
di Corrado Gnerre
Sono tre i motivi che attestano quanto nella cultura orientale si sia sviluppata una corretta concezione della persona. Questi tre motivi sono:
Il monismo.
L’emanazionismo e il reincarnazionismo.
L’assenza del concetto di virtù.
1.Il monismo
L’emanazionismo e il reincarnazionismo.
L’assenza del concetto di virtù.
1.Il monismo
Il monismo é una concezione filosofica, secondo cui non vi sarebbe differenza tra realtà spirituale e realtà materiale. La negazione della differenza comporterebbe la negazione della natura delle due realtà, per cui queste finirebbero col divenire due modi di essere di un’unica realtà. La dualità é una concezione anch’essa filosofica, ma diametralmente diversa dalla precedente, secondo cui vi sarebbe differenza tra la realtà spirituale e quella materiale. Ciò non significa che tra queste due realtà non vi possa essere un rapporto di dipendenza o di filiazione, ma tale rapporto non pregiudica comunque la differenza di natura tra queste due realtà, che non si riducono a due modi di essere di un’unica realtà, ma a due realtà distinte.
E’ la concezione monistica che fonda filosoficamente la cosiddetta religiosità orientale. Il monismo sostanzia l’Induismo. I testi vedici che costituiscono l’essere dell’Induismo -perché all’interno di questa religione non si ritrovano figure di persone aventi funzione di profeti- presentano una serie di divinità: Dyaus, Surya, Vasu, Indra, Agni, Krishna… Questa molteplicità non significa che esistono molteplici dèi ontologicamente distinti, ma -e i testi vedici a riguardo sono chiarissimi- tutti questi dèi sono varie manifestazioni, vari modi di essere, di un unico dio. “Come da un fuoco fiammante -così dice il Brhad-Aranyaka Upanishad– tutte le scintille sprizzano nelle varie direzioni, così da questo ‘Atman’ escono tutte le forze vitali, ognuna a seconda del suo posto: dalle forze vitali escono poi gli dèi e dagli dèi i mondi.” Questo evidente monismo non riguarda solo la realtà soprannaturale -anche perché per l’Induismo non esiste un mondo soprannaturale ed un mondo naturale, ma anche il mondo degli uomini, nel senso che quando l’Induismo parla di brahman e atman, ne parla non solo per il divino ma anche per l’umano e per il naturale in genere. Per brahman, gli induisti intendono l’assoluto, l’essenza di tutte le cose. Per atman, l’individualizzazione dell’assoluto: l’assoluto che si esprime individualizzandosi.
Il monismo sostanzia anche il Buddhismo. Come dottrina, il Buddhismo consegue ad una sorta di “rivoluzione” che si realizza nell’ambito dell’Induismo. Da un’esclusiva attenzione nei confronti del brahman si passa ad una più accentuata attenzione nei confronti dell’essere universale individualizzato, chiamato -come già detto- atman. Tale “rivoluzione” viene indicata nella manualistica come passaggio dal Brahmanesimo alle rivendicazioni della casta dei guerrieri, ricordate con il termine Ksatrya. Ciò porta il Buddhismo ad una maggiore preoccupazione nei confronti della vita dell’uomo e soprattutto del dolore come realtà che costituisce l’esistenza dell’uomo. Nella prospettiva buddhista, dunque, il monismo non sparisce affatto. Il passaggio dall’attenzione al brahman all’attenzione all’atman non vuol dire negazione di questi due concetti, ma solo un’accentuazione diversa all’interno di una indiscussa concezione monistica. A maggiore testimonianza, si pensi alla caratteristica che ha la preghiera all’interno di questa esperienza religiosa: non é altro che una forma di linguaggio impersonale. E’ facilmente comprensibile come in una prospettiva religiosa monistica (induista o buddhista che sia) non ci sia spazio per un autentico concetto di persona, intesa come realtà indipendente e depositaria del proprio destino. Monismo vuol dire negazione dell’alterità: tutto é assoluto e tutto é indistinto. L’uomo é solo all’interno di una realtà onnicomprensiva che lo definisce.
2.L’emanazionismo e il reincarnazionismo
2.L’emanazionismo e il reincarnazionismo
Come il monismo spiega l’esistenza dell’uomo. Per far questo é indispensabile trattare la differenza tra il concetto di emanazione e quello di creazione. Per emanazione si intende un’uscita di realtà da un determinato essere che fa da scaturigine, dove non vi é differenza ontologica tra l’emanante e l’emanato. Quest’ultimo é un modo di essere dell’emanante e non é sostanzialmente altro dall’emanante. La creazione, invece, implica un essere creatore da cui consegue per nascita una creatura. Tra creatore e creatura vi é una differenza sostanziale, ontologica, perché la creatura nasce dal nulla. Precedentemente la creatura non era sostanzialmente nel creatore. Non esisteva affatto. Nel monismo, dunque, si ritrova necessariamente l’emanazionismo, mentre nella dualità si ritrova il creazionismo. La religiosità orientale, fondandosi sul monismo, deve adottare per necessità logica una concezione emanazionistica per spiegare l’origine della realtà cosiddette individuali. Tra brahman ed atman non c’é differenza ontologica, si tratta, cioé, della stessa realtà che si esprime in maniera diversa. L’atman non è una creatura, ma solo un’emanazione del brahman.
L’emanazionismo afferma la provvisorietà dell’individualità umana. Come dice molto chiaramente il Buddhismo, l’esistenza individuale dell’uomo é solo un’illusione. L’uomo é un’espressione dell’assoluto: non esiste come entità ontologica autonoma. Se nel creazionismo il corpo, la materia in genere, sono considerati comunque valori perché voluti dal creatore; nell’emanazionismo spesso é valore solo lo spirito -elemento ontologicamente uguale all’emanante- mentre il corpo può significare la temporanea “prigione” dello spirito, che impedisce a questo (lo spirito) di essere una cosa sola con l’emanante. Anche quando il corpo non significa “prigione” dello spirito, l’individualità viene svalutata, perché il suo essere trova una giustificazione solo temporanea. Nella concezione monistica, anche un giudizio positivo in merito alla materia si traduce in una svalutazione del distinto, proprio perché dal punto di vista ontologico tutto é indistinto. Non serve conferire dignità al corpo, se il corpo é solo un’espressione, un modo diverso di essere dell’assoluto e non gode di una sua autonomia ontologica.
Sembrerebbe che l’emanazionismo sottolinei maggiormente la dignità dell’uomo, perché alla base vi é la convinzione secondo cui l’uomo é ontologicamente Dio stesso. Ma non é così. Piuttosto l’uomo ne esce ampiamente svalutato, di fatto dissolto. Nel monismo il concetto di persona non esiste: l’assoluto non é persona e nemmeno l’uomo é persona. L’uomo é solo un “pezzetto” di Dio (generalmente nel suo spirito), costretto a vivere momentaneamente in stato di “cattività” all’interno di un corpo-prigione.
Alla negazione del concetto di persona nell’ambito della cultura orientale contribuisce anche la concezione reincarnazionistica. Esiste un legame logico -anche se non necessariamente conseguenziale- tra il monismo e la credenza nella reincarnazione. L’Induismo parla di samsara, trasmigrazione delle anime dovuta al cosiddetto karman, che obbliga, attraverso il ciclo delle continue incarnazioni, a scontare le colpe delle vite precedenti. Bisogna aspirare alla liberazione dal ciclo delle rinascite, liberazione che viene denominata moksha. Anche il Buddhismo parla di reincarnazione, ma non nel senso induistico di trasmigrazione delle anime. Per Buddha, l’anima non é un’entità spirituale -così come per noi occidentali- ma solo un composto di aggregati. Buddha respinge l’idea brahmanica di un “sé” concepito come entità spirituale che trasmigra di corpo in corpo. Ogni essere vivente é un insieme di fenomeni psico-fisici in perpetuo divenire. Questi aggregati, questi elementi semplici (naturali, spirituali e morali), che costituiscono l’individuo, non si annullano con la morte: continuano ad agire di là dalla decomposizione del corpo fisico e pongono le basi della vita di nuovi individui. Per Buddha, l’individualità é solo una finzione: l’io non esiste. Non esiste un elemento unitario che sostiene le diverse parti che costituiscono l’uomo. Prima ho detto che vi é un evidente, anche se non automatico, legame logico tra la concezione monistica e la dottrina della reincarnazione. Ciò perché se il monismo afferma che non vi é differenza sostanziale tra Dio e la natura -e quindi l’uomo é una “porzione” di dio, essendo sostanzialmente Dio stesso- allora il ciclo delle reincarnazioni diviene la dinamica della necessaria purificazione per tornare ad essere una cosa sola con Dio, meglio: per spersonalizzarsi e perdersi nuovamente in Dio. La dottrina della reincarnazione, dunque, implica la non differenza ontologica tra l’uomo e Dio e l’annullamento del mistero. Questo ha solo un’esistenza momentanea per l’uomo; un’esistenza contestuale alla vita dell’uomo, in realtà il suo destino é la dissoluzione: in futuro, per l’uomo, il mistero (in quanto assoluto che non si può comprendere totalmente dalle limitate capacità intellettive della creatura) non esisterà più. L’uomo esaurirà completamente il mistero. Fuor di equivoco: l’uomo, in questa prospettiva, potrà sì esaurire il mistero, ma a prezzo della sua dissoluzione: l’uomo non sarà per l’eternità persona.
3. L’assenza del concetto di virtù
3. L’assenza del concetto di virtù
La persona nella cultura orientale non esiste anche perché questa cultura -contrariamente a ciò che in genere si crede- conduce all’affermazione dei valori materiali su quelli spirituali. Nella prospettiva orientale -specialmente in quella buddhista- si crede che i valori materiali non periscano mai, passando da una sintesi all’altra. Quelli spirituali, invece, con una sopravvivenza solo di tipo impersonale, si annienterebbero. La permanenza oltre la morte dei valori spirituali implica logicamente la permanenza oltre la morte del soggetto che li realizza con le sue azioni e con i suoi sentimenti. La permanenza, cioé, dell’anima individuale. Ma nella religiosità orientale non vi è nulla di tutto questo. Non si parla affatto di eternità dell’anima individuale. La prospettiva religiosa orientale, inoltre, elimina un elemento fondamentale e fondante della persona: la virtù. La virtù può avere senso solo ammettendo una duplice dimensione: l’individualità della responsabilità e l’eternità della individualità. Ma nella religione orientale, l’individualità della responsabilità é negata perché l’individualità é un’illusione. L’eternità della individualità é altrettanto negata perché la sopravvivenza eterna é solo impersonale. L’atto morale é preparato e costituito da elementi individuali. L’atto morale é costitutivamente legato al soggetto. Per persona -si é ripetuto più volte- bisogna intendere una realtà individuale in cui gli elementi della libertà e della responsabilità siano elementi fondamentali e fondanti. Dunque, non può esserci la persona senza l’atto morale e quindi l’eventuale virtù.
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