martedì 23 ottobre 2012
lunedì 22 ottobre 2012
L’acqua del Gave e l’acqua della Grazia
di don Antonio Ucciardo
Il 20 ottobre la Grotta di Lourdes si è allagata. Nulla di strano, considerando che il fiume Gave la lambisce. Nulla di eccezionale, sapendo che anche i santuari possono crollare per i terremoti, per gli smottamenti del terreno, per la barbarie dell’uomo. Eppure quelle immagini hanno destato impressione. Pare che siano là ad evocare qualcosa di più grande. Non so se sia mai capitato, in questi 154 anni, che quello spiazzale sia stato invaso dalle acque. Se sia mai accaduto che l’acqua fatta sgorgare dalla Signora sia stata coperta dalle acque del fiume. Bisognerebbe chiedere ad esperti della storia di Lourdes, come René Laurentin, oppure rovistare tra l’ingente documentazione che Vittorio Messori, attento persino alle sfumature meno appariscenti di quel luogo benedetto, ha raccolto con certosina pazienza.
Vogliamo ammettere, alla luce del Vangelo, che nulla accade per caso. Possiamo pertanto tentare di leggere anche questa notizia nell’economia delle apparizioni e del messaggio di Lourdes. O forse in quella più grande di un paese che ha voltato le spalle a Dio. Non è il solo ad averlo fatto in quest’Europa che è preda di un’apostasia silenziosa, ma si tratta pur sempre della nazione definita prima figlia della Chiesa. Il Santuario dei Pirenei ne rappresenta, per così dire, l’anima. In un sabato di ottobre, nel giorno della settimana dedicato alla Vergine, nel mese particolarmente consacrato a quella preghiera tanto gradita alla Signora, il fiume ha preso possesso di quel luogo santo.
Lourdes è intimamente legato alle vicende della secolarizzazione. I fenomeni ai quali oggi assistiamo, hanno una storia. Derivano in gran parte dall’esaltazione della razionalità, dalla presunzione di poter finalmente spiegare ogni cosa e di poter archiviare definitivamente il ricorso alla religione. La Francia del Positivismo credeva davvero di aver ridestato il lume della Ragione, acceso nel secolo precedente, e di aver segnato una pagina nuova nella storia dell’umanità, soprattutto per quel che concerne il progresso scientifico. Non a caso la Vergine farà di quel luogo una vera e propria clinica delle anime e dei corpi. Molti miracoli, fino ad oggi, rappresentano una sfida per i figli di quel razionalismo. Molte conversioni sono il segno di quella dimensione spirituale che è stata osteggiata con forza anche nel secolo successivo. Molti prodigi inspiegabili, primo tra tutti la serena accettazione della sofferenza, sono scaturiti ai piedi di quella immagine che, durante l’allagamento, si è stagliata sulle acque con un’eloquenza inedita.
In questo senso, Lourdes rappresenta ancora oggi l’anima non solo della Francia, bensì dell’intero continente. Troppo in fretta si è gridato, forse, ad un ritorno di religiosità. Contro ogni dato rassicurante, vediamo paesi interi rigettare i principi della propria cultura cristiana e provare l’ebbrezza della laicità, scambiata probabilmente con la garanzia della propria libertà contro condizionamenti d’ogni genere. Quel fiume ha evocato questo flusso irruente di novità e di libertà nella nostra storia. Proprio in questi giorni la Francia si sta riprendendo la laicità assoluta – in verità mai deposta- con il ritorno ai principi ispiratori della Rivoluzione. Bisogna formare cittadini, o piuttosto uomini senz’anima, che conoscano la morale dello Stato, l’etica che deriva dalla propria affermazione in questa grande casa comune. Non hanno bisogno di altro! Hitler si era fermato, nella sua lucida follia, al Gott mit uns, Dio è con noi. Qui siamo al Dieu c’est moi, Dio sono io!
I fenomeni di acuta secolarizzazione cui assistiamo nella Francia dei nostri giorni, non sembrano avere di fronte a sé una grande opposizione. Non dico che trovino dappertutto un’accoglienza entusiasta, ma di sicuro non hanno neppure una reazione tenace. Qualche timido segnale di forza da parte dell’episcopato, specialmente in relazione al progetto di riconoscimento delle unioni omosessuali, è pur sempre apprezzabile. E’ degno di nota, però, che i vescovi francesi abbiano chiesto di pregare. Lourdes è l’immagine stessa della preghiera! Se l’esondazione del Gave fosse il segno della rabbia del demonio per le preghiere che finalmente si cominciano a levare, potremmo almeno stare tranquilli, perché saremmo all’inizio di una controtendenza.
Quel santuario, nell’Europa secolarizzata, richiama noi cattolici per primi all’importanza della preghiera. Abbiamo fatto di tutto per dire che ci siamo e che vogliamo essere i benefattori dell’umanità. Solo che molto spesso lo abbiamo fatto con le parole suadenti, con il dialogo fine a se stesso, con una serie interminabile di convegni e di documenti. E abbiamo preso troppo sul serio l’idea di essere benefattori. Lo siamo, sicuramente, ma nel senso in cui ci è ricordato che Gesù “passò beneficando e risanando tutti coloro che stavano sotto il potere del diavolo” (At 10, 38). Il bene che possiamo fare è ben altro rispetto al bene che il mondo si attende. Questa è l’autentica sfida che ci è lanciata. Abbiamo bisogno di pregare, perché soltanto dal ricorso umile e fiducioso a Dio si può irradiare il vero bene che noi dobbiamo donare.
E se invece del demonio pensassimo all’immagine della grazia? La preghiera ci conduce alla grazia, cioè a quanto ci sorpassa e non nasce dai nostri buoni propositi. All’inizio dell’Anno della Fede, Lourdes sa richiamarci, ancora una volta, a questa necessità. Nella nostra storia attuale, che ha tanto spesso il colore della fanghiglia del Gave, si staglia ancora la bianca figura della Piena di grazia. Dobbiamo saper essere realisti, ma non disfattisti. Tutto possiamo riavere, se accettiamo di deporre ai piedi di Dio le nostre infermità ed imploriamo il sostegno della grazia.
Nel Cantico dei Cantici è scritto che “le grandi acque non possono spegnere l’amore né i fiumi travolgerlo” (Ct 8,7). Maria è la presenza stessa dell’amore di Dio nella nostra storia. Tra poche ore le acque del fiume si ritireranno, e tornerà ad affiorare la fonte donata dalla Vergine. Non bisogna chiudere la fonte della grazia, né tornare all’acqua che l’uomo possedeva prima del dono di Cristo. Non è un’acqua capace di dissetare. Le nostre comunità ecclesiali e le nostre case devono tornare alla gioia di Cana, dove la Madre, sollecita, chiede che l’acqua sia cambiata in vino. No, non dobbiamo temere nessun allagamento, se siamo ancora capaci di implorare il vino della grazia e di obbedire, nella fede, a Cristo. Lourdes, come ogni altro luogo legato ad apparizioni riconosciute dalla Chiesa, è il segno che la Vergine non ha esaurito la sua missione: “Qualsiasi cosa vi dica, fatela” (Gv 2, 5). Con lei possiamo sempre riprendere il nostro cammino!
http://www.daportasantanna.it/2012/10/
L'Organo nella liturgia: fra primazia e compromessi sul Re degl'istromenti
Il Colloquio
sulla Musica Sacra Cinquant’anni
dopo il Vaticano II
alla luce del
Magistero di Benedetto XVI - Verona 6
ottobre 2012
Intervento di don Gilberto Sessantini
Dall’anatema di San Girolamo (347-420) che,
ancora alla fine del IV secolo, invitava a stare lontani dall’organo perché
culturalmente legato ad un mondo pagano e dai costumi disdicevoli (1)
all’affermazione che esso è il “re degli strumenti” fatta da Guillaume de
Machaut (1300ca.-1377) (2) sancendo così la sua definitiva consacrazione a
strumento per eccellenza – secondo il suo significato etimologico (3) – e a
strumento ecclesiastico per definizione – per il suo uso peculiare – molto tempo
è passato. Un millennio in cui, l’organo di fatto è divenuto lo strumento
principe, non esclusivo certo, ma preferenziale della liturgia cristiana
occidentale. E tale è rimasto, indisturbato, fino all’immediato postconcilio,
quando il suo trono ha cominciato a scricchiolare e la sua peculiarità ad essere
messa in discussione.
Cinquant’anni dopo il Vaticano II
Non possiamo non cogliere impressionanti
analogie tra quanto è avvenuto per il canto gregoriano e quanto accadde e accade
tuttora per l’organo. Mentre il Vaticano II indicava nel canto gregoriano il
canto proprio della liturgia latina, esso veniva di fatto estromesso dalla
liturgia fino a farlo diventare “un estraneo a casa sua” (4) . Nonostante un
dettato conciliare limpido e chiaro, che additava nell’organo lo strumento
principe della liturgia per le sue intrinseche capacità in ordine al rito e ai
suoi scopi (5) , le applicazioni concrete aprivano la strada ad altri strumenti.
I criteri di ammissibilità non erano certo quelli ritenuti tali dall’assise
conciliare (6) , ma un criterio, vago e soggettivo, di ammodernamento e di
corrispondenza ai gusti del momento, soprattutto, si diceva, dei giovani. Alla
massima espressione di lode nei confronti dell’organo corrispose, nella realtà
dei fatti, l’inizio del suo declino. E se anche non possiamo prescindere
dall’ambiente culturale in cui tali applicazioni concrete sorsero - il ’68 - e
collocare in quella temperie culturale gli eccessi assunti a paradigma, certo
non possiamo fare a meno di chiederci come si è potuti giungere a tal punto, ora
che l’ubriacatura del’68 è finita, l’euforia è passata e ci rimane solo un gran
mal di testa da post-sbornia.
Il peccato originale, mi si permetta
l’espressione, mi pare lo si possa scorgere nella “Settimana internazionale di
Friburgo” (22-28 agosto 1965) avente come tema “Il canto nel rinnovamento
liturgico” (7), durante la quale diversi relatori, applicando alla liturgia e
alla sua musica i principi della teologia della secolarizzazione (8), giunsero
ad affermare che “dopo Cristo ogni arte è fondamentalmente profana” e che “ogni
musica integrata al culto , per il fatto stesso che può esercitarvi una funzione
rituale diviene ‘sacra’. Non vi sono più limiti , specificazioni,
sacralizzazioni, se non quelli richiesti dalla funzionalità di ogni arte nella
liturgia”.
Nella dialettica rinnovamento-tradizione con la quale ci si pose e si
impostò il dibattito, finì triturato il buon senso e quanto il Vaticano II aveva
disposto. Invano il noto liturgista Jungmann, cui in quel convegno spettò la
prima relazione, insistette nel “tornare ai principi” e alla prudenza conciliare
che ammetteva innovazioni solo se dimostrate veramente utili, in modo tale che
le “nuove forme risultino come uno sviluppo organico delle forme già esistenti”
per cui – concludeva Jungmann – per costruire l’avvenire “occorre soltanto
risfogliare la storia della liturgia”. Con buona pace di Jeannetteau, insigne
gregorianista, che aveva insistito sul carattere esemplare del gregoriano per
giungere ad una sintesi verbo-melodica anche nei nuovi canti nelle lingue
nazionali e che aveva ammonito a non abbandonare il gregoriano perché “non è da
questo abbandono che nascerebbe il rinnovamento desiderato”, le sue e le
posizioni degli altri “grandi vecchi” vennero tacciate come appartenenti a “buon
senso cauteloso” e, nel contesto della discussione comune, apparivano velate di
“un tono esoterico e insieme perentorio” e dettate dalle “ragioni del cuore che
mal si adattano a misurarsi con la logica”.
In questa linea auto-distruttiva che
prese il sopravvento, anche l’organo venne declassato a strumento qualunque,
giungendo anzi a venirgli negata (!) la patente di strumento ideale per
accompagnare il canto “a causa del suono fisso che lo caratterizza, in totale
contrasto con la flessibilità della voce umana. Meglio altri strumenti, più
duttili e idonei a sostenere le voci e a marcare la ritmica” così il Reboud (9).
Ciò che fino a qualche decennio prima, come ad esempio asseriva C.M. Widor, era
la caratteristica principale che qualificava l’organo come strumento “sacro” per
eccellenza e particolarmente adatto al sostegno del canto, veniva ora
utilizzato per denigrarlo ed estrometterlo dalla chiesa e dalla liturgia. Per
Widor infatti, i suoni prodotti e tenuti teoricamente anche per una durata
illimitata danno un’idea dell’infinito e possono risvegliare in noi l’idea
religiosa; il suono “inerte” dell’organo significa omogeneità, durata,
stabilità infinite e questa inerzia non è un difetto ma la base della bellezza
dell’organo e la sua perfetta idoneità a sostenere il canto di pochi o di tanti
(10) .
E questa è anche l’esperienza plurisecolare che caratterizza il servizio
organistico nella liturgia. Ma la pervicacia innovativa e distruttiva giungeva a
mistificare la realtà. Ciò che secoli di storia della musica e di prassi
consolidata sostenevano e provavano, veniva praticamente misconosciuto e,
peggio, ridicolizzato. Esaltando le istanze innovatrici del Vaticano II, tali
prese di posizione calpestavano il dettato conciliare stesso, reo di pagare lo
scotto ad “esaltazioni romantiche” del concetto di musica sacra, del canto
gregoriano e dell’organo. Il problema non è certo che a quel convegno si
espressero queste opinioni, ma il fatto che queste opinioni sostituirono il
Magistero e condizionarono la prassi. Da quel convegno, infatti, sorse il gruppo
Universa Laus i cui membri, o i loro epigoni, ancora oggi, dopo quasi
cinquant’anni, siedono a “consulere” i vari uffici liturgici nazionali,
impedendo pure un legittimo ricambio generazionale e di pensiero. Perché il
resto del mondo, ma non se ne sono ancora accorti, non la pensa più come loro.
Non fu più, quindi, la Sacrosanctum Concilium a guidare la riforma liturgica,
ma l’interpretazione che alcuni le davano.
Paradossalmente sono le stesse armi usate da
costoro che ora li condannano. Infatti, uno dei loro cavalli di battaglia
riguarda il trinomio musica-liturgia-cultura (11) dove è la cultura che
determina quale musica e quale liturgia sia possibile ed auspicabile per una
data assemblea celebrante. Questa impostazione “dal basso” è già stata
sufficientemente contestata da uno scritto di Ratzinger che criticava la voce
“Canto e Musica” del “Nuovo Dizionario di Liturgia” edito dalle Paoline e non mi
dilungo ad esporla (12) .
Ma è proprio il concetto di cultura che occorre
approfondire. Di quale cultura si tratta? Di una vera, reale, constatabile
espressione dei nostri e degli altri tempi, oppure di una cultura falsa, che non
esiste, inventata a tavolino per giustificare i propri assunti? Perché la
cultura “qua talis” vede ancor oggi e da secoli nell’organo uno strumento
“sacro” per eccellenza, chiamato a commentare i riti, a sostenere il canto, a
creare clima di preghiera e di sacralità. Ne fanno fede le innumerevoli
citazioni sia musicali che cinematografiche, teatrali o televisive,
pubblicitarie, d’intrattenimento o di contenuto. Due o tre accordi d’organo
segnalano immediatamente (nel senso letterale del termine e cioè senza altre
mediazioni culturali) l’irrompere del sacro, non solo all’opera ma anche in
musiche rock ben lontane dal volere portare a Dio; e non solo per gli
occidentali, ma, nel villaggio globalizzato, anche per chi appartiene ad altri
mondi culturali. Lo stesso avviene per l’immagine televisiva o cinematografica
del prete: sempre in abito talare (Don Matteo docet). E per il canto gregoriano.
Prescindendo pure dalle innumerevoli pagine di letteratura organistica, veri
monumenti musicali (ma forse essi non sono o non fanno cultura!?!), basterebbero
citare le numerose pagine in cui la letteratura fa riferimento all’organo come
strumento “sacro”: da Virgilio, Teocrito, Lucrezio, Dante, Guillame de Machaut,
a Jean Froissart, Michel de Montaigne, John Milton, Robert Browning, Victor
Hugo, Honoré de Balzac, Erasmo, Rabelais e Pascal (13) . E allora? Non sono
forse, queste, espressioni della cultura e, per quanto riguarda gli esempi
citati più vicini a noi, espressioni della cultura dominante?
Un altro cavallo di battaglia è costituito dal
demonizzare il concetto di sacro applicato alla musica e all’organo, oltre che a
tutto ciò che la Chiesa considera il suo tesoro più sacro: la Divina Liturgia.
Non potrebbe essere diversamente provenendo il loro pensiero dalla teologia
della secolarizzazione. Ma questa posizione, a prescindere dai discutibili
contenuti teologici, pecca di nominalismo. Infatti, comunque, la si voglia
chiamare: “musica per la liturgia, musica liturgica, musica ecclesiastica,
musica spirituale, musica religiosa, musica sacra …” (14) la sostanza è che la
Chiesa si è sempre sentita in diritto/dovere di ammettere o non ammettere musica
e strumenti a seconda della rispondenza o meno al proprio “progetto rituale”,
marcando un linea di confine ben netta ed individuabile, che solo chi è in mala
fede non può non vedere e accogliere come tale. Non possiamo dimenticare,
inoltre, che la musica è sacra ancor più che per una funzione per la sua
origine; origine che, come dimostra qualsiasi trattato di etnologia musicale, è
di tipo religioso. Già nella riflessione musicologica di Boezio (475–525) con la
sua tripartizione tra musica mundana-humana-instrumentalis vengono poste le basi
filosofiche e teologiche di quella che è divenuta poi la musica sacra/musica
liturgica dei documenti ecclesiastici (15). Nella trattatistica medievale,
inoltre, musica misurata (sacra) e musica non misurata (profana) si rispecchiano
in strumenti che sono sacri o profani a seconda che rispecchino la mensura
stabilita in base ai rapporti pitagorici propri del monocordo e tra questi e la
mensura del cosmo e l’organo è posto tra gli strumenti sacri proprio perché
produce suoni misurabili da canne che rispondono a misura prestabilite le cui
proporzioni richiamano modelli matematici universali (16). Comprendiamo, quindi,
il livello di profondità raggiunta dalla riflessione su questi temi che non si
possono sbrigativamente e grossolanamente catalogare come “mito” e “suggestione
del sacro” (17) e sciogliere la valenza del sacro musicale solo nella dimensione
prettamente funzionale.
La
primazia
L’organo, quindi, culturalmente parlando è
ancora uno strumento che all’interno di ciò che chiamiamo “sacro” e liturgia ha
ancora un ruolo ben definito, anzi, una primazia.
Quale primazia?
Il tempo non ci concede una disamina
approfondita delle motivazioni per cui la Chiesa si è espressa nei termini che
conosciamo riguardo all’organo “il cui suono è in grado di aggiungere un
notevole splendore alle cerimonie della Chiesa, e di elevare potentemente gli
animi a Dio e alle cose celesti.” (SC120) . Bastino alcune osservazioni.
Di certo, c’è una primazia derivata dalle
possibilità tecniche e foniche dello strumento. Sono di due tipi: una riguarda
la capacità di sostenere il canto di uno, di pochi o di tanti, capacità legata
alla amplissima gamma dinamica di cui l’organo è capace e che nessun altro
strumento possiede, neppure se amplificato; l’altra riguarda la capacità di
colorare diversamente i singoli momenti del rito e le varie sfaccettature di cui
la liturgia è ricca. Nessun altro strumento, da solo, è in grado di esprimere
tutto questo e non a caso vi è molta analogia tra un organo e l’orchestra, anzi
con tutti i suoni della creazione. Lo ha ricordato Benedetto XVI nel discorso
per la benedizione dell’organo della Alte-Kapelle di Ratisbona:
“L'organo, da sempre e con buona ragione, viene
qualificato come il re degli strumenti musicali, perché riprende tutti i suoni
della creazione e – come poco fa è stato detto – dà risonanza alla pienezza dei
sentimenti umani, dalla gioia alla tristezza, dalla lode fino al lamento.
Inoltre, trascendendo come ogni musica di qualità la sfera semplicemente umana,
rimanda al divino. La grande varietà dei timbri dell'organo, dal piano fino al
fortissimo travolgente, ne fa uno strumento superiore a tutti gli altri. Esso è
in grado di dare risonanza a tutti gli ambiti dell'esistenza umana. Le
molteplici possibilità dell'organo ci ricordano in qualche modo l'immensità e la
magnificenza di Dio”. (18)
In secondo luogo c’è una primazia di carattere
simbolico. Anche in questo caso due sono gli ambiti. Uno ecclesiologico, l’altro
liturgico-sacrale. Il primo l’ha espresso molto bene Benedetto XVI sempre nel
discorso per la benedizione dell’organo della Alte-Kapelle di Ratisbona:
“In un organo, le numerose canne e i registri
devono formare un'unità. Se qua o là qualcosa si blocca, se una canna è stonata,
questo in un primo momento è percettibile forse soltanto da un orecchio
esercitato. Ma se più canne non sono più ben intonate, allora si hanno delle
stonature e la cosa comincia a divenire insopportabile. Anche le canne di
quest'organo sono esposte a cambiamenti di temperatura e a fattori di
affaticamento. È questa un'immagine della nostra comunità nella Chiesa. Come
nell'organo una mano esperta deve sempre di nuovo riportare le disarmonie alla
retta consonanza, così dobbiamo anche nella Chiesa, nella varietà dei doni e dei
carismi, trovare mediante la comunione nella fede sempre di nuovo l'accordo
nella lode di Dio e nell'amore fraterno. Quanto più, attraverso la Liturgia, ci
lasciamo trasformare in Cristo, tanto più saremo capaci di trasformare anche il
mondo, irradiando la bontà, la misericordia e l'amore per gli uomini di Cristo.”
(19)
L’analogia con il corpus ecclesiae è mirabile
anche nella sua attualità.
Il secondo ambito in cui l’organo esprime la
sua primazia di carattere simbolico è quello liturgico-sacrale. Come avviene per
gli altri luoghi liturgici (altare, ambone, cattedra...) pure l’organo “parla” e
rimanda alla sua funzione anche quando la liturgia non è in atto. La sua
presenza, il suo esser-ci, è simbolo di quel canto che esso sostiene, di quella
musica che, come affermava Victor Hugo, “unisce ai Cieli la terra” (20). La sua
presenza connota ancor più un edificio ecclesiastico per quello che è: luogo di
culto, luogo di preghiera, luogo di vita. Anche senza emettere una nota. Cosa
che non farebbe una chitarra, una batteria o un flauto posti in un canto della
chiesa: nella nostra cultura essi hanno un’altra valenza culturale,
appunto.
I
compromessi
Se tali sono i caratteri che definiscono la
primazia dell’organo nella liturgia, è ancor vero che la situazione odierna
costringe a dei compromessi.
Quali compromessi?
Innanzitutto con il repertorio dei canti. A
parte i due secoli (Sette e Ottocento) in cui la maggior parte della letteratura
organistica (italiana si badi bene) si è allontanata dal gregoriano per
ricercare in ambito profano la propria ispirazione, il connubio tra organo e
repertorio vocale sacro è sempre stato stretto. Pensiamo a quanto hanno
suggerito le melodie dei corali o dei temi gregoriani lungo i secoli. Oggi a
cosa può ispirarsi un organista se non a ciò che si canta in chiesa, perché tale
è la sua funzione? Purtroppo la situazione la conosciamo tutti e non è certo
continuando sulla linea del cosiddetto Repertorio Nazionale, che si può dare una
svolta al canto liturgico. Ma questo è un discorso che ci porterebbe lontano.
All’organista serio non resta che nobilitare con la sua arte ciò che nobile non
è e che solo la protervia di certo clero e di certi animatori musicali continua
a propinare durante i divini misteri.
In secondo luogo, con gli altri strumenti. La
primazia non è supremazia. E la storia della musica e dei documenti
ecclesiastici ci conferma che sempre, accanto all’organo, hanno preso posto
anche altri strumenti, non nell’ordinarietà sempre riservata all’organo, ma
nella straordinarietà. Le principali feste vedevano aggiungersi all’organo archi
e ottoni, non in modo indiscriminato, ma secondo necessità musicali,
coloristiche o simboliche (trombe a Pasqua, oboi a Natale), così come si
ingrossavano le fila dei cantori. Si metteva in pratica già allora quella
solennizzazione progressiva che Musica Sacram nel 1967 suggeriva per
differenziare anche con canto e musica i gradi liturgici delle celebrazioni
(21). Se gli strumenti sono suonati da professionisti e se sono scelti con
criteri musicali essi contribuiscono alla riuscita del “progetto liturgico”. Se
sono un’accozzaglia di strumenti disomogenei scelti per “far partecipare” i
ragazzi, allora il discorso cambia. Ma anche in un caso-limite come quest’ultimo
all’organista serio spetta il compito di fare da orchestratore, distribuendo le
parti secondo le regole della musica e del buon senso.
Infine il compromesso con la liturgia. Essa è
quella che è, anzi essa è come viene celebrata, spesso senza quel necessario
“spirito della liturgia” (22) che aiuta sacerdote e fedeli ad entrare e a
mettersi alla presenza del Signore; e se prima della riforma il Caeremoniale
Episcoporum assegnava minuziosamente all’organo numerosi interventi solistici
(23), ora, per dirla con i nostri “amici”, la presenza dell’organo è tutta da
inventare. Nel senso positivo del termine e proprio a partire dalle dinamiche
interne della liturgia e a partire dagli “spazi di libertà” che il rito stesso
prevede direttamente o indirettamente. Qui l’organo può molto, addirittura può
supplire la mancanza di spiritualità liturgica di preti e assemblee. Ecco quindi
che, circolarmente, da un compromesso scaturisce di nuovo per l’organo una
primazia.
Non ho volutamente considerato tra i
compromessi la questione economica, perché più che un compromesso essa è
un’ingiustizia.
Tra primazia e compromessi anche oggi la
liturgia non può fare a meno dell’organo e l’organo non può fare a meno della
liturgia. Il dettato conciliare è chiaro, la sua mens (il cosiddetto spirito)
altrettanto; sono i cuori di chi deve metterlo in pratica che han bisogno di
conversione.
//////////////////////////////////////
Note:
[1
]SAN GIROLAMO, Lettera 107, 8 a Laeta
sull’educazione di sua figlia Paola: “Che ella sia sorda all’organo, al flauto,
alla lira e alla cetra; che ella ignori perché questi strumenti sono stati
inventati” .
[2]
Cfr. CECIL CLUTTON, L’organo, in ANTONHY BAINES (a cura di), Storia
degli strumenti musicali, Milano 1983, p.50. In RENÉ BRANCOUR, Histoire
des instruments de musique, Paris 1921, p. 210 viene anche riportato il
distico di de Machaut “Et de tous instruments le roi/ Dirai-je ici, comme je
croi, orgue.”
[3]
Organo infatti in greco significa strumento.
[4]
Cfr. FULVIO RAMPI, Il canto gregoriano: un estraneo in casa sua,
relazione tenuta il 19 maggio 2012 a Lecce nel primo convegno: "Colloqui sulla
musica sacra. Cinquant'anni dal Concilio Vaticano II alla luce del magistero di
Benedetto XVI"
[5]“ Nella Chiesa latina si abbia in grande onore
l'organo a canne, strumento musicale tradizionale, il cui suono è in grado di
aggiungere un notevole splendore alle cerimonie della Chiesa, e di elevare
potentemente gli animi a Dio e alle cose celesti.” SC 120a.
[6]
“Altri strumenti, poi, si possono ammettere nel culto divino, a giudizio e
con il consenso della competente autorità ecclesiastica territoriale, a norma
degli articoli 22-2, 37 e 40, purché siano adatti all'uso sacro o vi si possano
adattare, convengano alla dignità del tempio e favoriscano veramente
l'edificazione dei fedeli.” SC 120b.
[7]
Cfr. GINO STEFANI, “Friburgo: Prima settimana mondiale della nuova musica
sacra”, in Rivista Liturgica, anno 1965,n°4, pp.492-498, da cui sono tratte
le citazioni delle relazioni e dei giudizi di Stefani.
[8]
Questa teologia afferma che il Cristianesimo, per effetto dell’ Incarnazione, si
ridurrebbe a “religione secolare”, ovvero una religione che non ha più nulla da
dire sul piano della salvezza del mondo ma solo su quello del giusto
funzionamento del mondo stesso. Ogni realtà mondana sarebbe già salvata, ciò che
occorre fare è solo operare socialmente nel mondo. La storia non è più il luogo
della manifestazione della Rivelazione e della Verità, ma diviene essa stessa
Rivelazione e Verità. Accettando in toto il percorso della filosofia
contemporanea e dello sviluppo scientifico-tecnologico moderno questa teologia
svaluta da un lato la metafisica e dall'altro toglie alla fede qualsiasi segno
di sacralità. Partendo dal presupposto che solo accettando pienamente la
secolarizzazione della Chiesa - il suo perdere qualsiasi significato
mitico-metafisico, la sua pretesa teologico-epistemica che pretendeva di
vincolare l'uomo al soprannaturale - si può riaprire finalmente un orizzonte
autentico entro il quale sviluppare un rapporto più genuino tra Dio e l'uomo.
Contro tale “teologia” si è ben espresso il Sinodo dei Vescovi del 2005 nei cui
Lineamenta così troviamo scritto: “Il sacro è segno dello Spirito Santo.
Dice S. Basilio Magno: “Tutto ciò che ha un carattere sacro è da lui che lo
deriva”.[208] Malgrado nel tempo della desacralizzazione si sia pensato che il
confine tra il sacro e il profano fosse infranto, Dio non si ritira dal mondo
per abbandonarlo alla sua mondanità. Finché il mondo non è trasformato e Dio non
è ancora tutto in tutti (1 Cor 15,28), si conserva anche la distinzione tra
sacro e profano.” Sinodo dei Vescovi,
XI Assemblea generale ordinaria su: L’Eucaristia:
fonte e culmine della vita e della missione della Chiesa, Lineamenta n°
61.
[9]
Così sintetizza lo STEFANI: “La relazione Reboud è stata tra le più documentate
e lungimiranti: Dopo aver ricordato le origini profane dell’organo e il suo
recentissimo (sec. 19°) [sic!] impiego come strumento d’accompagnamento, il
relatore osserva che questo non è affatto lo strumento ideale per accompagnare
il canto, e suggerisce esempi concreti in cui esso può venire sostituito
utilmente da altri strumenti. Nella relazione, e poi nella discussione del
gruppo italiano, si precisa che il suono fisso e l’emissione rigida dell’organo
non sono vocali ma che invece si sovrappongono e si impongono all’intonazione e
al vibrato ben più flessibili e propri della voce, con il risultato frequente di
irrigidire e meccanizzare questa. Inoltre, il tessuto armonico organistico, per
quanto esile, basta per costituire una fascia sonora che spesso finisce per
incorporare a sé la voce degradandola al semplice ruolo di parte polifonica. In
questo caso la musica prevale sul canto, e la priorità della parola è perduta”.
Cfr. G. STEFANI, op. cit. p.497.
[10]
Cfr. GIUSEPPE CLERICETTI, Charles-Marie Widor. La Francia organistica tra
Otto e Novecento”, Varese 2010, p.40.
[11]
Esso costituisce anche il titolo del documento fondativo del gruppo, documento
stilato nel 1980. In esso significativamente non si parla mai di Chiesa
Cattolica ma sempre di Chiese, mai di culto cattolico ma di culti cristiani, non
si cita mai un documento del Magistero, ma sempre opinioni assurte a dogmi e
presentate in modo apodittico, con la supponenza tipica di un certo modo di fare
cultura.
[12]
Cfr. JOSEPH RATZINGER, Opera Omnia, volume XI, Teologia della liturgia,
Città del Vaticano 2008, pp. 605ss. Il lemma del Nuovo Dizionario di Liturgia è
scritto da Eugenio Costa e Felice Rainoldi.
[13] Cfr. RENÉ BRANCOUR,
op. cit., pp 209-213.
[14]
Tutti nomi che si possono ritrovare anche nella letteratura vocale od
organistica, oltre che nei documenti ecclesiastici, e che al di là delle
sfumature di significato che assumono nella propria area linguistica denotano
una volontà di demarcazione specifica.
[15]
Cfr. BOEZIO, De institutione musica, trad. G. Marzi, Roma,
1990.
[16]
ELENA FERRARI BARASSI, La materia prima sonora: gli strumenti musicali,
in Atlante storico della musica nel Medioevo, Milano 2011, pp.
198ss.
[17]
Cfr. NICOLAS SCHALZ, La nozione di musica sacra, in Rivista Liturgica,
1972-2, p.183-207. In particolare sull’organo la pag. 203, in cui l’autore
afferma: “Sfortunatamente la Costituzione conciliare sulla Liturgia e la stessa
Istruzione del 1967 sulla musica nella Liturgia conservano questo atteggiamento
nei confronti dell’orgao. I capitoli che ne trattano sono i meno felici di
questi documenti”.
[18]BENEDETTO
XVI, Saluto per la Benedizione del nuovo organo della Alte Kapelle di
Regensburg, 13 settembre 2006, in :
http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/speeches/2006/september/documents/hf_ben-xvi_spe_20060913_alte-kapelle-regensburg_it.html
[19]
Ibidem.
[20]
“L’orgue, le seul concert, le seul gémissement / Qui mêle aux Cieux la terre”.
In VICTOR HUGO, Les Chants du crépuscule, XXXIII: Dans
l’eglise de ***, I. (1835) .
[21]
A proposito degli strumenti musicali nella liturgia Musica sacram
aggiunge ulteriori specificazioni rispetto al dettato conciliare: “Nel
permettere l'uso degli strumenti musicali e nella loro utilizzazione si deve
tener conto dell'indole e del
le tradizioni dei singoli popoli. Tuttavia gli
strumenti che, secondo il giudizio e l'uso comune, sono propri della musica
profana, siano tenuti completamente al di fuori di ogni azione liturgica e dai
pii e sacri esercizi. Tutti gli strumenti musicali, ammessi al culto divino, si
usino in modo da rispondere alle esigenze dell'azione sacra e servire al decoro
del culto divino e alla edificazione dei fedeli.” (n° 63). Ancora una volta la
connotazione culturale è determinante per l’ammissione o meno di uno strumento
nella liturgia.
[22]
Cfr. JOSEPH RATZINGER, Introduzione allo spirito della liturgia,
Cinisello Balsamo 2001.
[23]
Cfr. GILBERTO SESSANTINI, L’organo nella liturgia tra Cinque e Seicento, in
AA.VV. , L’Organo Antegnati 1558-1996, Almenno S. Salvatore (BG), 1996, pp.
61-67.
Scuola Ecclesia Mater 21 ottobre 2012
domenica 21 ottobre 2012
Monsignor Bux: "Spero in una enciclica del Papa sulla Liturgia"
Colloquio con il teologo sulle valutazioni del Papa alla luce del Concilio e a cinque anni dal documento base sulla liturgia che parla delle incomplete applicazioni della riforma
"Il mio auspicio è che il Papa scriva un'enciclica sulla liturgia, proprio a partire dalla fede, e che i cardinali, i vescovi e i sacerdoti, lo assecondino di più su questi temi". Così ai microfoni di "Radio Vaticana" monsignor Nicola Bux, docente alla Facoltà teologica pugliese e consultore presso le Congregazioni per la dottrina della fede e per il Culto divino e la disciplina dei sacramenti.
Vatican Insider ha intervistato Bux sul tema.
Sono passati ormai quasi cinque anni dal Motu proprio “Summorum Pontificum” con il quale, il 7 luglio 2007, Benedetto XVI “liberalizzò” la celebrazione della Messa tridentina secondo l'uso del Messale promulgato dal beato Giovanni XXIII. All’art. 5 (§ 1) dello storico documento, infatti, il Papa stabilì che, nelle parrocchie in cui esista stabilmente un gruppo di fedeli aderenti alla precedente tradizione liturgica, senza istanze al vescovo o ad altre autorità come accadeva prima, «il parroco accolga volentieri le loro richieste per la celebrazione della Santa Messa secondo il rito del Messale Romano edito nel 1962».
Proseguendo nella sua opera di correzione di un’interpretazione erronea del Concilio Ecumenico Vaticano II secondo la da lui stesso deprecata «ermeneutica della discontinuità e della rottura», che ha letto il Concilio come ripudio di tutto il Magistero precedente, Benedetto XVI ha tratto anche di recente occasione, il 7 giugno scorso in occasione della solennità del Corpus Domini, per pronunciare dalla sua “cattedra” di san Giovanni in Laterano, un’importante omelia sull’Eucarestia, tutta intesa a denunciare «visioni non complete del Mistero stesso, come quelle che si sono riscontrate nel recente passato».
Il Papa ha affermato che solo facendo precedere, accompagnare e seguire la celebrazione della Messa da un atteggiamento interiore di fede e di adorazione, «l’azione liturgica può esprimere il suo pieno significato e valore. L’incontro con Gesù nella Santa Messa si attua veramente e pienamente quando la comunità è in grado di riconoscere che Egli, nel Sacramento, abita la sua casa, ci attende, ci invita alla sua mensa, e poi, dopo che l’assemblea si è sciolta, rimane con noi, con la sua presenza discreta e silenziosa, e ci accompagna con la sua intercessione, continuando a raccogliere i nostri sacrifici spirituali e ad offrirli al Padre».
Protagonista di una tavola rotonda dedicata proprio al tema «Messa antica, Messa “nuova”: stesso spirito ma esigenza di un approfondimento della riforma liturgica», che è stata ospitata a Frascati il 16 giugno dal vescovo monsignor Raffaello Martinelli nell’ambito della I Giornata regionale di formazione cattolica organizzata dal “mensile di informazione e formazione apologetica” il Timone ne abbiamo parlato con un esperto di liturgia come don Nicola Bux, consultore in Vaticano delle congregazioni per la Dottrina della fede, dei santi e dell’ufficio delle celebrazioni pontificie e già perito al Sinodo sull’eucaristia del 2005.
Molti parlano ma pochi hanno letto i testi del Concilio Ecumenico Vaticano II sulla liturgia, che cosa statuiva in particolare la costituzione “Sacrosanctum Concilium”?
E' tutto scritto in questa prima “costituzione” conciliare – quindi un documento statutario, 'giuridico' del 4 dicembre 1963 – che, sulla scia dell'enciclica Mediator Dei di Pio XII, del 1947 (oltre quindici anni prima) descrive la natura della “sacra” - ossia divina – liturgia, cioè, dal greco, opera pubblica, della Chiesa. Pertanto, nessuno, anche se sacerdote, può aggiungere,togliere o mutare alcunché (cfr. n. 22 c). E' esattamente quello che non è stato osservato.
D. Non mi pare neanche tanto osservata la raccomandazione del Vaticano II a proposito dello studio e della promozione della lingua ordinaria della Chiesa, cioè il latino, nella formazione dei sacerdoti e nella liturgia delle chiese di rito romano…
La Sacrosanctum Concilium, sulla scia - diremmo oggi in continuità – della costituzione apostolica emanata dal beato Giovanni XXIII “sullo studio e l'uso del latino” (Veterum Sapientia, 22 febbraio 1962) chiedeva anche questo. Prova ne è l'esortazione apostolica Sacramentum caritatis dopo il sinodo del 2005: rilancia il latino come lingua della Chiesa universale. Del resto, perché dovremmo rassegnarci all'inglese? Abbiamo bisogno o no della lingua comune noi cattolici almeno nella liturgia? E non toglie certo spazio quelle nazionali.
Che cosa risponderebbe a chi ancora oggi sostiene che, quella che il Papa ha definito la “forma straordinaria della Liturgia della Chiesa” (Summorum Pontificum, art. 5, § 3.), sia per la lingua che per i gesti, secondo alcuni eccessivamente enfatici e ormai distanti dal 'sentire odierno' - non agevolerebbe la comprensione del culto divino da parte del popolo né la sua partecipazione attiva?
Che cos'è il 'sentire odierno' ? L'uomo per parlare a Dio deve servirsi della Sua Parola e non della propria: noi preghiamo infatti con le parole dei Salmi, vecchi di tremila anni,e della liturgia che, unita al culto del tempio e sinagogale, ne fa altrettanti. La 'partecipazione' consiste innanzitutto nel sentirsi parte del corpo mistico di Gesù, e solo secondariamente nel 'partecipare' con gesti e parole. La liturgia è mistica e non si comprenderà mai pienamente in questo mondo. Questo è anche il motivo della 'durata' della Messa nella forma straordinaria, come la chiama Benedetto XVI, che ancor prima che tridentina è gregoriana ed apostolica. La Messa in forma ordinaria, può consolidarsi davvero, solo se si riscopre il nesso con l'antico rito e se ne fa arricchire, come auspica il Motu proprio Summorum Pontificum e l'Istruzione Universae Ecclesiae.
Vatican Insider 19 ottobre 2012
Summorum Pontificum, fonte di vocazioni religiose e sacerdotali in costante crescita
Intervista al padre Claude Barthe, cappellano ufficiale del Pellegrinaggio Tradizionale Internazionale Una Cum Papa Nostro
di Alberto CarosaDopo l’annuncio che sarà il cardinale Antonio Cañizares Llovera a celebrare il pontificale in rito straordinario in San Pietro il 3 novembre, a conclusione del pellegrinaggio “Una cum Papa nostro” (1-3 novembre 2012) organizzato dal CISP - Coetus Internationalis Summorum Pontificum, saranno almeno altri due gli alti prelati coinvolti nelle varie celebrazioni collaterali per i pellegrini nelle festa di Ognissanti e nella commemorazione dei defunti. Si tratta del cardinale Walter Brandmüller, che celebrerà un pontificale giovedì 1 novembre alle ore 10:30 nella parrocchia personale per il rito antico della Ss.ma Trinità dei Pellegrini, mentre venerdì 2 novembre, sempre nella stessa chiesa ma alle 18:30, una messa pontificale da requiem sarà celebrata da mons. Giuseppe Sciacca, segretario del Governatorato Vaticano.
Queste celebrazioni sono state raccomandate dall'Abbé Barthe, il cappellano ufficiale del pellegrinaggio, che aveva invitato ogni gruppo partecipante ad organizzare un ritrovo di preghiera o una celebrazione almeno il giorno prima del 3 novembre. Per saperne di più sul significato, portata e implicazioni di questa manifestazione di sostegno al Santo Padre promossa dal CISP, gruppo che riunisce le organizzazioni tradizionaliste cattoliche di diversi paesi, l’Abbé ci ha gentilmente concesso questa intervista esclusiva.
Padre, da più parti ci hanno chiesto notizie su di lei. Ci può fornire per favore un suo breve curriculum vitae, formazione ricevuta, studi compiuti, nascita della sua vocazione sacerdotale ecc.?
Sono nato nel 1947 a Fleurance, nel sud-ovest della Francia. La mia vocazione risale alla mia infanzia cattolica. Ho studiato presso l’istituto cattolico di Tolosa, come seminarista diocesano, ma la rivoluzione post conciliare mi costrinse ad abbandonare il seminario. Intrapresi poi degli studi di storia e di diritto, legandomi alla liturgia tradizionale, tanto da entrare a Ecône dove fui ordinato sacerdote da monsignor Lefebvre nel 1979. In seguito sono stato dalla parte dei tradizionalisti “duri”, poi sempre più romani, e alla fine sono diventato sacerdote diocesano (insegno anche liturgia in un seminario tradizionale). Si può anche dire che sono un “prete pubblicista”, per via dei numerosi (e forse anche troppi) libri e articoli.
Ma come nasce l’idea di questo pellegrinaggio tradizionalista e di scegliere lei come cappellano?
L’idea del pellegrinaggio e di una Messa tradizionale in San Pietro per il “popolo Summorum Pontificum” - sia quello delle diocesi che quello delle comunità, Fraternità San Pio X inclusa - si è sviluppata da circa un anno negli ambienti romani detti della “riforma della riforma”, dove si considera che la forma straordinaria del rito latino costituisce la vera e propria colonna vertebrale per una vera rinascita della liturgia. Si è pensato a me per il ruolo (molto modesto!) di cappellano perché sono considerato un partigiano dell’”unione delle forze vive”: tradizionalisti di tutte le tendenze.
Il 10 settembre lei ha tenuto la conferenza stampa di presentazione del pellegrinaggio: ce ne può riassumere gli aspetti salienti?
In primo luogo ho voluto far presente che sarà un rendimento di grazie. I pellegrini offriranno innanzi tutto una messa nella forma straordinaria di ringraziamento e di sostegno filiale al Santo Padre in occasione del 5° anniversario del Motu Proprio Summorum Pontificum, che, come è noto, è entrato in vigore il 14 settembre 2007. Per moltissimi sacerdoti, diocesani e religiosi, che ormai celebrano la loro messa quotidiana nella forma straordinaria, è un beneficio spirituale davvero immenso, come pure per i fedeli di quelle parrocchie – sfortunatamente ancora troppo rare – che possono così godere di questa liturgia e della sua mistica. Si può dire che questo atto di Benedetto XVI ha fatto nascere un vero popolo Summorum Pontificum. Questo popolo vuole ringraziarlo di tutto ciò.
E per quanto riguarda altri aspetti?
Devo dire che si tratterà anche di una dimostrazione di fedeltà a Pietro. Il secondo scopo infatti è manifestare in questo modo il nostro amore per la Chiesa e la nostra fedeltà alla Sede di Pietro, particolarmente nell’attuale amara e difficile congiuntura. Siamo ben consapevoli che le fatiche che oggi affronta il Santo Padre sono pesanti. La messa romana tradizionale, in particolare nel Canone, è sempre stata considerata di per se stessa una magnifica professione di fede della Chiesa Mater et Magistra: è questo credo liturgico che vorremmo esprimere sulla Tomba degli Apostoli, presso il Successore di Pietro. Sarà poi un’offerta e una supplica. Vogliamo fare questo particolare dono al Signore soprattutto per domandarGli le grazie necessarie al Sovrano Pontefice per proseguire nell’opera meravigliosa che egli compie sin dall’inizio del suo pontificato e, specialmente oggi, in mezzo a croci e prove.
Visto che il pellegrinaggio avviene appena dopo l’apertura dell’Anno della Fede, c’è una relazione tra i due eventi?
R. Certo. Il nostro pellegrinaggio intende anche essere un’espressione di partecipazione alla missione della Chiesa. Vorremmo apportare alla nuova evangelizzazione che il Santo Padre intende promuovere con l’Anno della Fede il contributo della sempre giovane liturgia tradizionale. È ben chiaro che essa è il sostegno di un gran numero di famiglie cosi come di tante organizzazioni e iniziative cattoliche, specialmente rivolte ai giovani (oratori, scuole, corsi di catechismo) e che è fonte di vocazioni religiose e sacerdotali in costante crescita, cosa che oggi, nel mondo occidentale, si rivela estremamente preziosa.
Direi che a volte non si rifletta abbastanza su questa “crisi” vocazionale degli istituti tradizionali, opposta a quella delle diocesi ordinarie, nel senso che sono costretti a respingere candidati al sacerdozio per mancanza di strutture.
Mi sembra infatti che occorra insistere su questo punto. Per grazia di Dio, in certi paesi come la Francia e gli Stati Uniti – ma il fenomeno potrebbe estendersi – la liturgia tradizionale, purtroppo senza colmare tutti i vuoti, conserva una crescita vocazionale importante. In Francia, per esempio, a fronte di 710 seminaristi diocesani, ci sono 140 seminaristi francesi (di cui 50 della FSSPX) in seminari dedicati alla forma straordinaria, vale a dire il 16%. Questo rapporto si ritrova nel numero delle ordinazioni: quest’anno 21 novelli sacerdoti straordinari contro 97 diocesani. Inoltre, la configurazione spirituale di questo nuovo clero diocesano è in piena mutazione: i giovani preti delle diocesi e i seminaristi diocesani sono attratti dalla celebrazione delle due forme del rito e lo dicono espressamente (in Francia, non è esagerato sostenere che almeno un terzo dei candidati al sacerdozio diocesano possa essere considerato come Summorum Pontificum).
È proprio questo che vorremmo esprimere religiosamente con il pellegrinaggio e la messa a San Pietro del 3 novembre: quello che si può chiamare il popolo Summorum Pontificum, il popolino (le petit peuple) come si dice in francese per indicare la gente comune, è oggi a disposizione del Santo Padre per la missione della Chiesa.
Secondo lei, come si spiegano le critiche e le perplessità sul pellegrinaggio provenienti da certi ambienti italiani?
Voglio farle una confessione: sono stato io a suggerire che il comitato si formasse attorno a “Una Voce”, un’organizzazione considerata molto “neutra” nel mondo tradizionalista, e per questo meno soggetta a critiche. Inoltre, conoscendo le divisioni nel (piccolo) mondo tradizionalista italiano, l’idea di appoggiarci su un comitato di recente formazione mi sembrava una garanzia per evitare gelosie e rivalità. Mi è sembrato principalmente che le critiche paventassero la formazione di un organismo teso a federare l’intero mondo tradizionalista. Se quella fosse stata la nostra intenzione avremmo fatto prima a rendere la terra quadrata. Penso che tutti in giro per il mondo abbiano capito che questo comitato non è altro che una modesta organizzazione messa insieme espressamente per quest’occasione al fine di lanciare il movimento per il pellegrinaggio, seguirlo fino a San Pietro e dissolversi poi la sera del 3 novembre.
Ci tengo poi a sottolineare che la maggior parte delle critiche italiane sono state espresse sul contenuto stesso del Motu Proprio – arricchimento mutuo e rispetto dell’autorità episcopale – e dunque è purtroppo proprio il Papa, in definitiva, ad essere attaccato dai nostri detrattori.
Con quale messaggio intende concludere questa intervista?
Direi – con parole che non hanno nulla di teologico ma che i fedeli potranno capire – che questa messa del 3 novembre vuole essere una grande messa “parrocchiale”: dei cattolici del mondo intero vengono a pregare insieme, presso il “Parroco universale”, il Papa. Vogliono pregare tutti insieme per lui , e con lui, in questa liturgia latina gregoriana che è per essenza propria una liturgia di comunione.
Vatican Insider 21 ottobre 2012
LITURGIA CREATIVA: ABUSI LITURGICI E DIRITTI DI DIO
Intervista di Michela Conficconi a don Nicola Bux
Prendere di propria iniziativa, senza la mediazione del ministro, l’Eucaristia dall’altare; dare i sacramenti a chi non è in condizione di riceverli; scegliere se indossare o meno la stola; introdurre musiche prive degli elementi testuali e melodici necessari. Sono alcuni dei numerosi abusi liturigici che le nostre Messe devono quotidianamente sopportare a causa di una maldestra interpretazione del Concilio.
Dell’argomento si occuperà l’incontro promosso dall’associazione culturale “Catholica Spes” venerdì 26 ottobre alle ore 21 al teatro Guardassoni a Bologna: “Liturgia creativa: abusi liturgici e diritti di Dio. Un approfondimento per andare a Messa e non perdere la fede”.
Intervengono don Riccardo Pane, cerimoniere arcivescovile e autore del libro “Liturgia creativa”; Daniele Nigro, autore di un volume sul tema; e don Nicola Bux dell’Istituto Ecumenico di Bari, consultore delle Congregazioni per la Dottrina della Fede e per il Culto divino e la disciplina dei sacramenti.
“Si tratta di un fenomeno tristemente diffuso – spiega don Bux – Tanto che Benedetto XVI più volte è ritornato sull’argomento. Ognuno, preti e laici, si sente autorizzato a “costruirsi” la liturgia a suo piacimento, con la scusa di adattarla alla mutata sensibilità della società e al contesto in cui ci si trova. Ci si dimentica che la liturgia è invece sacra, in quanto la riceviamo dalla tradizione e dalla Scrittura. Nessuno può permettersi né di aggiungere, né di togliere nulla”
Il Concilio, tuttavia, ha introdotto molti adattamenti…
“La Costituzione conciliare sulla sacra liturgia parla di adattamenti – non di creatività – da fare con prudenza, sotto la responsabilità delle Conferenze episcopali, previa approvazione della Santa Sede e nella salvaguardia dell’unità del Rito romano. C’è dietro una grande prudenza, affinché le scelte vengano fatte con molta ponderazione. La liturgia è un bene indisponibile. Dio, così come i fedeli, ha il diritto di ricevere un culto secondo le norme elaborate dall’unità della Chiesa nel corso dei secoli. Non si cancellano secoli di storia con un battito di ciglia.”
Molte innovazioni vengono giustificate con la velocità dei cambiamenti in atto. Qual è la sua opinione?
“Non si deve confondere l’arbitrio con l’efficacia della liturgia. C’è chi pensa che con adattamenti sommari e banali il messaggio cristiano possa arrivare meglio all’uomo moderno. In realtà tagliando la tradizione, offriamo un annuncio monco e fragile. Si pensa di avvicinare la gente, ma si dimentica che la Chiesa comunica da sempre il Mistero nella sua integralità, al di là del fatto che possa essere “popolare” il suo contenuto.”
C’è il rischio di scadere in liturgie “brutte”?
“Certo, perché la bellezza, che è uno degli elementi che maggiormente avvicina a Dio, è frutto della coerenza interna tra musica, liturgia e arte. Abbiamo una tradizione plurisecolare invidiata da tutto il mondo quanto a bellezza di luoghi, musiche e riti. Gli adattamenti non possono essere improvvisati da un gusto o un’idea personale.”
comparsa su Avvenire Bologna 7 del 21 ottobre 2012
Fonte: Libertà e Persona 21 ottobre 2012
Il ritorno del Fanone! Benedetto XVI indica: "il Papa sono io"

Vedo il Papa portare il FANONE quella specie di
mozzetta a righe rosse, oro e bianche che avevamo visto per l'ultima volta
indossata da Giovanni Paolo II nel 1984.
E' un paramento papale che si usa nelle più
solenni celebrazioni, come oggi la canonizzazione dei santi. Il suo nome pare
derivare da pannus, cioè panno, stoffa. Proviene dall'amitto e in antico
aveva la stessa funzione e ne teneva il posto. Il fanone è già citato
dall'Ordo Romanus dell'VIII sec, e all'inizio non era di uso esclusivo
dei Papi. L'utilizzo del fanone però è rimasto dal XII sec. prerogativa dei soli
sommi Pontefici (per decisione di Innocenzo III) e ha preso significati
simbolici peculiari, in riferimento ai paramenti dei sacerdoti biblici.
L'attuale forma circolare con le strisce di determinati colori pare risalire
però solo al XVI sec., precedentemente era quadrangolare.
Innocenzo III spiega che il fanone, chiamato
allora "orale" rappresenta l'antico Efod del Sommo Sacerdote
ebraico:
"Romanus Pontifex post albam et cingulum assumit orale [fanon], quod circa caput involvit et replicat super humeros, legalis pontificis ordinem sequens, qui post lineam strictam et zonam induerunt ephod id est super-humerale" Innocentius III, De Myst. Missæ, I, c. 53.:
Il fanone fa anche parte dei paramenti con cui il Papa è rivestito, una volta defunto, per essere esposto all'estremo saluto dei fedeli.
Alcune foto di recenti papi con indosso il fanone:
http://www.cantualeantonianum.com
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