
Un ex evangelico e il “sola Scriptura” insegnato da Lutero: compreso l’errore è iniziato il viaggio verso il cattolicesimo.
di A.M.* 16 lug 2026
Qual è il momento decisivo che segnò l’inizio del mio cammino dal Protestantesimo verso la Chiesa Cattolica?
Se dovessi indicarlo non parlerei anzitutto di Maria, del Purgatorio o del Papato, come molti immaginano, bensì della progressiva presa di coscienza dell’insostenibilità del principio formale della Riforma, il sola Scriptura.
Mi riferisco all’idea secondo cui la Sacra Scrittura costituirebbe l’unica regola infallibile della fede cristiana e l’unica autorità normativa capace di vincolare la coscienza del credente.
Così infatti recita la maggior parte delle “dichiarazioni di fede” delle innumerevoli denominazioni protestanti.
La Bibbia smentisce il “sola Scriptura”!
Per molti anni avevo considerato tale principio non soltanto evidente, ma addirittura lapalissiano.
Eppure, man mano che approfondivo lo studio della Bibbia, della storia della Chiesa antica e della stessa teologia protestante, cominciai a rendermi conto che la prima e più grave difficoltà consisteva proprio nel fatto che, paradossalmente, la dottrina del sola Scriptura non sembra essere insegnata in alcun punto della Scrittura!
Il celebre passo di 2 Timoteo 3,16-17 afferma certamente che «tutta la Scrittura, ispirata da Dio, è anche utile per insegnare», ma non sostiene mai che la Scrittura sia l’unica fonte normativa della Rivelazione, né che ogni altra autorità ecclesiale debba essere esclusa.
Al contrario, lo stesso apostolo Paolo esorta i cristiani di Tessalonica a custodire le tradizioni ricevute «sia dalla nostra parola sia dalla nostra lettera» (2 Tessalonicesi 2,15), ponendo dunque sul medesimo piano normativo l’insegnamento scritto e quello orale.
E quando definisce la Chiesa «colonna e sostegno della verità» (1 Timoteo 3,15), attribuisce a quest’ultima una funzione che difficilmente può essere conciliata con l’idea di una comunità ridotta a semplice spettatrice della Parola scritta.
Divisione dei protestanti è coerenza logica
La crisi del mio paradigma protestante divenne ancora più profonda quando iniziai a interrogarmi sul problema ermeneutico dell’interpretazione.
Supponiamo pure, infatti, che la Scrittura sia l’unica autorità infallibile: chi possiede l’autorità di stabilire quale interpretazione della Scrittura sia corretta?
La storia stessa della Riforma sembrava costituire una confutazione pratica della soluzione proposta.
Martin Lutero, Ulrico Zwingli e Giovanni Calvino condividevano il medesimo principio del sola Scriptura, e tuttavia giunsero a conclusioni radicalmente differenti riguardo all’Eucaristia, alla predestinazione, al rapporto tra Chiesa e Stato e a numerose altre questioni centrali.
Più studiavo la storia del Protestantesimo, più mi appariva evidente che la proliferazione delle denominazioni (se ne contano attualmente oltre 45.000!) non rappresentava un incidente di percorso, bensì la conseguenza logica del principio stesso.
Se infatti ogni credente, ogni pastore o ogni comunità possiede il diritto ultimo di interpretare la Scrittura secondo il principio del cosiddetto “libero esame”, allora nessuna autorità visibile sarà mai in grado di dirimere definitivamente le controversie dottrinali.
Il risultato è sotto gli occhi di chiunque osservi il panorama ecclesiale contemporaneo: Battisti che rigettano il battesimo dei neonati e Presbiteriani che lo difendono; Pentecostali che considerano essenziale il parlare in lingue e Riformati che lo ritengono cessato con gli Apostoli.
E ancora: comunità che insegnano la possibilità di perdere la salvezza e altre che sostengono l’impossibilità di perderla; chiese che ordinano donne al ministero pastorale e altre che lo considerano contrario alle direttive apostoliche.
Congregazioni che benedicono le unioni omosessuali e altre che le giudicano incompatibili con il Vangelo.
Tutti citano la stessa Bibbia, ma giungono a conclusioni diametralmente opposte!
Sant’Ireneo mi ha aperto gli occhi
Fu allora che compresi la straordinaria forza dell’argomentazione formulata già nel II secolo da Ireneo di Lione contro gli gnostici.
Invece di appellarsi esclusivamente alla Scrittura, Ireneo richiamò la successione apostolica dei vescovi come criterio pubblico, oggettivo e verificabile della vera dottrina:
«Possiamo enumerare coloro che dagli Apostoli furono costituiti vescovi nelle Chiese e i loro successori fino a noi»1.
Ancora più sorprendente fu leggere il celebre passo in cui egli attribuì alla Chiesa di Roma una posizione peculiare: «Con questa Chiesa, a motivo della sua preminente autorità, deve necessariamente accordarsi ogni Chiesa»2.
Ciò che mi colpì non fu soltanto il contenuto dell’affermazione, ma la sua datazione: circa l’anno 180 d.C.
Era difficile sostenere che idee del genere fossero semplicemente invenzioni medievali!
La Chiesa e la verità
Fu così che il mio viaggio di ritorno verso Roma cessò di essere una semplice revisione di alcune dottrine particolari e divenne il riconoscimento di una verità più profonda.
Cioè che il Cristianesimo non è stato consegnato a una moltitudine di interpreti indipendenti, ma a una Chiesa cattolica, apostolica e romana, visibile e dalla storia bimillenaria, chiamata a custodire e a trasmettere integralmente la fede ricevuta dagli Apostoli fino alla fine dei tempi.
*(ex) predicatore cristiano evangelico
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