venerdì 29 maggio 2020

Ecco perché dire no alla Santa Comunione sulla mano



Aldo Maria Valli, 29-05-2020

Cari amici di Duc in altum, circa la questione della Comunione sulla mano don Alfredo Maria Morselli ha scritto, in forma di appunto, un testo che è di grande aiuto. Poche righe, molto contenuto. Da leggere. Con un grazie a don Alfredo.

A.M.V.

***



La Santa Comunione in mano…


1) È DISSACRANTE perché si riceve ciò che vi è di più sacro sotto il cielo come pane comune (e san Pio X richiedeva, per dare la Santa Comunione ai bambini, che sapessero ben distinguere il pane comune dal Santissimo Sacramento, l’esatto opposto di quello che succede oggi).

2) PRODUCE LA DISPERSIONE DI FRAMMENTI, favorendo quindi l’oblio della Transustanziazione, per cui la Sostanza è tutta in ogni parte: quindi favorisce la fine della fede nella Presenza reale.

3) favorisce così il PROLIFERARE DI TEOLOGIE ERETICHE che fanno prevalere l’atteggiamento (l’io-penso-soprattutto) del soggetto sul dono oggettivo da parte di Dio indipendentemente da noi (transfinalizzazione, transignificazione ecc.)

4) favorisce L’OBLIO DELLA SOSTANZIALE DIFFERENZA DELLA DIVINA PRESENZA NEL Santissimo Sacramento rispetto ad altre forme di presenza vera ma di tutt’altro genere e meno perfette (nell’anima per grazia, nella Sacra Scrittura ecc.) per cui la Presenza Eucaristica è detta REALE non perché le altre non siano vere, ma per antonomasia, cioè perché lo è NEL MODO PIÙ PERFETTO E CHE TRASCENDE TUTTI GLI ALTRI.

4) Aumenta la possibilità dei FURTI SACRILEGHI.

5) È una pratica che SI È INTRODOTTA CON L’INGANNO; Paolo VI aveva concesso l’indulto SOLO per quei paesi in cui una illecita pratica consolidata avrebbe messo in discussione il principio di autorità con una conclamata rivolta. Per i modernisti è stato il piede nella porta, il grimaldello per sfondare la porta. È ciò che entra con l’inganno non può essere opera dello Spirito Santo.

Obiezioni:

1) Nell’antichità bla bla bla…

Risposta all’obiezione. Lo Spirito Santo, non una manica di reazionari, ha guidato la Chiesa a ricevere in bocca e in ginocchio la Santa Comunione, perché la storia plurisecolare della Chiesa è guidata dallo Spirito Santo. Cosa che non si può dire dell’opera dissacratoria degli ultimi sessant’anni.

In Corde Matris

Sac. Alfredo M. Morselli











giovedì 21 maggio 2020

Ricomincia la celebrazione della SANTA MESSA in latino a Pistoia





Da domenica 24 maggio

ricomincia la regolare celebrazione della 

SANTA MESSA in latino

 alle ore 18:00 

nella chiesa di San Vitale (via della Madonna 2) a Pistoia.


I fedeli dovranno indossare la mascherina e detergersi le mani con il gel igienizzante posto all'ingresso della chiesa, rispettare le distanze di sicurezza ed evitare assembramenti.









lunedì 18 maggio 2020

IL RICORDO di Grygiel: «Io, Wojtyła e la Verità da interrogare»






«Conobbi il professor Wojtyła e subito mi cambiò la tesi: “Lavora su Sartre per aiutare i marxisti a capire il loro errore antropologico e noi a prepararci ad affrontare la laicizzazione incalzante”. Aveva ragione perché sapeva leggere “storia” della persona umana alla luce dell’atto della creazione, del Principio, del logos. E parlava dicendo “si, si - No, no!”: sapeva che tutto ciò che è in sovrappiù proviene dal Maligno, dall’Antilogos, dall’Anticristo. Ci insegnava a porre domande sulla verità, rivelandoci la sua felicità. E non si vergognava di nulla perché tutto ciò che era in lui, virtù e difetti, lo orientavano a Dio. Da lui ho imparato che non si scherza impunemente con la verità e con il senso dell’uomo». A 100 anni dalla nascita il ricordo intimo di Giovanni Paolo II da parte del suo allievo Stanislaw Grygiel. E la sua eredità filosofica. 






EDITORIALI
Stanislaw Grygiel, 18-05-2020

Quando ci volgiamo al 1920, l’anno della nascita di Karol Wojtyła, poi Papa Giovanni Paolo II, i miei pensieri tornano al giorno in cui per la prima volta ebbi l’occasione di parlare con lui. Ciò avvenne sul finire del 1958. Domandai all’allora giovane professore, appena nominato vescovo ausiliare di Cracovia, di accogliermi nel suo seminario per i dottorandi che egli dirigeva all’Università Cattolica di Lublino. Dopo una breve discussione, cambiò il mio progetto di scrivere la tesi sulla filosofia della dignità dell’uomo nelle opere di Albert Camus. Propose invece una comune meditazione sulla filosofia di Jean-Paul Sartre, dal momento che – diceva - questa filosofia avrebbe aiutato i marxisti a capire il loro errore antropologico, la negazione della libertà, e aiutato noi a prepararci ad affrontare la laicizzazione incalzante. Solo tanti anni dopo mi sono reso conto fino a qual punto il suo pensiero fosse unito alla realtà del momento presente, cosa che gli consentiva di raggiungere il futuro lontano e scorgervi le tenebre che si avvicinavano.

Egli leggeva la “storia” della persona umana alla luce dell’atto della creazione da cui essa scorre come un grande torrente fino ad ora (Il Padre “opera sempre” - cfr. Gv 5, 17). Di uomini così fatti diciamo che sono mandati al mondo da Dio, che con testimonianza da loro resa alla verità della Sua creatura, preserva l’uomo dallo smarrire la via tracciata verso la casa paterna. Questa casa è la bellezza della verità e del bene affidati al lavoro di ogni uomo nell’unità con gli altri uomini. L’uomo lavora sulla verità e sul bene nella misura in cui entra nel lavoro degli altri e allo stesso tempo li lascia entrare nel lavoro al quale egli stesso è stato chiamato. Il professore Karol Wojtyła sapeva entrare nel lavoro degli altri e sapeva aprire agli altri il suo stesso lavoro. Egli era maestro evangelico, testimone cioè della verità e del bene, uno che apparteneva ad essi e che attraverso di essi riceveva da Dio il nome e la libertà, e perciò la dignità.

L’esperienza della stupidità e della malvagità dell’occupante tedesco e poi di quello sovietico aveva purificato nella persona del futuro Papa il senso della verità e del bene che si rivelano e si realizzano nel dono della bellezza in cui ogni uomo viene in questo mondo. Il disprezzo per questa bellezza da parte degli occupanti gli aveva fatto vedere la necessità di rendere alla bellezza dell’uomo la testimonianza nel pieno senso di questo termine. Nella lingua greca il testimone è martyros e il verbo martyromai parla non solo del rendere testimonianza alla verità ma anche del protestare contro la sua distruzione. L’uomo, se così posso dire, viene in questo mondo per rendere testimonianza alla verità fino a dare la vita per lei. La verità dell’uomo si è rivelata nella Persona di Cristo. Per conoscere questa verità non basta quindi parlare dell’uomo concreto, di come egli vive qui ed ora. La filosofia e ancora di più la teologia che oggi vengono limitate al raccontare il presente sociologico e psicologico della persona umana, dei matrimoni e delle famiglie in cui essa dimora, tradiscono l’uomo e Dio. Li tradiscono di solito per le monete d’argento ricevute da qualche lacchè dell’Antilogos.

È soprattutto il marxismo ad averci introdotti in un così insidioso pensare dell’uomo. Il suo principio, che le nostre azioni (praxis) sono la conoscenza della verità e del bene, perché li creano, continua a devastare le menti e i cuori della cosiddetta élite del mondo occidentale, nonostante l’esperimento sovietico di formare la vita umana secondo questo principio si fosse infranto nel tragico scontro con i testimoni della verità e del bene, che alla menzogna e al male dicevano: “No!”.

Oggi, in occasione dell’anniversario della nascita di san Giovanni Paolo II, bisogna ritornare al suo parlare che sempre era: “Si, si - No, no!”. Questo Papa sapeva che tutto ciò che è in sovrappiù proviene dal Maligno, dall’Antilogos, dall’Anticristo. Perciò Egli richiamava ripetutamente al ritorno al Principio, cioè all’atto della creazione “dell’universo e della storia” (Redemptor hominis, 1), per leggere alla luce del Principio il mondo creato da Dio nel Suo Figlio, Logos, il mondo dato e affidato come compito all’uomo creato maschio e femmina. L’Amore che è Dio crea l’uomo perché in questo lavoro diventi amore “a immagine e somiglianza” proprio dell’Amore che lo sta creando. Nella storia della creazione l’amore che fa l’uomo e la donna “una carne” rappresenta un paradigma secondo il quale occorre giudicare tutti gli amori e tutte le amicizie umane. Al punto che solo il linguaggio nato nell’amore che unisce l’uomo e la donna possiamo parlare dell’amore che ci unisce con Dio.

Il moderno Antilogos deve colpire questo amore, se vuole formare l’uomo e la società così da renderli disposti a seguire la sua ragione diabolicamente calcolante. Deve colpire anche la fede, intesa come l’affidamento della persona alla persona, e la speranza, che si identifica con il riporre fiducia nelle conseguenze della fede e dell’amore. Nel dono che sono la fede, la speranza e l’amore, si rivela e si realizza il dono della libertà. L’Antilogos deve colpire in definitiva la libertà e la dignità dell’uomo.

Nella persona che è presente a noi e che a noi si affida, che pone in noi la speranza e ci ama, si rivela la Verità da cercare affinché la diventiamo. Essa si rivela nel suo riflesso lasciato sulla persona così presente. Il giovane vescovo Karol Wojtyła era consapevole della soppravveniente crisi della persona e della società, cioè della crisi della fede, della speranza e dell’amore, della crisi della libertà. Questa crisi si annunciava con la sostituzione delle domande fondamentali sulla verità e sul bene con le domande sulle cose immediate, da essi lontane.

L’uomo lancia la domanda sulla verità alla Trascendenza che è la Persona, poiché solo Lei è in grado di rispondere o, meglio, di essere risposta ad una tale domanda. Lancia dunque la sua domanda nell’affidamento a questa Persona nella speranza e nell’amore che l’orientano proprio a Lei. La modernità distrugge questa domanda, deformando la fede, la speranza e l’amore, cioè deformando la libertà dell’uomo. Per chiudere l’uomo nel mondo delle domande sulle cose immediate, la modernità cerca di togliergli la capacità di leggere “il segno”, che è “l’universo e la storia” dell’amore a lui affidato come compito.

La modernità ha distolto perciò i pensieri e il cuore dell’uomo dal “centro dell’universo e della storia” (Redemptor hominis, 1), sicché il suo intellectus ha smesso di leggere ciò che avviene tra questo “centro” e lui stesso (il termine intellectus deriva dal verbo inter-legere che parla della lettura dell’evento della verità tra due realtà). Non sono rimasti che i numeri e le operazioni della ragione calcolante, cioè della ratio (dal verbo reor, ratum, calcolare). Il razionalismo matematico ordina a questa ragione di creare varie trascendenze e di credere che in esse avvengono “l’universo e la storia”. Ognuna di queste trascendenze è Antilogos in cui non c’è né il Principio, né la Fine. Di conseguenza l’universo e la storia vengono radicati nel vuoto.

La crisi della domanda sulla verità, cioè la crisi del ricevere il dono della fede, della speranza e dell’amore che sono dono della libertà, è un segno di come la filosofia e la teologia si staccano dalla realtà che avviene tra il Principio e la Fine. Quanti filosofi e quanti teologi, infatti, pensano ancora in modo escatologico! E quanti di quelli che cercano ancora la verità vengono chiusi nelle riserve assegnate agli ultimi moicani dell’escatologia!

La mancanza delle domande escatologiche sulla verità spinge gli uomini ad entrare nella miseria della solitudine che consiste nel loro stare l’uno accanto l’altro ma senza essere presenti l’uno all’altro. Ognuno si trova in una stanza dove l’Antilogos ha chiuso tutte le porte. Proprio contro questo misterioso Antilogos che suscita orrore e paura Giovanni Paolo II aveva protestato (martyros) gridando: “Non abbiate paura! Aprite, anzi spalancate le porte a Cristo!”. Aprite le porte ad un altro uomo! Salvezza della persona è sempre un’altra persona. Alla fine, lo è la Persona del Figlio in cui Dio crea ciascuno di noi.

Il professore Karol Wojtyła ci insegnava a conoscere l’uomo, insegnandoci a porre domande sulla verità della “storia” del suo amore: “Dove andare?”. Nello stesso tempo ci insegnava a cercare la risposta in un’altra persona. L’uomo ri-nasce in lei. La presenza di un’altra persona dà inizio ad una nuova vita in lui. L’altra persona è trascendenza, sulla quale rimane il riflesso della Trascendenza della Persona del Padre che ci illumina ed affascina, ed è su queste Divine altezze che ci aspettano l’Amore e la Libertà desiderati dal nostro “cuore inquieto”.

In tutto ciò che il professore Karol Wojtyła diceva si sentiva la verità dell’uomo creato nella differenza ontologica (il Creatore – il creato) e in quella sessuale (“Dio creò l’uomo maschio e femmina”). Queste due differenze formano l’antropologia adeguata e la teologia del corpo che nacquero nella contemplazione della bellezza della persona umana, la bellezza rimandante alla Bellezza che è soltanto Dio. Queste due differenze formano le domande di Karol Wojtyła sull’amore, sull’affidamento della persona alla persona, sulla loro speranza. Esse formano la sua comprensione della libertà, cioè la comprensione del dono dell’amore e della sua “storia”. Egli sentiva che eliminare queste differenze dalla visuale della persona umana avrebbe provocato il caos e la confusione nei pensieri e nei cuori delle persone e nella società. Approfittando del caos e della confusione l’Antilogos introduce oggi non solo nella società ma anche nella Chiesa i nuovi paradigmi della fede, dell’amore e della speranza e i nuovi paradigmi del parlare che eliminano il dire alla Verità del Logos: “Si!”, e il dire all’Antilogos: “No!”. Per l’Antilogos gli uomini devono essere antilogici.

La persona del professore Karol Wojtyła irradiava l’ordine interno. In lui si rivelava la felicità che lo penetrava e di cui Cristo parla nel Discorso della Montagna (cfr. Mt 5, 3-12). Senza questa beata felicità non c’è né una buona filosofia, né una buona teologia. Egli ci insegnava a porre domande sulla verità, rivelandoci la sua felicità. Non si vergognava di nulla, perché tutto ciò che era in lui, virtù e difetti, lo orientava a Dio, pregando di mostrargli la Verità. In questo senso egli era un uomo umile, cioè un uomo che poteva indicare la direzione in cui bisogna andare in cerca della verità, senza mortificare quelli che vivevano e pensavano in un altro modo. Guardava tutti con uno sguardo sorridente. Proprio per questo egli era qualcuno che è più che un professore. Quando chiamava a vivere delle domande fondamentali sulla verità, cioè a pensare, chiamava a convertirsi al Principio della vita, Principio che è anche la sua Fine. Egli era maestro che insegnava a pensare bene, quindi a vivere bene.

Se dovessi rispondere alla domanda di che cosa sono debitore al professore Karol Wojtyła, risponderei: Gli devo soprattutto la convinzione e la sicurezza che la filosofia è un’azione dell’uomo così importante e così grave che chi la rende un gioco scherza con il fuoco pericoloso per sé stesso e per l’ambiente. Il fuoco tempra, ma trattato con spensieratezza lascia soltanto rovine e riduce tutto in cenere. Non si scherza impunemente con la verità e con il senso dell’uomo e dell’universo in cui gli è stato dato di vivere.













domenica 17 maggio 2020

Ecco perché dobbiamo consacrarci a Maria. E l’affidamento non basta







Aldo Maria Valli, 17/05/2020

Cari amici di Duc in altum, torniamo sulla questione delle differenze tra consacrazione e affidamento a Maria. L’occasione è offerta da un contributo che don Bruno Borelli, parroco a Erba (Como), mi ha inviato e volentieri vi propongo.

A.M.V.


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Consacrazione o affidamento? È questo un dilemma teologico suscitato dalla attuale, nuova teologia modernista a favore dell’affidamento e contraria alla consacrazione. Il dibattito si inserisce nella tendenza ecclesiale di oggi a ridurre la mariologia ai minimi termini, accantonando secoli di “esaltazione” spirituale, dogmatica, devozionale verso la Madonna. La desacralizzazione di Maria e la riduzione ai minimi termini delle pratiche di culto e di preghiera mariane sono frutto del dialogo col protestantesimo, iniziato con il Concilio Vaticano II, dialogo che ha determinato nella teologia una progressiva protestantizzazione.

È noto che Padre Pio non vedeva di buon occhio il Concilio, soprattutto nelle applicazioni future dei suoi documenti: a un gruppo di vescovi andati a trovarlo in un momento di pausa dei lavori conciliari, pare abbia detto accomiatandoli: “Trattatemi almeno bene la Madonna!”.


Non mi addentro nel dilemma teologico che si può trovare ben esposto, a favore della consacrazione, nell’articolo di padre Settimo M. Manelli I fondamenti biblici della consacrazione alla Vergine Maria. Mi basta applicare ai favorevoli all’affidamento le parole di Gesù: “Ti benedico, o Padre, perché hai nascosto queste cose ai sapienti e agli intelligenti, e le hai rivelate ai piccoli” (Mt 11,25). Infatti, ci vuole un animo di piccoli, cioè di umili, ci vuole un cuore di figli per arrivare a dire: “La Madonna a Fatima ha chiesto la consacrazione”. Lei ne sa sicuramente di più di tutti i teologi messi insieme. Se ha chiesto alla Chiesa e al papa la consacrazione della Russia, cioè del comunismo ateo elevato a sistema politico, noi semplicemente e con ubbidienza le dobbiamo credere, come i bambini che dicono: “L’ha detto la mamma! E si fa così!”.


La consacrazione a Maria Santissima e al suo Cuore Immacolato è il fondamentale atto di amore a Maria, e san Massimiliano Kolbe ha detto quella frase significativa: “Non dobbiamo temere di amare tanto la Madonna, perché non l’ameremo mai tanto quanto l’ha amata Gesù”.

A questo punto la cosa migliore è analizzare la differenza tra consacrazione e affidamento, per sottolineare la superiorità della consacrazione.


L’affidamento fa pensare a un bambino che prende la mano di una donna a cui si affida come se fosse sua madre; cioè è un atto di fiducia generica della mente pensante di un bambino verso una madre qualunque. La consacrazione, invece, fa pensare a un figlio che abbraccia il grembo della sua mamma sentendo che è il “sacrario” della sua vita; cioè è un atto di amore particolare del cuore amante di un figlio verso la sua propria mamma.


L’affidamento è un atto di fede che mira ad avere “una grazia” dalla Madonna. La consacrazione invece è un atto di amore che mira a essere “in grazia” alla Madonna. L’essere in grazia di figli è più e viene prima dell’avere qualche grazia; infatti si ottengono grazie in conseguenza di essere buoni e devoti figli della Madonna.

Quando Gesù sulla Croce ha detto a Giovanni: “(Figlio) ecco tua Madre”, ebbene, quell’”ecco” è un imperativo “consacratorio” di un figlio alla Madonna Madre sua. “Ecco” sta per una forte dichiarazione, come quella di Pilato: “Ecco l’uomo” (Gv 19,5), che non indica solo un uomo e una madre da vedere simbolicamente, da immaginare figurativamente e da guardare analogicamente.

Quell’”ecco”, nella mentalità ebraica e semitica, va tradotto come “considera ufficialmente”, come “intendi giuridicamente”, come “riconosci realmente”, come “sappi veramente” che “quella donna è tua Madre”. Non siamo quindi a livello di una madre affine e rappresentativa, ma di una madre personificata e incarnata, reale e legale. Di conseguenza, anche Giovanni diventa la personificazione, l’incarnazione, cioè la “consacrazione” di un vero figlio di questa Madre.


Per un’analisi più completa può essere opportuno anche un confronto tra l’adozione e l’affido. La Madonna, chiedendo la consacrazione, è come se intendesse le parole di Gesù come un’adozione legale, è come se Gesù avesse detto a Giovanni: “Figlio, sei adottato, considerati adottato da tua Madre”, è come se avesse detto a Lei: “Donna, accogli in adozione il figlio tuo”. Maria vuole essere considerata da noi come Madre adottiva e non come Madre affidataria, interpretando così in modo forte e vero l’”ecco” di Gesù dalla croce. Infatti, il figlio adottato è un figlio vero e reale, mentre il figlio affidato è un figlio verosimile e virtuale. Il figlio adottato è un figlio effettivo, mentre il figlio affidato è un figlio apparente. Il figlio adottato è un figlio giuridico, mentre il figlio affidato è un figlio sociologico. Si potrebbe dire, con un sorriso, che il figlio adottato è un figlio “digitale-reale”, non “analogico-similare” come quello affidato.

Ora possiamo approfondire meglio il confronto e dire che l’affidamento è un atto sociale, parziale, condizionato, mentre la consacrazione è un atto religioso, perpetuo, incondizionato. L’affidamento mi può lasciare come sono, impegnandomi in modo minimo, indiretto, inefficace, mentre la consacrazione mi chiede tutto, in modo forte, diretto, efficace, perpetuo, sia come conversione, sia come santità, sia nella missione, sia nell’apostolato. Ma il punto più importante è che l’affidamento è un atto che mi impegna con gli uomini, con chiunque e per qualunque cosa, mentre la consacrazione mi impegna con Dio e per Dio. Consacrarsi significa letteralmente “rendersi sacri”, e il “sacro” è Dio e tutto ciò che è di Dio, come Maria. La “sacralità” è la traduzione teologica della “santità” divina biblica. La sacralità mi relaziona con Dio, mi impegna con quel Dio che ha detto: “Siate santi perché io sono Santo” (Lev 11,44). Dio è il “Santo di Israele” (Salmo 71,22); è il tre volte Santo e la consacrazione mi rivolge a Dio e mi fa appartenere a Dio, per servire Dio, amare Dio, benedire Dio. Allora capiamo perché Maria, che è la perfetta consacrata, la tutta Santa, chiede anche a noi di consacrarci a lei per diventare sempre più e perfettamente religiosi e morali, onesti e sinceri, buoni e giusti, pii e devoti, immacolati, come lei.


È importante considerare l’altra faccia della medaglia che ha la consacrazione e che non c’è invece nell’affidamento. Il “sacro” infatti si contrappone al “profano”. La sacralità richiama anche il suo opposto, il suo contrario da cui ci si deve distaccare, separare, che è da rifiutare, cioè la profanità. Profanità è sinonimo di mondanità, terrenità, materialità, carnalità, peccaminosità, viziosità, empietà, e da ultimo il profano è anche demoniaco, satanico.

Questo volere e dovere passare dal peccato alla grazia non è presente nell’affidamento, ma è richiesto molto chiaramente dalla consacrazione. Infatti, l’affidamento nasce da una situazione di sofferenza, di malattia, di povertà che riguarda prevalentemente la corporalità e la socialità, circostanze da cui ci si vuole liberare e guarire. Invece la consacrazione nasce più da una situazione di male, di peccato, di vizio, di errori da cui ci si deve correggere, purificare, convertire, distaccare, facendo pentimento, penitenza, riparazione. Ora, queste sono le cose più necessarie, urgenti, primarie che la Madonna chiede a noi e vuole che noi chiediamo a lei, prima e più delle grazie di liberazione, di guarigione, di provvidenza, di protezione, di aiuto e soccorso.

Ecco allora la superiorità della consacrazione: in ultima analisi la consacrazione è comunione con Dio e con Maria, è un dono consacratore di Dio a noi prima che un nostro donarci e affidarci a lui; è un’iniziativa sacralizzante di Dio e di Maria e non una nostra iniziativa umana, come l’affidamento. Di conseguenza la consacrazione ha più valore ed efficacia, ci fa partecipi della stirpe, della discendenza, della progenie e della famiglia della “Donna” di cui si parla nella Genesi (3,15) e nell’Apocalisse (12,14). È quella “Donna” che ritroviamo sulle labbra di Gesù a Cana di Galilea, come mediatrice di tutte le grazie e avvocata ( Gv 2,4) e sotto la croce coma addolorata e corredentrice (Gv 19,26).


Parafrasando la frase di san Massimiliano Kolbe, non dobbiamo temere di consacrarci a Maria e al suo Cuore così tanto e spesso perché non ci consacreremo mai tanto quanto il Figlio suo Gesù che si è per sempre e in tutto consacrato a lei e al suo cuore materno, nella divina incarnazione. È Gesù che vuole questa nostra consacrazione a Maria come una nostra filiale incarnazione spirituale in lei, Madre sua e Madre nostra.

O Maria, consacratrice di figli di Dio, prega per noi!

Don Bruno Borelli


Parrocchia San Maurizio

Erba (Como)














sabato 16 maggio 2020

Nicola Bux: "La preghiera multireligiosa è un “surrogato” della preghiera cattolica"





Riportiamo qui di seguito le riflessioni inviateci da Mons. Nicola Bux (qui la sua Biografia) sulla giornata del 14 Maggio 2020, promossa dal Pontefice per la "liberazione da tutte le pandemie". Eccole di seguito.





La specificità cristiana non impedisce, sebbene non tutto nelle religioni sia ugualmente valido, di convivere e rispettare coloro che le seguono, in specie se sono coscienti di intendere e adorare Dio in modo diverso. Invece si è fatta strada l’idea che il cristiano debba giungere ad ospitare nella sua chiesa il musulmano che prega Allah secondo le sue usanze, e che a sua volta il musulmano nella sua moschea dovrebbe ospitare il cristiano che pregherà secondo il suo credo. Alcuni episodi sono interpretati come attuazione di tale auspicato desiderio: le riunioni convocate da Papa Giovanni Paolo II proprio in Assisi dei leaders delle religioni a pregare per la pace, l’afflusso di induisti e altri uomini religiosi avvenuto a Calcutta per i funerali di madre Teresa, i meetings della comunità di Sant’Egidio. E’ vista con entusiasmo la preghiera dei partecipanti a questi incontri, eseguita secondo i diversi modi e i diversi costumi, ma avente ugual fine: adorare il Signore, comunque lo si voglia immaginare. Si ritiene infatti che non vi sia alcuna differenza se un uomo adora una icona o un totem, una qualsiasi sembianza del dio in cui crede: può sembrare che adori un essere supremo diverso da quello adorato da altri, ma nella sostanza adora lo stesso Dio, diversamente raffigurato, in base a diversi attributi e dogmi.

Si deve premettere che solo tra i cristiani si è diffusa tale opinione, che per la sua apparente capacità di valorizzare il diverso, paradossalmente finisce per avallare proprio la differenza e la superiorità del cristianesimo. Ciò non toglie che sia una distorsione, innanzitutto perché l’esistenza di tante religioni con lo stesso grado di validità non spiega la loro molteplicità; poi, perché nel caso del cristianesimo non sono i cristiani a farsi l’immagine di Dio ma è Dio a aver dato la sua immagine in Gesù Cristo; noi abbiamo un’idea di Dio come persona, che non è propria delle altre religioni, salvo in certo modo il giudaismo. A questo punto dobbiamo ricorrere all’approfondimento che Ratzinger offre sulla preghiera multireligiosa e quella interreligiosa (Fede.Verità.Tolleranza. Il Cristianesimo e le religioni del mondo, Cantagalli, Siena 2003, p 110 s.): una volta assodato che ci sono almeno due modi di intendere il divino, quello di un Dio impersonale, lontano e quello di un Dio vicino, personale, egli indica per il primo tipo di preghiera due condizioni per svolgerla: 1.che debba rimanere eccezionale; 2. che ad evitare confusione sia dichiarato in partenza che non esista appunto una comune idea di Dio e una comune fede in lui. Quanto alla preghiera interreligiosa, dubitando che si possa fare in verità e onestà, il cardinale pone tre condizioni elementari da garantire, senza le quali diventa una negazione della fede: 1.Deve esservi unanimità su cosa sia Dio e cosa il pregare; ancora, che Dio è persona, cioè può conoscere e amare, ascoltare e rispondere, e il male non gli appartiene. 2.Deve essere chiaro che cosa è degno di preghiera. Non possono essere oggetto di preghiera, richieste opposte a quelle contenute nel Padre nostro. 3.Deve escludere ogni impressione relativistica circa l’unicità di Dio e di Cristo davanti ai non cristiani, o l’idea dell’interscambiabilità delle religioni.

Devo supporre che nostro Signore quando ha insegnato a rivolgersi al Padre celeste non immaginasse che i suoi sarebbero ritornati ad usare verso Dio, in parallelo, nomi ed espressioni enigmatiche e non vere, magari pensando di convincere le altre religioni della bontà dell’obbiettivo salvifico assegnato alla sua Chiesa! La liturgia è cattolica in quanto adorazione della paternità universale di Dio, quindi prevede l’arrivo di altri popoli alla fede, abbracciati proprio dalla cattolicità della preghiera: ricorrere ordinariamente a forme interreligiose vuol dire non credere che la nostra preghiera sia cattolica o, come si dice nella Messa, preghiera universale. Potrebbe esserci qualcosa di più universale e “interreligioso” della croce di Gesù Cristo da cui viene l’efficacia stessa della preghiera filiale? E’ nel Figlio che possiamo rivolgerci al Padre. Ogni altra preghiera è al più un surrogato non cattolico. Anzi, secondo Paolo, è idolatria da rifuggire, perché "ciò che i Gentili sacrificano agli idoli, è sacrificato ai demoni e non a Dio". Non si può dai cristiani "partecipare della mensa del Signore e della mensa dei demoni" (1 Cor 10,14.20-21). Il Signore è uno solo e non tollera concorrenti.

A questo punto mi sembra che, meglio del sacramento dell’altare, nulla aiuti a distinguere il Dio personale cristiano dagli altri dèi (cfr Es 20,3; Dt 5,7), e soprattutto ad orientare chi non lo è all’adorazione dell’unico vero Dio; Gesù dovette ricordarlo a Satana: “Adorerai il Signore Dio tuo e a lui solo servirai" (Mt 4,10). Qui si giunge all’Essere e alla linea di demarcazione della storia delle religioni, perché dinanzi a Cristo si manifesta tutta l’originalità cristiana dell’invito alla conversione: infatti significa anche che l’uomo, con libertà di coscienza, deve poter cambiare religione. Mentre per buona parte delle religioni politeiste è ritenuto indifferente il passaggio da una religione all’altra quando addirittura non si tollera la doppia appartenenza, per il monoteismo giudeo-cristiano, imitato da quello islamico, l’abbandono o distacco (in greco apostasia) è considerato una colpa grave. Ciò nonostante, il passaggio da una religione all’altra – per il cristianesimo deve essere una metanoia, una trasformazione del nous, la mente - è sintomo del fatto che nella religione c’è un fattore di movimento, opposto ad una concezione statica che porta a rifiutare la missione. Se la catechesi odierna prova imbarazzo o censura la conversione da un’altra religione a Cristo, proprio la dinamica interna ad ogni religione dimostra che la missione conserva tutta la sua urgenza, il dialogo non può sostituirla, perché, nonostante certe ambiguità nell’ecumenismo, al dono di Cristo hanno diritto tutti e sempre nel mondo.

fonte 






venerdì 15 maggio 2020

“Verrà un giorno…”: la profezia ritrovata di Pio XII




Nel 1972 uscì in Francia una biografia su papa Pio XII intitolato 
Pie XII devant l’Histoire, scritta da mons. Georges Roche e da Philippe Saint Germain, mai tradotta in italiano. Gli autori riportano alcune confidenze inedite che l’allora cardinale Eugenio Pacelli, nel “lontano” 1933, fece a due amici, il conte Enrico Pietro Galeazzi e monsignor Slozkaz, riguardo le apparizioni di Fatima e l’apostasia della Chiesa cattolica. È interessante notare che suor Lucia Dos Santos mise per iscritto le visioni e i segreti solamente nel 1941 e nel 1944, per cui ciò che disse l’allora cardinal Pacelli — che si sta avverando tragicamente — farebbe pensare che non tutto ci è stato rivelato durante il Giubileo del 2000. Abbiamo tradotto per voi quelle confidenze, vere e proprie profezie del futuro Pio XII: leggete e meditate.


il video del testo:






«Supponiamo che il comunismo sia uno degli strumenti di sovversione più evidenti usati contro la Chiesa e la Tradizioni della Rivelazione Divina. Quindi assisteremo alla contaminazione di tutto ciò che è spirituale: filosofia, scienza, legge, insegnamento, arti, media, letteratura, teatro e religione.

Sono preoccupato per le confidenze della Vergine alla piccola Lucia di Fatima. Questo insistere da parte della Buona Signora sui pericoli che minacciano la Chiesa è un avvertimento divino contro il suicidio che rappresenta l’alterare la Fede nella sua liturgia, nella sua teologia e nella sua anima.

Sento intorno a me che gli innovatori desiderano smantellare la Sacra Cappella, distruggere la fiamma universale della Chiesa, rifiutare i suoi ornamenti e renderla piena di sensi di colpa per il suo passato storico. Ecco, sono convinto che la Chiesa di Pietro dovrà rivendicare il suo passato, altrimenti si scaverà la sua stessa tomba.

Io combatterò questa battaglia con tutte le mie forze all’interno della Chiesa, come al di fuori di Essa, anche se le forze del male forse un giorno potrebbero approfittare della mia persona, delle mie azioni o dei miei scritti, come si prova oggi a deformare la storia della Chiesa. Tutte le eresie umane che alterano la Parola di Dio sono fatte per sembrare di essere migliori di Essa.



Verrà un giorno in cui il mondo civilizzato rinnegherà il proprio Dio, quando la Chiesa dubiterà come dubitò Pietro. Essa sarà allora tentata di credere che l’uomo è diventato Dio, che suo Figlio è solo un simbolo, una filosofia come tante altre. Nelle chiese i cristiani cercheranno invano la lampada rossa dove Gesù li aspetta; come la peccatrice in lacrime davanti alla tomba vuota, grideranno: “Dove lo hanno portato?”.

Sarà allora che si alzeranno i sacerdoti dall’Africa, dall’Asia, dalle Americhe – quelli formati nei seminari missionari – che diranno e proclameranno che il “pane di vita” non è un pane ordinario, che la Madre del Dio-uomo non è una madre come molte altre. Ed essi saranno fatti a pezzi per aver testimoniato che il Cristianesimo non è una religione come le altre, poiché il suo capo è il Figlio di Dio e la Chiesa (cattolica) è la sua Chiesa».










giovedì 14 maggio 2020

Nigeria, seminarista ucciso «perché annunciava il Vangelo con coraggio eccezionale»


Un’immagine dei funerali del giovane seminarista Michael Nnadi



Caterina Giojelli 10 maggio 2020 Tempi 

L’uomo arrestato per l’omicidio del seminarista Michael Nnadi racconta di averlo giustiziato perché la sua fede «non mi dava pace»
Devono far riflettere le parole del Vescovo di Sokoto monsignor Matthew Hassan Kukah pronunciate durante i funerali del suo seminarista diciottenne rapito e ucciso dai terroristi islamici : "Dobbiamo negare il fatto che i rapitori separano i musulmani dagli infedeli o costringono i cristiani a convertirsi o morire?"




Michel non gli ha dato pace un solo giorno di prigionia, continuava a pregare e annunciare il Vangelo con «coraggio eccezionale». Per questo uno dei suoi aguzzini ha deciso di giustiziarlo. Ha fatto il giro del mondo l’intervista rilasciata dal ventiseienne Mustapha Mohammed, arrestato con l’accusa di essere l’assassinio di Michael Nnadi, il più giovane dei quattro seminaristi del Buon Pastore rapiti l’8 gennaio nello Stato di Kaduna, nel nord-ovest della Nigeria.

IL «CORAGGIO ECCEZIONALE» DEL SEMINARISTA

Parlando al Daily Sun da un carcere di Abuja, Mohammed ha detto di averlo ammazzato perché non sopportava la forza e la speranza del ragazzo, che guardandolo dritto negli occhi lo invitava a smettere di essere un uomo malvagio ricordandogli che le sue azioni lo avrebbero condannato. «Un coraggio eccezionale», ripete l’aguzzino, che al telefono con i cronisti ha spiegato di fare parte di una banda composta da 45 membri dedita a seminare il terrore sulla temutissima superstrada Kaduna-Abuja, la stessa dove fu ritrovato vivo ma con le ossa fracassate un altro dei seminaristi rapiti, il «più testardo e resistente». A fine gennaio erano tornati in libertà anche gli altri due, mancava solo Nnadi: monsignor Matthew Hassan Kukah, vescovo di Sokoto, aveva annunciato con dolore il suo assassinio il 1° febbraio, quando venne ritrovato e identificato il corpo del giovane insieme a quello di una donna, moglie di un medico, una delle tante persone sequestrate dagli islamisti insieme ai ragazzi del Buon Pastore.

«NON MI DAVA PACE»

«Non mi dava pace, sapeva che non condividevamo la stessa fede», così Mustapha ha deciso di spedirlo nella tomba. Il bandito ha spiegato che attaccare il seminario sarebbe stata una ghiotta occasione per fare soldi, l’irruzione è stata preparata con cura e grazie alle informazioni di un affiliato che viveva accanto al seminario. Dopo cinque giorni di sorveglianza, indossando i panni dei militari, i banditi avevano sequestrato i quattro ragazzi e usato il cellulare di Nnadi per presentare le loro richieste alle autorità scolastiche: 100 milioni di naira, in seguito ridotti a 10 (da 250 mila a 25 dollari), per il rilascio degli studenti.

CARNE DA MACELLO PER ISLAMISTI

L’intervista ha avuto ampia risonanza in un paese in cui i cristiani sono ormai carne da macello per islamisti: sono circa 120 i fedeli che si trovano ancora nelle mani di Boko Haram, tra i quali giovani donne che non hanno voluto abiurare la fede cristiana, come Leah Sharibu e Grace Taku, impossibili da contare invece le vittime della persecuzione anticristana come il reverendo Lawan Andimi, guida locale della Christian Association of Nigeria (Can) decapitato il 20 gennaio, o quelle degli attacchi dei saccheggiatori fulani.

L’ULTIMA SCORRIBANDA DEI FULANI

Francis Clement, contadino trentenne nello stato di Plateau ha perso il conto degli amici e dei parenti ammazzati dai pastori islamisti, «ogni volta che proviamo a risollevarci da un attacco ci colpiscono ancora con furia ancora più mortale. Uccidono persone, bruciano case e distruggono fattorie» ha spiegato a The Punch raccontando l’assalto più recente, avvenuto due settimane fa nella sua comunità, quando trovò a terra coperti di sangue due dei suoi fratelli. Gli assalitori hanno sparato anche a suo padre, «penso sia stato Dio a salvargli la vita perché nello stesso istante in cui venne colpito alla gamba l’attenzione del suo sicario venne catturata dalla figura del nostro pastore che aveva raggiunto il luogo della sparatoria. Il sicario uccise il chierico ma mio padre ebbe tempo per nascondersi». Quando Clement arrivò al villaggio trovò a terra tra gli altri cadaveri i corpi stesi immobili di due suoi fratelli e quello ancora vivo del fratellino più piccolo, ferito dai banditi. Il piccolo è stato dimesso ma la famiglia di Clememt non ha le 200 mila niara richieste dal medico che si è preso cura della gamba del capofamiglia.

«SOLO DIO PUÒ AIUTARCI»

«Siamo nelle mani di Dio. Solo lui può aiutarci, nessun altro ci difende, nessuno fermerà l’uccisione della nostra gente», ha spiegato raccontando l’inanità del governo che lascia il suo popolo in balia dei carnefici. La stessa denunciata a gran voce da monsignor Matthew Hassan Kukah: «Nessuno avrebbe potuto immaginare che dopo aver conquistato la presidenza, il generale Buhari avrebbe portato il nepotismo e la clanicità nell’esercito e nelle agenzie di sicurezza; che il suo governo sarebbe stato contrassegnato da politiche suprematiste e di divisione, che avrebbero portato il nostro Paese sull’orlo del baratro. Questo presidente ha mostrato il massimo grado di insensibilità nella gestione della ricca diversità del nostro Paese». Queste le parole del vescovo di Sokoto durante l’omelia dei funerali di Michael Nnadi.