giovedì 5 febbraio 2026

I vescovi tedeschi minacciano scisma: come siamo arrivati a tanto?




Mala tempora currun in Germania.



Gaetano Masciullo, 29-01-2026

This is the Italian translation of the article published in The European Conservative, January 28, 2026.

Lo scorso 17 gennaio, Papa Leone XIV ha ricevuto in udienza il Nunzio Apostolico nella Repubblica Federale di Germania, mons. Nikola Eterović. Verosimilmente l’incontro è ruotato intorno all’imminente voto della Conferenza episcopale tedesca sullo Statuto della famigerata Conferenza sinodale, che tanti grattacapi ha dato al Vaticano negli ultimi anni. Dal 29 al 31 gennaio, infatti, a Stoccarda ci sarà la sesta e ultima fase dell’Assemblea Sinodale della Chiesa in Germania. Ma andiamo con ordine.

Accanto alla Conferenza Episcopale Tedesca, ossia l’organo che riunisce tutti i vescovi e che coordina pastorale, liturgia, comunicazione e varie altre iniziative, vi è a capo della Chiesa in Germania il Comitato Centrale dei Cattolici Tedeschi (ZdK), un organismo unico nel panorama cattolico mondiale.

Ad oggi, lo ZdK si “limita” a rappresentare i cattolici tedeschi nella sfera pubblica, coordinare l’apostolato dei laici, consigliare e fornire raccomandazioni ai vescovi, pubblicare dichiarazioni su temi di rilevanza pubblica. Non ha potere decisionale, perché nella Chiesa cattolica la potestà di governo è propria del Papa e dei Vescovi in comunione con lui.

Sebbene lo ZdK sia nato storicamente per tutelare la minoranza cattolica in un Paese protestante, culturalmente molto aggressivo verso i “papisti” (Kulturkampf), dopo il Concilio Vaticano II lo ZdK è degenerato in un organismo quasi parlamentare, ed è stato strumentalizzato dai progressisti per tentare di avviare riforme in senso democratico all’interno della Chiesa.

A questo primo elemento dobbiamo associare un altro aspetto della Chiesa tedesca che la rende così doppiamente unica nel panorama cattolico. Bisogna, infatti, considerare che essa è la Chiesa più ricca del mondo. Si consideri che, nel 2025, il patrimonio della Santa Sede ammontava a circa 4 miliardi di euro, mentre la Chiesa tedesca possedeva un patrimonio stimato di 250 miliardi di euro. Sebbene i soldi non servano a spiegare tutte le dinamiche in atto, tuttavia giocano evidentemente un peso notevole per comprendere determinate scelte. Il Vaticano è molto cauto a rompere i legami con una Chiesa che, volente o nolente, rappresenta un polmone finanziario considerevole. E questo i vescovi tedeschi lo sanno bene.

Il cosiddetto Cammino sinodale della Chiesa cattolica tedesca (Der Synodaler Weg) è iniziato il 1° dicembre 2019, dopo una fase preparatoria molto accurata gestita dalla Conferenza Episcopale Tedesca e dallo ZdK. Un gruppo di 230 persone si era inizialmente riunito per discutere di quattro temi: (1) la separazione dei poteri all’interno della Chiesa; (2) la morale sessuale; (3) il ministero sacerdotale, in particolare in relazione al celibato; (4) il ruolo delle donne nella vita ecclesiale. L’elenco quasi coincide con i “quattro nodi” che il cardinale Carlo Maria Martini, pioniere del progressismo cattolico sotto Giovanni Paolo II, presentò ai vescovi europei nel 1999.

A detonare tutto il processo era stata la questione degli abusi sessuali nella Chiesa cattolica, divenuta, durante il pontificato di Benedetto XVI, un tema globale, amplificato e strumentalizzato da numerosi settori mediatici e istituzionali progressisti per infangare la “piega conservatrice” che Papa Benedetto aveva dato al governo della Chiesa.

In Germania, la pressione è stata particolarmente intensa, vuoi per l’origine tedesca di Joseph Ratzinger vuoi per la forte presenza progressista e filo-protestante all’interno del clero. In Germania, dunque, più che altrove, la questione degli abusi è stata presentata e interpretata pubblicamente dagli stessi cattolici non solo come un fallimento morale, ma come il sintomo di un fallimento sistemico della Chiesa cattolica: dottrinale, giuridico, culturale. Da qui il Cammino sinodale per ripensare integralmente la Chiesa.

Nel frattempo, Benedetto XVI rinunciò nel 2013 al ministero di Vescovo di Roma. I cardinali riuniti in conclave decisero di eleggere, com’è noto, Jorge Mario Bergoglio ovvero Francesco, il quale era il candidato chiave del cosiddetto Gruppo riformista di San Gallo, capeggiato allora dal già citato Martini: un gruppo di cardinali e vescovi, prevalentemente di area tedesca, che intendeva riformare tutta la Chiesa cattolica in una direzione analoga, ma non del tutto sovrapponibile, a quella che si voleva avviare in Germania. Francesco, tuttavia, una volta giunto al potere, non si è comportato come una pedina: del carattere impulsivo e indipendente di Bergoglio, del resto, il gesuita Martini era ben consapevole. La sua agenda, pur risultando fortemente rivoluzionaria, non è stata del tutto coincidente all’agenda del Gruppo di San Gallo.

Anche Francesco decise di introdurre gradualmente il “metodo sinodale” nella Chiesa cattolica, ma lo ha fatto in modo diverso dai vescovi tedeschi. La differenza più importante consiste nella velocità di applicazione. I vescovi tedeschi proponevano di “riformare” la Chiesa mediante votazione, quindi in maniera immediata e democratica. Francesco, che pure era un rivoluzionario di accelerazione ma con maggiore senso pratico, sapeva che le riforme dovevano essere introdotte con atti non democratici, certo decisi, ma comunque graduali. Da qui, gli inevitabili attriti tra la Chiesa tedesca e la Santa Sede su questioni di morale e dottrina. Francesco ambiva, come i vescovi tedeschi, a una riforma democratica della Chiesa, ma camuffata da processo di ascolto, discernimento, e perciò composta di numerose fasi (in Italia, il processo sinodale dovrebbe vedere la fine solo nel 2030).

Nel 2019, quando il Cammino Sinodale tedesco fu avviato, mons. Filippo Iannone scrisse al cardinale ultra-progressista Reinhard Marx, arcivescovo di Monaco e Frisinga, avvertendo che temi come diaconato femminile, celibato sacerdotale e separazione dei poteri non potessero essere decisi da una Chiesa particolare, perché riguardano la Chiesa universale. Nonostante ciò, i vescovi tedeschi ignorarono e continuarono lungo il cammino: sapevano di avere il portafoglio dalla loro.

Nel 2021, come rivelato recentemente da un’inchiesta de Il Giornale, il Papa emerito Benedetto XVI inviò una lettera a Marx in cui esprimeva “grande preoccupazione” per il Cammino sinodale e ne prevedeva gli “esiti disastrosi”. Il cardinale Marx, che era stato inserito sin dal 2013 da Francesco nel gruppo dei nove cardinali incaricati di studiare una riforma della Curia, si sentiva intralciato. Egli, ovviamente, voleva riformare la Curia romana (e quindi la Chiesa tutta) modo germanico, ma il suo progetto era stato ostacolato dal cardinale conservatore australiano George Pell e poi, dopo il 2017, soprattutto dal riformista moderato Pietro Parolin, anche loro convocati da Francesco nello stesso gruppo di studio cardinalizio. Marx si sentì, quindi, in qualche modo tradito da Francesco.

La reazione fu immediata. Dapprima, il 21 maggio dello stesso anno, Marx decise di consegnare a Francesco le dimissioni come Arcivescovo di Monaco, presentandole mediaticamente come un atto di protesta: “La Chiesa ha bisogno della voce del Vangelo, una Chiesa che si rinnovi”, disse in quell’occasione. “La Chiesa cattolica ha raggiunto un punto morto. Vorrei che fosse chiaro: sono pronto ad assumermi la responsabilità personale, non solo per i miei errori, ma per l’istituzione della Chiesa, che ho contribuito a plasmare e plasmare per decenni”. Francesco andò su tutte le furie e rifiutò le dimissioni.

Poi, meno di un anno dopo, il 20 gennaio 2022, l’Arcidiocesi di Monaco e Frisinga pubblicò un rapporto presentato come “indipendente” e dettagliato sulla gestione degli abusi sessuali in Diocesi dal 1945. Il rapporto finì per coinvolgere indirettamente Ratzinger e la sua figura fu nuovamente infangata a livello mediatico. Molti lessero il rapporto come l’ulteriore conferma per accelerare il processo sinodale, nonostante le resistenze della Santa Sede.

Nel 2023, il Cammino sinodale tedesco passò alla seconda fase. Fu istituito un Comitato sinodale, ovvero un gruppo di lavoro misto e provvisorio composto da vescovi e laici, il cui compito era anzitutto quello di preparare la futura struttura permanente della Chiesa tedesca, valutando risoluzioni e definendo statuti. L’obiettivo ultimo era la formazione del Consiglio o Conferenza sinodale (Synodalkonferenz), ossia l’organo permanente composto da laici e vescovi con competenze decisionali su temi quali: anzitutto la separazione dei poteri all’interno della Chiesa in senso democratico e parlamentare, il diaconato e il presbiterato femminile, il celibato sacerdotale, l’ammissione definitiva dei divorziati risposati alla vita sacramentale con conseguente rivisitazione della teologia sacramentale, e il riconoscimento dei cattolici LGBT.

Naturalmente, i vescovi progressisti tedeschi avranno bisogno dell’approvazione della Santa Sede, la quale, in seguito all’elezione di Leone XIV, avvenuta l’8 maggio 2025, è divenuta ancor meno probabile che sotto Francesco. Questa minore probabilità è divenuta più lampante quando Filippo Iannone, cioé colui che per primo ha illustrato ai vescovi tedeschi la difficile situazione in cui si trovavano, è stato creato Prefetto dei Vescovi da Leone XIV, il 26 settembre 2025. Non è un caso: il Papa ha bisogno di un uomo che conosca bene la realtà dei vescovi tedeschi per gestirla con i guanti di velluto. Se da un lato Papa Leone continua sulla scia di Francesco nelle nomine episcopali progressiste in tutto il mondo, dall’altro vuole contenere il più possibile l’emorragia tedesca per evitare lo scisma. Diversamente da Francesco, infatti, Leone vuole la coesione a tutti i costi (non finiremo mai di ripeterlo ad nauseam).

Ma questo è forse il motivo della fiducia che i vescovi tedeschi sembrano nutrire al contempo. Il famoso generale cinese Sunzi diceva che il più grande stratega è colui che vuole vincere sul nemico, se possibile evitando la guerra. Prevost, invece, vuole evitare la guerra, se possibile vincendo sul nemico.

Alla faccia del lavoro di Leone XIV per conservare l’unione degli opposti a tutti i costi, la Chiesa cattolica tedesca minaccia sempre più di separarsi da Roma, anche se, di fatto, opera già in maniera autonoma senza che nessuna autorità vaticana abbia mostrato finora il coraggio di prendere provvedimenti seri, come il commissariamento delle diocesi o dei seminari. Le uniche realtà che nella Chiesa sono state fino ad oggi commissariate o “richiamate all’ordine” sono quelle tradizionali, accusate di minacciare l’unità visibile della Chiesa, quando in realtà l’unico appello mosso da queste realtà è proprio quello di preservare l’unità nella dottrina – ciò che la Chiesa tedesca mette ogni giorno di più a repentaglio.

Durante l’ultimo Concistoro del 7 e 8 gennaio, il cardinale Marx è intervenuto auspicando l’introduzione del diaconato femminile e manifestando l’intento di estendere il “modello sinodale tedesco” all’intera Chiesa. Tutto ciò benché il tema del diaconato femminile non fosse affatto all’ordine del giorno, e nonostante il cardinale Mario Grech, bergogliano di ferro e Segretario generale del Sinodo dei Vescovi voluto da Francesco, abbia chiarito nel suo discorso che il Papa ha “diritto a interrompere” qualsiasi “processo sinodale”, chiaramente alludendo a quanto avviene da troppi anni in Germania.

Siamo entrati in una nuova fase: mons. Georg Bätzing ha annunciato che non si ricandiderà alla guida dei vescovi tedeschi. A chi intende fare spazio? L’esito è tutto da vedere. Resta un paradosso amaro: Papa Leone XIV, eletto con l’intento di ricucire gli opposti, rischia di essere ricordato come il Pontefice sotto il quale è maturato il più grave scisma cattolico dai tempi della Riforma luterana.





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