giovedì 16 luglio 2026

Di fronte a Dio, radicati in Cristo: la Messa in latino, la Tradizione e l’ortodossia – Parla l’arcivescovo Agüer


Arcivescovo Hector Aguer

Articolo scritto dall’Arcivescovo Héctor Aguer, pubblicato su Rorate Caeli. Traduzione curata da Sabino Paciolla. 



Arcivescovo Héctor Aguer*, 13 luglio 2026

Il sempre ricordato Papa Benedetto XVI — che è del tutto possibile venga un giorno proclamato Dottore della Chiesa — ha cercato, attraverso il suo Motu Proprio Summorum Pontificum del 7 luglio 2007, relativo ai due usi dell’unico Rito Romano nelle sue forme ordinaria e straordinaria, di liberalizzare la celebrazione della Messa comunemente chiamata “tradizionale”, «tridentina», «di San Pio V» o «Messa di tutti i tempi». Lo fece con l’intento di contribuire alla pace liturgica e per il rispetto dovuto a un uso antico e venerabile. In questo modo, qualsiasi sacerdote avrebbe potuto celebrare la «Messa in latino» senza bisogno di permessi speciali e senza il rischio di ritorsioni motivate ideologicamente da parte di alcuni vescovi.

Nella lettera ai vescovi di tutto il mondo che accompagnava il Motu Proprio, il Pontefice sottolineava che ciò che era sacro per le generazioni precedenti rimane sacro e grande anche per noi, e non può essere improvvisamente vietato del tutto o addirittura considerato dannoso. Dio solo sa quanto abbia sofferto il Papa tedesco quando, quattordici anni dopo, il 16 luglio 2021, il suo successore al pontificato ha revocato quella normativa con un tratto di penna e ha imposto restrizioni draconiane al Vetus Ordo. Qualcosa di quella sofferenza è stato rivelato nei giorni scorsi da colui che fu il suo fedele segretario personale, l’arcivescovo Georg Gänswein.

Traditionis Custodes, emanato cinque anni fa, lungi dal chiudere le ferite, non ha fatto altro che approfondirle. E contrariamente a quanto cercava di ottenere il suo promotore, ha contribuito a un crescente interesse per la Tradizione e l’Ortodossia — specialmente tra i giovani. Oggi, buona parte delle conversioni avviene tra coloro che preferiscono l’uso antico. E la trasmissione della fede, in misura significativa, non avviene più dai genitori ai figli, ma dai giovani ai giovani. Ricordo qui ciò che ho detto in tante occasioni: sono stato ordinato sacerdote nel 1972 secondo il Novus Ordo e non ho mai celebrato nella forma straordinaria.

Il Mistero, senza dubbio, continua ad affascinare i cuori. E di fronte a un mondo di relazioni fluide, che affoga nel vuoto e nella disumanizzazione — un mondo che afferma con arroganza di vivere nella post-verità, nel post-umanesimo e nel post-cristianesimo — Cristo, la Via, la Verità e la Vita (Gv 14,6), riafferma tutti i suoi diritti. Egli mostra che attraverso di lui, al cospetto del Padre, nello Spirito Santo, l’esistenza umana trova il suo pieno significato, in vista del Futuro migliore che ci attende. L’esortazione paolina ai Colossesi risuona così con rinnovato vigore: radicati e fondati in lui, e saldi nella fede (Col 2,7). Si tratta, quindi, di non lasciarsi asservire dal vuoto di una filosofia ingannevole ispirata a tradizioni puramente umane e agli elementi del mondo piuttosto che a Cristo (cfr. Col 2,8).

Non saranno, quindi, né la persecuzione né le misure estreme del progressismo a poter fermare questo movimento in crescita — che, come abbiamo visto, va ben oltre la semplice moda. Infatti, la moda degli ultimi sessant’anni è stata quella di fare del Novus Ordo — anche in contrasto con quanto stabilito dalla Sacrosanctum Concilium — uno strumento di devastazione liturgica in cui tutto è permesso.

Le quattro Preghiere Eucaristiche del Messale riformato sembrano essere state sostituite dalla «Preghiera Eucaristica Zero» — ovvero, qualunque cosa capiti in mente al celebrante del momento.

Questo e altri crolli dottrinali, morali e disciplinari hanno svuotato i seminari e i conventi, scatenato massicce defezioni dal clero e dalla vita religiosa e provocato un’emorragia nella Chiesa. In questo modo sono cresciute varie denominazioni evangeliche — alimentate da cattolici scandalizzati. Si sono ingrossate anche le file dei non credenti, così come quelle di coloro che dichiarano di non appartenere ad alcuna religione. In Argentina, ad esempio, negli ultimi sei decenni la percentuale di cattolici è scesa dal novanta per cento al cinquantasette — e con una tendenza al ribasso che continua. Ecco dove ci ha portato il modernismo, insieme alla «svolta antropologica» rahneriana, alla teologia della liberazione e alla sua variante locale argentina, la teologia del popolo. Un modello che, come si può osservare, si ripete con diverse variazioni in molti paesi. Un popolo privo di una solida teologia finisce per non conoscere Dio — e le conseguenze sociali di ciò sono drammatiche.

Un dato sorprendente: oggi nella Chiesa si predica poco sulla vita eterna, sulle Cose Ultime e sulla gloriosa venuta di Nostro Signore. Nel frattempo, alcuni magnati della tecnologia parlano dell’Anticristo e organizzano incontri con uomini d’affari e potenti per proteggersi da esso. L’«apocalisse della Silicon Valley» sostiene che la Terra non sia più un luogo sicuro — e che nemmeno Marte, dove cercano di trasferirsi, sarà al sicuro, poiché anche lì, temono, finirà per arrivare un’intelligenza artificiale incontrollata e vendicativa. Chi avrebbe mai immaginato, solo pochi anni fa, che avremmo assistito a tutto questo?

Non è certo facile, senza alcun dubbio, sanare tanti mali del corpo ecclesiale — mali che si sono aggravati durante il secondo decennio e ben oltre nel terzo di questo secolo. È giunto il momento della grandezza, della solidità dottrinale e del conseguente ripristino della disciplina — senza favoritismi né prospettive ideologicamente distorte. Si parla molto di leggere i segni dei tempi e di saper ascoltare. Magari oggi potessimo udire la voce del Signore e non indurire i nostri cuori (cfr. Sal 95,7–8).

Ho ottantatré anni e vivo in una casa per sacerdoti — una sorta di casa di riposo per il clero. Mi muovo pochissimo e non esco quasi mai dalla mia stanza, se non per recarmi in cappella. So che molto presto il Signore mi chiamerà alla sua presenza — Lui che ho cercato di amare e servire nel miglior modo possibile, nonostante i miei peccati e i miei limiti. E in vista di quel rendiconto, sto cercando di prepararmi con maggiore preghiera e con l’offerta delle mie attuali sofferenze.

In questo crepuscolo della mia vita, una delle più grandi soddisfazioni che mi restano è quella di aver ordinato, come arcivescovo di La Plata, quarantanove sacerdoti e tre diaconi in cammino verso il sacerdozio. Molti di loro — giovani e coraggiosi, zelanti custodi della sana dottrina — prestano oggi servizio in comunità in crescita, caratterizzate da una liturgia curata, da un’attenzione pastorale paziente e da zelo missionario. Da queste comunità stanno emergendo vocazioni per tutta la Chiesa: per il matrimonio e la famiglia, per il sacerdozio e la vita religiosa. Loro e i loro figli spirituali costituiscono gran parte della consolazione e della speranza di questo anziano vescovo.



*emerito di La Plata, Argentina, Buenos Aires





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