venerdì 6 febbraio 2026

L'influenza cristiana nelle piccole cose, anche nei caratteri tipografici






Nella guerra dei caratteri tipografici, io sto dalla parte di Carlo Magno




di John Horvat

Mentre infuria la guerra culturale, nessun campo è esente dal suo raggio d'azione. Molto ne è stato scritto su di essa. Ora, anche i caratteri tipografici utilizzati per la stampa sono diventati un campo di battaglia. Non è più ciò che si legge, ma come appare ciò che si legge, che diventa oggetto di una disputa.

È scoppiata una guerra dei caratteri fra i tipi di Times New Roman e Calibri, che rappresentano rispettivamente la destra e la sinistra. Alcuni pensano che tali questioni siano irrilevanti o almeno culturalmente neutre. Niente potrebbe essere più lontano dalla verità. La cultura comprende tutto ciò che fa parte della vita quotidiana delle persone. All'interno delle cose apparentemente semplici sono incorporati principi, impressioni e contesto storico. Tutto, per quanto piccolo, può avere un impatto sull'anima.

L'offensiva dei caratteri tipografici della sinistra


La sinistra spesso riconosce questo fatto più della destra. Promuove la sua agenda attraverso la moda, l'arte e gli stili. Infatti, la sinistra ha scatenato la guerra dei caratteri tipografici durante l'amministrazione Biden quando, nel 2023, il Dipartimento di Stato improvvisamente li ha cambiati nei suoi documenti dal maestoso Times New Roman al più austero Calibri, tanto privo di ornamenti.

Questo semplice cambiamento di caratteri ha assunto connotazioni woke quando i funzionari hanno affermato che "alcune ricerche" suggeriscono che le persone con dislessia o disabilità visive hanno difficoltà a leggere l’opprimente Times New Roman sugli schermi. In nome dell'accessibilità universale, la sinistra ha chiesto il cambiamento in modo che le informazioni potessero essere rese “inclusive”. Ha inoltre affermato che il detto carattere sembrava obsoleto.

Un'avversione ideologica


Va detto che esistono molti stili di carattere diversi e che ciascuno di essi ha uno scopo e trasmette un messaggio. Certo, non tutto dovrebbe essere in Times New Roman. Tuttavia, il Times New Roman è appropriato. La questione va ben oltre le semplici preferenze. La sinistra promuove sempre una visione egualitaria che tende al minimo comune denominatore nella sua cultura.

Pertanto, la formalità del Times New Roman e il suo aspetto professionale erano in contrasto con gli ideali proletari della sinistra. I progressisti preferiscono naturalmente l'informalità dei caratteri senza ornamenti, in linea con il loro pensiero materialistico. La sinistra conosce certamente il valore di queste lievi modifiche culturali. Ed è sempre pronta ad attuarle perché riconosce che tutta la cultura è importante.

Una controffensiva

L'amministrazione Trump ha recentemente ripristinato il Times New Roman nei documenti del Dipartimento di Stato. Il segretario di Stato Marco Rubio ha affermato che il cambiamento avrebbe "ripristinato il decoro" e l'estetica delle comunicazioni ufficiali. In effetti, il Times New Roman è percepito come uno stile serio e formale. Conferisce un'aria di professionalità e autorevolezza ai testi. Fornire questa impressione è proprio ciò di cui i documenti governativi hanno bisogno per essere efficaci.

La metafisica egualitaria della sinistra, tuttavia, considera l'autorità tradizionale come oppressiva. La professionalità presuppone una superiorità in qualche campo che fa sentire gli altri meno capaci. Pertanto, la sinistra accoglie con favore qualsiasi sforzo volto ad abbattere le disuguaglianze nelle strutture sociali a favore del "popolo". Non sorprende che la sinistra prenda di mira il Times New Roman come un ulteriore simbolo di oppressione e dichiari chiaramente la propria opposizione ideologica.

Uno stile predefinito estremamente popolare


Curiosamente, i progressisti sostengono sempre di rappresentare gli interessi degli emarginati quando s’impegnano nella loro lotta contro la gerarchia. Tuttavia, tali politiche spesso danneggiano la società nel suo complesso, in particolare i membri più vulnerabili, come i poveri.

Nel caso dell’uso del Times New Roman, il carattere tipografico favorisce in realtà la stragrande maggioranza dei lettori, ovvero il "popolo". L'affermazione secondo cui sarebbe meno accessibile è falsa. Il Times New Roman non è un font oppressivo, ma benevolo. Si tratta infatti di un font predefinito molto popolare che rende la lettura più accessibile a tutti, non meno.

Il ruolo del serif

È un carattere “serif”, il che significa che presenta dei piccoli "piedini" o allungamenti alle estremità dei tratti delle lettere. Queste estensioni aiutano a guidare lo sguardo del lettore attraverso il testo, migliorando la leggibilità e riducendo l'affaticamento, in particolare nei testi lunghi. L'elevato contrasto e le forme distintive delle lettere aiutano i lettori a distinguere tra caratteri simili, che altrimenti potrebbero creare confusione.

Commissionato originariamente dal Times di Londra nel 1931, il carattere è stato progettato anche per essere pratico, condensando il testo per ospitare più contenuti senza sacrificare la leggibilità o la bellezza. Ha avuto un successo straordinario e ben presto è diventato il carattere standard dell'industria tipografica. Anche Windows e macOS lo hanno adottato come carattere predefinito.

Inoltre, il carattere è bello. I “serif” sono piacevoli alla vista. Impreziosiscono il testo con uniformità e varietà che non affaticano il lettore. Il carattere non ha l'aspetto grossolanamente utilitaristico dei suoi omologhi “sans-serif”. Infatti, il carattere tipografico non opprime con la sua formalità. Rassicura il lettore offrendo qualcosa di familiare ma edificante, accessibile ma distintivo, funzionale ma attraente.

Il frutto della civiltà cristiana

La famiglia di caratteri Roman ha avuto origine nell'VIII e IX secolo, quando Carlo Magno impose uno stile di scrittura standardizzato per promuovere l'alfabetizzazione in tutto il Sacro Romano Impero medievale. Introdusse molte forme di lettere minuscole ancora in uso oggi. Questo carattere “serif” Roman ha influenzato la struttura dell'attuale Times New Roman.

Nonostante questi tempi brutali e atei, permane ancora una profonda influenza cristiana nelle piccole cose. Coloro che difendono la tradizione devono lottare con le unghie e con i denti per difendere ciò che è ancora cristiano nella cultura attuale, ovunque si trovi, anche nei caratteri tipografici.

Infuria la guerra dei caratteri tipografici, la sinistra sottolinea quanto siano importanti queste piccole cose nella lotta per la cultura. Mentre i progressisti le prendono sul serio, i conservatori farebbero bene schierandosi con Carlo Magno.





Fonte: Tfp.org, 26 gennaio 2026. Traduzione a cura di Tradizione Famiglia Proprietà – Italia.







La FSSPX e la suprema legge della "salus animarum"


Padre Davide Pagliarani, Superiore Generale
 della Fraternità Sacerdotale San Pio X (FSSPX) (foto: FSSPX)


Intervista integrale al Superiore Generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X, Padre Davide Pagliarani, pubblicata su FSSPX.News. Ecco l’intervista nella traduzione curata da Sabino Paciolla (6 febbraio 2026).



Intervista al Superiore Generale della Fraternità Sacerdotale San Pio X

“Suprema lex, salus animarum”

“La legge suprema è la salvezza delle anime”. È su questo principio superiore che, in ultima analisi, dipende l’intera legittimità del nostro apostolato.


FSSPX.News: Reverendo Superiore Generale, lei ha appena annunciato pubblicamente la sua intenzione di procedere alle consacrazioni episcopali per la Fraternità Sacerdotale San Pio X il prossimo 1° luglio. Perché ha scelto di fare questo annuncio proprio oggi, 2 febbraio?

Don Davide Pagliarani: La festa della Purificazione della Beata Vergine Maria ha un grande significato all’interno della Fraternità. È il giorno in cui i candidati al sacerdozio ricevono la tonaca. La Presentazione del Signore al Tempio, che celebriamo oggi, ricorda loro che la chiave della loro formazione e preparazione agli ordini sacri sta nel dono di sé, che passa attraverso le mani di Maria. È una festa mariana importante perché, annunciando alla Madonna una spada di dolore, Simeone mostra chiaramente il suo ruolo di Corredentrice accanto al suo divino Figlio. La vediamo associata a Nostro Signore fin dall’inizio della sua vita terrena fino al compimento del suo sacrificio sul Calvario. Allo stesso modo, la Madonna accompagna il futuro sacerdote nella sua formazione e per tutta la sua vita: è lei che continua a formare Nostro Signore nella sua anima.

Questo annuncio è stato oggetto di voci insistenti negli ultimi mesi, soprattutto dopo la morte del vescovo Tissier de Mallerais nell’ottobre 2024. Perché avete aspettato fino ad ora?

Come l’arcivescovo Lefebvre ai suoi tempi, la Fraternità ha sempre cercato di non precedere ma di seguire la Provvidenza, lasciandosi guidare dai suoi segnali. Una decisione di tale importanza non può essere presa con leggerezza o fretta.

In particolare, poiché questa decisione riguarda chiaramente l’autorità suprema della Chiesa, si è ritenuto necessario prima rivolgersi alla Santa Sede – cosa che abbiamo fatto – e attendere un periodo di tempo ragionevole per una risposta. Non era una decisione che potevamo prendere senza manifestare concretamente il nostro riconoscimento dell’autorità del Santo Padre.

Nella sua omelia, lei ha affermato di aver effettivamente scritto al Papa. Può dirci qualcosa di più al riguardo?

L’estate scorsa ho scritto al Santo Padre per chiedere un’udienza. Non avendo ricevuto risposta, gli ho scritto di nuovo alcuni mesi dopo, in modo filiale e diretto, senza nascondere alcuna delle nostre esigenze. Ho menzionato le nostre divergenze dottrinali, ma anche il nostro sincero desiderio di servire la Chiesa cattolica senza sosta, poiché siamo servitori della Chiesa nonostante il nostro status canonico irregolare.

A questa seconda lettera, pochi giorni fa ci è giunta una risposta da Roma, dal cardinale Fernández. Purtroppo, essa non ha tenuto in alcun conto la proposta che abbiamo avanzato e non offre nulla che risponda alle nostre richieste.

Questa proposta, date le circostanze molto particolari in cui si trova la Fraternità, consiste concretamente nel chiedere alla Santa Sede di acconsentire a permetterci di continuare il nostro lavoro –temporaneamente, nella nostra situazione eccezionale – per il bene delle anime che si rivolgono a noi. Abbiamo promesso al Papa di dedicare tutte le nostre energie alla salvaguardia della Tradizione e di fare dei nostri fedeli dei veri figli della Chiesa. Mi sembra che una tale proposta sia realistica e ragionevole e che, di per sé, potrebbe essere approvata dal Santo Padre.

Ma allora, se non avete ancora ricevuto questa approvazione, perché ritenete comunque necessario procedere con le consacrazioni episcopali?

Si tratta di un mezzo estremo, proporzionato a una necessità reale e altrettanto estrema. Infatti, la semplice esistenza di una necessità per il bene delle anime non significa che, per rispondere ad essa, qualsiasi iniziativa sia automaticamente giustificata. Ma nel nostro caso, dopo un lungo periodo di attesa, di osservazione e di preghiera, sembra che lo stato oggettivo di grave necessità in cui si trovano oggi le anime, la Fraternità e la Chiesa richieda una tale decisione.

Con l’eredità che ci ha lasciato Papa Francesco, le ragioni fondamentali che hanno giustificato le consacrazioni del 1988 esistono ancora e, sotto molti aspetti, ci spingono con rinnovata urgenza. Il Concilio Vaticano II rimane più che mai la bussola che guida gli ecclesiastici di oggi, ed è improbabile che cambino rotta nel prossimo futuro. Inoltre, i principali orientamenti che stanno già prendendo forma in questo nuovo pontificato – in particolare attraverso il più recente concistoro – non fanno che confermarlo. È evidente la determinazione esplicita a preservare la linea di Papa Francesco come traiettoria irreversibile per tutta la Chiesa.

«Abbiamo promesso al Papa di dedicare tutte le nostre energie alla salvaguardia della Tradizione e di rendere i nostri fedeli veri figli della Chiesa».

È triste riconoscerlo, ma è un dato di fatto che, in una parrocchia ordinaria, i fedeli non trovano più i mezzi necessari per assicurarsi la salvezza eterna. Mancano, in particolare, sia la predicazione integrale della verità e della morale cattolica, sia la degna amministrazione dei sacramenti come la Chiesa ha sempre fatto. Questa privazione è ciò che costituisce lo stato di necessità. In questo contesto critico, i nostri vescovi stanno invecchiando e, con il continuo espandersi dell’apostolato, non sono più sufficienti a soddisfare le esigenze dei fedeli in tutto il mondo.

In che modo ritiene che il concistoro del mese scorso confermi la direzione intrapresa da Papa Francesco?

Il cardinale Fernández, parlando a nome di Papa Leone, ha invitato la Chiesa a tornare all’intuizione fondamentale di Papa Francesco espressa nella sua enciclica chiave, Evangelii gaudium. In parole povere, egli ritiene che il Vangelo debba essere proclamato riducendolo a un’espressione primitiva ed essenziale, una serie di formule concise e incisive – il «kerygma» – con l’obiettivo di suscitare un’«esperienza», un incontro immediato con Cristo. Tutto il resto dovrebbe essere messo da parte, per quanto prezioso possa essere. In termini concreti, tutto ciò che è Tradizione è considerato accessorio e secondario. È questo metodo della nuova evangelizzazione che ha prodotto il vuoto dottrinale caratteristico del pontificato di Papa Francesco, e che è profondamente sentito da molti nella Chiesa.

Allo stesso modo, è necessario fornire risposte nuove e pertinenti alle questioni emergenti del nostro tempo, ma, secondo il cardinale Fernández, ciò deve essere fatto attraverso la riforma sinodale, piuttosto che riscoprendo le risposte classiche e sempre valide fornite dalla Tradizione della Chiesa. È con questi mezzi, nel «soffio dello Spirito» di questa riforma sinodale, che Papa Francesco è stato in grado di imporre decisioni catastrofiche all’intera Chiesa, come l’autorizzazione alla Santa Comunione per i divorziati e i risposati civilmente, o la benedizione delle coppie omosessuali.

In sintesi, attraverso il «kerygma», l’annuncio del Vangelo viene isolato dall’intero corpus della dottrina e della morale tradizionali. E attraverso la sinodalità, le risposte tradizionali vengono sostituite da decisioni arbitrarie, con un alto rischio di essere assurde e dottrinalmente ingiustificabili. Lo stesso cardinale Zen considera questo metodo manipolatorio e ritiene blasfemo attribuirlo allo Spirito Santo. Purtroppo, temo che abbia ragione.

Lei parla di servizio alla Chiesa, ma in pratica la Fraternità può dare l’impressione di sfidare la Chiesa, soprattutto se si prevedono consacrazioni episcopali. Come lo spiega al Papa?

Noi serviamo la Chiesa prima di tutto servendo le anime. Questo è un fatto oggettivo, indipendente da qualsiasi altra considerazione. Fondamentalmente, la Chiesa esiste per le anime; il suo scopo è la loro santificazione e la loro salvezza. Tutti i bei discorsi, i vari dibattiti, i grandi temi su cui si discute o si potrebbe discutere, non hanno alcun significato se non hanno come finalità la salvezza delle anime. È essenziale ricordarlo perché la Chiesa rischia di occuparsi di tutto e di niente. Le preoccupazioni ecologiche, ad esempio, o l’attenzione ai diritti delle minoranze, delle donne o dei migranti, rischiano di far perdere di vista la missione essenziale della Chiesa. Se la Fraternità San Pio X si sforza di preservare la Tradizione, con tutto ciò che ciò comporta, è solo perché questi tesori sono vitali per la salvezza delle anime e perché non mira ad altro che al bene delle anime e a quello del sacerdozio, ordinato alla loro santificazione.

«In una parrocchia ordinaria, i fedeli non trovano più i mezzi necessari per assicurarsi la salvezza eterna. Questo è ciò che costituisce lo stato di necessità».

In questo modo, mettiamo ciò che preserviamo al servizio della Chiesa. Offriamo alla Chiesa non un museo di cose vecchie e polverose, ma la Tradizione nella sua pienezza e fecondità. La Tradizione, che santifica le anime, le trasforma e fa nascere vocazioni e famiglie autenticamente cattoliche. In altre parole, è per il Papa stesso, in quanto tale, che conserviamo questo tesoro fino al giorno in cui il suo valore sarà nuovamente compreso e quando un Papa vorrà utilizzarlo per il bene di tutta la Chiesa. Perché è alla Chiesa che appartiene la Tradizione.

Lei parla del bene delle anime, ma la Fraternità non ha alcuna missione sulle anime. Al contrario, è stata soppressa canonicamente più di cinquant’anni fa. Su quale base si può giustificare una missione della Fraternità verso le anime?

È semplicemente una questione di carità. Non vogliamo attribuirci una missione che non abbiamo, ma allo stesso tempo non possiamo rifiutarci di rispondere all’angoscia spirituale di anime sempre più perplesse, disorientate e smarrite. Chiedono aiuto. E, dopo aver cercato a lungo, è del tutto naturale che trovino profonda gioia, luce e consolazione nelle ricchezze della Tradizione della Chiesa. Verso queste anime abbiamo una vera responsabilità, anche se non possediamo una missione ufficiale. È lo stesso per chiunque si trovi per strada: se vede un altro in pericolo, è tenuto ad aiutarlo secondo i propri mezzi, anche se non è né un pompiere né un poliziotto.

Il numero di anime che si sono rivolte a noi in questo modo è aumentato nel corso degli anni, in particolare nell’ultimo decennio. Ignorare i loro bisogni e abbandonarle significherebbe tradirle e quindi tradire la Chiesa stessa, perché, ancora una volta, la Chiesa esiste per le anime e non per alimentare discorsi vani e futili.

Questa carità è un dovere che prevale su tutti gli altri. La stessa legge della Chiesa lo prevede. Nello spirito del diritto ecclesiastico, che è l’espressione giuridica di questa carità, il bene delle anime viene prima di ogni altra cosa. Rappresenta veramente la legge delle leggi, alla quale tutte le altre sono subordinate e contro la quale nessuna legge ecclesiastica può prevalere. L’assioma «suprema lex, salus animarum» — «la legge suprema è la salvezza delle anime» — è una massima classica della tradizione canonica che è esplicitamente ripresa dal canone finale del Codice del 1983. Nello stato attuale di necessità, è su questo principio supremo che dipende l’intera legittimità del nostro apostolato e della nostra missione verso le anime che si rivolgono a noi. Per noi, il nostro ruolo è quello di supplire a una carenza, in nome di quella stessa carità.

Siete consapevoli che contemplare le consacrazioni episcopali potrebbe porre i fedeli che ricorrono alla Fraternità di fronte a un dilemma: o la scelta della Tradizione integrale con tutto ciò che essa implica, o la “piena” comunione con la gerarchia della Chiesa?

In realtà, questo dilemma è solo apparente. Un cattolico deve preservare sia la Tradizione integrale sia la comunione con la gerarchia. Non può scegliere tra questi beni, perché entrambi sono necessari.

Ma troppo spesso si dimentica che la comunione si fonda essenzialmente sulla fede cattolica con tutto ciò che essa comporta – a cominciare da una vera vita sacramentale – e questo richiede l’esercizio di un governo che predichi questa stessa fede e ne assicuri la pratica, usando la sua autorità non in modo arbitrario, ma veramente in vista del bene spirituale delle anime affidate alle sue cure.

È proprio per salvaguardare questi fondamenti – queste condizioni necessarie per l’esistenza della comunione nella Chiesa – che la Fraternità non può accettare ciò che si oppone e distorce tale comunione, anche quando proviene da coloro che esercitano di diritto l’autorità nella Chiesa.

Potrebbe fornire un esempio concreto di ciò che la Fraternità non può accettare?

Il primo esempio che mi viene in mente risale al 2019, quando Papa Francesco, in occasione della sua visita nella penisola arabica, ha firmato, insieme a un imam, la nota dichiarazione di Abu Dhabi. Insieme al leader musulmano, ha affermato che la pluralità delle religioni è stata voluta come tale dalla Sapienza divina.

È evidente che una comunione fondata sull’accettazione di una tale affermazione, o che la includesse, semplicemente non sarebbe cattolica, poiché costituirebbe un peccato contro il Primo Comandamento e la negazione del primo articolo del Credo. Considero tale affermazione più che un semplice errore. È semplicemente inconcepibile. Non può essere il fondamento della comunione cattolica, ma piuttosto la causa della sua dissoluzione. Credo che un cattolico dovrebbe preferire il martirio piuttosto che accettare una simile affermazione.

In tutto il mondo sta crescendo la consapevolezza degli errori da tempo denunciati dalla Fraternità, in particolare su Internet. Non sarebbe meglio lasciare che questo movimento si sviluppi e confidare nella Provvidenza piuttosto che intervenire con un gesto pubblico forte come le consacrazioni episcopali?

Questo movimento è certamente positivo e non si può che rallegrarsene. Indubbiamente, esso illustra la validità di ciò che la Fraternità difende, e vi sono tutte le ragioni per incoraggiare questa diffusione della verità con tutti i mezzi disponibili. Detto questo, si tratta di un movimento con dei limiti, poiché la battaglia della fede non può essere limitata né esaurita da discussioni e prese di posizione su Internet.

La santificazione di un’anima dipende certamente da un’autentica professione di fede, ma questa deve condurre a una vita cristiana devota. La domenica, le anime non hanno bisogno di consultare Internet; hanno bisogno di un sacerdote che ascolti le loro confessioni e le istruisca, che celebri per loro il Santo Sacrificio della Messa, che le santifichi veramente e le conduca a Dio. Le anime hanno bisogno di sacerdoti. E per avere sacerdoti, occorrono vescovi, non “influencer”. In altre parole, dobbiamo tornare alla realtà, cioè alla realtà delle anime e dei loro bisogni concreti e oggettivi. Le consacrazioni episcopali non hanno altro scopo se non quello di garantire, ai fedeli attaccati alla Tradizione, l’amministrazione del sacramento della Cresima, dell’Ordine Sacro e di tutto ciò che ne deriva.

Non pensate che, nonostante le sue buone intenzioni, la Fraternità potrebbe in qualche modo finire per considerarsi la Chiesa, o attribuirsi un ruolo insostituibile?

La Fraternità non pretende in alcun modo di sostituirsi alla Chiesa o di assumerne la missione. Al contrario, essa conserva la profonda consapevolezza di esistere unicamente per servirla, basandosi esclusivamente su ciò che la Chiesa stessa ha sempre e ovunque predicato, creduto e praticato.

La Fraternità è altresì profondamente consapevole che non è lei a salvare la Chiesa, poiché solo Nostro Signore preserva e salva la Sua Sposa, Lui che non cessa mai di vegliare su di lei.

In circostanze che non ha scelto, la Fraternità è semplicemente un mezzo privilegiato per rimanere fedele alla Chiesa. Attenta alla missione della sua Madre, che da venti secoli nutre i suoi figli con la dottrina e i sacramenti, la Fraternità si dedica con spirito filiale alla conservazione e alla difesa della Tradizione integrale, approfittando di una libertà senza pari per rimanere fedele a questa eredità. Secondo l’espressione dell’arcivescovo Lefebvre, la Fraternità non è altro che un’opera «della Chiesa cattolica, che continua a trasmettere la dottrina»; il suo ruolo è quello di un «inviato». E non desidera altro che vedere tutti i pastori cattolici unirsi a lei nell’adempimento di questo dovere.

Torniamo al Papa. Ritiene realistico credere che il Santo Padre possa accettare, o almeno tollerare, che la Fraternità consacri vescovi senza un mandato pontificio?

Un Papa è prima di tutto un padre. In quanto tale, è capace di discernere una giusta intenzione, una sincera volontà di servire la Chiesa e, soprattutto, un autentico caso di coscienza in una situazione eccezionale. Questi elementi sono oggettivi e tutti coloro che conoscono la Fraternità possono riconoscerli, anche senza necessariamente condividerne le posizioni.

Questo è comprensibile in teoria. Ma pensa che, in pratica, Roma potrebbe tollerare una tale decisione da parte della Fraternità?

Il futuro rimane nelle mani del Santo Padre e, naturalmente, della Provvidenza. Tuttavia, bisogna riconoscere che la Santa Sede è talvolta capace di mostrare un certo pragmatismo, e persino una sorprendente flessibilità, quando è convinta di agire per il bene delle anime.

Prendiamo il caso attuale delle relazioni con il governo cinese. Nonostante un vero e proprio scisma della Chiesa patriottica cinese, nonostante la persecuzione ininterrotta della Chiesa clandestina fedele a Roma, nonostante gli accordi regolarmente rinnovati e poi violati dalle autorità cinesi, nel 2023 Papa Francesco ha approvato, a posteriori, la nomina del vescovo di Shanghai da parte di quelle autorità. Più recentemente, lo stesso Papa Leone XIV ha finito per accettare, a posteriori, la nomina del vescovo di Xinxiang, designato allo stesso modo durante la vacanza della Sede Apostolica, mentre il vescovo fedele a Roma – che era stato imprigionato più volte – era ancora in carica. In entrambi i casi, si trattava chiaramente di prelati filogovernativi, imposti unilateralmente da Pechino per controllare la Chiesa cattolica in Cina. Va chiaramente sottolineato che non si trattava semplicemente di vescovi ausiliari, ma di vescovi residenti, cioè di pastori ordinari delle rispettive diocesi (o prefetture), con giurisdizione sul clero e sui fedeli locali. A Roma è perfettamente noto per quale scopo questi pastori sono stati scelti e imposti unilateralmente.
«La Fraternità San Pio X non mira ad altro: il bene delle anime e quello del sacerdozio ordinato alla loro santificazione».

Il caso della Fraternità è completamente diverso. Per noi non si tratta ovviamente di favorire un potere comunista o anticristiano, ma solo di salvaguardare i diritti di Cristo Re e della Tradizione della Chiesa, in un momento di crisi e confusione generale in cui questi sono gravemente compromessi. Le intenzioni e i fini non sono chiaramente gli stessi. Il Papa lo sa. Inoltre, il Santo Padre sa bene che la Fraternità non ha alcuna intenzione di concedere alcuna giurisdizione ai suoi vescovi, il che equivarrebbe a creare una Chiesa parallela.

Francamente, non vedo come il Papa possa temere un pericolo maggiore per le anime proveniente dalla Fraternità piuttosto che dal governo di Pechino.

Per quanto riguarda la Messa tradizionale, ritiene che la necessità delle anime sia oggi grave come lo era nel 1988? Dopo le ben note vicissitudini del rito di San Pio V, la sua liberazione da parte di Benedetto XVI nel 2007 e le restrizioni imposte da Francesco nel 2021, in quale direzione stiamo andando con il nuovo Papa?

Per quanto ne so, Papa Leone XIV ha mantenuto una certa discrezione su questo argomento, che suscita grandi aspettative nel mondo conservatore. Molto recentemente, tuttavia, è stato reso pubblico un testo del cardinale Roche sulla liturgia, inizialmente destinato ai cardinali che hanno partecipato al concistoro del mese scorso. Non c’è motivo di dubitare che esso corrisponda, nelle sue linee generali, all’orientamento desiderato dal Papa. Si tratta di un testo inequivocabile e, soprattutto, logico e coerente. Purtroppo, si basa su una premessa falsa.

Concretamente, questo testo, in perfetta continuità con Traditionis custodes, condanna il progetto liturgico di Papa Benedetto XVI, secondo il quale il rito antico e il rito nuovo sono due forme più o meno equivalenti, che esprimono la stessa fede e la stessa ecclesiologia, e quindi capaci di arricchirsi reciprocamente.

Preoccupato per l’unità della Chiesa, Benedetto XVI ha cercato di promuovere la coesistenza dei due riti e, nel 2007, ha pubblicato la Summorum Pontificum. Per molti, ciò ha determinato una provvidenziale riscoperta della Messa di sempre; ma col tempo ha anche dato origine a un movimento che metteva in discussione il nuovo rito, un movimento ritenuto problematico e che la Traditionis custodes, nel 2021, ha cercato di arginare.

Fedele a Papa Francesco, il cardinale Roche sta ora cercando di promuovere un’unità sfuggente della Chiesa secondo un’idea contraddittoria rispetto a quella di Benedetto XVI. Pur mantenendo l’affermazione di una continuità da un rito all’altro attraverso la riforma, il cardinale Roche si oppone fermamente alla loro coesistenza. Egli vede in essa una fonte di divisione, una minaccia all’unità, che deve essere superata tornando a un’autentica comunione liturgica. «Il bene primario dell’unità della Chiesa non si ottiene congelando la divisione, ma ritrovandoci nella condivisione di ciò che non può che essere condiviso». Nella Chiesa «dovrebbe esserci un solo rito», in piena sintonia con il vero significato della Tradizione.

Si tratta di un principio giusto e coerente, poiché la Chiesa, avendo una sola fede e una sola ecclesiologia, può avere una sola liturgia in grado di esprimerle adeguatamente. Ma è un principio applicato a una concezione errata della Tradizione. In linea con la nuova ecclesiologia postconciliare, il cardinale Roche concepisce la Tradizione come qualcosa di evolutivo e il nuovo rito come sua unica espressione viva per il nostro tempo. Il valore del rito tridentino può quindi essere considerato solo obsoleto e il suo uso, al massimo, una «concessione» e «in nessun modo una promozione».

Che vi sia una «divisione» e un’incompatibilità tra i due riti appare ora più evidente che mai. Ma non ci si illuda: l’unica liturgia che esprime adeguatamente, in modo immutabile e non evolutivo, la concezione tradizionale della Chiesa, della vita cristiana e del sacerdozio cattolico – cioè la Tradizione – è la liturgia di tutti i tempi. Su questo punto, l’opposizione della Santa Sede appare più irrevocabile che mai.

Il cardinale Roche ha tuttavia l’onestà di riconoscere che esistono ancora problemi specifici nell’attuazione della riforma liturgica. Ritiene che ciò possa portare a una presa di coscienza dei limiti di tale riforma?

È sorprendente che, dopo sessant’anni, si ammetta ancora una reale difficoltà nell’applicazione della riforma liturgica e che le sue ricchezze siano ancora da scoprire. È un ritornello che si sente ogni volta che si affronta questo argomento e che il testo del cardinale Roche non elude. Ma invece di mettere sinceramente in discussione le carenze intrinseche della nuova Messa, e quindi il fallimento complessivo della riforma, invece di affrontare la realtà che le chiese si stanno svuotando e le vocazioni sono in declino, invece di chiedersi perché il rito tridentino continui ad attrarre così tante anime, il cardinale Roche non vede altra soluzione che una formazione preliminare urgente dei fedeli e dei seminaristi.

Senza rendersene conto, entra così in un circolo vizioso, poiché è la liturgia stessa che ha lo scopo di formare le anime. Per quasi duemila anni, le anime – spesso analfabete – sono state edificate e santificate dalla liturgia, senza bisogno di alcuna formazione preliminare. Non riconoscere l’intrinseca incapacità del Novus Ordo di formare ed edificare le anime e continuare a richiedere una formazione preliminare sempre migliore mi sembra il segno di una cecità irrimediabile. Si arriva a paradossi sconcertanti: la riforma aveva lo scopo di favorire una maggiore partecipazione dei fedeli; eppure i fedeli hanno abbandonato la Chiesa in massa, perché questa liturgia insipida non riusciva a nutrirli – e questo non avrebbe nulla a che vedere con la riforma?

Oggi, in molti paesi, gruppi esterni alla Fraternità usano ancora il Messale del 1962. Tali possibilità non esistevano quasi nel 1988. Non sarebbe questa un’alternativa sufficiente per il momento, rendendo premature nuove consacrazioni episcopali?


La domanda che dobbiamo porci è questa: queste possibilità corrispondono a ciò di cui la Chiesa e le anime hanno veramente bisogno? Rispondono in modo sufficiente alle necessità delle anime?

È innegabile che, ovunque venga celebrata la Messa tradizionale, è il vero rito della Chiesa che risplende con un profondo senso del sacro, che non si trova nel nuovo rito. Tuttavia, non si può prescindere dal contesto in cui si svolgono queste celebrazioni. Indipendentemente dalla buona volontà dell’una o dell’altra parte, e soprattutto dopo la pubblicazione di Traditionis custodes e la sua conferma da parte del cardinale Roche, il contesto è quello di una Chiesa in cui l’unico rito ufficiale e «normale» è quello di Paolo VI. La celebrazione del rito di sempre, quindi, si svolge in regime di eccezione. I sacerdoti legati a questo rito ricevono, per benevolenza gratuita, dispense che consentono loro di celebrarlo, ma queste dispense si inseriscono nella logica della nuova ecclesiologia. Essi accettano quindi tacitamente che la nuova liturgia rimanga il criterio della pietà dei fedeli e l’espressione autentica della vita della Chiesa.

Perché dice che non si può prescindere da questo quadro eccezionale? Non si sta comunque facendo del bene? Quali conseguenze concrete sarebbero deplorevoli?

Da questa situazione derivano almeno tre conseguenze dannose. La più immediata è una profonda fragilità strutturale. I sacerdoti e i fedeli che beneficiano di alcuni privilegi che consentono loro di utilizzare la liturgia tridentina vivono nell’ansia per il futuro: un privilegio non è un diritto.

Finché l’autorità li tollera, possono continuare la loro pratica religiosa senza essere disturbati. Ma non appena l’autorità formula richieste particolari, impone condizioni o revoca improvvisamente, per un motivo o per l’altro, le autorizzazioni concesse, i sacerdoti e i fedeli si trovano in conflitto, senza alcun mezzo per difendersi e garantire efficacemente l’assistenza tradizionale che le anime hanno il diritto di aspettarsi. Come si possono quindi evitare a lungo termine questi casi di coscienza, quando, tra due concezioni inconciliabili della vita della Chiesa – incarnate in due liturgie incompatibili – una gode di completa legittimità mentre l’altra è semplicemente tollerata?

Inoltre – e questo è probabilmente più grave – non si comprende più il motivo dell’attaccamento di questi gruppi alla liturgia tridentina. Ciò compromette gravemente i diritti pubblici della Tradizione della Chiesa e quindi il bene delle anime. Infatti, se si ritiene che coloro che sono attaccati alla Messa di sempre accettino che la Messa moderna sia celebrata in tutta la Chiesa, e se si crede che essi rivendichino per sé solo un privilegio particolare legato a una preferenza o a un carisma proprio, come si può allora comprendere che questa Messa di sempre si oppone in modo irriducibile alla nuova Messa, rimane l’unica vera liturgia di tutta la Chiesa e che nessuno può essere impedito di celebrarla? Come si può sapere che la Messa di Paolo VI non può essere riconosciuta, perché costituisce un notevole allontanamento dalla teologia cattolica del Santo Sacrificio della Messa, e che nessuno può essere costretto a celebrarla? E come si possono allontanare efficacemente le anime da questa liturgia avvelenata, per farle bere alle pure fonti della liturgia cattolica?
«La Fraternità è semplicemente, in circostanze che non ha scelto, un mezzo privilegiato per rimanere fedele alla Chiesa».

Infine, una conseguenza più remota che deriva dalle due precedenti: il timore di rompere una fragile stabilità con comportamenti ritenuti «disturbanti» riduce molti pastori a un silenzio costretto, quando invece dovrebbero alzare la voce contro insegnamenti scandalosi che corrompono la fede o la morale. La necessaria denuncia degli errori che minano la Chiesa – richiesta dal bene stesso delle anime minacciate da questo nutrimento avvelenato – rimane così incompiuta. Si può illuminare un altro in privato, se si è in grado di discernere la nocività di un dato errore, ma può essere solo un timido sussurro, in cui la verità fatica ad esprimersi con la necessaria libertà – specialmente all’ombra di principi contraddittori tacitamente accettati.

Ancora una volta, le anime non vengono più illuminate e sono private del pane della dottrina di cui rimangono affamate. Col tempo, ciò altera progressivamente le mentalità e porta gradualmente ad un’accettazione generale e inconscia delle varie riforme che interessano la vita della Chiesa. Anche verso queste anime la Fraternità sente la responsabilità di illuminare e di non abbandonare.

Non si tratta di giudicare e condannare, ma di aprire gli occhi e riconoscere i fatti. Siamo obbligati a riconoscere che, nella misura in cui l’uso della liturgia tradizionale rimane condizionato da un’accettazione almeno implicita delle riforme conciliari, i gruppi che ne beneficiano non possono costituire una risposta adeguata alle profonde necessità sperimentate dalla Chiesa e dalle anime. Al contrario, per riprendere un’idea già espressa, ai cattolici di oggi deve essere offerta una verità senza compromessi, servita senza condizionamenti, insieme ai mezzi per viverla pienamente, per la salvezza delle anime e il servizio di tutta la Chiesa.

Detto questo, non crede che Roma potrebbe mostrarsi più generosa in futuro riguardo alla Messa tradizionale?

Roma potrebbe adottare un atteggiamento più aperto in futuro, come è avvenuto nel 1988 in circostanze analoghe, quando il vecchio Messale fu concesso a gruppi specifici nel tentativo di allontanare i fedeli dalla Fraternità. Se ciò dovesse ripetersi, sarebbe ancora una volta una decisione più politica che dottrinale. Il Messale tridentino ha il solo scopo di adorare la maestà divina e di nutrire la fede; non deve essere strumentalizzato come strumento di adeguamento pastorale o come variabile di appeasement.

Tuttavia, una maggiore o minore benevolenza non cambierebbe nulla della nocività del quadro sopra descritto e quindi non modificherebbe sostanzialmente la situazione.

Inoltre, lo scenario è più complesso nella realtà. A Roma, sia Papa Francesco che il Cardinale Roche hanno capito che ampliare l’uso del Messale di San Pio V inevitabilmente innesca una messa in discussione della riforma liturgica e del Concilio su una scala che è sia problematica che, soprattutto, incontrollabile. È quindi difficile prevedere cosa accadrà, ma il pericolo di rimanere intrappolati in una logica più politica che dottrinale è reale.

Cosa vorrebbe dire in particolare ai fedeli e ai membri della Fraternità?

Vorrei sottolineare che questo è un momento di preghiera e di preparazione dei cuori, delle anime e delle menti. Dobbiamo prepararci a ricevere la grazia che queste consacrazioni porteranno a tutta la Chiesa. Questo deve essere fatto con raccoglimento, pace e fiducia nella Provvidenza, che non ha mai abbandonato la Fraternità e non la abbandonerà ora.

Spera ancora di incontrare il Papa?

Sì, certamente. Mi sembra estremamente importante parlare con il Santo Padre. Ci sono molte cose che vorrei condividere con lui e che non ho potuto includere nelle mie lettere. Purtroppo, la risposta del cardinale Fernández non affronta la possibilità di un’udienza con il Papa. Evoca anche la possibilità di nuove sanzioni.

Cosa farà la Fraternità se la Santa Sede decidesse di condannarla?

Innanzitutto, ricordiamo che in tali circostanze eventuali sanzioni canoniche non avrebbero alcun effetto reale.

Tuttavia, se fossero pronunciate, la Fraternità accetterebbe certamente questa nuova sofferenza senza amarezza, come ha accettato le sofferenze passate, e la offrirebbe sinceramente per il bene della Chiesa. È per la Chiesa che la Fraternità lavora. E non c’è dubbio che, se una tale situazione dovesse verificarsi, potrebbe essere solo temporanea, perché la Chiesa è divina e Nostro Signore non l’abbandonerà.

La Fraternità continuerà a lavorare al meglio delle sue capacità per essere fedele alla Tradizione cattolica e per servire umilmente la Chiesa rispondendo ai bisogni delle anime. Continuerà anche a pregare con devozione filiale per il Papa, come ha sempre fatto, in attesa del giorno in cui potrà essere liberata da ogni sanzione ingiusta, come è avvenuto nel 2009. Siamo certi che un giorno le autorità romane riconosceranno con gratitudine che queste consacrazioni episcopali hanno provvidenzialmente contribuito a preservare la fede, per la maggiore gloria di Dio e la salvezza delle anime.




Intervista rilasciata a Flavigny-sur-Ozerain il 2 febbraio 2026, nella festa della Purificazione della Beata Vergine Maria





giovedì 5 febbraio 2026

Ciò che i martiri inglesi rivelano sulla fede che abbiamo imparato a temere di difendere



Traduzione a cura di Chiesa e post-concilio. La nostra attenzione ormai allargata al mondo tradizionale nell'intero orbe cattolico, in questo caso anglofono, ci fa conoscere figure al di fuori dai nostri abituali riflettori. Nella nostra traduzione da Catholic Unscripted una figura emblematica, che ben possiamo includere tra i santi intercessori per questo nostro tempo.

5 febbraio 2026

Sant'Anna Line e il costo che non mettiamo più in conto



Mark Lambert, 3 febbraio

Oggi nella diocesi di Brentwood celebriamo la festa di Sant'Anna Line. La festa principale di Sant'Anna Line è il 27 febbraio, data del suo martirio. Questa è la sua memoria liturgica ufficiale come santa nella Chiesa. Compare anche in commemorazioni collettive insieme agli altri Quaranta Martiri d'Inghilterra e Galles.

Al contrario, all'interno della diocesi di Brentwood (che comprende l'Essex e l'East London), Sant'Anna Line ha un significato locale speciale, poiché era una martire nata nell'Essex, storicamente legata alla regione in cui operano le sue parrocchie. Diverse parrocchie e scuole della diocesi le sono dedicate, ad esempio a South Woodford e a Great Dunmow, a testimonianza della devozione locale. Grazie a questo legame locale, il vescovo e le parrocchie della diocesi di Brentwood scelgono di celebrare la sua festa come festa patronale o locale, attribuendole particolare importanza nella vita pastorale locale, anche se non è universalmente celebrata nel calendario ecclesiastico più ampio. E la sua storia dovrebbe davvero interpellarci. Non perché sia esotica o particolarmente straordinaria in senso cinematografico, ma perché espone, con dolorosa chiarezza, quanto fosse importante un tempo la fede cattolica e quanto poco sembri contare oggi per molti.

Anne Line nacque in una famiglia benestante nell'Inghilterra elisabettiana. Nacque come figlia di William Heigham, un puritano, a Jenkyn Maldon, nell'Essex. Quindi Anne aveva sicurezza, prestigio e un futuro che avrebbe potuto svolgersi in modo tranquillo e sicuro. Invece, scelse Cristo. Si convertì alla fede cattolica quando essere cattolici era illegale, non in senso lieve o tecnico, ma in un modo che comportava conseguenze concrete. 

William Heigham era figlio di Roger Heigham, membro del Parlamento, un riformatore protestante sotto Enrico VIII, che la rinnegò quando sposò un cattolico, Roger Line. Roger fu imprigionato proprio perché cattolico, fu esiliato e morì nel 1594 nelle Fiandre, in Belgio. Anne rimase vedova, povera, sorvegliata e perennemente vulnerabile. A quel punto, avrebbe potuto ritirarsi, sarebbe stato così facile farlo e molti, comprensibilmente, lo fecero. La storia non l'avrebbe giudicata severamente.
Ma lei non si è tirata indietro. Ha fatto un passo avanti.

Anna divenne la custode di rifugi sicuri per i preti cattolici ricercati in un'epoca in cui dare rifugio a un prete significava la morte. Non l'esclusione sociale, non la perdita di reputazione, non un dialogo difficile con le autorità ecclesiastiche, ma la morte. Nutriva i preti, li nascondeva, li proteggeva e rendeva possibile che i sacramenti raggiungessero le anime che ne avevano fame. La Messa non era un accessorio di stile di vita. La confessione non era facoltativa. Valeva la pena rischiare tutto per l'Eucaristia. Paragoniamo questo alla chiusura delle chiese da parte dei nostri vescovi durante il COVID.

Il suo ultimo atto fu silenzioso e coraggioso. Il giorno della Candelora organizzò una messa segreta. Le autorità fecero irruzione. I sacerdoti fuggirono. Anna no. Fu arrestata, processata e condannata. Alla sua esecuzione nel 1601 non implorò né si arrabbiò. Perdonò. I testimoni parlarono della sua calma e pace, di una donna veramente libera anche quando le fu messa la corda al collo. Il suo crimine fu quello di aver protetto Cristo nei Suoi sacerdoti. La sua punizione fu il martirio.

Questa è la fede che ereditiamo.

Ed è qui che il contrasto diventa sgradevole.

I martiri della Riforma inglese non morirono per "valori condivisi" o "spiritualità sovrapposte". Non soffrirono affinché le peculiarità cattoliche potessero essere in seguito attenuate, relativizzate o giustificate. Morirono perché la fede cattolica avanzava pretese concrete ed esclusive. Perché la Messa era il Sacrificio del Calvario. Perché il sacerdozio era sacramentale. Perché la Chiesa aveva un'autorità conferita da Cristo, non delegata dallo Stato o negoziata ecumenicamente.

Cosa penserebbe Sant'Anna Line della nostra epoca?

Viviamo in un'epoca in cui i vescovi parlano incessantemente di dialogo e accompagnamento, ma esitano a parlare chiaramente della verità. In cui l'ecumenismo, un tempo giustamente inteso come chiamata alla conversione e all'unità nella verità, si è irrigidito nell'ossessione di non offendere i fratelli separati. In cui l'enfasi non cade su ciò che è vero, ma su ciò che è conciliabile. Non su ciò che salva, ma su ciò che rassicura.

L'ironia è lampante. Dopo decenni di questo approccio, quali progressi sono stati effettivamente compiuti? L'anglicanesimo continua a sgretolarsi dottrinalmente e moralmente. Il metodismo segue a ruota. L'episcopalianesimo si allontana sempre di più dal cristianesimo storico. Gli evangelici non guardano al cattolicesimo e non vedono forza o fiducia. Vedono compromessi. Vedono una Chiesa imbarazzata dalle proprie rivendicazioni.

E nel frattempo, gli stessi cattolici hanno sempre meno chiaro cosa renda il cattolicesimo cattolico.

I martiri non volevano riconoscere questa timidezza. Non perché fossero aggressivi o trionfalisti, ma perché credevano che valesse la pena morire per qualcosa. Avevano capito che la verità divide prima di unire. Che l'unità senza verità non è affatto unità. Che non è nostra responsabilità modificare la fede per renderla più accettabile per la nostra epoca.

Sant'Anna Line non è morta per preservare un marchio o mantenere la rilevanza istituzionale. È morta perché Cristo era presente nei Suoi sacramenti e nei Suoi sacerdoti, e perché quella presenza richiedeva lealtà, anche fino alla morte.

La sua testimonianza solleva per noi una domanda ineludibile. Se non vale più la pena di soffrire per la fede, è perché il mondo è cambiato o perché siamo cambiati noi? Se ci ripugna la serietà dei martiri, è perché erano estremisti o perché ci siamo abituati a stare comodi?

La santità, come ci mostra Anne Line, non è una cosa sfacciata, alla moda o sicura. È fedeltà. E la fedeltà ha sempre un prezzo.

Prega per noi, Sant'Anna Line, affinché possiamo recuperare anche solo una frazione del tuo coraggio. Non il coraggio della nostalgia o della rabbia, ma il coraggio di credere di nuovo che ciò che professiamo è vero, che ciò che celebriamo è reale e che Cristo vale tutto.



_______________________
Nota di Chiesa e post-concilio

Dal martirologio romano: fu impiccata a Tyburn sotto la regina Elisabetta I. Insieme a lei patirono anche i beati sacerdoti e martiri Marco Barkworth, dell’Ordine di San Benedetto, e Ruggero Filcock, della Compagnia di Gesù, dilaniati con la spada mentre erano ancora vivi.







I vescovi tedeschi minacciano scisma: come siamo arrivati a tanto?




Mala tempora currun in Germania.



Gaetano Masciullo, 29-01-2026

This is the Italian translation of the article published in The European Conservative, January 28, 2026.

Lo scorso 17 gennaio, Papa Leone XIV ha ricevuto in udienza il Nunzio Apostolico nella Repubblica Federale di Germania, mons. Nikola Eterović. Verosimilmente l’incontro è ruotato intorno all’imminente voto della Conferenza episcopale tedesca sullo Statuto della famigerata Conferenza sinodale, che tanti grattacapi ha dato al Vaticano negli ultimi anni. Dal 29 al 31 gennaio, infatti, a Stoccarda ci sarà la sesta e ultima fase dell’Assemblea Sinodale della Chiesa in Germania. Ma andiamo con ordine.

Accanto alla Conferenza Episcopale Tedesca, ossia l’organo che riunisce tutti i vescovi e che coordina pastorale, liturgia, comunicazione e varie altre iniziative, vi è a capo della Chiesa in Germania il Comitato Centrale dei Cattolici Tedeschi (ZdK), un organismo unico nel panorama cattolico mondiale.

Ad oggi, lo ZdK si “limita” a rappresentare i cattolici tedeschi nella sfera pubblica, coordinare l’apostolato dei laici, consigliare e fornire raccomandazioni ai vescovi, pubblicare dichiarazioni su temi di rilevanza pubblica. Non ha potere decisionale, perché nella Chiesa cattolica la potestà di governo è propria del Papa e dei Vescovi in comunione con lui.

Sebbene lo ZdK sia nato storicamente per tutelare la minoranza cattolica in un Paese protestante, culturalmente molto aggressivo verso i “papisti” (Kulturkampf), dopo il Concilio Vaticano II lo ZdK è degenerato in un organismo quasi parlamentare, ed è stato strumentalizzato dai progressisti per tentare di avviare riforme in senso democratico all’interno della Chiesa.

A questo primo elemento dobbiamo associare un altro aspetto della Chiesa tedesca che la rende così doppiamente unica nel panorama cattolico. Bisogna, infatti, considerare che essa è la Chiesa più ricca del mondo. Si consideri che, nel 2025, il patrimonio della Santa Sede ammontava a circa 4 miliardi di euro, mentre la Chiesa tedesca possedeva un patrimonio stimato di 250 miliardi di euro. Sebbene i soldi non servano a spiegare tutte le dinamiche in atto, tuttavia giocano evidentemente un peso notevole per comprendere determinate scelte. Il Vaticano è molto cauto a rompere i legami con una Chiesa che, volente o nolente, rappresenta un polmone finanziario considerevole. E questo i vescovi tedeschi lo sanno bene.

Il cosiddetto Cammino sinodale della Chiesa cattolica tedesca (Der Synodaler Weg) è iniziato il 1° dicembre 2019, dopo una fase preparatoria molto accurata gestita dalla Conferenza Episcopale Tedesca e dallo ZdK. Un gruppo di 230 persone si era inizialmente riunito per discutere di quattro temi: (1) la separazione dei poteri all’interno della Chiesa; (2) la morale sessuale; (3) il ministero sacerdotale, in particolare in relazione al celibato; (4) il ruolo delle donne nella vita ecclesiale. L’elenco quasi coincide con i “quattro nodi” che il cardinale Carlo Maria Martini, pioniere del progressismo cattolico sotto Giovanni Paolo II, presentò ai vescovi europei nel 1999.

A detonare tutto il processo era stata la questione degli abusi sessuali nella Chiesa cattolica, divenuta, durante il pontificato di Benedetto XVI, un tema globale, amplificato e strumentalizzato da numerosi settori mediatici e istituzionali progressisti per infangare la “piega conservatrice” che Papa Benedetto aveva dato al governo della Chiesa.

In Germania, la pressione è stata particolarmente intensa, vuoi per l’origine tedesca di Joseph Ratzinger vuoi per la forte presenza progressista e filo-protestante all’interno del clero. In Germania, dunque, più che altrove, la questione degli abusi è stata presentata e interpretata pubblicamente dagli stessi cattolici non solo come un fallimento morale, ma come il sintomo di un fallimento sistemico della Chiesa cattolica: dottrinale, giuridico, culturale. Da qui il Cammino sinodale per ripensare integralmente la Chiesa.

Nel frattempo, Benedetto XVI rinunciò nel 2013 al ministero di Vescovo di Roma. I cardinali riuniti in conclave decisero di eleggere, com’è noto, Jorge Mario Bergoglio ovvero Francesco, il quale era il candidato chiave del cosiddetto Gruppo riformista di San Gallo, capeggiato allora dal già citato Martini: un gruppo di cardinali e vescovi, prevalentemente di area tedesca, che intendeva riformare tutta la Chiesa cattolica in una direzione analoga, ma non del tutto sovrapponibile, a quella che si voleva avviare in Germania. Francesco, tuttavia, una volta giunto al potere, non si è comportato come una pedina: del carattere impulsivo e indipendente di Bergoglio, del resto, il gesuita Martini era ben consapevole. La sua agenda, pur risultando fortemente rivoluzionaria, non è stata del tutto coincidente all’agenda del Gruppo di San Gallo.

Anche Francesco decise di introdurre gradualmente il “metodo sinodale” nella Chiesa cattolica, ma lo ha fatto in modo diverso dai vescovi tedeschi. La differenza più importante consiste nella velocità di applicazione. I vescovi tedeschi proponevano di “riformare” la Chiesa mediante votazione, quindi in maniera immediata e democratica. Francesco, che pure era un rivoluzionario di accelerazione ma con maggiore senso pratico, sapeva che le riforme dovevano essere introdotte con atti non democratici, certo decisi, ma comunque graduali. Da qui, gli inevitabili attriti tra la Chiesa tedesca e la Santa Sede su questioni di morale e dottrina. Francesco ambiva, come i vescovi tedeschi, a una riforma democratica della Chiesa, ma camuffata da processo di ascolto, discernimento, e perciò composta di numerose fasi (in Italia, il processo sinodale dovrebbe vedere la fine solo nel 2030).

Nel 2019, quando il Cammino Sinodale tedesco fu avviato, mons. Filippo Iannone scrisse al cardinale ultra-progressista Reinhard Marx, arcivescovo di Monaco e Frisinga, avvertendo che temi come diaconato femminile, celibato sacerdotale e separazione dei poteri non potessero essere decisi da una Chiesa particolare, perché riguardano la Chiesa universale. Nonostante ciò, i vescovi tedeschi ignorarono e continuarono lungo il cammino: sapevano di avere il portafoglio dalla loro.

Nel 2021, come rivelato recentemente da un’inchiesta de Il Giornale, il Papa emerito Benedetto XVI inviò una lettera a Marx in cui esprimeva “grande preoccupazione” per il Cammino sinodale e ne prevedeva gli “esiti disastrosi”. Il cardinale Marx, che era stato inserito sin dal 2013 da Francesco nel gruppo dei nove cardinali incaricati di studiare una riforma della Curia, si sentiva intralciato. Egli, ovviamente, voleva riformare la Curia romana (e quindi la Chiesa tutta) modo germanico, ma il suo progetto era stato ostacolato dal cardinale conservatore australiano George Pell e poi, dopo il 2017, soprattutto dal riformista moderato Pietro Parolin, anche loro convocati da Francesco nello stesso gruppo di studio cardinalizio. Marx si sentì, quindi, in qualche modo tradito da Francesco.

La reazione fu immediata. Dapprima, il 21 maggio dello stesso anno, Marx decise di consegnare a Francesco le dimissioni come Arcivescovo di Monaco, presentandole mediaticamente come un atto di protesta: “La Chiesa ha bisogno della voce del Vangelo, una Chiesa che si rinnovi”, disse in quell’occasione. “La Chiesa cattolica ha raggiunto un punto morto. Vorrei che fosse chiaro: sono pronto ad assumermi la responsabilità personale, non solo per i miei errori, ma per l’istituzione della Chiesa, che ho contribuito a plasmare e plasmare per decenni”. Francesco andò su tutte le furie e rifiutò le dimissioni.

Poi, meno di un anno dopo, il 20 gennaio 2022, l’Arcidiocesi di Monaco e Frisinga pubblicò un rapporto presentato come “indipendente” e dettagliato sulla gestione degli abusi sessuali in Diocesi dal 1945. Il rapporto finì per coinvolgere indirettamente Ratzinger e la sua figura fu nuovamente infangata a livello mediatico. Molti lessero il rapporto come l’ulteriore conferma per accelerare il processo sinodale, nonostante le resistenze della Santa Sede.

Nel 2023, il Cammino sinodale tedesco passò alla seconda fase. Fu istituito un Comitato sinodale, ovvero un gruppo di lavoro misto e provvisorio composto da vescovi e laici, il cui compito era anzitutto quello di preparare la futura struttura permanente della Chiesa tedesca, valutando risoluzioni e definendo statuti. L’obiettivo ultimo era la formazione del Consiglio o Conferenza sinodale (Synodalkonferenz), ossia l’organo permanente composto da laici e vescovi con competenze decisionali su temi quali: anzitutto la separazione dei poteri all’interno della Chiesa in senso democratico e parlamentare, il diaconato e il presbiterato femminile, il celibato sacerdotale, l’ammissione definitiva dei divorziati risposati alla vita sacramentale con conseguente rivisitazione della teologia sacramentale, e il riconoscimento dei cattolici LGBT.

Naturalmente, i vescovi progressisti tedeschi avranno bisogno dell’approvazione della Santa Sede, la quale, in seguito all’elezione di Leone XIV, avvenuta l’8 maggio 2025, è divenuta ancor meno probabile che sotto Francesco. Questa minore probabilità è divenuta più lampante quando Filippo Iannone, cioé colui che per primo ha illustrato ai vescovi tedeschi la difficile situazione in cui si trovavano, è stato creato Prefetto dei Vescovi da Leone XIV, il 26 settembre 2025. Non è un caso: il Papa ha bisogno di un uomo che conosca bene la realtà dei vescovi tedeschi per gestirla con i guanti di velluto. Se da un lato Papa Leone continua sulla scia di Francesco nelle nomine episcopali progressiste in tutto il mondo, dall’altro vuole contenere il più possibile l’emorragia tedesca per evitare lo scisma. Diversamente da Francesco, infatti, Leone vuole la coesione a tutti i costi (non finiremo mai di ripeterlo ad nauseam).

Ma questo è forse il motivo della fiducia che i vescovi tedeschi sembrano nutrire al contempo. Il famoso generale cinese Sunzi diceva che il più grande stratega è colui che vuole vincere sul nemico, se possibile evitando la guerra. Prevost, invece, vuole evitare la guerra, se possibile vincendo sul nemico.

Alla faccia del lavoro di Leone XIV per conservare l’unione degli opposti a tutti i costi, la Chiesa cattolica tedesca minaccia sempre più di separarsi da Roma, anche se, di fatto, opera già in maniera autonoma senza che nessuna autorità vaticana abbia mostrato finora il coraggio di prendere provvedimenti seri, come il commissariamento delle diocesi o dei seminari. Le uniche realtà che nella Chiesa sono state fino ad oggi commissariate o “richiamate all’ordine” sono quelle tradizionali, accusate di minacciare l’unità visibile della Chiesa, quando in realtà l’unico appello mosso da queste realtà è proprio quello di preservare l’unità nella dottrina – ciò che la Chiesa tedesca mette ogni giorno di più a repentaglio.

Durante l’ultimo Concistoro del 7 e 8 gennaio, il cardinale Marx è intervenuto auspicando l’introduzione del diaconato femminile e manifestando l’intento di estendere il “modello sinodale tedesco” all’intera Chiesa. Tutto ciò benché il tema del diaconato femminile non fosse affatto all’ordine del giorno, e nonostante il cardinale Mario Grech, bergogliano di ferro e Segretario generale del Sinodo dei Vescovi voluto da Francesco, abbia chiarito nel suo discorso che il Papa ha “diritto a interrompere” qualsiasi “processo sinodale”, chiaramente alludendo a quanto avviene da troppi anni in Germania.

Siamo entrati in una nuova fase: mons. Georg Bätzing ha annunciato che non si ricandiderà alla guida dei vescovi tedeschi. A chi intende fare spazio? L’esito è tutto da vedere. Resta un paradosso amaro: Papa Leone XIV, eletto con l’intento di ricucire gli opposti, rischia di essere ricordato come il Pontefice sotto il quale è maturato il più grave scisma cattolico dai tempi della Riforma luterana.





mercoledì 4 febbraio 2026

La cultura di morte colpisce gli individui e le nazioni





Società | CR 1936

Il “suicidio assistito” degli uomini e delle nazioni



di Roberto de Mattei, 4 Febbraio 2026

La cultura di morte contemporanea ha le sue ultime espressioni nell’eutanasia e nel cosiddetto “suicidio assistito”, di cui oggi si discute in diversi paesi europei. Il percorso di legalizzazione dell’omicidio/suicidio, iniziato circa 50 anni fa con l’introduzione dell’aborto nelle legislazioni occidentali, giunge ora al suo logico compimento.

Il suicidio, che è l’atto, volontario e deliberato, con cui un uomo si dà la morte, è più grave dell’omicidio perché, a differenza di questo non lascia la possibilità di pentimento. Certo, ci sono delle eccezioni possibili. Il santo curato d’Ars rassicurò la moglie di un suicida, dicendole che tra il ponte da cui si era buttato e l’acqua in cui era annegato, aveva avuto la possibilità di pentirsi. Non si può escludere la possibilità che nei suoi ultimi attimi di vita, un suicida, in seguito ad un’illuminazione divina, si possa pentire del suo gesto. Per questo il nuovo Catechismo della Chiesa cattolica dice che «non si deve disperare della salvezza eterna delle persone che si sono date la morte» (n. 2283). Ma si tratta appunto di eccezioni. La morale non si applica alle eccezioni, ma alla natura dell’atto umano in quanto tale.

Secondo la morale cattolica, il suicidio diretto, voluto e cosciente, è un atto intrinsecamente cattivo, moralmente ingiustificabile. San Tommaso d’Aquino nella Summa Theologiae (II-II, q. 64, a. 5) lo spiega esponendo tre ragioni. In primo luogo, ogni essere tende naturalmente a conservarsi in vita. Togliersi la vita va contro questa inclinazione fondamentale ed è un atto contro la legge naturale. In secondo luogo, uccidersi significa nuocere anche agli altri, perché ogni persona vive non solo per sé, ma per la società di cui fa parte. In terzo luogo, la vita è un dono di Dio. Il suicidio equivale a usurpare un diritto che spetta solo al Creatore.

Il teologo passionista Enrico Zoffoli (1915-1996) scrive giustamente: «Il suicida nega in sé l’essere, ripudia la vita, infligge un “vulnus” nel tessuto più profondo del reale, commette la più imperdonabile delle ingiustizie in quanto ritiene non-buono l’essere, al punto di rifiutarlo, evadere dal suo dominio. Col suo gesto il suicida precipita nel peggiore degli assurdi: per esso, l’essere arriva a contraddirsi negando sé stesso» (Principi di Filosofia, Edizioni Fonti Vive, 1988, p. 664).

Per questo sant’Alfonso Maria de’ Liguori qualifica il suicidio come un peccato gravissimo, che a buon diritto può essere annoverato tra quelli che gridano vendetta al cospetto di Dio («Suicidium est peccatum gravissimum, et merito inter peccata vindictam a Deo clamantia annumerari potest», in Theologia Moralis, Lib. III, Tract. IV, cap. II, n. 4)

Se la mente è obnubilata, se ci si toglie la vita in un momento di alterazione psichica, la responsabilità è attenuata, ma questo non è il caso del suicidio assistito, che è un suicidio premeditato e organizzato, con piena avvertenza e deliberato consenso. E quest’atto, nella sua natura, è una sfida diretta a Dio, Signore supremo dell’universo, dal momento che il suicidio, come ricorda il padre Viktor Cathrein (1845-1931), è atto di dominio, anzi uno dei supremi atti di dominio (Philosophia moralis, Herder 1959, p. 344).

Il Codice penale italiano non considera reato il suicidio in sé, né quando viene tentato, né, evidentemente, quando viene portato a compimento. È invece punito chi istiga qualcuno a togliersi la vita, ne rafforza il proposito o ne agevola in qualsiasi modo l’esecuzione, come stabilito dall’articolo 580 del Codice penale. In questa prospettiva, la legge mira a tutelare la vita come bene primario, proteggendo la persona da pressioni, influenze o aiuti esterni che possano spingerla verso un atto irreversibile.

Ciò che si propongono i fautori dell’eutanasia e del suicidio assistito è di rovesciare questa prospettiva giuridica, non solo eliminando ogni forma di punibilità per gli istigatori del suicidio, ma arrivando a trasformare il suicidio assistito in un diritto positivo. Di conseguenza, non sarebbero più censurati coloro che incoraggiano o facilitano la morte, ma sarebbero considerati colpevoli coloro checercano di impedirla, anche solo sconsigliandola. Il tentativo di dissuadere, accompagnare, sostenere un suicidio sarebbe visto come una violazione dell’autonomia individuale. Ciò è previsto, ad esempio, dalla proposta di legge francese, per ora bloccata in Senato, a Palazzo del Lussemburgo. La proposta di legge italiana non è così radicale, ma è destinata ad avere questo esito, per la logica inflessibile delle idee.

L’odio metafisico verso l’essere, che caratterizza il suicidio è anche l’anima del processo rivoluzionario dell’Occidente verso il nichilismo. Questo itinerario di autodissoluzione ha molte manifestazioni a cominciare dal crollo demografico e dalla “sostituzione” dei popoli attraverso l’immigrazione incontrollata, ma si compie anche attraverso la cancellazione della identità e della memoria storica di una nazione. Il tentativo di annichilire il passato dell’Occidente, e in particolare le sue radici cristiane, è stato teorizzato, negli ultimi cinquant’anni, dai “padroni del pensiero contemporaneo”, come bene documenta il prof. Renato Cristin nel suo studio dedicato a I padroni del caos (Liberlibri, 2017).

Nel suo classico Europe and the Faith, pubblicato nel 1920, Hilaire Belloc (1870-1953) poneva una radicale alternativa, che è stata confermata da oltre cento anni di storia: «L’Europa tornerà alla Fede o perirà. Perché la Fede è l’Europa e l’Europa è la Fede». Tre anni prima, il 13 luglio 1917, la Beata Vergine Maria si era rivolta ai tre pastorelli di Fatima con queste parole: «Dio si appresta a punire il mondo per i suoi delitti…” e, «se non si convertirà», “…diverse nazioni saranno annientate».

A quale annientamento si riferisce la Madonna? La distruzione materiale delle nazioni, in seguito, ad esempio, ad un’ecatombe nucleare, o la loro auto-disintegrazione spirituale, attraverso l’oblio di quella identità culturale da cui scaturisce la vita delle nazioni? O forse entrambe le forme di annientamento, come conseguenza di una catastrofica perdita della fede?

Se così è, il “suicidio assistito” da tanti invocato, non appare come una pratica individuale, ma come il simbolo di una scelta collettiva, che pone una domanda più profonda: “Qual’è il destino della società umana?”. La risposta sarebbe tenebrosa, se non fosse rischiarata dalle parole conclusive della profezia di Fatima, che annunciano non la morte ma, dopo un ineluttabile castigo, la vita e la speranza al nostro orizzonte.



Fonte



martedì 3 febbraio 2026

3 febbraio. San Biagio vescovo e martire



Prepariamoci alla Festa di S. Biagio (Commemorazione, Rosso) e ricordiamoci di farci benedire la gola: “Chi il giorno della festa di san Biagio riceve in sua memoria la benedizione della gola, con questo atto di devozione riconosce la potenza di Gesù Cristo, capace di guarire, attraverso la intercessione dei santi, tutti i mali, fisici e spirituali da cui siamo piagati. Chiediamo a san Biagio di essere guariti dai mali e di prevenirli, ma soprattutto di sanare le piaghe che affliggono la Chiesa e la società in cui viviamo“.
QUI il video di Corrado Gnerre.
Luigi C.





Roberto de Mattei, 3 feb 2025

La prima festa che la Chiesa celebra, dopo la Purificazione della Beata Vergine e la presentazione al Tempio di Gesù, è quella del vescovo e martire san Biagio. Il suo nome è ricordato dalla liturgia il 3 febbraio, giorno in cui è tradizione benedire la gola dei fedeli con due candele incrociate.

San Biagio è stato un vescovo armeno vissuto tra il III e il IV secolo d.C. Originario di Sebaste, (attuale Sivas, Turchia), studiò la filosofia e la medicina. Nell’esercizio di quest’ultima disciplina dimostrò una grande competenza e amore del prossimo, per cui alla morte del vescovo di Sebaste, fu chiamato a succedergli a voce di popolo, divenendo così medico delle anime e dei corpi. Dopo la firma dell’editto di Milano del 313, che concedeva la libertà di culto ai cristiani, l’imperatore Costantino assegnò a suo cognato Licinio, autorità sulle regioni orientali dell’impero.

Licinio però, riaccese la persecuzione contro i cristiani, nominando come governatore della Cappadocia e della Piccola Armenia Agricolao, a cui affidò l’esecuzione dei suoi ordini. Il vescovo Biagio si rifugiò in una grotta sul monte Argeo, da dove continuava a dirigere i suoi fedeli. Miracolosamente gli uccelli ed altri animali gli portavano il cibo per sfamarsi e ogni sera si radunavano davanti alla caverna aspettando la sua benedizione. A volte capitava che qualche bestia ferita o malata si recasse alla grotta perché Biagio la guarisse col segno della croce.

L’anno seguente cominciarono a Sebaste i preparativi per festeggiare il quinto anno di regno dell’imperatore Licinio. Era la fine di gennaio del 315: poiché occorrevano fiere per le feste negli anfiteatri, s’inviarono cacciatori al monte Argeo con funi, gabbie e altri arnesi per catturarle. Un gruppo di soldati capitò per caso davanti alla grotta assistendo a uno spettacolo inconsueto: invece di azzannarsi, quelle bestie stavano pacificamente ad aspettare che il vescovo Biagio le benedicesse. I soldati corsero a riferirlo al prefetto Agricolao, il quale ordinò di catturare immediatamente il vescovo. Quando il giorno seguente i pretoriani giunsero alla grotta, Biagio comprese che era giunta l’ora del martirio e li accolse con le parole: “Benvenuti figli: vedo che Iddio non si è dimenticato di me”.

Mentre il santo era portato a Sebaste, una donna gli si avvicinò con il figlioletto, che stava soffocando per una lisca di pesce conficcata in gola: la sua benedizione lo guarì miracolosamente. Proseguendo il viaggio, san Biagio incontrò una donna disperata perché un lupo feroce le aveva sottratto l’unico maialino. “Donna, non ti affliggere, lo riavrai presto”, rispose il santo alla sua richiesta e subito arrivò il lupo restituendo docilmente il maiale.

Il governatore Agricolao fece condurre Biagio in catene fino al suo palazzo e, siccome il vescovo si rifiutava di sacrificare agli dei, ordinò di torturarlo con la fustigazione a una colonna. Anche il secondo interrogatorio non servì a nulla nonostante l’orrenda tortura: i carnefici lo adagiarono sull’ecùleo, (una sorta di cavalletto sul quale la vittima veniva tirata in opposte direzioni) slogandogli braccia e gambe. Il suo corpo fu poi straziato con pettini di ferro. Secondo gli Atti, dei Martiri ,Biagio venne quindi rinchiuso in una corazza rovente e poi rigettato in carcere. Fra la gente che assisteva alla tortura vi erano anche sette pie donne che avevano inzuppato fazzoletti nel suo sangue rimasto sul patibolo, considerandolo un sangue santo. Le stesse donne seguirono il corteo che riconduceva Biagio in carcere, cercando di lenire le sue ferite con panni imbevuti di balsami. I pretoriani se ne accorsero e le condussero dal prefetto con l’accusa di essere cristiane. Vennero decapitate alla presenza di due giovinetti che erano stati battezzati e cresimati precedentemente da san Biagio. Dopo un terzo interrogatorio Agricolao ordinò che Biagio fosse gettato in un lago con un sasso legato al collo. Il sasso affondò nell’acqua mentre il santo risalì alla superficie e camminò sulle acque fino alla riva. Finalmente il giorno seguente, fu decapitato insieme ai due giovinetti che aveva battezzato. I corpi di san Biagio e dei due fanciulli furono sepolti dalla pietà dei fedeli nello stesso luogo del martirio.

Prima di morire san Biagio pregò il Signore che fosse concessa la salute a chiunque lo invocasse per una malattia della gola o per qualsiasi altra infermità, Una voce dal Cielo gli disse che il suo desiderio era stato esaudito. Dopo la morte fu seppellito nella cattedrale di Sebaste, ma nel 723, durante le persecuzioni iconoclaste dell’imperatore bizantino Leone III Isaurico, una parte dei suoi resti venne traslata a Roma. Durante il viaggio un’improvvisa tempesta fece però fermare le reliquie a Maratea, sulla costa della Lucania, terra che ancora oggi riserva a san Biagio una grande devozione.

Da allora, san Biagio è venerato come patrono della città di Maratea. La Basilica di San Biagio, situata sulla sommità del Monte che da lui prende nome, è il principale luogo di culto dedicato al santo ed è meta di pellegrinaggi e celebrazioni religiose.

A Roma, esisteva la chiesa di San Biagio in Mercatello, situata in Piazza Aracoeli. Costruita nell’XI secolo, fu ricostruita nel XVII secolo e successivamente demolita nel 1928 durante i lavori di riorganizzazione urbana. Invece esiste ancora la chiesa di San Biagio degli Armeni o della Pagnotta, situata in via Giulia, che funge da chiesa nazionale per la comunità armena della città. Il nome “della Pagnotta” deriva dall’usanza di benedire e distribuire piccoli pani ai poveri nel giorno della festa del santo.

Chi il giorno della festa di san Biagio riceve in sua memoria la benedizione della gola, con questo atto di devozione riconosce la potenza di Gesù Cristo, capace di guarire, attraverso la intercessione dei santi, tutti i mali, fisici e spirituali da cui siamo piagati. Chiediamo a san Biagio di essere guariti dai mali e di prevenirli, ma soprattutto di sanare le piaghe che affliggono la Chiesa e la società in cui viviamo.







L'addio di don Ravagnani e il problema della credibilità



L'annuncio dell'abbandono del ministero presbiterale da parte di don Ravagnani è anzitutto una "tragedia" ecclesiale di cui i vescovi dovrebbero curarsi e che invece interroga, travolgendoli, i giovani. Perché, al di là del tanto bene seminato, c'è un problema di credibilità che i giovani pretendono in cambio.

Il caso

Editoriali 



Andrea Zambrano, 02-02-2026

Per provare ad andare oltre il freddo comunicato della diocesi di Milano di sabato che annuncia la sospensione del ministero presbiterale di don Alberto Ravagnani e per superare la superficiale montagna di commenti social di queste ore del “io l’avevo detto che finiva così”, bisognerebbe anzitutto partire dal fatto che un prete che lascia la tonaca è prima di tutto una “tragedia” ecclesiale la cui portata va ben oltre la scelta personale del sacerdote milanese.

Una “tragedia” che investe il corpo della Chiesa oggi, lasciando una ferita profonda oggi, di cui difficilmente sentiamo parlare la Cei come urgenza da affrontare, come emergenza per cui interrogarsi. Un prete che lascia non è solo un soldato che abbandona il campo di battaglia, ma lo specchio di questa società nella quale tutto è provvisorio e relativista, dove le scelte, per usare la parola chiave di “don Rava” che dà il titolo al suo libro, non sono mai per sempre, ma intercambiabili a seconda delle circostanze e soggette ai capovolgimenti personali spacciati per il “bene per me”.

Non sappiamo se e quanto questa decisione, che il vescovo di Milano Mario Delpini ha voluto comunicare, anticipando così l’annuncio di don Ravagnani che avrebbe creato forse ancora più confusione e protagonismo, sia stata condivisa e meditata con i superiori o se invece sia solo il frutto di un cammino che ha via via trasformato questo sacerdote capace di coinvolgere i giovani nella proposta cristiana in un personaggio e non più in una guida in grado di portarli alla fede, che indicava solo Gesù come maestro e non se stesso.

Però sappiamo che il fenomeno “don Rava” è stato un fenomeno social che ha portato inizialmente dei frutti alla vigna del Signore. Lo testimoniano le molte conversioni alla fede, gli innumerevoli riavvicinamenti alla pratica cristiana di migliaia di giovani che tramite i social, hanno rimesso piede in una chiesa partecipando ad adorazioni eucaristiche e avvicinandosi alla confessione. Se l’albero si vede dai frutti, è vero dunque che c’è stato un periodo, nei primi anni della sua esplosione, quelli immediatamente post covid, in cui quell’albero ha prodotto frutti buoni: al solo sentire il nome don Ravagnani anche le chiese di provincia si riempivano e la sua presenza in città si spargeva con la velocità del tam tam spontaneo e gioioso di chi andava a vedere qualcuno che parlava della Chiesa in modo nuovo, ma dicendo le cose di sempre.

Temi come la castità, ad esempio, la scelta vocazionale, la morale sessuale, la verità o la regalità di Cristo, venivano annunciati partendo da Gesù e dalla Chiesa e non cercando di districarsi tra le concessioni del mondo o conciliando l’impossibile. Erano uno “specchietto” che poi si traduceva nell’incontro in una proposta sacramentale, tangibile, vera. La proposta cristiana declinata con il linguaggio accattivante e di facile presa dei reels e dei post. E questo ha portato del bene.

Così come ha portato del bene l’esperienza del sacerdote milanese di creare con i giovani una fraternità di vita e di annuncio, partendo dalla protezione della Madonna di Loreto, ha fatto vedere con speranza il fenomeno Ravagnani, lasciando ad un prudente “vediamo come va a finire” le irritualità di certi atteggiamenti e eccessi che il mondo degli adulti non capiva, ma affidava alla sapiente mano della Chiesa. Se son rose…

Poi però qualcosa si è rotto. O meglio, qualcosa probabilmente ha iniziato ad acquisire maggior peso rispetto alla missione. Da tramite per Cristo, Ravagnani si è trasformato sempre più in un personaggio, i social da mezzo sono diventati una trappola mortale nella quale propagandare il proprio ego, il bisogno narcisistico dell’io. Il suo aspetto è cambiato, persino il suo look, curato, alla moda, si è evoluto andando a significare ben oltre il classico detto del monaco e del suo abito. Si è soliti individuare nell’ingresso in palestra di don Rava e nella famosa pubblicità agli integratori l’inizio del suo declino, ma don Alberto aveva cominciato un po’ prima a cedere alla lusinga del suo personaggio come veicolo di commercializzazione di prodotti, anche se in casa cattolica.

La verità è che non sono stati quei mondi a cambiarlo, ma lui è cambiato o meglio è entrato in crisi iniziando a usare i social per scopi che si sono fatti via via più commerciali e promozionali della sua persona: i viaggi all’estero per non si sa bene che cosa, il bisogno di comunicare il sé, il togliersi il colletto da prete, il cominciare a concedere diritto di cittadinanza alle lusinghe del mondo, lo scarrocciare in favor di intervista proprio sulle spine della sessualità e della libertà hanno ben presto allontanato don Ravagani non tanto dalla sua missione - quella in un modo o nell’altro si riesce sempre a giustificare con qualche parola ben piazzata - ma dai suoi ragazzi.

Sono stati i giovani che ha avvicinato in questi anni, infatti, i primi ad aver preso le distanze non appena si sono resi conto che il personaggio aveva preso il controllo sulla persona. Il “don Rava” si è fatto via via più irrintracciabile, da guida disponibile al telefono o pronto ad entrare nelle case di chi lo ospitava è diventato un guru protetto dallo schermo della fama.

E infatti anche l’esperienza di Fraternità è entrata in crisi e molti se ne sono andati, fortunatamente la gran parte ben al riparo tra le braccia della Chiesa in tutte le sue declinazioni e carismi. Altri, invece, sono rimasti ed è a loro che ora la Chiesa deve guardare perché non si perdano e non inizino il pernicioso percorso di chi si affida al cieco che guida altri ciechi anche se proprio ieri il direttivo di Fraternità ha annunciato che il cammino va avanti, con o senza di lui. Perché ora la loro guida ha rinunciato al bene più prezioso, quel sacerdozio che è martirio e dono, ma anche responsabilità nei confronti delle anime che ti sono affidate. Tutto il resto sono chiacchiere che lasciano il tempo che trovano e non producono più frutti, ma solo sterili rivendicazioni.

E la Chiesa, come autorità, ha iniziato seppur in ritardo a chiederne conto al giovane sacerdote 32enne perché ha capito che quegli stessi giovani potevano diventare un comodo paravento, ma col rischio di perdersi anche loro. Nello scontro tra autorità e carisma, lo insegna la storia della Chiesa, bisogna sempre vedere dove sta il bene delle anime e non sempre a vincere il braccio di ferro è il carisma innovativo.

Perché i giovani sono così: non sono soltanto dei followers, ma hanno bisogno prima di tutto di vedere che la proposta cristiana deve essere credibile prima che per me, per chi me la propone.

E probabilmente la mancanza di credibilità di chi utilizzava ormai il suo essere uomo di Dio per portare sé stesso e poco più, è stato il principale detonatore. Oggi i ragazzi che ieri si scambiavano nelle chat con sgomento e rassegnazione il comunicato della diocesi che annunciava l’abbandono del suo ministero presbiterale, non erano più followers di un influencer cattolico, ma giovani consapevoli che la scelta della fede, così come quella vocazionale, è una scelta per sempre e non un mutevole accomodamento.

I giovani, lo ricordava san Giovanni Paolo II Papa vogliono scelte per sempre, il loro cuore partecipa al fine dell’eternità con una proposta credibile e vera, non cerca scorciatoie né compromessi perché sanno meglio di noi che il mondo, di compromessi gliene sa offrire molti di più e ben più accattivanti.