sabato 24 ottobre 2026

Scontri e devastazioni: è l'esito della distruzione della famiglia




Non ci si può stupire oggi della violenza dilagante, dei giovani e non solo, quando si è voluto sistematicamente distruggere il nucleo fondante della società, a partire dall'introduzione della legge sul divorzio. L'ordine sociale si può fondare soltanto su un qualcosa di oggettivo che precede lo Stato, ovvero la legge naturale. Sulle violenze giovanili della scorsa settimana e sulle reazioni di stampa e politica, il Venerdì della Bussola con Stefano Fontana e Francesca Romana Poleggi.


 24-10-2026

Non ci si può stupire oggi della violenza dilagante, dei giovani e non solo, quando si è voluto sistematicamente distruggere il nucleo fondante della società, a partire dall'introduzione della legge sul divorzio. Quaranta anni fa erano pochi i bambini a scuola che venivano da genitori separati, e non a caso erano considerati i bambini più problematici; oggi il rapporto si è invertito, è difficile trovare bambini con genitori regolarmente sposati.

I dibattiti e le polemiche di questi giorni mettono in evidenza che nel nostro Paese non c'è una visione condivisa del bene comune, ma solo visioni ideologiche contrapposte su ordine e disordine. L'ordine sociale si può fondare soltanto su un qualcosa di oggettivo che precede lo Stato, ovvero la legge naturale.

Alla scuola oggi si chiede di tutto meno quello che è fondamentale: insegnare a leggere, scrivere e far di conto. Ma è anche importante insegnare il sacrificio, la fatica per raggiungere un obiettivo. Per questo è assurdo e diseducativo evitare le bocciature, i brutti voti. Le punizioni sono importanti, perché così i ragazzi capiscono la responsabilità e le conseguenze logiche che hanno le azioni.

Anche la Chiesa oggi non è di aiuto perché pensa solo a non essere divisiva, a non scomodare, a non fare proselitismo. E finché rimarranno questi vertici nella Chiesa italiana non c'è certo speranza che si inverta la rotta.

Oggi l'unica risposta possibile è la decisione e la responsabilità di ogni persona, di ciascuno di noi, laddove siamo, ad affermare la verità, a costruire il bene.

Sulle violenze giovanili della scorsa settimana e sulle reazioni di stampa e politica, il Venerdì della Bussola con Stefano Fontana, direttore dell'Osservatorio Van Thuan sulla Dottrina sociale della Chiesa, e Francesca Romana Poleggi, insegnante e membro della direzione di Pro Vita & Famiglia.

Per approfondire il tema, acquista il videocorso di Dottrina sociale organizzato da Bussola e Osservatorio Van Thuan e intitolato "Ordine e disordine sociale: alle radici dell'insicurezza".







Vaticano, vietato l’ingresso nella Basilica di San Pietro ai tradizionalisti della Messa in latino: tensione per la processione di domani




Articolo della vaticanista Franca Giansoldati, pubblicato poco fa sul quotidiano Il Messaggero.



Franca Giansoldati, 24-10-2026

Rischia di trasformarsi in un braccio di ferro con le autorità vaticane l’annuale pellegrinaggio dei Cattolici tradizionalisti legati alla Santa Messa tradizionale celebrata secondo il Missale Romanum del 1962, l’ultima edizione promulgata da San Giovanni XXIII prima della riforma liturgica seguita al Concilio Vaticano II. Domani mattina alcune centinaia di fedeli, arrivati a Roma da diversi Paesi, dovrebbero raggiungere in processione la Basilica di San Pietro in Vaticano per venerare le reliquie di San Pietro apostolo. Ma questa volta, secondo quanto riferito dagli organizzatori, la Segreteria di Stato avrebbe comunicato il divieto assoluto di ingresso in Vaticano, provocando sconcerto e aprendo interrogativi su quanto potrebbe accadere all’arrivo del corteo.

La decisione appare ancora più difficile da comprendere agli occhi dei promotori perché, meno di tre mesi fa, l’allora Arciprete della Basilica di San Pietro in Vaticano, il card. Mauro Gambetti O.F.M.Conv., aveva autorizzato con una lettera una breve celebrazione presso uno degli altari laterali.

Un permesso che sembrava garantire, come negli anni passati, il regolare svolgimento di un appuntamento organizzato da quindici anni e che ora, improvvisamente, sembrerebbe stato superato da disposizioni di segno opposto.

«Siamo scioccati da questo divieto», hanno ripetuto gli organizzatori durante il convegno svoltosi oggi pomeriggio al Pontificio Istituto Patristico Augustinianum, dove per ore si è cercato di comprendere le ragioni della decisione e soprattutto di stabilire come comportarsi domani.

Il programma prevede alle ore 10 la recita del Rosario e la partenza della processione (autorizzata dalla Questura) dalla Chiesa dei Santi Celso e Giuliano in Banchi, con arrivo previsto in piazza San Pietro intorno alle ore 11. Resta però da capire se il corteo potrà avvicinarsi alla Basilica di San Pietro in Vaticano, se interverrà la Gendarmeria vaticana sul confine vaticano e quali disposizioni saranno concretamente applicate. «È possibile che qualcuno voglia entrare almeno sul sagrato ugualmente», osservano alcuni partecipanti, senza nascondere il rischio di momenti di tensione.

A rendere particolarmente delicata la vicenda è anche la distinzione, rivendicata con forza dagli organizzatori, tra i fedeli legati alla liturgia tradizionale e la Fraternità sacerdotale di San Pio X, fondata dall’Arcivescovo Marcel Lefebvre. I promotori sottolineano di non appartenere alla Fraternità e di non avere alcun coinvolgimento nelle Consacrazioni episcopali senza mandato pontificio avvenute quest’estate a Écône, che hanno ulteriormente aggravato la frattura con Roma. «Noi non siamo scomunicati. Noi siamo cum Petro et sub Petro», ripetono, rivendicando la piena comunione con il Romano Pontefice e respingendo qualsiasi assimilazione ai gruppi che contestano l’autorità della Santa Sede. Il loro interrogativo è soprattutto ecclesiale: perché impedire l’accesso alla Basilica di San Pietro in Vaticano a fedeli cattolici che intendono pregare sulla tomba di San Pietro?

Il malessere è emerso con particolare evidenza nell’intervento di Christian Marquant, presidente dell’associazione francese Oremus-Paix Liturgique, arrivato a Roma per partecipare all’incontro. Secondo Marquant, all’origine delle incomprensioni ci sarebbe una conoscenza insufficiente del mondo tradizionalista da parte delle autorità ecclesiastiche.

«È ben triste essere ignorati dalla gerarchia della Chiesa. Ignorati nel senso letterale: non sanno chi siamo, che cosa facciamo. Non conoscono altro che la Fraternità sacerdotale di San Pio X, e anche quella assai male», ha denunciato.

Christian Marquant ha inoltre raccontato di un tentativo di far conoscere direttamente a Papa Leone XIV la situazione dei fedeli legati alla liturgia antica, attraverso mons. Athanasius Schneider O.R.C., ricevuto in udienza nel dicembre scorso. Secondo la ricostruzione riferita dal presidente dell’associazione Oremus-Paix Liturgique, durante quel colloquio Papa Leone XIV avrebbe commentato la celebrazione dell’anno precedente nella Basilica di San Pietro in Vaticano con una frase destinata ad alimentare ulteriori interrogativi: «Quella Messa è stata strumentalizzata».

La vicenda riporta al centro una questione che continua ad attraversare il pontificato di Leone XIV: quale spazio riconoscere ai cattolici legati alla liturgia precedente alla riforma conciliare e come distinguere la sensibilità tradizionale, vissuta all’interno della comunione ecclesiale, dalle posizioni di aperta contestazione dell’autorità pontificia. Per il momento resta soprattutto l’incertezza su quanto accadrà domani mattina. Dopo quindici anni di pellegrinaggi, i fedeli della Santa Messa tradizionale potrebbero trovarsi davanti a un limite mai incontrato prima: non poter raggiungere la Basilica di San Pietro in Vaticano per pregare sulla tomba dell’Apostolo al quale dichiarano di voler restare fedeli.







venerdì 23 ottobre 2026

Perché il Rosario fa raggiungere le vette della vita cristiana?






1. San Luigi Grignon de Montfort afferma che il Rosario è perfettamente compatibile con la contemplazione. Tanti santi che sono stati devoti al Rosario hanno raggiunto il più alto livello della contemplazione.

2. Così scrive il Monfort: “Molte persone di talento e grandi dottori, ma spiriti forti ed orgogliosi, non vi consiglieranno molto il Santo Rosario; vi porteranno piuttosto a recitare i sette salmi penitenziali o qualche altra preghiera di quel tipo. Se qualche buon confessore ti ha dato come penitenza un Rosario da dire durante quindici giorni o un mese, non hai che da andare a confessarti da quacuno di questi signori perché la tua penitenza sia cambiata in qualche altra preghiera, in digiuni, messe o elemosine. Se anche consulti qualche persona di preghiera, come ne esistono al mondo, che non conosca affatto per sua esperienza l’eccellenza del Rsario, non soltanto non lo consiglierà a nessuno, ma ne distoglierà altri per indirizzarli alla contemplazione, come se il Rosario e la contemplazione fossero incompatibili, come se tanti santi, che sono stati devoti al Rosario, non avessero raggiunto il grado più alto della contemplazione” (Il segreto ammirabile del Santo Rosario, n.149).

3. D’altronde il Rosario è prevalentemente contemplazione. La recita delle Ave è funzionale al “guardare” i Misteri rappresentati. Da questo punto di vista si potrebbe dire che quella del Rosario è una contemplazione non lasciata a se stessa, non contornata dal semplice silenzio, bensì sostenuta dal tono della preghiera orante.

4. Papa Giovanni Paolo II, nel Rosarium Virginis Mariae (n. 12, 16 ottobre 2002), dice: “Il Rosario, proprio a partire dall’esperienza di Maria, è una preghiera spiccatamente contemplativa”. E nel Direttorio su pietà popolare e liturgia (n.197, 2002), della Congregazione perr il culto divino e la disciplina dei sacramenti, troviamo scritto: “Il Rosario è una preghiera essenzialmente contemplativa”.



Zuppi firma la resa dei vescovi italiani (indovinate a cosa)



Il presidente dei vescovi italiani ha presentato le "schede per la conoscenza dell'islam", progetto della CEI realizzato in collaborazione con studiosi musulmani e destinato a insegnanti di religione e studenti. Schede che non fanno i conti con la realtà islamica, ma che soprattutto rovesciano il dovere di integrazione e stravolgono l'insegnamento della religione cattolica.


SCUOLA

Resa all'islam


Riccardo Cascioli, 23-10-2026

Cosa vuol dire conoscere l’islam? Ed è il compito della Chiesa italiana promuovere l’islam? Sono le prime domande che sorgono spontanee dopo aver assistito alla «Presentazione delle schede per la conoscenza dell’islam», avvenuta il 21 ottobre nei locali dell’Ambasciata italiana presso la Santa Sede. Promotrice dell’iniziativa è proprio la Conferenza Episcopale Italiana (CEI) - presente il suo presidente, cardinale Matteo Zuppi (nella foto insieme al presidente dell'UCOII, Yassine Baradai) - in collaborazione con il Pontificio Istituto di Studi Arabi e Islamistica (PISAI), e con la partecipazione dei rappresentanti delle principali sigle islamiche in Italia (vedi locandina nella foto).




Promotori e collaboratori di gran peso, dunque, e significativa anche la sede dell’incontro che indica un coinvolgimento ai massimi livelli nel progetto, soprattutto in un momento in cui alcune sigle dell’islam in Italia stanno spingendo per il riconoscimento ufficiale dello Stato italiano.

Molto ambizioso anche il progetto, destinato agli insegnanti e agli studenti dell’Ora di religione cattolica, chiamati a formarsi su queste schede, che – dipendesse dal cardinale Zuppi – tutti i cattolici, e non solo, dovrebbero studiare; perché noi italiani – dice sempre il presidente della CEI – siamo tutti ignoranti e pieni di pregiudizi nei confronti dell’islam.

Il progetto consiste in 11 schede che intendono presentare sinteticamente i principali aspetti della religione islamica, la sua storia, la sua teologia, “convergenze e divergenze con il cristianesimo”, la sua presenza in Italia. Non è tutto l’islam, come è stato spiegato dai curatori, ma certamente «l’islam autentico», garantito dalla serietà e dalla competenza di chi ha redatto queste schede, un gruppo di lavoro paritetico di studiosi cattolici e islamici (e anche questo è un aspetto da tenere presente su cui torneremo). Per completezza c’è da aggiungere che per il cardinale Zuppi questa «conoscenza condivisa è il contrario dello scontro di civiltà», contro cui si scaglia tirando in ballo anche alcuni giornali i cui titoli – dice con forza il presidente della CEI - «sono pericolosi, da islamofobia».

In realtà, ad essere pericolosa e sconsiderata è questa operazione della CEI. E per svariati motivi, a cominciare dal contenuto stesso delle schede. Non si mette in discussione l’autorevolezza dei redattori e l’esattezza delle informazioni, ma già a una prima lettura appare evidente che c’è un pregiudizio positivo che tace o minimizza gli aspetti più problematici dell’islam. Evidente quando si parla di fondamentalismo: chi si accostasse per la prima volta alla religione islamica leggendo queste schede avrebbe l’impressione che il fondamentalismo sia un aspetto marginale, rifiutato dalla stragrande maggioranza dei musulmani, una riedizione in chiave religiosa della vecchia giustificazione sui “compagni che sbagliano”.

Ma se così è, come spiega il cardinale Zuppi che non c’è un solo Paese islamico al mondo dove ci sia una vera libertà religiosa? E che tutti i rapporti internazionali confermino di anno in anno che i regimi islamici sono la prima causa di sofferenza per i cristiani, con ben 34 Paesi islamici tra i primi 50 per la persecuzione anticristiana? E per stare all’Italia, come spiegherebbe il presidente della CEI il moltiplicarsi nelle nostre strade di donne completamente coperte fino agli occhi, segnale evidente di quale islam si stia affermando? In un recente Venerdì della Bussola, l’on. Souad Sbai, presidente dell’Associazione Donne Marocchine in Italia, ha testimoniato delle violenze quotidiane contro le donne di cui è testimone, ha ricordato le donne musulmane uccise in Italia, convertite al cristianesimo o meno; e ancora, abbiamo visto proprio in queste settimane la costituzione di una Camera arbitrale islamica, un tentativo di imporre una giustizia parallela a quella dello Stato italiano.

E si potrebbe continuare a lungo sulle “amnesie” di queste schede. Conoscere l’islam significa anche fare i conti con la realtà. In questo senso un predecessore di Zuppi alla guida dell’arcidiocesi di Bologna, il cardinale Giacomo Biffi, si dimostrò molto più lungimirante nella famosa Lettera pastorale alla Chiesa di Bologna del settembre 2000.

Ma anche se le schede fossero assolutamente corrette, il progetto CEI – che come ha tenuto a precisare lo stesso Zuppi è un “processo”, quindi si arricchirà di altri capitoli – sarebbe comunque sciagurato.

Essenzialmente per due motivi: anzitutto perché se il tema è l’integrazione, il dialogo invece che lo scontro, sono le comunità islamiche chiamate a integrarsi nella cultura italiana e non viceversa. Dovrebbero essere i centri culturali islamici a organizzare incontri e sussidi per spiegare ai fedeli musulmani cosa è il cattolicesimo, ma di questo non c’è traccia. Come mai ai responsabili delle organizzazioni islamiche presenti mercoledì all’ambasciata non è mai venuta un’idea del genere (e mai verrà)? Conoscere l’islam è cosa opportuna ma che gli immigrati di altre religioni imparino cos’è il cattolicesimo dovrebbe essere obbligatorio.

E qui veniamo al secondo motivo, il più importante visto che parliamo della CEI: l’ora di religione cattolica a scuola potrebbe davvero essere un’occasione anche per gli studenti che provengono da altre religioni; invece la CEI vuole rendere obbligatorio per insegnanti di religione cattolica e rispettivi studenti lo studio dell’islam e anche delle altre religioni (le schede sono state già preparate per l’ebraismo e seguirà il resto). In questo modo, oltre al resto, si sta subdolamente cercando di trasformare l’ora di insegnamento della religione cattolica in una sorta di Storia delle religioni, una proposta che da almeno venti anni anni torna periodicamente di attualità grazie a iniziative del mondo politico, della scuola e, ahinoi, anche dall’interno della Chiesa. Due anni fa era stato addirittura il vescovo di Pinerolo, monsignor Derio Olivero, presidente della Commissione CEI per l’Ecumenismo e il Dialogo, a chiedere questa riforma, motivandola con il solito ritornello del “cambiamento d’epoca” che avrebbe trasformato l’Italia in una società multiculturale e multireligiosa.

Finora tali proposte si sono scontrate con il fatto che sarebbe necessario rimettere mano al Concordato tra Stato e Chiesa cattolica, ma evidentemente i vertici della CEI hanno pensato di aggirare l’ostacolo procedendo a cambiamenti di fatto. Già oggi l’ora di religione prevede che si parli delle altre confessioni, ma proprio perché l’ora scolastica riguarda l’insegnamento della religione cattolica, questa è anche il criterio con cui accostarsi alle altre religioni. Non per creare pregiudizi, al contrario, per conoscerle sotto una luce vera. Da questo punto di vista è significativo, nel senso di un cambiamento che si vuole imprimere, che le schede proposte ora dalla CEI siano redatte in collaborazione con teologi islamici. E infatti, come abbiamo accennato, hanno gravi carenze.

A suo tempo il cardinale Biffi disse «che l’Europa o ridiventerà cristiana o diventerà musulmana». Il suo successore, il cardinale Zuppi, ha fatto la sua scelta: gioca per l’islam.







Il Principe Alois del Liechtenstein ha posto il veto sulla legge pro aborto!



Lo aveva promesso – ed ampiamente motivato – nella bellissima intervista condotta di Alexandra Fitz e di David Selee, pubblicata il 16 giugno sul quotidiano Liechtensteiner Vaterland (QUI).

Ora, a distanza di quattro mesi e dopo l’approvazione da parte del Landtag e un colloquio con il comitato promotore dell’iniziativa, il Principe ereditario Alois del Liechtenstein ha mantenuto la promessa fatta a giugno: ha esercitato il diritto di veto e la legge sull’introduzione della soluzione del termine – con cui si mirava a depenalizzare l’aborto entro le prime dodici settimane – non verrà approvata.

«Il principe ereditario Alois conferma la propria posizione in merito alla regolamentazione dei termini e accoglie con favore la valutazione di miglioramenti mirati», scrive l’Ufficio stampa della Casa Principesca del Liechtenstein. «Dopo un’attenta valutazione, rimane convinto che una regolamentazione basata sui termini non sia idonea a garantire la tutela della vita del nascituro come bene giuridico fondamentale».

QUI la notizia pubblicata sul quotidiano Liechtensteiner Vaterland.

Di seguito – traduzione di MiL  – il comunicato stampa pubblicato il 20 ottobre sul sito della Fürstenhaus von Liechtenstein (Casa Principesca del Liechtenstein).

C’è ancora, nel cuore dell’Europa, un Sovrano cattolico! Viva i Sovrani cattolici!

Lorenzo V.




Ha mantenuto la promessa



Il Principe ereditario Alois conferma la propria posizione in merito alla regolamentazione dei termini e accoglie con favore la valutazione di miglioramenti mirati

20 ottobre 2026 – Sua Altezza il Principe ereditario Alois von und zu Liechtenstein si è occupato approfonditamente negli ultimi mesi della petizione popolare per l’introduzione di una regolamentazione dei termini, nonché delle questioni relative all’interruzione di gravidanza, e ha condotto numerosi colloqui sull’argomento. Dopo un’attenta valutazione, rimane convinto che una regolamentazione basata sui termini non sia idonea a garantire la tutela della vita del nascituro come bene giuridico fondamentale. Il Principe ereditario non approverà pertanto la delibera legislativa del Landtag del 2 settembre 2026 relativa all’introduzione di una regolamentazione basata sui termini per il Liechtenstein.

Allo stesso tempo, il Principe ereditario intravede la possibilità di sviluppare ulteriormente la normativa in vigore dal 2015 attraverso misure mirate. Ad esempio, è favorevole all’abolizione del divieto di pubblicità e sostiene gli sforzi volti a migliorare l’informazione, l’accompagnamento e il sostegno alle donne prima, durante e dopo la gravidanza. «Sono convinto che molte persone condividano l’obiettivo di sostenere al meglio le donne in situazioni difficili e, al contempo, di proteggere la vita del nascituro», spiega il principe ereditario Alois.

Richieste di informazioni per i media:

Ufficio stampa della Casa Principesca del Liechtenstein

Castello di Vaduz








giovedì 22 ottobre 2026

Il fallimento di Amoris laetitia: i compromessi con il mondo e le nebbie della “pastorale” moderna


Collegio di vescovi in dialogo. I personaggi della foto sono 
totalmente inventati (immagine generata con IA di ChatGPT)





di Fabio Vessillifero, 22 ottobre 2026

La presente riflessione prende le mosse dall’articolo del teologo pastoralista Christian Bauer apparso su Settimana News (e originariamente pubblicato su Katholisch.de), dedicato all’incontro dei presidenti delle conferenze episcopali sul post-sinodo di Amoris laetitia.


La roccia eterna della Rivelazione e il pericolo del mondo


Partiamo dal cuore di tutto, da quel tesoro prezioso che ci è stato consegnato e che non possiamo permetterci di svendere o di annacquare. La fede cristiana non è un’opinione che cambia con il vento della storia o con le mode del momento, ma è la Rivelazione di Dio che ci raggiunge attraverso la Sacra Scrittura e la Tradizione viva della Chiesa. Oggi, però, ci troviamo immersi fino al collo in una cultura dominata da un capitalismo predatorio e mercificatorio, un sistema feroce che riduce ogni cosa a merce, a contratto a termine, a consumo emotivo ed esistenziale. Questo spirito del mondo penetra dappertutto e tenta di convincerci che non esistano valori stabili, che tutto sia negoziabile e che l’uomo stesso possa essere comprato, usato e gettato via. In questo scenario di smarrimento, assistiamo a un grave cedimento metodologico: le scienze umane vengono indebitamente assunte come criterio ultimo di discernimento al posto del Vangelo. Si dimentica colpevolmente che è soltanto nel Vangelo che si trova la vera chiave di lettura dell’uomo, perché solo la Parola di Dio rivela il suo vero volto e il suo destino eterno. Nessuna disciplina empirica o sociologica è mai neutrale, poiché porta sempre con sé un’ideologia nascosta; e quando la teologia abdica al suo compito, finisce per accogliere acriticamente le categorie di Immanuel Kant, quelle che pretendono di sbarrare l’accesso alla realtà chiudendo la nostra mente nei confini angusti del puro fenomeno, negandoci la possibilità di cogliere la verità oggettiva delle cose. Contro questa deriva nichilista, noi ribadiamo con forza il primato indiscusso della Rivelazione unita alla grande metafisica, intesa come vera e propria scienza dell’essere, che ci permette finalmente di squarciare il velo dell’apparenza e di cogliere l’essenza profonda della realtà e della creatura umana così come Dio l’ha pensata e voluta.


Il sacramento del Matrimonio e lo scandalo della grazia

È proprio dentro questo scenario di mercificazione che si gioca la battaglia decisiva per l’uomo, a partire dal matrimonio cristiano, che non è un semplice accordo tra due persone finché dura l’amore o finché le cose vanno bene. Il matrimonio è un grande mistero, un sacramento che partecipa direttamente dell’unione sponsale tra Cristo e la Chiesa, e rappresenta quel principio della nuova creazione che il Signore è venuto a donarci come anticipo del suo Regno eterno. Quando sentiamo certe riflessioni teologiche e pastorali che strizzano l’occhio al mondo, come quelle emerse intorno all’esortazione Amoris laetitia, percepiamo il rischio enorme di uno scivolamento sotterraneo verso una visione luterana della grazia, quella logica che assomiglia tanto al pecca fortiter sed crede fortius, dove si finisce per credere che la forza di Dio non serva più a trasformare realmente il cuore e la vita dell’uomo, ma solo a coprire pietosamente le sue debolezze senza pretendere la conversione. Se non si ha più il coraggio di chiamare le cose con il loro nome, e si smette di definire chiaramente “irregolari” le situazioni che contraddicono il disegno di Dio, significa che siamo già scivolati dentro una logica di abbandono della vita di grazia e della sua potenza salvifica.


La forza che eleva e la vera legge della gradualità

La verità che non dobbiamo mai dimenticare è che è la fede e la grazia di Dio che elevano l’uomo e lo strappano al peccato, trasformando la sua esistenza e plasmandone la cultura. Non si tratta affatto di rifiutare o di calpestare il principio della gradualità, purché lo si intenda nel suo senso evangelico e autentico, proprio come quel granellino di senape che viene seminato nella terra e che, giorno dopo giorno, grazie alla pioggia e al sole, cresce lentamente fino a diventare un albero maestoso (Mt 13, 31-32). La gradualità vera non è mai un compromesso al ribasso, non è una comoda legittimazione del peccato trasformato in stile di vita permanente, ma è una pedagogia divina che prende l’uomo lì dove si trova, nella sua miseria e nelle sue ferite, per prenderlo per mano e tirarlo coraggiosamente verso l’alto, verso la santità e verso la pienezza della vita nuova del Vangelo. Se rinunciamo a questa spinta verticale, se ci accontentiamo di accarezzare l’uomo nella sua mediocrità senza chiamarlo alla perfezione cristiana, svuotiamo di senso il sacrificio di Cristo sulla croce e rendiamo inutile il sacramento.


L’architettura invisibile della Sposa di Cristo

Questa visione integrale del matrimonio cristiano custodisce in realtà l’essenza stessa della Chiesa cattolica e del sacerdozio ministeriale, che vive proprio di quella stessa dedizione sponsale e totale che lega Cristo alla sua Sposa. Come ci ricorda mirabilmente san Paolo nella Lettera agli Efesini, Cristo ha amato la Chiesa e ha dato se stesso per lei, per renderla santa e immmacolata, specchio luminoso del suo amore eterno (Ef 5, 25-32). Se crolla la percezione della santità e dell’indissolubilità del vincolo nuziale, crolla inevitabilmente anche il senso del ministero ordinato e la comprensione della Chiesa come mistero di salvezza. Ecco perché non si possono accettare documenti ambigui, formulazioni sfumate o aperture linguistiche che strizzano l’occhio a chi vuole deliberatamente scardinare i fondamenti della fede e della morale cattolica. Ai pastori, ai vescovi e ai teologi che pensano di poter scendere a patti con lo spirito del mondo per compiacere la mentalità contemporanea, vogliamo ribadire con forza che noi non faremo sconti di alcun genere e rimarremo saldi, piantati come rocce incrollabili nel Depositum fidei che ci è stato tramandato dai secoli e dai santi.


Il vaglio del crogiolo e la giustizia del Giudizio

Guardando a questa profonda spaccatura che lacera il corpo ecclesiale, dobbiamo avere il coraggio di alzare lo sguardo e di non fermarsi alle mere beghe umane o alle strategie sociologiche. Questa frattura non passa semplicemente attraverso la Chiesa come un incidente di percorso, ma è il Signore stesso che sta operando nella storia, mettendo l’oro puro nel crogiolo ardente per saggiarlo (Sap 3,6) e separando con la sua sapienza infallibile la pula dal grano buono (Mt 3,12-14). Il giudizio di Dio è già cominciato nel segreto delle coscienze e nella prova che stiamo attraversando, ed è un tempo di discernimento severo in cui ciascuno è chiamato a scegliere da che parte stare, senza tiepidezze e senza compromessi con il relativismo. Questa scelta decisiva interpella in modo particolare i Pastori: proprio su di essi ricade la responsabilità più grande, dal momento che hanno ricevuto il mandato sacro di guidare il popolo di Dio non verso i compromessi del mondo, ma alle pure sorgenti della grazia e della verità. In questo tempo di battaglia spirituale, la nostra unica bussola rimane la fedeltà incondizionata alla verità di Cristo, certi che la sua grazia non delude mai chi custodisce la fiamma della fede con purezza e coraggio fino alla fine.







Parlare continuamente di dialogo senza parlare di reciprocità diventa pura retorica






Testimonianza di una cristiana pakistana.


21/10/2026

Zarish Imelda Neno europea

Da giorni leggo discussioni sul burqa, sul niqab, sul velo islamico, sul velo cristiano, sul velo delle suore. C’è chi li paragona, chi spiega le differenze, chi invoca la libertà religiosa, chi parla di identità
E più leggo, più mi viene da pensare che forse stiamo discutendo la domanda sbagliata.

Non voglio aggiungere l’ennesima voce al coro del “burqa sì” o “burqa no”. Vorrei fare un passo indietro e porre una domanda diversa: che valore ha il dialogo tra culture e religioni se la reciprocità rimane sempre fuori dalla porta?

Supponiamo pure che l’Europa scelga, nei limiti delle proprie leggi, di permettere burqa e niqab in nome della libertà religiosa. Bene. Ma allora vorrei chiedere: quella stessa libertà che pretendiamo dall’Europa, abbiamo il coraggio di chiederla anche ai Paesi a maggioranza musulmana per le loro minoranze?

Il Pakistan non è per me un argomento da osservare da lontano. È il luogo nel quale si sono formati il mio sguardo e la mia conoscenza dei rapporti tra maggioranza e minoranze religiose. Conosco quel linguaggio non scritto che ti insegna molto presto ciò che una donna può fare, come può vestirsi e fin dove può spingersi senza scontrarsi con determinate norme sociali e culturali.

E voglio essere precisa: in Pakistan non esiste semplicemente una legge federale che dica “minigonna vietata” o “pantaloncini vietati”. Molto dipende da norme sociali, religiose e culturali profondamente radicate. In altri Paesi a maggioranza musulmana esistono anche regole più esplicite sul decoro pubblico.

Ma quando entriamo in quelle società, cosa facciamo?

Ci informiamo. Ci adattiamo. Rispettiamo le leggi e teniamo conto della cultura del luogo. Non arriviamo pretendendo che un intero Paese cambi perché siamo arrivati noi.

Perché allora chiedere a chi arriva in Europa di rispettare la cultura, le leggi e i principi della società che lo accoglie dovrebbe essere considerato intollerante?

Ed è qui che torno a quella parola che sentiamo pronunciare continuamente: dialogo.

Credo nel dialogo. Ma il dialogo autentico non può essere una porta che si apre da un solo lato.

Se l’Europa crea spazio perché le comunità musulmane possano professare pubblicamente la propria fede, costruire moschee nei limiti delle leggi, educare i propri figli nella propria religione e vivere senza discriminazioni, allora quello stesso dialogo deve avere il coraggio di attraversare anche il Mediterraneo e domandare:
Quanto spazio concedete alle vostre minoranze? Quanto è libera una comunità cristiana? Quanto è semplice costruire o restaurare una chiesa? Quanto è protetto chi appartiene a un’altra religione? Quanto può manifestare pubblicamente la propria fede senza paura o discriminazione?
Questo è dialogo.

Se invece il dialogo significa chiedere continuamente all’Europa di aprire porte senza avere il coraggio di chiedere che altre porte vengano aperte altrove, allora quella parola è stata svuotata del suo significato.

Parlare continuamente di dialogo senza parlare di reciprocità diventa pura retorica.

E c’è una domanda ancora più personale che negli ultimi anni mi ritorna spesso dentro.

Molti di noi provenienti da Paesi a maggioranza musulmana hanno guardato all’Europa come a un luogo nel quale respirare una libertà diversa: libertà di coscienza, libertà religiosa, libertà di espressione, libertà di essere minoranza senza dover continuamente misurare quanto spazio sia concesso alla propria identità. E allora qualche volta mi domando, quasi amaramente: ma perché siamo partiti?

Perché cercare una società più libera, se poi quella stessa società comincia ad avere paura persino di discutere determinate pratiche o di difendere ciò che la rende diversa?

A volte mi sorprendo davvero a pensare: se un giorno dovessi ritrovare qui le stesse dinamiche dalle quali tanti cercavano maggiore libertà, che senso avrebbe avuto partire? E attenzione: non sto dicendo che la presenza di una donna con l’hijab, di una famiglia musulmana o di una moschea trasformi l’Europa nel Pakistan. Sarebbe assurdo.

Sto parlando di qualcosa di molto più profondo: della paura di discutere, della rinuncia a porre domande, dell’idea che l’integrazione debba comportare soltanto concessioni da parte della società che accoglie e mai anche un adattamento da parte di chi viene accolto.

Non sono venuta in Europa perché l’Europa diventasse il luogo dal quale provenivo. Sono venuta anche perché qui ho trovato libertà che altrove, soprattutto come appartenente a una minoranza religiosa, non potevo dare per scontate.

E quelle libertà meritano di essere custodite.

Custodirle non significa essere ostili ai musulmani. Significa poter dire serenamente a chiunque arrivi: qui sei libero di credere, pregare e vivere la tua fede; ma sei entrato anche in una società con una propria storia, una propria cultura, le proprie leggi e le proprie libertà. Come noi rispettiamo la tua dignità, tu sei chiamato a rispettare tutto questo.

Non voglio rispondere a un’intolleranza con un’altra intolleranza. Voglio qualcosa di molto più semplice e molto più difficile: coerenza.

Se chiediamo all’Europa di rispettare il musulmano, dobbiamo avere il coraggio di chiedere ai Paesi a maggioranza musulmana di rispettare con la stessa fermezza il cristiano, l’hindu, il sikh, l’ateo e ogni altra minoranza.

Se difendiamo la libertà religiosa qui, difendiamola anche là.

Se ci indigniamo per una libertà negata qui, non voltiamoci dall’altra parte quando quella stessa libertà viene negata altrove.

Non perché i diritti siano uno scambio — io concedo a te se tu concedi a me — ma per una ragione molto più seria: se li chiamiamo universali, devono valere universalmente.

Forse, allora, il vero dibattito non riguarda neppure il burqa.

Riguarda noi.

Riguarda quanto crediamo davvero nelle parole che ripetiamo continuamente: libertà, rispetto, integrazione, dialogo.

Accogliere non significa smettere di pensare. Rispettare non significa rinunciare al discernimento. Dialogare non significa che uno chiede e l’altro concede continuamente.

Usiamo la mente. Ma soprattutto usiamo la coscienza.

Perché un diritto che difendiamo soltanto quando deve essere garantito dall’Europa non è davvero universale. E una libertà che cambia valore appena attraversiamo una frontiera non è libertà: è un doppio standard.

Fonte