro nei Paesi in via di sviluppo possono avere un pregiudizio nei confronti della pubblicazione di risultati che mostrano un aumento dei tassi di mortalità associati all’aborto indotto”. È, infatti chiaro – aggiunge Reardon – “che nella maggior parte dei Paesi in cui sono stati condotti gli studi di record-linkage, non esistono ostacoli strutturali all’ampliamento di questi studi al fine di includere anche la mortalità associata alle perdite di gravidanza”. “Ciò che è semplicemente richiesto è la volontà accademica e/o politica a intraprendere questa indagine” che, evidentemente, nello studio italiano è volutamente venuta a mancare visto che le informazioni erano disponibili e sono state recuperate, come espressamente comunicato dai ricercatori.

Cosa dicono gli studi di record linkage che hanno esaminato la mortalità materna associata a ciascun esito di gravidanza?


A conti fatti – osserva Reardon nella sua revisione – gli studi di record-linkage che hanno calcolato i rapporti di mortalità materna anche per le perdite di gravidanza sono in tutto 11 (7 finlandesi, 2 danesi, 2 statunitensi). A questi vi è da aggiungere un successivo studio finlandese pubblicato sul BJOG il 28 dicembre 2016, che porta il totale a 12. Sulla base della valutazione NOQAS (la Newcastle-Ottawa Quality Assessment Scale per gli studi di coorte) questi studi di record-linkage presentano rischi di bias molto bassi e punteggi qualitativi molto elevati, si possono perciò considerare statisticamente significativi e attendibili.


Ebbene, cosa hanno scoperto questi studi? Quello che accennavo prima, cioè che nel confronto tra la mortalità materna di tutti gli esiti di gravidanza, l’aborto indotto è quello che ha presentato i tassi di mortalità più elevati, sia rispetto all’aborto spontaneo che soprattutto rispetto al parto. In altre parole, risulta che le donne che portano a termine la gravidanza e partoriscono hanno gli indici di mortalità più bassi, non solo rispetto alle donne che incorrono in un aborto spontaneo o che ricorrono all’aborto indotto, ma anche rispetto alle donne non incinte. La gravidanza portata a termine si rivela pertanto come protettiva della salute della donna, mentre le perdite di gravidanza, e tra esse l’aborto indotto in particolare, dimostrano di avere un impatto negativo sulla salute della donna in generale e quindi un effetto negativo sulla sua aspettativa di vita.


Per rendere l’idea dell’incidenza della mortalità materna tra i vari esiti di gravidanza, riporto i risultati scoperti da alcuni di questi studi di record-linkage.


Lo studio di Gissler M. e Hemminki E. “Pregnancy-related violent deaths”, pubblicato nel 1999 sullo Scandinavian Journal of Public Health (27: 54–55), aveva come obiettivo quello di identificare le morti per cause naturali e per cause violente (suicidi, omicidi, incidenti) correlate a tutti gli esiti di gravidanza (parto, aborto spontaneo, aborto indotto, gravidanza ectopica). I ricercatori hanno identificato 281 donne finlandesi decedute in età fertile entro un anno dalla loro ultima gravidanza, nel periodo 1987-1994, mediante il collegamento di quattro fonti di dati: i certificati di morte, i registri delle nascite, i registri degli aborti indotti e i registri delle dimissioni ospedaliere.


In generale, i ricercatori hanno scoperto che per le donne che avevano partorito la probabilità (aggiustata per età) di morire entro un anno dal parto era la metà delle donne non incinte. Invece, sempre rispetto alle donne non incinte, coloro che erano ricorse all’aborto indotto avevano il 76% in più di probabilità di morire entro un anno. Comparando la mortalità delle donne che avevano abortito volontariamente con quella delle donne che avevano partorito, è risultato che le prime avevano una probabilità 3,5 volte più elevata di morire entro un anno.


Entrando nel dettaglio delle singole cause di morte violenta, gli autori scrivono che 77 decessi (il 27%) sui 281 individuati erano avvenuti per suicidio, e specificano che il rischio di suicidio dopo il parto era circa la metà del rischio di suicidio delle donne nella popolazione generale. 57 decessi (il 20%) su 281 erano stati provocati da lesioni fisiche dovute a incidenti. I ricercatori riferiscono che le donne che nell’anno precedente alla loro morte si erano sottoposte all’aborto indotto avevano un rischio di morte per incidente 4 volte più alto rispetto a coloro che avevano portato a termine la gravidanza. Rispetto alla popolazione generale, le donne che avevano partorito avevano la metà del rischio di subire un incidente mortale, mentre per le donne che avevano abortito volontariamente il rischio di incidente mortale era più del doppio.


Tra le 281 donne decedute, 14 (il 5%) erano state uccise. I ricercatori hanno scoperto che la maggior parte di questi omicidi era avvenuta tra le donne che avevano fatto ricorso all’aborto indotto. In particolare il rischio di morte per omicidio delle donne che avevano abortito era oltre 4 volte più elevato rispetto al rischio di omicidio nella popolazione generale. Infine, i ricercatori hanno analizzato i decessi avvenuti per cause naturali, che sono risultati 127 (il 45%) su 281. Anche in questo caso, quando hanno confrontato l’incidenza del rischio tra le donne che avevano partorito con le donne che si erano sottoposte all’aborto indotto, hanno constatato il solito trend: il rischio di morte per cause naturali era del 60% più elevato tra le donne che erano ricorse all’aborto indotto, rispetto sia a coloro che avevano partorito che a coloro che erano incorse in un aborto spontaneo.


Reardon conclude osservando che lo studio finlandese mostra chiaramente che la probabilità di una donna di morire entro un anno dall’aborto indotto è significativamente più elevata rispetto a quella di una donna che porta a termine la gravidanza o che ha un aborto spontaneo. E questo vale sia per le morti dovute a cause naturali che per le morti violente come i suicidi, gli incidenti e gli omicidi.


Lo studio danese: Coleman PK, Reardon DC, & Calhoun BC (2013) “Reproductive history patterns and long-term mortality rates: a Danish, population-based record linkage study”, European Journal of Public Health 23(4):569-574, aveva lo scopo di calcolare i rapporti di mortalità materna associati a ogni esito di gravidanza, sia nel breve periodo che a distanza di tempo. I ricercatori hanno preso in esame 25 anni di dati incrociando tra loro quattro fonti di dati: i certificati di morte, i registri delle nascite, i registri degli aborti indotti e i registri delle dimissioni ospedaliere. Sono state individuate tutte le donne danesi in età fertile tra il 1980 e il 2004 e sono state esaminate tutte le cause di morte, prendendo in considerazione numerose variabili di controllo (anno di nascita della donna, età all’ultima gravidanza, esposizione a più esiti di gravidanza).


I ricercatori hanno scoperto che, entro il primo anno dall’esito di gravidanza, le donne che avevano abortito presentavano un rischio di mortalità dell’80% più elevato rispetto a coloro che avevano partorito; che i tassi di mortalità associati all’aborto indotto rimanevano notevolmente più elevati fino a 10 anni dopo l’aborto; e che le donne che avevano partorito avevano un rischio di mortalità oltre 6 volte più basso rispetto a coloro che non erano mai state incinte. Per quanto riguarda l’esposizione a più esiti di gravidanza, lo stesso insieme di dati ha rivelato una relazione dose-effetto di parto e aborto indotto, nel senso che un numero crescente di parti diminuiva il rischio di mortalità, mentre più aborti indotti aumentavano il rischio di mortalità. In sintesi, la combinazione di aborti indotti e aborti spontanei era associata a un tasso di mortalità 3 volte più elevato rispetto al parto; e, nello specifico, l’aumento del rischio di morte è risultato pari al 45%, 114% e 191% rispettivamente per 1, 2 e 3 aborti indotti, rispetto alle donne che non avevano abortito. Anche in questo caso, il record-linkage ha permesso di constatare come il parto abbia un effetto protettivo sulla salute della donna e un impatto positivo sulla longevità e, al contrario, come le perdite di gravidanza, e tra esse particolarmente l’aborto indotto, influiscano negativamente sulla salute della donna e sulla sua aspettativa di vita.


Lo studio americano Reardon DC, Strahan TW, Thorp JM Jr & Shuping MW (2002) “Deaths associated with pregnancy outcome: a record linkage study of low income women”, Southern Medical Journal 95(8):834-841, aveva l’obiettivo di calcolare gli indici di mortalità materna tra il parto e l’aborto indotto per ogni causa correlata alla gravidanza (suicidio, incidenti, cause naturali, ecc.) sia nel breve che in un periodo più lungo (9 anni). I ricercatori hanno preso in esame le 173.279 donne californiane in età fertile a basso reddito, che nel 1989 avevano partorito o avuto un aborto indotto, reperendo i dati dal California Medicaid records (i registri dell’assistenza sanitaria della California) che sono stati incrociati con i certificati di morte dal 1989 al 1997.


Lo studio ha scoperto che, rispetto alle donne che avevano partorito, coloro che avevano avuto un aborto indotto presentavano un rischio di morte significativamente più elevato per tutte le cause di morte (1,62), dal suicidio (2,54) agli incidenti (1,82), così come per cause naturali (1,44), compresa la sindrome da immunodeficienza acquisita (Aids) (2,18), i problemi circolatori (2,87) e i problemi cerebrovascolari (5,46). I ricercatori concludono osservando che “gli alti tassi di mortalità associati all’aborto persistono nel tempo e oltre i confini socio-economici. Questo può essere spiegato con tendenze autodistruttive, depressione e altri comportamenti non salutari aggravati dall’esperienza dell’aborto”.


Riporto i risultati solo di un altro studio di record-linkage finlandese tra quelli disponibili, questo: Gissler M, Karalis E & Ulander VM (2015) “Decreased suicide rate after induced abortion, after the Current Care Guidelines in Finland 1987 – 2012”, Scandinavian Journal of Public Health 43:99-101, che aveva l’obiettivo di studiare in particolare la tendenza al suicidio delle donne finlandesi dopo l’aborto indotto. I ricercatori hanno preso in esame il periodo di 25 anni 1987-2012, incrociando tra loro due fonti di dati: il Registro degli aborti indotti e il Registro delle cause di morte, per identificare le donne che si erano suicidate entro un anno dall’aborto indotto. I risultati mostrano che, rispetto alle donne non incinte – che hanno fatto registrare un rapporto di mortalità per suicidio di 11,3 per 100.000 persone in un anno -, il rischio di suicidio diminuiva dopo il parto (5,9 per 100.000 nascite), aumentava dopo l’aborto spontaneo (18,1 per 100.000 aborti spontanei) e saliva ancora di più dopo l’aborto indotto (34,7 per 100.000 aborti indotti). Se si confrontano i rapporti di mortalità tra il parto e l’aborto indotto, risulta che le donne che avevano abortito volontariamente avevano un rischio di suicidio 6 volte più elevato rispetto alle donne che avevano partorito. Anche in questo caso, la gravidanza portata a termine si è rivelata protettiva della salute della donna, presentando il rapporto di mortalità (per suicidio) più basso in assoluto, non solo rispetto agli altri esiti di gravidanza, ma anche nei confronti delle donne non incinte nella popolazione generale.

Il secondo studio italiano di record-linkage sulla mortalità materna


Il secondo studio italiano di record-linkage ha ampliato il calcolo dell’MMR a 10 Regioni italiane (Piemonte, Lombardia, Friuli Venezia Giulia, Emilia Romagna, Toscana, Lazio, Campania, Puglia, Sicilia, Sardegna) che rappresentavano il 77% dei nati nel Paese. Sono state individuate tutte le donne tra 11 e 59 anni che erano decedute durante la gravidanza, o entro un anno da qualsiasi esito di gravidanza (parto, gravidanza ectopica, aborto spontaneo, aborto indotto), nel periodo di 7 anni 2006-2012. Come per il precedente studio, i decessi sono stati identificati attraverso l’incrocio dei dati tra i certificati di morte e la banca dati delle SDO, utilizzando fonti di dati sia regionali che nazionali.


Rispetto al primo studio, la sottostima dei decessi materni è risultata inferiore di due punti: l’MMR delle 10 Regioni italiane è risultato pari a 9,8 morti materne per 100.000 nati vivi (era 11,8 nel primo studio). Ciò equivale ha una sottostima del 70% (era del 75% nel primo studio) rispetto al dato nazionale Istat (MMR di 3 per 100.000 nati vivi), e a una sottostima del 60,3% (era del 63% nel primo studio) rispetto all’MMR calcolato sui soli certificati di morte delle 10 Regioni italiane per lo stesso periodo di tempo (3,5 per 100.000 nati vivi). Tuttavia, nonostante la diminuzione, la sottostima rimane comunque elevata poiché ai dati ufficiali basati sui soli certificati di morte continuano a sfuggire da 6 a 7 decessi materni su 10.



Tra il 2006 e il 2012, nelle 10 Regioni italiane esaminate, lo studio ha individuato complessivamente 863 morti materne (dirette, indirette e correlate) avvenute durante o entro un anno dall’esito della gravidanza. Di queste, 320 sono avvenute entro 42 giorni e 543 tra 43 giorni e 1 anno dall’esito della gravidanza. Le morti che però hanno concorso a determinare l’MMR ammontano a un numero inferiore, perché dal totale sono state scorporate le morti correlate (entro 42 giorni e tardive) che – come precedentemente osservato – non vengono fatte rientrare nel calcolo del rapporto di mortalità. A questo proposito, gli autori specificano che tra i decessi correlati entro 42 giorni, le morti accidentali sono state 43 e che, tra le morti tardive, 52 sono avvenute a seguito di incidenti stradali. Le morti correlate non incluse nel calcolo dell’MMR sono quindi 95. Gli autori aggiungono inoltre di aver individuato tra le morti tardive anche 22 casi di omicidio che, secondo le procedure, andrebbero esclusi dal calcolo della mortalità materna (come hanno fatto nel primo studio di record-linkage), ma che questa volta hanno deciso di inserire perché – scrivono – “la gravidanza e il puerperio rappresentano periodi di maggior rischio di abusi domestici che portano all’omicidio” motivo per cui “la questione deve essere chiaramente evidenziata”.


Esclusi quindi gli incidenti stradali, i ricercatori scrivono che le morti violente hanno rappresentato la seconda causa di morte tra i decessi tardivi e che queste sono costituite per il 10% dai suicidi (tot. 55), il 3,7% dagli omicidi (tot. 22) e il 2% da altre cause di morte violenta non specificata (tot. 10). Riguardo ai suicidi, specificano inoltre che essi rappresentano “il 64% delle morti per causa violenta” risultando essere, dopo le neoplasie, “la seconda causa più comune di morte materna tardiva”. Tra le morti violente avvenute durante la gravidanza o entro 42 giorni dall’esito della gravidanza i ricercatori hanno individuato 12 casi di suicidio.


Come si vede, i ricercatori hanno specificato l’ammontare e/o le percentuali delle cause di morte violenta (suicidi, omicidi, altre cause violente) e correlate (morti accidentali e incidenti stradali), ma non hanno fatto – come per il primo studio – alcuna ripartizione per ciascun esito di gravidanza. In questo secondo studio italiano, i ricercatori hanno seguito le stesse identiche procedure usate per il primo, selezionando dalla banca dati delle SDO tutti i codici (precedentemente riportati) relativi a ciascun esito di gravidanza. Ciò significa che non esistono motivi strutturali che impediscano tale ripartizione, ma più verosimilmente che vi sia una mancanza di volontà a rendere nota l’incidenza della mortalità per ciascun esito di gravidanza, la quale si rivelerebbe con tutta probabilità molto sfavorevole nei confronti dell’aborto indotto, come hanno mostrato gli studi di linkage che questa ripartizione l’hanno effettuata.


Conclusioni


Agli studi italiani di record-linkage va sicuramente dato il merito di aver fatto finalmente chiarezza sulla reale incidenza della mortalità materna in Italia e di aver dimostrato che i certificati di morte da soli sono assolutamente insufficienti all’individuazione dei decessi associati alla gravidanza in maniera completa. Spiace tuttavia constatare che non si sia voluto fare il logico passo successivo, consistente nel calcolare l’MMR per ciascun esito di gravidanza, nonostante vi fosse la disponibilità dei dati per effettuare tale calcolo in entrambi gli studi. Ciò rivela una mancanza di volontà nel riportare questi dati che, verosimilmente, risulterebbero sfavorevoli all’aborto indotto e, al contrario, vantaggiosi alla gravidanza portata a termine e al parto.


La ricerca scientifica non dovrebbe essere frenata da costrutti ideologici e non dovrebbe temere la verità dei risultati, soprattutto quando questi risultati possono incidere su una decisione delicata e difficile come quella di abortire che ha dimostrato di avere un impatto negativo diretto sulla salute psicofisica della donna in generale e sulla sua aspettativa di vita. Le donne hanno il diritto di sapere come stanno le cose sull’aborto indotto e meritano di più, a partire da una ricerca e un’informazione imparziali e libere dalle ideologie.


Fonti:


Hogan MC, Foreman KJ, Naghavi M, et al., Maternal mortality for 181 countries, 1980-2008: a systematic analysis of progress towards Millennium Development Goal 5, Lancet 2010, 375:1609-23.


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