martedì 9 febbraio 2021

Ettore Gotti Tedeschi: la scomparsa dei matrimoni religiosi in Italia




Marco Tosatti, 20-1-21


[...]


Un fenomeno a dir poco inquietante, almeno quanto quello del crollo della natalità, consiste nella quasi scomparsa dei matrimoni religiosi. Venerdi scorso ho partecipato con il prof GianCarlo Blangiardo, Presidente Istat, ad un convegno dibattito patrocinato dal Senato della Repubblica e organizzato dalla senatrice Tiziana Drago per New Generation Italy. In questo Convegno <Incremento demografico e sviluppo economico- (effetto Covid sulla natalità)>,il prof. Blangiardo, ha illustrato alcuni dati, ancora provvisori, sui matrimoni celebrati in Italia nel periodo osservato: gennaio-luglio 2020.Questi dati meritano particolare attenzione. Tra gennaio e luglio 2020 il numero assoluto di matrimoni celebrati in Italia è stato di 34.059, verso 101.461 per lo stesso periodo nel 2019 e i 107.990 nel 2018. Ma il fenomeno più sorprendente e inquietante sta nella scomparsa dei matrimoni religiosi che, sempre tra gennaio e luglio 2020, son stati 4.141 verso i 47.025 del 2019. In pratica nel periodo considerato del 2019 i matrimoni religiosi hanno rappresentato quasi la metà (il 46.5%) dei matrimoni totali, mentre nel 2020 solamente il 12%.


Effetto chiese chiuse e municipi aperti? Effetto rinvio a tempi migliori del matrimonio religioso? Effetto scoraggiamento del valore del Sacramento del matrimonio? Sarà interessante leggere i commenti degli “esperti” in un eventuale dibattito in proposito, ma dobbiamo intanto riconoscere la gravità del fenomeno e le sue conseguenze, non solo sulla formazione di famiglie, quanto sul problema conseguente nascite, che vedremo solo nel 2021 e anni successivi. Sentiremo presto il lamento per un ulteriore crollo delle nascite, leggeremo dotti commenti sull’inverno demografico, ascolteremo il pianto dei produttori di pannolini per neonati e soprattutto leggeremo il compiacimento per gli ulteriori sbarchi, sempre più necessari, di migranti destinati a colmare il gap di popolazione.


Ma mentre da una parte sentiamo il sussurro di chi lamenta il crollo natalità, da altra parte intendiamo il grido di esultazione per lo stesso crollo natalità, che permette di salvaguardare meglio il pianeta grazie a meno bocche da sfamare che pretendono lo sfruttamento dell’ambiente da parte dell’avida creatura umana. Ecco, questa contraddizione tra chi lamenta le non nascite e chi esulta per le non nascite, è preoccupante. Non nascite, prescindendo da valutazioni morali, significa decrescita economica, ma significa anche (per i maltusiano ambientalisti) tutela dell’ambiente. Contraddizione irrazionale, quanto pericolosa, per le soluzioni che conseguentemente non verranno mai adottate.


Riguardo questa “contraddizione” vediamo coesistere previsioni anche fantasiose, ma opposte nella conclusione.


Per esempio quelle malthusiano-ambientaliste, catastrofiche ed allarmanti, che dicono che nel 2100 saremo più di 10miliardi, ed è intollerabile perchè Greta ne soffrirebbe troppo. Queste previsioni si scontrano con quelle, molto meno fantasiose, che dicono che sempre nel 2100, ben 20 paesi (tra cui l’Italia e il Giappone) vedranno ridursi la popolazione del 50%, e sarà la loro fine, ma Greta non andrà al loro funerale. Si tratta dello stesso modello di terrorismo demografico usato da Malthus e più recentemente dal capostipite del neomalthusianesimo, Paul Erlich dell’Università di Stanford (colui che scrisse il famoso libro “ The population bomb” nel 1968), che previde centinaia di milioni di morti per fame in Asia -Cina, prima del 2000, grazie alla crescita della popolazione.


Come sta succedendo oggi per il Covid e vaccini, io non ho mai assistito ad un confronto pubblico ed adeguato tra sostenitori di tesi opposte sul tema natalità-ambiente. Anche io non riuscii mai ad ottenere un confronto con il grande prof. Giovanni Sartori sul tema natalità, che sembrava interessarlo molto anche se con visione opposta alla mia. Non son mai riuscito ad assistere neppure ad un confronto sull’analisi della evoluzione economica mondiale, innestata con il crollo nascite nel mondo occidentale dagli anni ’7O, che ci ha regalato questi ultimi 50anni che hanno cambiato il mondo intero. Forse perchè le cause sono state di ordine morale e di morale non si deve mai discutere?


Ma ancora, come possono illudersi i nostri governanti di sapere realizzare e proporre ai partner europei un Recovery Plan credibile e realizzabile, se non sono chiari quei “driver” di crescita economica che si fondano su matrimoni e nascite nella situazione attuale? Quali nuove utopie dobbiamo aspettarci?


Ettore Gotti Tedeschi, La Verità













sabato 6 febbraio 2021

Come la sinistra ha creato il dogma abortista







Il legame tra socialismo e la difesa della famiglia si spezza per la torsione totalitaria inflitta al socialismo dal leninismo e dalla dittatura comunista sovietica. Da allora nelle società “opulente” occidentali l'ossessione, propria delle ideologie totalitarie, di ridisegnare completamente la natura umana si è ripresentata sotto la veste di un relativismo culturale sfociato nella reinterpretazione della libertà come assoluto soggettivismo. Un'ideologia che ha portato a una para-realtà che non ha più nulla a che fare con i diritti soggettivi.




VERSO LA GIORNATA PER LA VITA
VITA E BIOETICA
Eugenio Capozzi, 06-02-2021

Domanda non retorica: cosa c'entra la cultura politica della sinistra in tutte le sue forme, dal socialismo al progressismo liberale, con l'idea che l'aborto volontario sia un diritto, al quale non si possa contrapporre alcun diritto alla vita del bambino non ancora nato?

Ormai siamo abituati a considerare questa corrispondenza come un fatto scontato, ma non lo è assolutamente: né sul piano filosofico, né su quello storico. In realtà la rivendicazione del “diritto all'aborto” è un fatto relativamente recente, e ha due radici ideologiche, di cui la seconda è in parte dipendente dalla prima: i totalitarismi del primo Novecento e il relativismo radicale del secondo Novecento.

La concezione liberale dei diritti deriva innanzitutto dal giusnaturalismo, cioè dall'idea che esista una legge di natura su cui l'etica, la politica e il diritto devono fondarsi. E' sulla concezione giusnaturalista che si fondano le prime enunciazioni dei diritti inalienabili dell'essere umano: quella di John Locke nel Secondo Trattato sul governo (1689) e quella contenuta nel preambolo alla Dichiarazione d'indipendenza delle colonie americane (1776), da essa chiaramente ispirato. E le origini di esse risalgono al razionalismo cristiano medioevale: in particolare, al pensiero di San Tommaso d'Aquino, secondo cui il potere politico deve arrestarsi davanti all'intangibilità dell'essere umano creato da Dio a propria immagine e somiglianza e da Lui dotato di razionalità e libertà morale. Una concezione tradotta nella cultura inglese moderna dal teologo anglicano Thomas Hooker, nel Trattato sulle leggi di politica ecclesiastica (1594), che è il maggiore ispiratore di Locke.

Ora, il primo tra i diritti inalienabili dell'uomo sia per Locke che per i rivoluzionari americani è quello alla vita, unitamente con quelli alla libertà e alla proprietà, o alla “ricerca della felicità”. La creazione divina rende ogni essere umano unico e sacro. Quindi la tradizione costituzionale occidentale, dagli esordi fino alla Dichiarazione universale dei diritti dell'uomo dell'Onu, è incompatibile con qualsiasi legittimazione della soppressione di una vita umana innocente (altra questione è la pena di morte come autodifesa sociale contro la violenza, ma anche la liceità di essa viene messa sempre più in questione) in nome di qualsiasi esigenza individuale o collettiva. Ciò implica il rifiuto tanto dell'aborto quanto dell'eutanasia.

Che invece cominciano a venir giustificati in un'ottica eugenetica dalla cultura positivistica ottocentesca, per divenire poi nel XX secolo cardini del totalitarismo nazista.

Dall'altra parte il socialismo, mosso fin dalle origini da preoccupazioni umanitarie per le concrete condizioni di vita dei ceti operai a partire dalla rivoluzione indistriale, trova con Karl Marx la sua classe sociale di riferimento proprio nel “proletariato”, ossia in chi non possedeva niente tranne i propri figli. Sussiste nella storia del socialismo, nelle sue varie diramazioni, un legame costante tra l'obiettivo della liberazione dell'uomo dall'alienzione e dallo sfruttamento economico e la difesa della famiglia come forma elementare di organizzazione della vita di chi non possiede niente, e conseguentemente l'esigenza della tutela della maternità e dell'infanzia.

Un legame che verrà infranto soltanto dalla torsione totalitaria inflitta al socialismo dal leninismo e dalla dittatura comunista sovietica: tanto che l'Urss sarà il primo stato al mondo a rendere legale l'aborto nel 1920, come parte di un progetto di uguaglianza totale tra uomini e donne, di loro totale “mobilitazione” all'interno di una società in cui anche gli aspetti privati della vita sarebbero stati regolamentati rigidamente dal regime.

Nella cultura europea e occidentale, insomma, l'aborto, come l'eutanasia, viene legittimato solo dall'avvento dei totalitarismi, opposti tra loro ma contrapposti entrambi all'umanitarismo cristiano, con la sua visione della sacralità di ogni vita che si era sedimentata sia nel liberalismo che nel primo socialismo. Non a caso, alla fine della seconda guerra mondiale le democrazie liberali ottengono che all'inizio della Dichiarazione dell'Onu venga ancora ripresa la proclamazione del diritto inalienabile alla vita.

E dopo? Cosa è successo? E' successo che nel secondo dopoguerra nelle società “opulente” occidentali l'ossessione, propria delle ideologie totalitarie, di ridisegnare completamente la natura umana si è ripresentata sotto la veste di un relativismo culturale avverso a tutti i fondamenti della “mentalità” e della tradizione occidentale, sfociato nella reinterpretazione della libertà come assoluto soggettivismo, coincidenza tra diritti e desideri, magnificazione della volontà, istituzionalizzazione di qualsiasi “stile di vita”.

Questa nuova ondata dottrinaria, in cui si coniugavano e venivano condotte all'estremo istanze individualistiche e collettivistiche, ha avuto quindi come principale terreno della sua affermazione la “biopolitica”, il legame tra politica e vita, e la sua principale espressione nella rivoluzione sessuale, parte integrante della quale è stato il femminismo di “seconda generazione”, imperniato sulla “politicizzazione” del corpo femminile in opposizione ad una società in cui sussisteva una complementarità dei ruoli tra uomini e donne, per negarla in favore di una assoluta potenzialità da parte delle donne di realizzare ogni propria aspirazione, e di assumere ruoli di preminenza nella società, nel lavoro, nella politica.

Nell'ottica della dittatura soggettivistica si è pretesa la cancellazione di ogni limite biologico, e dunque giuridico e politico, all'autodeterminazione, contestando alla radice l'etica universalistica millenaria che aveva nutrito l'umanesimo cristiano e la concezione moderna dei diritti. E pretendendo, nella stessa ottica, la “decostruzione” integrale della famiglia naturale in nome dell'assenza di ogni dovere connaturato all'essere sociale.

Tanto la cultura liberale quanto quella socialista hanno in un primo tempo opposto resistenza a questo cambiamento radicale di paradigma, ma ben presto ogni argine filosofico e politico al loro interno è caduto, ed esse sono state quasi del tutto “colonizzate” dalla nuova “religione” dell'autodeterminazione: portatrice, nel suo “relativismo assolutista”, di una nuova gerarchia in cui i gruppi in grado di accreditarsi come “discriminati” hanno posto le proprie aspirazioni come pietra di paragone, subordinando ad esse quelle degli altri soggetti.

Ma se all'interno del mondo liberale è rimasta pur viva una componente conservatice e di ispirazione religiosa in grando quanto meno di contestare il “pensiero unico” iper-soggettivista, nelle sinistre il crollo dell'ideologia socialista alla fine del Novecento ha creato un vuoto pneumatico in cui l'ideologia progressista/relativista si è imposta come canone incontrastato, spacciandosi abilmente, per il suo individualismo, come erede dell'ideale liberale.

E' questo il motivo per cui nel milieu della sinistra occidentale persino il tema di un bilanciamento tra il diritto della donna alla sessualità libera e alla maternità come scelta e quello del bambino alla tutela della propria vita ha cominciato ad essere considerato alla stregua di una bestemmia, e avversato con reazioni di inaudita violenza ed intolleranza. In base a un concetto totalmente unilaterale di libertà si è potuto affermare, contro ogni logica razionale, che l'aborto è il frutto di una libera decisione di una donna sul “proprio” corpo, quando è evidente che fin dalla fecondazione l'embrione, e poi il feto, è altro rispetto al corpo della madre, e si distingue come un essere dotato di propri caratteri genetici.

Si è potuto affermare, con analoga illogicità, che quell'essere non è una persona, laddove è chiaro a chiunque non sia ottenebrato dall'ideologia che quel “grumo di cellule” è un individuo unico e irripetibile, dotato di organi e sensibilità fin dai primissimi stadi della gestazione, e destinato a diventare un individuo razionale e autonomo se non lo si sopprime.

Si è persino negata, come in Italia, l'evidenza che la legge che pure rende lecito a determinate condizioni l'aborto si fonda sul riconoscimento del “valore sociale della maternità” e si prefigge innanzitutto come obiettivo la tutela della “vita umana dal suo inizio”, non considerando dunque l'aborto come un diritto inalienabile, ma subordinandolo all'esperimento di tutti i tentativi possibili per superare le cause che portano all'interruzione di gravidanza. E si continua ostinatamente a considerare come un'offesa ai diritti della donna, in Italia e altrove, persino la possibilità di assicurare l'affidamento del figlio indesiderato in adozione come alternativa alla sua soppressione.

Si tratta di una ostinazione cieca, rancorosa, che non ha più nulla a che fare non soltanto con qualsiasi concezione universalistica dei diritti soggettivi, come abbiamo visto, ma nemmeno con la possibilità di una razionalità pragmatica condivisa che possa mediare tra visioni del mondo differenti. Essa è soltanto il risultato inevitabile dell'ossessione ideologica, che crea una para-realtà alienata, fittizia, senza più connessione con i fatti, e con le basi comuni della natura umana.











venerdì 5 febbraio 2021

Il metodo educativo di don Bosco e quello di don Milani






Il metodo educativo cattolico di San Giovanni Bosco è stato purtroppo sostituito da quello anticattolico di don Lorenzo Milani.

di Cristina Siccardi (03-02-2021)

Il 31 di gennaio è stata la ricorrenza di san Giovanni Bosco (1815-1888), occasione per riflettere, in questi malaugurati tempi di trascuratezza, per usare un eufemismo, sull’educazione della gioventù e per comprendere il peso della pedagogia negativa, sempre più distante dai valori fondativi di una formazione equilibrata e stabile delle creature umane. La vincente e salutare pedagogia preventiva di don Bosco, fondata su tre colonne, Ragione, Religione e Amorevolezza, è stata sostituita, perlopiù, dai sistemi rivoluzionari inaugurati da Maria Montessori (1870-1952) da un lato e da don Lorenzo Milani (1923-1967) dall’altro, la cui amalgama si è trasformata in una caotica e deleteria cultura della diseducazione, priva dei connotati autorevoli della sana gerarchia dei ruoli: il maestro zelante (non l’amico) e l’allievo (fatto di anima e di corpo).

Il Metodo preventivo della vincente pedagogia di don Bosco era fondato su tre colonne: la Ragione, la Religione, l’Amorevolezza. La Ragione era basata sul diritto naturale e sul diritto divino e, dunque, ricca di buon senso, di armonia e di ferma consapevolezza del creato e della sfera trascendente. La Religione era Cattolica, unita, quindi, alle verità evangeliche, trasmesse da Santa Madre Chiesa, senza contaminazioni ateiste, liberali, massoniche, socialiste, relativiste… L’Amorevolezza che il fondatore dei Salesiani esigeva per i suoi educatori era determinante per capire al meglio l’alunno, quanto quest’ultimo, come persona fatta di anima e di corpo, fosse importante per Dio e, dunque, per la missione educativa dell’insegnante.



San Giovanni Bosco desiderava il bene totale dei suoi ragazzi, destinati alla Salvezza eterna grazie al Sacrificio in Croce di Nostro Signore Gesù e per questo li voleva liberare dai peccati. Non c’era competizione con il mondo, né lotta di classe nella metodologia preventiva, che, dunque, non provocava stati di odio, invidie, rancori, ma soltanto solida preparazione spirituale e istruttiva per permettere ai giovani di diventare «buoni cristiani e buoni cittadini» – sintesi mirabile dell’essere persona, rispettata e stimata – qualsiasi mestiere avrebbero poi esercitato.

La gioventù, emigrata nell’Ottocento dalle campagne in cerca di fortuna a Torino, era per la maggior parte in balia della strada e della delinquenza, fu così che il sacerdote piemontese ne salvò a migliaia e migliaia, presentando loro la Via, la Verità, la Vita di Cristo; preparandoli a vivere nel mondo istruiti e professionalmente competenti; consegnando loro le armi della preghiera e dei sacramenti. La moltitudine dei suoi figli, sia sacerdoti che laici, diedero così nel mondo intero la possibilità di costruire, generazione dopo generazione, innumerevoli famiglie cattoliche.

Scrisse l’autore ne Il Sistema Preventivo nell’educazione dei giovani, testo fondamentale per gli educatori salesiani, pubblicato per la prima volta nell’agosto 1877: «Esso [il Sistema preventivo] consiste nel far conoscere le prescrizioni e i regolamenti di un Istituto e poi sorvegliare in guisa che gli allievi abbiano sempre sopra di loro l’occhio vigile del Direttore o degli assistenti, che come padri amorosi parlino, servano di guida ad ogni evento, diano consigli e amorevolmente correggano, che è quanto dire: mettere gli allievi nella impossibilità di commettere mancanze. […]. Il sistema Preventivo rende avvisato l’allievo in modo che l’educatore potrà parlare con il linguaggio del cuore sia in tempo dell’educazione, sia dopo di essa. L’educatore, guadagnato il cuore del suo protetto, potrà esercitare sopra di lui un grande impero, avvisarlo, consigliarlo, e anche correggerlo allora eziandio che si troverà negli impieghi, negli uffici civili e nel commercio».



Ben diverso il pensiero massonico, laico e femminista della Montessori, che percepisce l’educazione come libera spontaneità del bambino, concepito come un agente dell’evoluzione cosmica dell’umanità, non come fragile creatura di Dio, limitata dopo il peccato originale e, dunque, sempre in lotta, dentro e fuori di sé, fra ciò che è bene e ciò che è male. La pedagogia montessoriana si prefigge di stimolare l’energia del minore, considerata particella del fuoco della vita universale, idee acquisite quando aderì al femminismo e all’esoterismo della Theosophical Society, fondata da Helena Blavatsky (1831-1891), filosofa, teosofa, saggista occultista e medium russa, naturalizzata statunitense, e dal colonnello Henry Steel Olcott (1832-1907).

Don Lorenzo Milani, che si può ascrivere a buon diritto nell’alveo della teologia della liberazione, forgiò una pedagogia di carattere squisitamente socio-politico. Le sue polemiche inerenti alla lotta classe, di marxiana impostazione, diedero vita ad un sistema incentrato sulla cosiddetta «presa di coscienza» da parte dei ragazzi della loro disagiata condizione proletaria. I suoi giovani dovevano vivere a scuola 365 giorni all’anno: erano bandite le ricreazioni (tanto care a don Bosco e tanto proficue per la proverbiale gioia dei suoi ragazzi) e persino l’attività fisica perché non dovevano distarsi dalle attività intellettive, le uniche a poterli salvare dalla loro vessata condizione. E dalle aule, dove si indottrinavano le fresche menti, si parlava in circolo ed erano assolutamente prive di immagini sacre, perché la fede era una questione di «cuore», come per l’abate Ferrante Aporti (1791-1858), falsamente proclamato fondatore degli asili in Italia mentre in realtà fu il cattolico Marchese Carlo Tancredi Falletti di Barolo (1782-1838). Don Milani era disposto, come provano le testimonianze, ad umiliare pubblicamente coloro che non pensavano esclusivamente a formarsi per poter competere con le forze del potere. Gli studenti non erano da Milani considerati degli scolari, bensì dei pari agli altri e, dunque, dovevano confrontarsi con gli intellettuali. Non a caso la concezione milaniana verrà presa a modello dal pensiero sessantottino: ogni settimana il prete classista invitava a tenere conferenze oratori come i magistrati Gian Paolo Meucci e Marco Ramat, il direttore del Giornale del mattino Ettore Bernabei, lo storico Gaetano Arfé. Era necessaria, perciò, un’educazione finalizzata a trasmettere gli strumenti per sovvertire il modello dei valori tradizionali in vista di un’emancipazione incisiva nella società italiana in sviluppo. Il suo libro Esperienze Pastorali, inizialmente dotato dell’imprimatur ecclesiastico, fu oggetto di un decreto del Sant’Uffizio del 1958 contenente la proibizione di stampa e di diffusione, direttive che decaddero solo nel 2014. Il testo, spalleggiato all’epoca da Giorgio La Pira (1904-1977) e da don Primo Mazzolari (1890-1959), venne con decisione contrastato da La Civiltà Cattolica (20 settembre 1958), dove il gesuita Angelo Perego commentò in termini negativi l’opera, ritenuta carica di ossessioni e di contraddizioni.



Le testate giornalistiche laiche di quel tempo vedevano di buon occhio le proposte di don Milani e ne presero a parlare in lungo e largo sulle loro colonne. Don Milani, indicato come un esempio da seguire da papa Francesco, disseminava malessere e turbamenti, senza contare che ebbe deleteri rapporti con i suoi studenti (lui stesso denunciò di provare attrazione fisica nei loro confronti) e scrisse di aver tolto la pace, di aver portato contrasti, dissapori e «zizzania». Il maestro della famosa scuola di Barbiana, che divenne punto di riferimento della Rivoluzione culturale sessantottina, nemica di tutto ciò che era tradizione, delle gerarchie, dei doveri di stato, dei valori cattolici, e che abbracciò mortalmente la libertà di impronta illuminista, rivoluzionaria e secolarizzatrice, è totalmente all’opposto di ciò che beneficamente ha rappresentato, in ogni continente, il santo missionario e mistico Giovanni Bosco, protetto di Maria Ausiliatrice, per la quale fece erigere il magnifico Santuario di Valdocco.

(Fonte: Corrispondenza Romana)






giovedì 4 febbraio 2021

Morte per eutanasia approvata in Portogallo










Giorgio Vader
30/01/2021, IFN


Ieri pomeriggio il Portogallo ha legalizzato l’eutanasia approvando la legge per la morte medicalmente assistita. Un’ennesima tragedia del mondo democratico in cui sembra essere oramai virtù la soppressione dei più deboli e bisognosi.


Il Portogallo è il quinto Paese europeo a legalizzare quella che con espressione infame viene chiamata «buona morte» dopo Paesi Bassi, Belgio, Lussemburgo e Svizzera, e il nono nel mondo dopo Colombia, Canada, Uruguay e cinque Stati dell’Unione federale nordamericana: Oregon, Vermont, Washington, Montana, Nuovo Messico e California.


La tragedia della tragedia è che l’esito del voto di ieri non era affatto scontato, eppure la Sinistra è riuscita ad avere ragione delle forze conservatrici. Unica isola resta l’obiezione di coscienza, possibile per tutto il personale sanitario implicato. Ogni rifiuto deve essere però motivato e comunicato al morituro almeno 24 ore prima dell’intervento. Ora la parola passa al presidente della repubblica, Marcelo Rebelo de Sousa, confermato nel proprio incarico domenica scorsa, al quale si prospettano tre possibilità: promulgare la legge, apporvi il veto o rimetterla alla Corte costituzionale. Tenue, ma la speranza per la vita ancora esiste.









mercoledì 3 febbraio 2021

Il vescovo Suetta: «Aborto, basta tabù: abrogare la 194»







«C'è assuefazione all'aborto, molti cattolici pensano che ormai la battaglia sia persa. Invece i tempi sono maturi per superare il tabù dell'abrogazione della legge 194». Intervista al vescovo di Sanremo, Suetta, alla vigilia della 43esima Giornata per la vita. «I partiti cercano il consenso, ma se la Chiesa non insiste sulla vita in prospettiva evangelica è difficile che il politico individui il bene comune». La solidarietà al prete "linciato" per il paragone tra aborto e Olocausto: «Ha ragione, il suo è come un martirio, la persecuzione ideologica è l'ostracismo assoluto».


L'INTERVISTA
VITA E BIOETICA
03-02-2021

Nel suo ultimo messaggio alla Diocesi in occasione della 43esima Giornata per la vita che si celebrerà domenica 7 febbraio ha usato parole chiare per definire l’aborto «un delitto, un omicidio che nel 2020 è stata la principale causa di morte nel mondo con i suoi 42,6 milioni di vittime». Più dell’infarto (17,9 milioni), più del cancro (8,7 milioni) e più del covid con i suoi 1,8 milioni di morti. Ma ha denunciato che di fronte all’«atrocità di questa pratica spaventosamente diffusa (…) tanto “buonismo” e tante affermazioni di principio a tutela dei diritti umani vanno a schiantarsi contro la malvagia convinzione che sia possibile sopprimere una vita nel grembo materno».

Il vescovo di Sanremo e Ventimiglia Antonio Suetta (in foto) teme soprattutto una cosa: «L’insistente propaganda che tende ad assuefare le coscienze» e il fatto che «molti cristiani si avventurano a dire sciaguratamente che sia legittimo o addirittura doveroso garantire una sorta di “diritto all’aborto”». La Bussola lo ha intervistato alla vigilia della ricorrenza.

Eccellenza, che cos’è l’assuefazione all’aborto?

È il diffondersi della legislazione sull’aborto a livello mondiale, che produce una mentalità dilagante che fa considerare che quello che viene autorizzato e approvato dalla legge civile sia automaticamente accettabile sotto il profilo morale. Non è così, la legge naturale viene calpestata, si impone una concezione dell’uomo al centro dell’universo e i diritti dell’uomo vengono posti in una visione limitata e limitante. Si passa per diritto ciò che non è nemmeno un bisogno, è un capriccio.

Eppure, non se ne parla…

Noto purtroppo con grande preoccupazione che la vis polemica che era tipica di qualche tempo fa oggi è scomparsa.

Anche il mondo cattolico?

Spero che non sia per le stesse ragioni, ma credo che da parte di molti credenti ci sia l’idea di considerare questa come una battaglia persa. Molti pensano che tutto quello che si poteva dire sia stato detto, quello che si poteva fare sia stato fatto, d’altra parte il Catechismo e il Magistero sono molto chiari. E così si pensa, sbagliando, che sia ormai inutile e inefficace portare avanti questa battaglia. C’è chi lo fa con la prospettiva che è quella di non esasperare o di non toccare i temi cosiddetti divisivi, però questo mi pare conduca a un grande equivoco, perché è vero che con molte persone di buona volontà noi cattolici possiamo condividere tante positive visioni della vita, ma non è possibile creare una sorta di livellamento in basso e al male oggettivo.

La Giornata per la vita nasce dopo l’approvazione della legge 194 che liberalizza l’aborto. Ma è una giornata ormai solo di semplice testimonianza. Quando secondo lei il mondo cattolico ha abbandonato le armi?

Ho vissuto da seminarista la stagione della lotta contro la legge nel ’78, la Chiesa combatté coraggiosamente, ho vissuto nel mondo della scuola i dibattiti, io da insegnante di religione, con i docenti, spesso di Filosofia e di Sinistra. E con la testimonianza di Santa Madre Teresa di Calcutta e gli esempi del grande movimento pro-life americano abbiamo toccato vette di dialettica importanti, poi però, direi dopo la morte di San Giovanni Paolo II questo spirito si è andato un po’ perdendo. Non perché i pontefici che gli sono succeduti abbiano trascurato di dire una parola chiara, anzi, ma forse perché la cultura dominante ha impoverito la riflessione, cercando di distogliere l’attenzione.

In che modo?

La cultura che è frutto della scristianizzazione e nello stesso tempo punta a una ulteriore e definitiva cancellazione dei cristiani ha pensato di poter sferrare un attacco decisivo.

Quando?

Ad esempio il mondo cattolico è stato aggredito dalla questione della pedofilia. Questione che andava affrontata, perché è una piaga consistente e distruttiva dentro la vita della Chiesa certo, però mi pare che da parte dei poteri dominanti e nella maggior parte dei media in mano a questi poteri, si sia usato questo argomento per screditare la Chiesa nel tentativo di toglierle voce e autorevolezza su tutte le altre questioni su cui è chiamata a pronunciarsi.

Il risultato oggi è che dire che l’aborto è un omicidio è fonte di impopolarità e a volte di rischio.

La forma del linguaggio ha il suo valore dal punto di vista della comunicazione. Oggi si tende a parlare di omicidio e si intendono determinati avvenimenti, poi si parla di efferati delitti e se ne intendono altri, quelli che sono da tutti riconosciuti come delitti efferati, come la violenza sul minore o sulle donne, poi però sembra che l’aborto, da un punto di vista lessicale, sia relegato a una categoria a sé stante: questa mancanza di chiarezza da punto di vista linguistico serve a supportare quella concezione sbagliata per cui ciascuno, credente o no, sia libero di ritenere l’aborto lecito o non lecito, ma ritenga che tuttavia sussista una sorta di diritto all’aborto da parte di chi lo richiede. Questo non è accettabile. Il fatto stesso che l’argomento dell’aborto sia relegato alla voce “salute riproduttiva” è improprio.

Non trova che il problema sia anche politico? Oggi nessun partito è davvero contrario all’aborto, I pochi che ne parlano in termini negativi si fermano al sostegno alle donne che decidono di non abortire. Lodevole, ma insufficiente…

Uno dei fattori dominanti nella vita politica è quello di cercare il consenso. Chi fa politica vuole realizzare i suoi programmi, ma si ferma a una considerazione troppo superficiale della popolarità che fa ritenere che quello che non riscuote successo, o peggio che viene deriso e emarginato perché ritenuto oscurantista, non possa essere detto. Dovremmo interrogarci anche noi su questo.

In che senso?

L’unico modo per combattere efficacemente questa attitudine sbagliata è quello che la Chiesa insista sempre di più nel presentare diffusamente la dottrina. Dobbiamo porci il problema non solo di avvicinare le persone a un senso di Dio, a una spiritualità, alla preghiera e al servizio del prossimo, ma nello stesso tempo bisogna rendere consapevoli i credenti che la fede ha un suo patrimonio nel depositum di verità che va praticata. Se la vita non è più concepita secondo la prospettiva evangelica diventa più difficile per chi si impegna in campo politico individuare correttamente il bene comune.

Oggi dell’aborto sappiamo tante cose: conosciamo le sue ricadute psicologiche, abbiamo gli strumenti per aiutare le donne, la scienza toglie anche le “scuse” che un tempo erano usate. Eppure, parlare di abrogazione della legge 194 è ancora tabù.

È vero. Le donne che hanno affrontato la tentazione dell’aborto testimoniano di aver compreso l’errore e le donne che sono cadute nella trappola dell’aborto hanno capito il male profondo che sta dentro questa scelta contro la vita, i grandi progressi della scienza medica, sono tutti fattori che dovrebbero essere a favore della scelta per la vita. Le condizioni per superare questo tabù ci sono tutte, nulla ci deve impedire di parlare serenamente di un superamento della legge sull’aborto. Non solo evitare il ricorso a essa, ma anche la sua stessa abrogazione dal punto di vista legislativo.

Perché ancora questo tabù, allora?

Il tabù dipende da una posizione ideologica, che è assolutamente rigida e tragica, la quale dipende da una concezione utilitaristica della vita. Sotto sotto, anche se si dice nella maniera più elegante, ma passa l’idea che il rimanere in pochi, sani e belli per stare tutti bene e felici, sia la soluzione migliore. È questa l’idea che oggi serpeggia. È una prospettiva utilitaristica non solo sbagliata, perché mortifica la dignità dell’uomo, ma è miope. Infatti, le società più opulente e progredite sono anche le società più vecchie e spente demograficamente.

Abbiamo scritto di un sacerdote siciliano, padre Bruno De Cristofaro che è stato “linciato” mediaticamente per aver paragonato l’aborto all’olocausto. È anch’egli un martire della verità?

Il cattolico è sempre chiamato a dare testimonianza con la disponibilità di dare anche la vita, ma anche laddove non si raggiungano questi fenomeni di persecuzione fisica e cruenta, la persecuzione ideologica è una sorta di ostracismo assoluto nei confronti dei cristiani da parte dell’intellighenzia e dei media. Credo che la vicenda di padre De Cristofaro, a cui va la mia solidarietà, la mia comprensione e la mia condivisione, sia emblematica di questa situazione.

Aborto come l’olocausto?

È un paragone, non significa negare una tragedia, non significa dire che una tragedia è peggiore di un'altra, ma è un sottolineare come la diversità delle modalità o del contesto non possano essere mai un’attenuante rispetto all’aggressione della vita umana.

È stato attaccato per aver parlato di Mengele…

Il ragionamento di De Cristofaro era giusto, ha fatto riferimento alla barbarie di Mengele, il quale aveva tracciato una linea sul muro e usava quella linea come criterio di selezione. Non ha avallato in nessun modo, né ha attenuato la tragedia dell’Olocausto, che, ribadisco anche io in tutta la sua gravità e la sua vergogna. Ma la stessa cosa va detta anche oggi: l’aborto c’è e, pur nella diversità di contesto, ha lo stesso valore in gioco, la stessa responsabilità.













SOLIDARIETÀ A PADRE BRUNO DE CRISTOFARO. L'aborto è un olocausto










COMUNICATO STAMPA
DI SOLIDARIETÀ A PADRE BRUNO DE CRISTOFARO


L’Osservatorio Internazionale Cardinale Van Thuân, in linea con le proprie finalità istituzionali di promozione della Dottrina Sociale della Chiesa, esprime la propria solidarietà a padre Bruno de Cristofaro, religioso e sacerdote che offre il proprio servizio pastorale nella città di Marsala (TP), Diocesi di Mazara del Vallo.

In occasione della Giornata della Memoria celebrata il 27 gennaio scorso, con un video pubblicato su youtube, il giovane sacerdote, con argomentazione chiara e logica, ha richiamato le coscienze dei fedeli all’olocausto dei nostri giorni che vede come vittime indifese – come lo furono i milioni di deportati nei campi di concentramento nazisti – i tanti bambini uccisi nel grembo materno attraverso la pratica, ingiustamente legalizzata, dell’aborto.

La Chiesa Cattolica, rispondendo all’invito del Suo Fondatore e Capo, Gesù Cristo, è sempre stata accanto a tutte le vittime di ogni tipo di persecuzione cercando di offrire la speranza che tante volte sembra essere smarrita. Le parole del Cardinal Van Thuân, faro del nostro Osservatorio, ci impegnano a farci carico del ricordo della speranza per ogni uomo: «Non di rado, nel mondo moderno, ci sentiamo perdenti. Ma l’avventura della speranza ci porta oltre. Un giorno ho trovato scritto su un calendario queste parole: “Il mondo è di chi lo ama e sa meglio dargliene la prova”. Quanto sono vere queste parole! Nel cuore di ogni persona c’è un’infinita sete d’amore e noi, con quell’amore che Dio ha effuso nei nostri cuori, possiamo saziarla».

È l’amore a Cristo che spinge questo giovane sacerdote a rammentare che il crimine dell’aborto sottostà alle stesse logiche dell’Olocausto perpetrato dai Nazisti e da ogni Totalitarismo che, nel corso dei secoli, ha dimenticato la sacralità e l’inviolabilità dell’essere umano sin dal concepimento.

È l’amore a Cristo che spinge i tanti sacerdoti a ricordare, nel segreto delle coscienze, che la speranza donata da Cristo, sostiene tutti gli esseri umani e, in questo modo, è offerta a tutte le donne, prime vittime, loro malgrado, nel decidere per l’inumano gesto dell’aborto.

È l’amore a Cristo che, in situazioni come queste, ci spinge con forza a ricordare che la società, quando si allontana dalla ricerca della verità sull’essere umano, concepisce leggi che invece di aiutare la vita e coloro che ne sentono il peso, legalizza atrocità che segnano profondamente gli animi delle donne e di coloro che si rendono strumenti di morte.

Le parole del religioso gli hanno procurato un duro attacco mediatico evitando di porre l’attenzione sul problema reale: l’aborto è un crimine contro un essere umano indifeso.

Come notato da qualcuno che ha preso le difese del giovane sacerdote, già San Giovanni Paolo II ha ricordato la stretta connessione tra aborto e Olocausto.

Pertanto, l’Osservatorio Van Thuân esprime il proprio sostegno a padre Bruno de Cristofaro e a tutti coloro che si fanno promotori e diffusori della verità sull’essere umano e auspica che le Autorità Religiose competenti esprimano il proprio appoggio e sostegno pubblico al giovane sacerdote ingiustamente colpito nello svolgimento del proprio servizio a favore della Verità, con l’intenzione chiara di mostrare al santo popolo di Dio come la Chiesa Santa sia vicina ai Suoi figli testimoni della Parola.



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martedì 2 febbraio 2021

La Candelora nell’antica liturgia romana









2 Febbraio 2021 | Cattolicesimo romanoLiturgia

Le prime origini di questa festa vanno ricercate a Gerusalemme, dove nella Peregrinano Etheriae sin dagli ultimi decenni del secolo IV la troviamo celebrata sotto il nome di Quadragesima de Epiphania.
Gli Orientali il dì dell’Epifania celebrano altresì la prima apparizione del Verbo di Dio nell’umana carne. Un editto di Giustiniano nel 542 la introdusse a Costantinopoli, donde poi si diffuse in tutto l’Oriente e giunse a Roma. Nella lista Evangeliare del codice di Wurtzburg, la festa «die II mensis februarii» non ha alcun titolo, ed è fuori d’ordine; indizio questo che solo di recente era stata introdotta a Roma. Ma sul finire del secolo VII, Sergio I, greco di origine, ne accrebbe di molto lo splendore, ordinando che fosse preceduta da una processiono penitenziale alla basilica liberiana, al pari delle altre tre grandi feste della santa Vergine.

Con ciò venne fissato meglio il carattere prevalentemente Mariano della solennità, che dapprima presso gli Orientali era piuttosto considerata siccome una festa del Signore.

L’antica denominazione «Υπαπαντή», o «occursus Domini» , ha lasciato tuttavia nell’odierna officiatura delle larghe tracce; cosi che l’invitatorio delle vigilie notturne, le lezioni, la colletta, le antifone ed il prefazio di Natale, ancora celebrano l’incontro del Bambino Gesù con Simeone nel tempio, lasciando piuttosto nell’ombra la purificatio della sua Vergine Madre. Anzi, questo stesso nome non ricorre neppure nel Liber Pontificalis là dove si parla dello statuto di papa Sergio relativamente al dies sancti Simeonis; per trovarlo la prima volta nei documenti liturgici romani, bisogna ricercare nel Sacramentario Gelasiano, dove però la denominazione di purificatio tradisce un’origine gallicana.

La processione stazionale era troppo penetrata negli usi liturgici di Roma, perchè il silenzio del Gelasiano su tale particolare ci autorizzi a ritenere che essa allora non fosse stata peranco istituita.
Papa Sergio dové certamente appoggiarsi a dei precedenti. Il Sacramentarlo Gregoriano del tempo, d’Adriano I la ricorda indubbiamente; anzi, in un Ordo Romanus dei Codice di sant’Amando edito dal Duchesne, abbiamo ancora una preziosa descrizione del rito giusta il quale si svolgeva circa l’anno 800.
All’aurora del 2 febbraio, dai vari titoli e diaconie della città partivano altrettante processioni parrocchiali, che si dirigevano verso il foro romano, alla chiesa di sant’Adriano. A diradare le tenebre della notte per quelle vie ingombre delle rovine degli antichi edifici della Roma imperiale, i fedeli sostenevano delle candele accese, mentre il clero salmodiava e cantava antifone, cui il popolo rispondeva col solito grido: Kyrie eleison. Appena il Papa giungeva coi suoi diaconi alla basilica del martire Adriano, entrava nel secretarium, e in segno di penitenza assumeva la penula nera ; lo stesso facevano i suoi assistenti. Indi il clero e le varie scholae dei cantori erano ammessi alla presenza del Pontefice, per ricevere di sua mano la candela.

Terminata questa distribuzione, i cantori intonavano l’antifona d’introito: Exsurge, Domine, conservata tuttavia nell’odierno Messale, ed il Papa faceva il suo ingresso solenne nel tempio di sant’Adriano. Dopo l’introito seguiva il canto del Kyrie, come in tutte le altre messe; appresso veniva la colletta, – oggi conservata solo nel Sacramentario Gregoriano – e cominciava lo sfilare della processione.
Il ricordo della antica litania septiformis sopravviveva ancor tanto nell’uso liturgico di Roma, che il popolo anche nel IX secolo si divideva in sette turme, e ciascuna era preceduta dalla propria croce. In seguito, nel tardo medio evo, troviamo che alle croci si erano sostituite diciotto immagini del Salvatore e della Vergine, tra le più venerate della Città. Il Papa andava a piedi scalzi, ed era preceduto da due accoliti con candele accese in mano, mentre aveva ai lati il suddiacono che agitava il turibolo fumigante d’incenso.

Due staurofori recavano ciascuno una croce innanzi al Pontefice, cui seguivano ordinatamente le scholae dei cantori salmodienti. La processione, attraverso i Fori di Nerva e di Traiano, si dirigeva verso l’Esquilino, lasciando a destra il titolo di Eudossia; indi scendeva il clivo presso santa Lucia in Silice; dietro l’abside del titolo d’Equizio risaliva di bel nuovo la lieve sopraelevazione del colle ove sorge il titolo di Prassede, e di là muoveva dritta alla volta della basilica liberiana. Le «scholae» eseguivano delle antifone e dei responsori greci tradotti in latino, conservati tuttavia nel Messale; il clero cantava salmi o rispondeva coll’acrostico responsoriale, sinché all’avvicinarsi a santa Maria Maggioro s’intonava la litania ternaria, cosi detta, perchè in essa ciascuna invocazione si ripeteva tre volte.
Dopo la processione seguiva la messa, in cui però, giusta l’antico rito stazionale, non si recitava né il Kyrie, né il Gloria.

Gli antichi documenti liturgici romani punto non ricordano una benedizione speciale delle candele. Queste, d’altra parte, erano distribuite a Roma in tutte le altre processioni notturne, senza costituire una caratteristica particolare della festa dell’Ipapante. Bisogna discendere sino al secolo X, per trovare descritto il rito di questa benedizione dei cerei in un Sacramentario di Corbia dedicato all’abbate Ratoldo (+ 986).

A Roma, la prima menzione della benedizione delle candele ricorre nell’Ordo di Benedetto canonico, della prima metà del sec. XII.
Ma neppure allora questa benedizione era esclusivamente propria alla festa della «Candelora»; giacché anche nelle altre tre solenni processioni mariane si parla egualmente di cerei benedetti.
Cencio Camerario narra che al tempo suo, il Papa la mattina di questo giorno si recava coi cardinali a santa Martina, e quivi, cantato l’ufficio di Terza, dall’alto d’un trono eretto all’aperto, sulla Via Sacra, innanzi alla porta della basilica, distribuiva i cerei, benedetti precedentemente dal più giovane dei preti cardinali. Si cantava Sesta nella vicina basilica di sant’Adriano, ove dai vari titoli di Roma conveniva colle immagini e le croci il clero parrocchiale col popolo. Quando tutti erano raccolti, sfilava la processione.

Invece dei consueti calzari, il Papa usava per via un paio di sandali, che però si toglieva alla porta di santa Maria Maggiore, dove faceva il suo ingresso a piedi scalzi; motivo per cui prima di celebrare la messa stazionale, egli si ritirava nel sacrario, dove i suoi cubicolari tenevano già pronta l’acqua calda per lavargli i piedi.





(Cardinale Alfredo Ildefonso Schuster OSB, Liber Sacramentorum. Note storiche e liturgiche sul Messale Romano. Vol. VI. La Chiesa Trionfante (Le Feste dei Santi durante il ciclo Natalizio) (terza tiratura), Torino-Roma, 1930, pp. 205-207)