sabato 24 gennaio 2026

In Gran Bretagna è boom di aborti (nonostante la contraccezione)



(Imagoeconomica)

In Inghilterra e Galles un bambino su tre, oramai, viene ucciso nel ventre della madre. Una degenerazione che deve far riflettere

Bioetica


Renzo Puccetti, 24 gennaio 2026

A gennaio le autorità inglesi hanno pubblicato i dati circa il numero di aborti per l'Inghilterra e Galles. Le cifre ufficiali si fermano al 2023, mentre per il 2024 si registrano ritardi dovuti a cambiamenti nella metodologia di rilevazione. I numeri disponibili sono comunque chiari e fanno sembrare Erode un dilettante. 277.970 donne hanno abortito nel 2023. Nello stesso anno sono nati 591.072 bambini. Un bambino su 3 viene ucciso nel ventre della madre. La triade dell'abortismo mondiale ha sempre proposto la triade «legale, sicuro e raro». Non esiste Paese, per quanto evoluto, che l'abbia realizzata. Se è legale non è raro.

Le donne sono immerse in un ambiente in cui la contraccezione è gratuita, insegnano ad usarla sin da bambine come attività scolastiche curricolari, dove le pillole dei giorni dopo sono in bella mostra negli scaffali dei supermercati, la farmaceutica ha elaborato iniezioni, cerotti, anelli vaginali e spirali a prova di smemoratezza e disattenzione, ma niente: anziché diminuire, il numero degli aborti è un razzo in continua salita: +87.898 in 10 anni (+46%) e per il 2024 le cifre provvisorie indicano che verranno superati i 300.000 aborti a cui aggiungere i 18.710 della Scozia.

Sembra che dopo il Covid ci sia stata una flessione dell'uso di contraccettivi, ma questo non deve ingannare, sia perché il trend rialzista ha preceduto il Covid, sia perché in Francia il numero degli aborti - in continua ascesa - ha toccato il numero di 251.270 nonostante la contraccezione non sia affatto diminuita (2,26 milioni di pillole del giorno dopo nel 2022 e nel 2023 sono state rese gratuite). Ciò che funge da carburante per la mattanza di esseri umani indifesi ed innocenti è la mentalità abortista che ha corrotto le menti e indurito i cuori. Costruendo le safe zones di 150 metri dove chi si azzarda a pregare - o anche solo è sospettato di farlo stando fermo in silenzio - viene portato in caserma e penalmente perseguito, lo Stato sceglie di sopprimere il dissenso.

È la stessa mentalità che in Francia ha portato a mettere l'aborto in Costituzione quale diritto umano. La campana che il vescovo Suetta fa suonare per 1 minuto fa impazzire gli abortisti proprio per questo, perché ricorda che nell’aborto c'è una vittima, il bambino, ripete il grido di Giovanni il Battista all'autorità - «Non ti è lecito» -, rivela la natura dell'aborto e delle leggi abortiste, non un diritto, ma un delitto. C'è da augurarsi che altri lo seguano e non lo lascino solo. È stato scritto: ​«Il silenzio di fronte al male è esso stesso un male. Dio non ci riterrà innocenti. Non parlare è parlare. Non agire è agire».





Soggettività del nascituro, cortocircuito in Cassazione



Un’ordinanza della Cassazione risalente ad ottobre scorso riconosce la soggettività al nascituro e fa emergere il cortocircuito: il nascituro è soggetto di diritto, tanto che la sua morte merita un risarcimento a favore dei genitori, allora perché ucciderlo con l’aborto?

L'ordinanza

Vita e bioetica 




Un’ordinanza della Cassazione risalente ad ottobre scorso riconosce la soggettività al nascituro e mostra che il re è nudo.

Siamo nel 2008 e una donna, giunta alla 41° settimana di gravidanza, arriva ad un pronto soccorso alle 20.40. Vengono fatti accertamenti e si riscontra un grave sofferenza fetale. Nonostante questo i medici temporeggiano e si arriva al parto cesareo solo alle 10.00 del mattino seguente. Dopo trenta minuti dalla nascita la piccola morì. Uno dei medici venne condannato per omicidio colposo.

I genitori, insieme ai nonni e ai figli nati dopo la morte della sorellina, chiesero il risarcimento dei danni all’Azienda ospedaliera. Il Tribunale di Benevento accolse la domanda risarcitoria, ma in misura minima. Infatti la liquidazione del danno da perdita del rapporto parentale doveva essere commisurata al tempo brevissimo di sopravvivenza della neonata. In Appello il risarcimento fu addirittura dimezzato perché, secondo i giudici, la piccola era nata morta e dunque «in questa ipotesi, viene ad essere pregiudicata una relazione affettiva non già concreta, bensì potenziale», scrissero i giudici di secondo grado rifacendosi soprattutto a due sentenze della Cassazione: la n. 12717/2015 e la n. 22859/2020.

I genitori allora ricorsero in Cassazione la quale, nell’ottobre scorso con l’ordinanza n. 26826, diede a loro ragione, chiedendo alla Corte di Appello di Napoli, in diversa composizione, il ricalcolo del risarcimento del danno secondo parametri più equi. Vediamo in sintesi le argomentazione degli ermellini. In primis non sta alla Corte decidere se la piccola fosse nata viva o morta, deciderà la Corte di Appello la quale dovrà tener conto che la bambina fu registrata all’anagrafe (e si registrano solo i viventi) e che ci fu una condanna per omicidio colposo e non per aborto colposo.

Per la Cassazione il fatto che la piccola fosse nata viva o morta è alla fine irrilevante in merito al risarcimento del danno. Per quale motivo? Perché i giudici equiparano il feto al neonato: infatti è scriminante il «fatto che anche con il feto si instaura una relazione parentale vera e propria, e che dunque la sua perdita è fonte di pregiudizi non patrimoniali al pari della perdita di un neonato o di un congiunto, come affermato da questa stessa Corte con la ordinanza n. 26301/2021». Concetto ribadito anche in quest’altro passaggio: «Tutti gli aspetti, comportamentali e sofferenziali, di due genitori cui la vita infligge l'ardua prova rappresentata dalla morte di una neonata, ovvero del frutto del concepimento appena estratto dal corpo della madre, non possono, pertanto, considerarsi "danno potenziale"».

Quindi la relazione affettiva che lega genitori e nascituro non è potenziale, come avevano sostenuto i giudici di Appello, bensì concreta, effettiva. Fosse anche nata morta, la piccola nel ventre materno era già stata amata, voluta, desiderata e dunque la sua perdita deve essere risarcita al pari della perdita di una neonata: «Il rapporto genitoriale viene ad esistere già durante la vita prenatale, per consolidarsi progressivamente nel corso della stessa, a prescindere dal fatto che il feto sia successivamente venuto alla luce. Ed è constatazione diffusa […] che già durante la gravidanza il genitore comincia a viversi come tale, instaurando una relazione affettiva […] con il concepito […]. Ove l'illecito abbia causato la morte del feto, quella che si produce – in capo ai genitori – è, dunque, lesione di un rapporto familiare (non solo potenziale, bensì) già in essere». E dunque i genitori «si trovano al cospetto di un vero e proprio danno da perdita del rapporto parentale».

Ma se la relazione affettiva è concreta, reale, effettiva e non potenziale ciò presuppone che nel ventre materno non ci sia un bambino potenziale, bensì un bambino vero e proprio, ugualmente concreto e reale. Ecco dunque che la Cassazione è, forse, obbligata a riconoscere la soggettività giuridica del nascituro richiamando in ordinanza il comma 2 dell’art. 31 della Costituzione che tutela la maternità e soprattutto l'art. 2 della Costituzione, il quale articolo – scrive la Cassazione citando la Consulta – «“riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell'uomo, fra i quali non può non collocarsi, sia pure con le particolari caratteristiche sue proprie, la situazione giuridica del concepito" (Corte costituzionale n. 27 del 1975)». Citazione corretta, ma curiosa dato che quella famigerata e contraddittoria sentenza spalancò le porte all’aborto procurato, tre anni prima della sua legalizzazione.

Dunque abbiamo un’ordinanza che riconosce soggettività al nascituro non solo perché cita specificatamente articoli costituzionali a supporto di questo riconoscimento, ma anche perché espressamente parla, nel caso di morte inflitta colposamente al nascituro, di «danno da perdita del rapporto parentale». E un parente può essere solo una persona, non un grumo di cellule. Forse è per questo motivo che tale ordinanza, emessa nell’ottobre dell’anno scorso, non ha avuto eco mediatica: diffondere la notizia secondo la quale la Cassazione – e non è la prima volta a farlo come abbiamo visto – riconosce che il feto è un soggetto di diritto sarebbe stato urticante per molti, perlomeno di cattivo gusto in un ambiente culturale come il nostro dove la 194 è intoccabile. Meglio quindi silenziare la notizia (notizia che per puro caso la nostra redazione è andata ad intercettare).

La nudità del Re che questa ordinanza mette allo scoperto riguarda proprio il seguente cortocircuito: se il nascituro è soggetto di diritto, tanto che la sua morte merita un risarcimento a favore dei genitori, non si può ucciderlo con l’aborto. Il cortocircuito è ancora più evidente se andiamo a leggere alcune norme che qualificano il concepito come soggetto di diritto: l’art. 254 cc (possibilità che il figlio naturale sia riconosciuto prima della nascita); l’art. 320 cc (rappresentanza giuridica del nascituro da parte dei genitori); l’art. 687 cc. (revoca delle disposizioni a favore del nascituro); l’art. 462 cc (successione del nascituro); l’art. 784 cc (donazioni in favore del concepito); l’art. 1 della l. 40/2004 il quale qualifica il concepito come soggetto di diritto. Di contro abbiamo l’art. 1 cc che espressamente riconosce soggettività giuridica solo al nato, non al nascituro; la legge 194 che permette l’uccisione del nascituro e la legge 40 che permette l’esposizione del nascituro a rischi altissimi di morte: in questi ultimi due casi se il concepito fosse soggetto di diritto la legge non potrebbe permettere l’aborto e la fecondazione artificiale.

Come ne esce il nostro ordinamento giuridico? Non ne esce e conserva questa evidente antinomia. Se invece ci riferiamo al caso giurisprudenziale appena esaminato, la soluzione giuridica che concilia risarcimento danno per feto morto e aborto è la seguente: se il nascituro è voluto è soggetto di diritto, se non è voluto non lo è. Se è voluto allora la sua morte è meritoria di risarcimento, se non è voluto si può anche abortire. Questo è l’implicito sotteso all’ordinanza. D’altronde si risarcisce il dolore per la perdita, ma se il figlio non è stato voluto non c’è dolore da risarcire (anche se la donna poi non potrà sfuggire comunque alla sofferenza postabortiva). Dunque anche questa ordinanza mette al centro i già nati, i genitori, non il nascituro. La sua esistenza giuridica dipende da loro. Anzi, dalla sola madre.






Suetta risponde a Paglia e condanna la 194: «Legge iniqua»


Per la campana dei bimbi non nati mons. Suetta ha ricevuto critiche ma molti più attestati di stima: solo cinque, però, dai vescovi. La risposta a Paglia sulla vera fraternità. Il dovere della Chiesa: annunciare la verità sull’aborto. Dall'intervista della Bussola al vescovo di San Remo e a don Giorgio Bellei.

Venerdì della Bussola

Vita e bioetica 


Ermes Dovico, 24-01-2026

Dai motivi della campana dedicata «a tutti i bambini non nati» al dovere della Chiesa di annunciare la verità, compresa l’iniquità della legge 194. Sono stati tanti gli spunti emersi nella trasmissione di ieri dei Venerdì della Bussola, condotta da Stefano Chiappalone, che ha avuto come ospiti mons. Antonio Suetta, vescovo di Ventimiglia-San Remo, e don Giorgio Bellei, parroco a Modena.

La campana dei bimbi non nati, fin dalla sua installazione il 28 dicembre 2025 sulla torretta appartenente alla Curia di San Remo, ha suscitato reazioni opposte. Da allora la campana, che Suetta ha descritto in un’intervista al nostro quotidiano come «un richiamo contro l’aborto», suona ogni giorno alle 20, per un minuto.

La stessa scelta della data d’inizio, appunto il 28 dicembre, festa dei Santi Innocenti, non è casuale in quanto, come ha ricordato il vescovo nella diretta di ieri, «noi abbiamo sempre festeggiato in questa prospettiva i Santi Innocenti Martiri, perché è una storia che tragicamente si ripete e oggi ha raggiunto dei numeri e un livello di malvagità che Erode non poteva nemmeno sognare». Una malvagità le cui prime vittime sono proprio i bambini non nati e perciò non battezzati, che bisogna affidare, come insegna la Chiesa, alla misericordia di Dio. Mons. Suetta spiega a proposito che «questa campana ha il senso prevalente della preghiera: preghiera per i bambini non nati e anche per tutte le altre vittime dell’aborto», che il vescovo individua innanzitutto nelle madri, nei medici e negli altri operatori sanitari che procurano gli aborti e sono perciò chiamati alla conversione.

Le madri, dunque, sono al centro della premura pastorale del vescovo di Ventimiglia: «Come mirabilmente diceva il cardinale Biffi, la prima opera di carità è dire la verità», ricorda Suetta, aggiungendo che «una donna che arriva a prendere la decisione di abortire, o talvolta ad accettarla o anche a subirla, naturalmente porta dentro di sé un peso, un grande rimorso, anche se non sempre ne è consapevole». La campana può aiutare una donna che ha abortito «a prendere coscienza di quello che ha fatto», non certo con l’intenzione di condannarla, bensì di «aiutarla a riconoscere – a partire dal suo limite e dal suo peccato – la possibilità di una vita nuova e di una liberazione autentica dal male» (vedi al riguardo l’esperienza di gruppi quali la Vigna di Rachele).

È in linea con questi principi che don Giorgio Bellei ha voluto esprimere la sua solidarietà a mons. Suetta, facendo suonare anche lui, dal 16 gennaio, una campana. «Quando c’è una battaglia giusta e l’affermazione di un valore di legge naturale ed evangelico, bisogna che la Chiesa, tutta insieme, si adoperi per quella idea», afferma il parroco, che sta cercando di sensibilizzare altri sacerdoti a fare altrettanto. Don Bellei ha anche chiesto che ogni giorno alle 20 si recitino, in unione spirituale, tre preghiere: «l’Angelo di Dio, in onore degli angeli custodi dei bambini abortiti»; «un Gloria al Padre, per affermare che il progetto sulla vita appartiene solo a Dio, alla Trinità, e l’uomo non può cambiarlo né all’inizio né in corso d’opera né alla fine»; «un’Ave Maria, perché la Madonna, che ha conosciuto il dolore, aiuti a convertire le anime delle donne che hanno abortito». Il parroco si è quindi soffermato sull’importanza che la Chiesa torni ad annunciare le verità che non sono politicamente corrette, anziché tacerle (come per l’aborto) «per timore di non essere ascoltata». In realtà, anche l’esperienza della sua parrocchia dimostra che, dove c’è un insegnamento cattolico chiaro, la Chiesa attira e forma nel complesso più fedeli.

Riguardo alle reazioni, mons. Suetta ha spiegato di aver ricevuto «un sacco di email di condivisione, alcune delle quali bellissime e commoventi, testimonianze dirette». Di contro, in opposizione alla campana, ci sono state manifestazioni sparute, a volte con la partecipazione di giovani «indottrinati e letteralmente ignoranti rispetto a ciò di cui si parla», un fatto che fa soffrire il vescovo e «mi interroga anche circa le nostre responsabilità perché sono tutti ragazzi che, ferma restando la loro libertà e considerando anche la stagione della loro vita, hanno fatto il catechismo e magari anche l’ora di religione». Più sacerdoti, dice Suetta, gli hanno espresso vicinanza; tra i vescovi, invece, solo cinque, tre dei quali emeriti, di cui uno è mons. Alberto Maria Careggio, suo predecessore in diocesi e noto per la sua sensibilità sulla vita nascente.

Mons. Vincenzo Paglia ha preso le distanze dalla campana per i non nati, sebbene in modo implicito, cioè eludendo una domanda sulla questione e spostando l’attenzione sui vecchi (vedi qui), di cui la Chiesa, va detto, ha sempre avuto cura. Dietro richiesta di commento da parte di Chiappalone, il vescovo di Ventimiglia ha risposto con una battuta: «Per tenere acceso il fuoco della vera fraternità [termine che lo stesso Paglia aveva usato], serve legna buona e robusta e non paglia, perché altrimenti è una fiammata e tutto se ne va».

Nella diretta si è ricordato che la verità sull’aborto è insita nella legge naturale, che può essere riconosciuta anche dai non credenti. «Che l’aborto sia un omicidio – ragiona Suetta – non è questione di fede e non è un’affermazione confessionale, è un dato di fatto incontrovertibile», perché non c’è medico che possa negare che la vita inizi dal concepimento. Di qui il dovere di lottare contro l’aborto e di chiedere l’abrogazione delle leggi che lo consentono: «Se c’è una legge che è ingiusta e iniqua, questa è la 194», afferma giustamente il vescovo, aggiungendo che «lo Stato non ha il diritto, non ha la competenza per decidere della vita di esseri umani, soprattutto quando questa vita è inerme e innocente».

L’aborto – come ricorda Chiappalone nel solco del messaggio di Leone XIV ai partecipanti alla Marcia per la Vita di Washington – ha da un lato una dimensione personale e, dall’altro, una riguardante l’intera società. Rispetto al primo punto, mons. Suetta spiega che la sede per trattare il caso singolo «non è il pulpito, ma è il sacramento della penitenza, la direzione spirituale, la formazione delle coscienze». Invece, il secondo punto – cioè l’aspetto sociale, quindi il fatto che l’aborto venga consentito per legge – riguarda «la pretesa di sostituirsi a Dio»; aggiunge il vescovo: «Quando si pretende che il peccato diventi norma o, come dice san Paolo, che il bene si chiami male e il male si chiami bene, invertendo l’ordine delle cose, allora questo aggiunge malizia e gravità», rispetto a quella che è la responsabilità della singola persona, la quale è chiamata a chiedere perdono a Dio e confidare nella Sua misericordia.

Mons. Suetta usa la metafora del cancro per far capire cosa succede a una società che approva leggi ingiuste come quella sull’aborto. Un male rispetto a cui l’unica terapia «è accogliere la legge di Dio, che sta scritta nel cuore dell’uomo, nella natura delle cose, è rivelata dalla parola di Gesù, è insegnata dalla parola della Chiesa». All’opposto si collocano le ideologie, di cui il vescovo richiama alcuni esempi (nazismo e comunismo), ricordando che è stata la Russia rivoluzionaria il primo Stato ad approvare una legge pro-aborto, attaccando la vita e la famiglia, «per manipolare le coscienze».






venerdì 23 gennaio 2026

Quale Unione? L’Europa di fronte alla sua storia



Foto di Warren Umoh su Unsplash

[Sull’argomento si veda il 16mo Rapporto dell’Osservatorio Cardinale Van Thuân dal titolo FINIS EUROPAE. UN EPITAFFIO PER IL VECCHIO CONTINENTE? – QUI].




Di Vittorio Leo, 23 gen 2026

“Farò tutto ciò che è in mio potere per bandire gli orrori ed i sacrifici della guerra il prima possibile, per ridare al mio popolo la benedizione della pace amaramente mancata”. Sono le parole che Carlo I d’Asburgo pronunciò a seguito della sua ascesa al trono, quale ultimo Imperatore di Austria e Re d’Ungheria. Unico tra i Capi di Stato dell’epoca sensibile alle parole di papa Benedetto XV, il quale, riferendosi alla prima Guerra mondiale, aveva parlato di inutile strage.

Oggi di fronte alla tragedia di Gaza, al conflitto Russo-Ucraino, ai tanti conflitti locali che vanno a completare quella concatenazione di eventi definita da Papa Francesco “guerra mondiale a pezzi?” di fronte a tutto questo, qual è la risposta dell’Unione Europea?

Posto che non esiste una reale visione geopolitica comune tra i vari stati membri, finora l’UE, sotto la guida di Ursula von der Leyen, è riuscita a concepire soltanto un progetto faraonico di “Rearm”, aderendo ad un indirizzo preciso della NATO.

Una corsa alle armi che rischia di alimentare la logica manichea dei buoni contro i cattivi per usare le parole di un altro Papa, Leone XIV.

Non si tratta di rigettare una strategia di difesa comune europea, ma di “interrogarsi seriamente sul ruolo dell’Unione nello scacchiere globale”.

Vivere all’ombra della Nato, se per lungo tempo ha garantito protezione e libertà, alla fine ha determinato uno svuotamento di autorevolezza della vecchia Europa e ne ha ristretto gli spazi di autonomia politica.

Stando così le cose, l’Unione Europea risulta essere un soggetto debole sul piano internazionale ed ininfluente ai tavoli dove si giocano i destini dei popoli, nell’ora presente.

Nondimeno, servirebbe un’Europa nelle vesti di soggetto mediatore tra le grandi potenze. Il vecchio continente potrebbe esercitare così un ruolo di equilibrio tra Oriente ed Occidente, avendo peraltro al suo interno “due polmoni’, come amava dire San Giovanni Paolo II, al fine di raggiungere una più stabile e duratura pace tra le Nazioni.

Eppure osservando le recenti posizioni assunte da Ursula von der Leyen e della dirigenza europea sull’Ucraina, come su altri fronti di guerra, è evidente che prevale una logica che non sembra andare nella direzione della mediazione e della pace.

Peraltro, se da una parte l’Europa risulta debole nei rapporti con le altre potenze, lo stesso non si può dire quando si tratta di imporre direttive agli Stati membri. La proposta tecnica fatta dalla Commissione Europea prevede la sospensione del Patto di stabilità per quattro anni e un aumento del tetto alla spesa militare di 1,5 punti di Pil per Paese. Tutto ciò va nella direzione della creazione di una mega-macchina iper burocratizzata volta ad accentuare le funzioni di un super-Stato europeo, con la sua banca centrale, la sua polizia (Frontex) ed un sistema tributario integrato. Questa prospettiva lascia pensare ad un modello sempre meno democratico, con pesanti ricadute sulla vita e la libertà dei popoli europei.

Si verrebbe così a configurare un sistema istituzionale mantenuto da uno stato di eccezione permanente, funzionale al progetto di “Rearm Europe”.

Una critica serrata alle politiche sostenute dalle istituzioni europee è contenuta nel documento presentato di recente dal Presidente Donald Trump, che delinea la nuova National Security Strategy degli Stati Uniti. Il presidente americano traccia le Sue priorità in materia di politica estera, definendo l’Europa come un continente “in difficoltà economiche per via delle sue regolamentazioni soffocanti. Con una natalità in caduta libera e un’immigrazione senza controlli” e chiude apodittico – ” Assisteremo alla cancellazione della civiltà europea da qui a 20 anni”.

Che il governo degli Stati Uniti non sia in sintonia con quanto viene deciso a Bruxelles era già stato manifestato dal vice-presidente degli Stati Uniti, J.D. Vance, nel corso dell’ultima Conferenza sulla Sicurezza di Monaco di Baviera: “la minaccia che mi preoccupa di più nei confronti dell’ Europa non è la Russia, non la Cina, non è nessun altro attore esterno. È la ritirata dell’Europa da alcuni dei suoi valori fondamentali”.

E ha continuato Vance, davanti ai Capi di Stato e di Governo venuti da tutto il mondo: “Ho sentito molto sulla necessità di difendervi e, naturalmente, questo è importante. Ma ciò che mi è sembrato un po’ meno chiaro, e certamente, penso, a molti cittadini europei, e per cosa esattamente Vi state difendendo. Qual è la visione positiva che anima questo patto di sicurezza condiviso che tutti noi crediamo sia così importante? E credo profondamente che non ci sia sicurezza se hai paura delle voci, delle opinioni e della coscienza che guidano il tuo stesso popolo”. (…) Non puoi ottenere un mandato democratico censurando i tuoi oppositori o mettendoli in prigione. Che si tratti del leader dell’opposizione, di un umile cristiano che prega nella sua casa o di un giornalista che cerca di riportare le notizie. Né puoi vincerne una ignorando il tuo elettorato di base su questioni come chi può far parte della nostra società condivisa”.

Il vice-presidente degli Stati Uniti nel suo discorso faceva riferimento a notizie di cronaca recenti come il caso di Adam Smith Connor, un cittadino britannico sotto processo per aver pregato silenziosamente davanti una clinica nella quale si praticano aborti. Esprimeva preoccupazione per la censura e la disinformazione Che viene veicolata dai mass-media, con riferimento soprattutto al modo in cui è stata gestita l’informazione durante il periodo pandemico.

Vance, in quel frangente ha avuto il coraggio di denunciare il decadente vecchio continente. Forse avrebbe dovuto estendere il suo ragionamento anche agli Stati Uniti. Poiché la ritirata dai valori fondamentali investe l’intera società occidentale, con pericolose ripercussioni in ambito politico e giuridico.

San Giovanni Paolo II nell’enciclica Sollicitudo rei socialis parlava di strutture di peccato che si annidano tra le realtà esistenti, tra cui annoverava “da una parte, la brama esclusiva del profitto e dall’altra, la sete del potere col proposito di imporre agli altri la propria volontà”, precisando che le strutture di peccato non riguardano solo gli individui ma anche le nazioni e i blocchi.

Al punto 36 dell’Enciclica, il Papa polacco profeticamente rilevava che “un mondo diviso in blocchi. Sostenuto da ideologie rigide, dove, invece dell’interdipendenza e della solidarietà, dominano differenti forme di imperialismo, non può che essere un mondo sottomesso a “strutture di peccato”.

Orbene, sulla scorta dell’insegnamento wojtyliano, non si può curare il male che pervade l’Europa senza prescrivere la cura, ovvero il ritorno alle sue radici cristiane.

Il cristianesimo è l’unico vero collante dei popoli europei, da esso si è generato un patrimonio culturale che, come affermato da Benedetto XVI nel corso del discorso tenuto al Bundestag tedesco, è nato “dall’incontro tra Gerusalemme, Atene e Roma – dall’incontro tra la fede in Dio di Israele, la ragione filosofica dei Greci e il pensiero giuridico di Roma”.

Più nel dettaglio, Remi Brague scriveva che per trovare le radici dell’Europa occorre seguire la “via romana”: la storia dell’ Europa si fonda da un lato sullo ius commune europeo, su basi romanistiche e canonistiche, e dall’altro sul cristianesimo. Da questo incontro è nata la Res Publica cristiana del medioevo, all’ombra della quale si è sviluppata la civiltà europea ed occidentale.

Anziché imboccare la via romana, nel dopoguerra ha esercitato una forte influenza il modello di Unione tracciato dal Altiero Spinelli con il Manifesto di Ventotene: un progetto in aperto contrasto con la storia dell’Europa.

Oggi tocca ai popoli europei, ai leader illuminati che sapranno cogliere la sfida, riprendere l’unica strada che può condure ad una rinascita morale e spirituale.

“Per quanto Se ne possa parlare, la visione del mondo del medioevo, che si rifaceva all’ ordine, alla pace, alla fraternità cristiana, all’unità di tutti e di tutto in Dio, rimane il più alto gradino cui lo spirito si sia mai elevato”, affermava Gonzague de Reynold.

La pace, così come l’ordine e il diritto naturale, allora può avere successo laddove questi principi prosperano, ecco perché diventa urgente la nuova evangelizzazione.

In tal senso, merita rilievo la notizia, circolata quest’anno, di una crescita record di battesimi in Francia. Secondo i dati diffusi dalla Conferenza Episcopale Francese (CEF), sono stati 10.384 gli adulti battezzati nella notte di Pasqua, con un incremento del 45% rispetto all’anno precedente. A questi si aggiungono oltre 7.400 adolescenti tra gli 11 e i 17 anni, anche loro in crescita significativa.

Si tratta del numero più alto mai registrato da oltre vent’anni, da quando la CEF ha iniziato a monitorare questi dati. In 13 diocesi francesi, il numero dei battesimi adulti raddoppierà.

Timidi segnali o sintomo di qualcosa di più grande? O forse una reazione al pericolo islamico e al nulla del relativismo? Se tirare le somme e prematuro, conforta però sapere che ogni anno migliaia di giovani provenienti dalla Francia e da Europa (le stime parlando di circa venti mila anime, con un trend in costante crescita) partecipano al pellegrinaggio Parigi-Chartres: giovani che assistono quotidianamente alla messa in rito romano antico, si confessano, intonano i canti della tradizione cattolica e recitano il rosario. Tutto questo ci dice che ancora oggi la bellezza della fede cattolica, quando viene proposta senza sconti, attrae e affascina. E da questa fede genuina che può ancora una volta generarsi una cultura capace di rispondere alle domande dell’ora presente.

Gonzague de Reynold riteneva che la civiltà cristiana fosse l’unico antidoto alla barbarie, che rischia di travolgere l’Europa e non solo: “Il solo principio che abbia fatto l’Europa, che le abbia conferito l’unità o almeno un ideale di unità, è il principio cristiano. L’Europa si divide, si spezzetta si dissolve tutte le volte in cui tende a staccarsi da questo principio. E non soltanto si divide, si spezzetta e si dissolve, ma perde la propria civiltà, ritorna alla barbarie. Infatt,i la civiltà europea è spirituale, cristiana, nella sua origine, nel suo sviluppo, nel suo genio. Anche di più, grazie al cristianesimo e attraverso il cristianesimo, è universale: è la sola civiltà universale”




Fonte

Parigi, in 10 mila alla Marcia per la Vita: no a eutanasia e suicidio assistito



Articolo precedentemente pubblicato da aciprensa – agenzia stampa in lingua spagnola del gruppo EWTN News. È stato tradotto e riadattato per la pubblicazione dal team di ewtn.it.





Diego Lopez Marina, EWTN, 20-01-26

La manifestazione si svolge mentre il Senato esamina il disegno di legge sull’“assistenza al morire”. Gli organizzatori: «La vera dignità è accompagnare, non eliminare».
Circa 10 mila persone si sono radunate domenica a Parigi per partecipare alla Marcia per la Vita, l’annuale mobilitazione del mondo pro-life francese, che quest’anno ha assunto un rilievo particolare per il delicato dibattito parlamentare sulla possibile legalizzazione dell’eutanasia e del suicidio assistito.

Secondo l’organizzazione promotrice Marche Pour La Vie, l’edizione 2026 si è svolta in un clima politico teso: dal 12 gennaio il Senato francese sta infatti esaminando il disegno di legge già approvato dall’Assemblea Nazionale il 27 maggio, che introduce quella che viene definita “assistenza al morire”, una riforma sostenuta come priorità dal presidente Emmanuel Macron.

«La dignità non è la morte somministrata»

Nel corso della manifestazione, gli organizzatori hanno ribadito che la vera dignità umana «si trova nell’accompagnamento dei più vulnerabili, e non nell’offerta sociale e medica dell’eutanasia o dell’aborto». Un messaggio rilanciato anche nel manifesto ufficiale del movimento, diffuso durante la giornata.

Il testo mette in guardia dal rischio che, dopo anni di lavoro parlamentare, anziani, persone con disabilità e malati diventino «obiettivi di una cultura della morte», così come già accade — secondo gli organizzatori — per i bambini non ancora nati.

«L’argomento secondo cui si tratterebbe di difendere la dignità umana è profondamente ingannevole», si legge nel manifesto, che contesta l’idea che lo Stato possa stabilire quali vite meritino di essere vissute. Per il movimento pro-life, la dignità è intrinseca alla persona e non dipende da salute, età o utilità sociale.

La crisi demografica sullo sfondo

La Marcia ha posto l’accento anche sulla crisi demografica che attraversa la Francia. Secondo i dati dell’INSEE, nel 2024 le nascite sono diminuite da 677.803 a 663.000, mentre gli aborti sono aumentati da 243.623 a 251.270.

Numeri che, secondo gli organizzatori, indicano una «profonda ferita sociale» e rendono ancora più urgente una riflessione culturale sul valore della vita umana in tutte le sue fasi.

Cure palliative o eutanasia?

Un altro punto centrale del dibattito riguarda il rapporto tra eutanasia e cure palliative. Sebbene il Governo sostenga che le due realtà possano svilupparsi in modo complementare, la Marcia per la Vita respinge questa visione.

Secondo gli organizzatori, la legalizzazione della “morte somministrata” finirebbe per indebolire gli investimenti nelle cure palliative, soprattutto per ragioni economiche. «In alcuni Paesi — denunciano — esiste già il ricatto di offrire l’eutanasia come alternativa “gratuita” a cure considerate troppo costose».

Una mobilitazione familiare e trasversale

La manifestazione, partita da Place Vauban, ha visto la partecipazione di giovani, famiglie e bambini, in un clima definito “gioioso e festoso” nonostante il freddo invernale. Presenti anche personalità pubbliche, rappresentanti politici e figure del movimento pro-life, tra cui Dominique Rey, vescovo emerito di Fréjus-Tolone.

Tra le richieste avanzate durante gli interventi pubblici figurano l’avvio di un grande piano nazionale per le cure palliative e la garanzia piena dell’obiezione di coscienza per tutto il personale sanitario.

Una battaglia culturale aperta


Per alcuni partecipanti, la Marcia mira a influenzare direttamente il voto dei parlamentari nelle prossime settimane; per altri, la posta in gioco è soprattutto culturale e di lungo periodo.

Il manifesto si chiude con un appello esplicito a difendere ogni vita umana, citando Teresa di Calcutta: «Non possiamo rassegnarci a vivere in una società in cui i medici diventino una minaccia per i loro pazienti».

Con il voto del Senato previsto per il 28 gennaio e un nuovo esame all’Assemblea Nazionale atteso a febbraio, la Marcia per la Vita ha riportato al centro del dibattito pubblico francese una domanda decisiva: che cosa si intende oggi per dignità umana e come una società sceglie di proteggerla.









Marcel Lefebvre: un profeta inquietante?



L’arcivescovo Lefebvre all’altare: un gesto di continuità e fedeltà.

Nella nostra traduzione da Vigiliae Marcel Lefebvre: un profeta inquietante?
Una lettura cristiana di fedeltà, modernità e continuità
Rev. Leon, 20 gennaio 2026


Marcel Lefebvre: un profeta inquietante?


Marcel Lefebvre (1905-1991) è spesso ricordato come una figura divisiva all'interno del cattolicesimo romano del XX secolo. Tuttavia, ridurlo a un simbolo di controversia oscura il significato più profondo della sua testimonianza. Vescovo missionario in Africa, Superiore Generale dei Padri dello Spirito Santo, Padre conciliare al Vaticano II e in seguito fondatore della Fraternità San Pio X, Lefebvre visse al crocevia di immensi cambiamenti ecclesiali. La sua vita solleva interrogativi che risuonano in tutte le tradizioni cristiane: che aspetto ha la fedeltà in un'epoca di incertezza dottrinale? Come dovrebbe rispondere la Chiesa alla modernità? E una voce liquidata come divisiva può essere invece intesa come un richiamo profetico alla Chiesa, che la richiama alle sue radici?

Questo articolo offre una lettura cristiana di Lefebvre come un profeta inquietante: non una figura confortevole, ma uno la cui insistenza sulla continuità costringe la Chiesa nel suo complesso a confrontarsi con la propria identità.



1. Un breve profilo biografico

Nato nel nord della Francia in una devota famiglia cattolica, Lefebvre fu plasmato fin da piccolo da una spiritualità di sacrificio e zelo missionario. Ordinato sacerdote nel 1929, si unì ai Padri dello Spirito Santo e trascorse gran parte del suo primo ministero nell'Africa francese, diventando poi Delegato Apostolico per la regione e in seguito Arcivescovo di Dakar. I suoi anni in Africa furono caratterizzati da energia pastorale, chiarezza dottrinale e un profondo impegno nella formazione del clero.

Nel 1962 fu nominato Superiore Generale del suo ordine e, da vescovo, partecipò attivamente al Concilio Vaticano II. Inizialmente fiducioso, divenne sempre più preoccupato per quella che percepiva come ambiguità teologica e una deriva verso tendenze moderniste. Dopo essersi dimesso dalla sua congregazione, fondò un seminario a Écône (Svizzera) nel 1970, che divenne il nucleo della Fraternità Sacerdotale San Pio X.

Con la crescita del suo movimento, la sua posizione lo portò a una tensione aperta con il Vaticano, in particolare su questioni di liturgia, dottrina e, infine, sulle consacrazioni episcopali da lui effettuate nel 1988. Lefebvre, tuttavia, sostenne costantemente di difendere – e non di discostarsi – dall'insegnamento perenne della Chiesa, e che qualsiasi rottura proveniva da coloro che cercavano di reinterpretare la fede alla luce della modernità.

Per tutta la vita ha sempre sostenuto di non innovare, ma di preservare: "Sto semplicemente trasmettendo ciò che ho ricevuto".


2. Testimonianza profetica – Un quadro teologico

Nella tradizione biblica, il profeta non è principalmente un predittore di eventi futuri, ma un custode della verità dell'alleanza. I profeti richiamano il popolo di Dio alla fedeltà, spesso a costo di conflitti. Il loro messaggio è raramente accolto e la loro posizione è spesso fraintesa.

All'interno della Chiesa, la testimonianza profetica emerge soprattutto in tempi di transizione. Essa implica tensione – tra coscienza e autorità, tra tradizione e adattamento, tra continuità e riforma. Definire Lefebvre "profetico" non significa canonizzare ogni sua decisione, ma riconoscere che egli si percepiva come difensore della fede a lui affidata.

Una volta osservò: "Se sono io nel torto, allora la Chiesa ha sbagliato per venti secoli". Non si trattava di arroganza, ma di convinzione: credeva di stare dalla parte della Chiesa, che si era sempre trovata.


3. La diagnosi di Lefebvre sulla crisi della modernità

La critica di Lefebvre agli sviluppi postconciliari non si limitava alla riforma liturgica. Le sue preoccupazioni più profonde toccavano temi che continuano ad assillare i cristiani di tutte le confessioni.

Chiarezza dottrinale Temeva che formulazioni ambigue avrebbero indebolito la testimonianza della Chiesa. "La verità non cambia; cambia solo il nostro coraggio di proclamarla".

Secolarizzazione

Credeva che la Chiesa stesse assorbendo lo spirito dell'epoca anziché convertirlo, e metteva in guardia dal rischio che l'adattamento alla modernità diluisse il Vangelo.

Missione ed Evangelizzazione

Si è chiesto se il dialogo avesse sostituito l'annuncio e se la Chiesa stesse perdendo fiducia nel proprio messaggio.

Continuità della tradizione

Insisteva sul fatto che uno sviluppo autentico dovesse rimanere visibilmente radicato in ciò che la Chiesa aveva sempre insegnato. Per lui, la continuità non era nostalgia, ma fedeltà.

Queste preoccupazioni, che si condividano o meno, non sono prerogativa esclusiva della Chiesa cattolica. Molti pensatori protestanti, anglicani e ortodossi hanno espresso preoccupazioni simili riguardo alle pressioni della modernità e alla tentazione di rimodellare la fede per adattarla alle aspettative culturali.


4. Continuità e riforma: una tensione cristiana universale

Un aspetto centrale dell'autocomprensione di Lefebvre era la sua convinzione di non aver cambiato rotta. Si considerava in linea con l'insegnamento perenne della Chiesa, mentre altri – a suo avviso – reinterpretavano la dottrina, il culto e la missione in modi che rompevano con il passato.

Questa tensione tra continuità e riforma non è esclusiva del cattolicesimo romano. Ogni comunità cristiana si trova ad affrontare la sfida di discernere come rimanere fedeli al deposito apostolico, rispondendo al contempo alle nuove circostanze storiche. La storia di Lefebvre diventa così un caso di studio della perenne lotta tra tradizione e innovazione, tra la stabilità del passato e le esigenze del presente.


5. Perché Lefebvre è ancora importante per i cristiani di oggi

L'eredità di Lefebvre invita i cristiani di tutte le tradizioni a riflettere su interrogativi persistenti:
Come distinguiamo lo sviluppo autentico dal compromesso teologico?

Qual è il ruolo della coscienza quando le autorità ecclesiastiche sembrano cambiare direzione?

Come dovrebbe rispondere la Chiesa alle voci interne di critica?

La fedeltà alla tradizione può diventare essa stessa un atto profetico?

Anche coloro che non sono d'accordo con le posizioni di Lefebvre possono trovare nella sua vita un promemoria del fatto che la Chiesa ha bisogno di voci capaci di sfidare i preconcetti prevalenti. I profeti sono raramente figure comode, ma spesso esprimono verità che altri preferiscono ignorare.


Conclusione: un profeta per il nostro tempo?


Se Marcel Lefebvre fosse un profeta in senso stretto è una questione che la storia e la Chiesa in generale devono continuare a chiarire. Ciò che è chiaro è che parlava da una posizione di profonda convinzione, motivato dal desiderio di salvaguardare la fede che credeva gli fosse stata affidata. La sua testimonianza costringe i cristiani ad affrontare interrogativi scomodi sull'identità, la continuità e il costo del discepolato.
Un profeta inquietante, forse, ma i profeti hanno sempre turbato il popolo di Dio.


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Bibliografia (per i lettori che desiderano esplorare gli scritti di Lefebvre) Marcel Lefebvre, Lettera aperta ai cattolici confusi (Kansas City: Angelus Press, 1986). Marcel Lefebvre, Lo hanno decoronato (Kansas City: Angelus Press, 1987). Marcel Lefebvre, Viaggio spirituale (Kansas City: Angelus Press, 1991). Marcel Lefebvre, Contro le eresie (Kansas City: Angelus Press, 1992). Marcel Lefebvre, Accuso il Consiglio (Kansas City: Angelus Press, 1998). Marcel Lefebvre, La messa di tutti i tempi (Kansas City: Angelus Press, 2007).




Non c’è unità senza verità. Critica tomista alla Settimana per l’unità dei cristiani






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by Aldo Maria Valli 23 gen 2026



di Daniele Trabucco

La Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani nasce storicamente nel 1908, quando padre Paul Wattson propose e inaugurò l’Ottavario per l’unità della Chiesa (18–25 gennaio), poi evolutosi fino all’attuale e problematica forma ecumenica, anche attraverso la successiva elaborazione congiunta dei sussidi (in uso ufficiale dal 1968). L’istituzione, dunque, è antica quanto al gesto pubblico e stabile, ma non neutra quanto al suo significato: essa reca in sé una domanda decisiva, perché l’unità è realmente volontà del Signore – “ut unum sint” – e tuttavia proprio questa volontà di Cristo può essere fraintesa, e perfino tradita, quando viene trasposta in categorie moderne che separano l’unità dalla sua forma, cioè dalla verità che la costituisce.

In prospettiva tomista, l’unità non è un sentimento di convergenza, né un risultato diplomatico, né una mera cooperazione etico-sociale; è una proprietà dell’essere e, per conseguenza, è inseparabile dal vero e dal bene. Unum, verum, bonum non sono tre ideali concorrenti: sono tre aspetti convertibili del medesimo reale (i cosiddetti trascendentali). Ne segue che l’unità cristiana, se è autentica, non può essere pensata come un “di più” aggiunto alle confessioni in quanto tali, ma come l’ordine interno della stessa realtà ecclesiale voluta da Cristo: una comunione visibile, determinata da principi e mezzi oggettivi (professione integrale della fede apostolica, vita sacramentale, comunione gerarchica). In termini strettamente causali: l’unità è effetto di una forma e la forma non nasce dal consenso, bensì dalla partecipazione a ciò che precede e fonda il consenso, cioè la verità rivelata e la struttura ecclesiale che la custodisce.

Quando l’approccio moderno alla Settimana adotta implicitamente categorie “procedurali” (dialogo come fine, inclusione come criterio, pace come valore sovraordinato), tende a trattare l’unità come prodotto di prassi e non come frutto di una forma comune. Si passa così dall’ecclesiologia alla sociologia religiosa: l’unità diventa un evento, non una realtà. Da questo slittamento derivano alcune criticità che meritano di essere dette in modo teoreticamente netto.

La prima è l’irenismo, ossia la pace ottenuta al prezzo della chiarezza. Se l’unità è perseguita mediante l’attenuazione delle differenze dogmatiche, allora non è più unità nella verità, ma sospensione della verità in nome dell’unità. Per Tommaso, va ricordato in modo chiaro, la verità non è malleabile perché non è un costrutto della volontà: è l’adeguazione dell’intelletto al reale, e, nella fede, l’adeguazione dell’intelletto alla Parola di Dio. Un ecumenismo che educa a percepire i dogmi come “linguaggi equivalenti” o come “simboli negoziabili” non prepara l’unità; prepara l’indifferentismo, cioè l’idea che la divergenza sia irrilevante. Ora, la divergenza sulla fede non è un accidente, riguardando il principio formale della comunione.

La seconda criticità è l’inversione dell’ordine sacramentale. La comunione liturgica, e in particolare eucaristica, non è uno strumento terapeutico per produrre unità; è il segno e l’atto della comunione già esistente nella fede e nella Chiesa. Quando la Settimana, non necessariamente nelle norme, ma spesso nella prassi e nel tono, lascia intendere che la celebrazione comune possa “anticipare” o “sostituire” la piena comunione, si cade in un rovesciamento causale: l’effetto viene impiegato come causa. Nella metafisica tomista ciò è impossibile senza falsificazione del segno: il sacramento significa e causa ciò che significa, ma non in modo magico o indipendente dalle disposizioni e dall’ordine della Chiesa. Perciò l’ambiguità liturgica è più grave di un’imprecisione terminologica: altera il rapporto tra verità professata e comunione celebrata.

La terza criticità è la trasformazione del fine: dall’unità come ricomposizione nella pienezza alla “unità” come pluralismo riconciliato. In tale schema moderno, la divisione tende a essere reinterpretata come ricchezza delle differenze; l’unità diventa la capacità di convivere senza convergere. Ora, la divisione ecclesiale, in quanto tale, è ferita: non si romanticizza una ferita, la si cura.

Se la Settimana educa a considerare normale l’assetto frammentato del cristianesimo, allora neutralizza la domanda stessa di “ut unum sint“, riducendola a un auspicio morale. L’unità voluta da Cristo, infatti, non è mera non-belligeranza tra comunità; è la visibilità di una sola comunione nella stessa fede e nei medesimi sacramenti, ordinata sotto un medesimo principio di governo. In un linguaggio tomista: l’unità ecclesiale è unità di ordine, non semplice unità di contiguità.

La quarta criticità, che riassume le precedenti, è la “de-teologizzazione” dell’ecumenismo. Quando l’unità viene trattata come valore autonomo, separabile dalla questione del vero, si finisce per attribuire alla volontà (o al metodo) ciò che compete alla forma (e, quindi, alla verità). È, in ultima analisi, un nominalismo pratico: si crede che nominare l’unità, o organizzare gesti unitari, equivalga a possederla. Tuttavia, l’unità non nasce da un atto linguistico, né da una coreografia: nasce dal ritorno al principio che la genera.

E qui la tradizione cattolica, letta con sobrietà tomista, impone un punto rigoroso: la preghiera per l’unità è autentica soltanto se domanda a Dio ciò che Dio vuole dare, e Dio non vuole dare un’unità “a prescindere”, bensì un’unità “secondo verità”.

In conclusione, la Settimana, in sé, è legittima e persino necessaria nella misura in cui è atto di fede autentica e di speranza, perché riconosce che l’unità è dono soprannaturale e che il cristianesimo diviso contraddice lo scandalo buono del Vangelo. Essa diventa però problematica quando assume il lessico moderno dell’equivalenza, dell’indeterminatezza dogmatica e della “unità senza forma”, perché allora non serve più l’unità di Cristo, ma un surrogato pacificato. L’unità vera non è la somma delle differenze, bensì la comunione nel vero; non è il silenzio sulla dottrina, ma la carità che la custodisce; non è un evento annuale, ma l’ordine permanente del Corpo mistico. Per questo, la critica tomista non diminuisce ut unum sint: lo salva. E ricorda alla coscienza cattolica una regola semplice e severa: l’unità che Cristo chiede non è contro la verità; è la forma storica della verità che salva.