giovedì 9 luglio 2026

«Repubblica» ricorda il disastro di Seveso (ma dimentica le balle abortiste)



(Ansa/Repubblica)

A 50 anni dagli eventi, c’è una strana rimozione che continua. E riguarda proprio il ruolo dei media


Strane dimenticanze


Federica Di Vito, 09 Luglio 2026 

È il 10 luglio 1976. Sono passati 50 anni da quando un’avaria al reattore A101 dello stabilimento Icmesa di Meda liberò una nube tossica di diossina Tcdd su Seveso e i comuni limitrofi. In questi giorni le rievocazioni ufficiali e i media si concentreranno sulle svolte importanti che quella catastrofe segnarono a livello normativo. Ricorderanno la nascita delle “Direttive Seveso”, quelle normative grazie alle quali oggi è obbligatorio identificare gli stabilimenti a rischio e censire le sostanze pericolose e che portarono al consolidamento del sistema europeo di classificazione delle sostanze pericolose, a maggiore trasparenza delle informazioni e a stringenti controlli ispettivi. Racconteranno la trasformazione della zona A, quella che fu più inquinata all’epoca, nel Bosco delle Querce, oggi area naturale protetta e rigogliosa. Ed è proprio a partire dalla descrizione di questa zona simbolo di rinascita ambientale che Repubblica oggi celebra la memoria di quello che a tutti gli effetti viene annoverato tra le grandi catastrofi del Novecento.

Tuttavia, emerge una strana rimozione che riguarda il ruolo giocato dai media e dalle istituzioni diffuse in quei mesi: la creazione di un allarme scientificamente infondato su presunte malformazioni fetali di massa, utilizzato come grimaldello politico negli anni in cui infiammava il dibattito sulla legge sull’interruzione di gravidanza volontaria, entrata poi in vigore nel 1978. All’epoca del disastro, la diossina era una sostanza nota solo a pochi e una totale incertezza scientifica dettava legge. Sulla scia del trauma per l’uso dell’Agente Arancio in Vietnam si diffuse il panico per il rischio di nascite mostruose. I media dell’epoca alimentarono questo clima: basti pensare che su La Stampa l’editorialista Nicola de Feo arrivò a proporre l’aborto obbligatorio per le donne esposte alla nube per evitare qualsiasi rischio. In quel contesto, la comunicazione di massa trasformò l’incertezza scientifica in un’arma di pressione sociale, promuovendo soluzioni drastiche basate su timori che la scienza avrebbe poi dimostrato essere infondati.

Nella paginata che oggi Repubblica dedica ai fatti a un certo punto l’inviata Brunella Giovara ricorda vagamente in un passaggio il tema dell’aborto - che invece fu centrale per la vicenda, almeno dal punto di vista bioetico - nelle parole del sindaco Alessia Borroni (Lega): «Fu un trauma enorme, soprattutto lo sgombero forzato, l’abbandono delle proprie cose. Ma anche quello delle donne che dovettero abortire, e poterono farlo solo grazie a una deroga. […] L’aborto ed ancora fuorilegge, ma qui si trattava di aborti terapeutici, per scongiurare la nascita di bambini malformati. Lo Stato acconsentì». Quella «deroga» arrivò in un’Italia che già da anni si divideva sul tema. In quell’occasione in Parlamento si alzarono più forti le voci di Emma Bonino e Susanna Agnelli del Partito Radicale che chiesero al Governo di permettere alle donne in gravidanza dei paesi colpiti dalla diossina di abortire in strutture pubbliche.

Sembra non aspettassero altro per spingere il Paese a prendere una decisione netta sull’aborto. Da lì in avanti avranno luogo diversi incontri che porteranno all’apertura a Seveso di un consultorio famigliare a cui potranno rivolgersi le donne residenti per essere informate sui metodi contraccettivi. Le gestanti verranno poi esaminate presso la clinica Mangiagalli di Milano e in base ai risultati avranno “libera scelta” - comincia a circolare insistentemente questo slogan - di interrompere la gravidanza. Infine l’11 agosto il ministro della Giustizia Francesco Paolo Bonifacio riconosce che per Seveso si può parlare di aborto terapeutico e il ministro della Sanità dell’allora governo Andreotti, Luciano Dal Falco, lascia la libertà di scelta alle donne. La giustificazione legale non fu il rischio accertato di malformazioni. A ben vedere tra il gennaio e il febbraio del 1977 nasceranno i primi «figli della diossina» scampati all’aborto di Seveso e risulteranno tutti sani.

Quello che venne esaltato da alcuni medici, dai media, da collettivi femministi vari, fu un’estensione del concetto di “salute della madre”, per il quale i medici valutarono il gravissimo stress psichico e l'angoscia per il futuro dei nascituri come una minaccia per la salute mentale delle donne. «Nessuna donna può sapere se il proprio figlio nascerà malformato», tuonava ai tempi Laura Conti, consigliere regionale del Pci. Fu uno scontro ideologico ferocissimo che di sicuro accelerò l’iter per l’approvazione della legge sull’interruzione volontaria di gravidanza. In tutto ciò, l’aspetto ancora oggi dimenticato è la pressante campagna stampa e mediatica abortista dell’epoca - documentata con uno speciale sul dossier del Timone dell’ultimo numero (qui per abbonarsi) - alla quale furono sottoposte le gestanti e la società tutta.

Le donne vennero letteralmente terrorizzate al grido di slogan come «aborto o mostro». Eppure, nonostante quella pressione e l’apertura della possibilità di abortire offerta alle donne interessate, su un migliaio di gestanti gli aborti volontari furono 42 e 4 gli spontanei. La grande assente nell’articolo odierno di Repubblica è poi la smentita della narrazione catastrofica. Gli studi epidemiologici condotti nei decenni successivi, basati su un registro speciale delle nascite, non hanno rilevato alcun aumento delle malformazioni neonatali rispetto alla popolazione di controllo, nemmeno nelle zone a più alta contaminazione. Addirittura, la cloracne che colpì circa duecento persone, per lo più bambini, guarì col tempo senza lasciare le tare genetiche paventate dalla stampa dell’epoca.

Forse è troppo chiedere onestà intellettuale. Ma pensiamo sia lecito almeno annoverare tra gli «oltre 80mila animali» morti che Repubblica cita oggi anche le vite spezzate sul nascere in quei mesi. E, ancora di più, tutte quelle - purtroppo molto più numerose - per cui quell’ondata di menzogna mediatica è ancora responsabile oggi.





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