
(Ansa)
Chiesa
Samuele Pinna, 01 Luglio 2026
In attesa delle annunciate ordinazioni di quattro vescovi senza mandato pontificio da parte della Fraternità Sacerdotale San Pio X, previste per questa mattina, pubblichiamo, come ulteriore occasione di riflessione e approfondimento – dopo quello del dottor Andrea Sandri di ieri – questo intervento di don Samuele Pinna, sacerdote ambrosiano e docente invitato e collaboratore presso la Cattedra di Alti Studi Medievali Marco Arosio dell'Ateneo Pontificio Regina Apostolorum di Roma. Diamo in questo modo continuità al dibattito dopo che ieri, con una apposita lettera, è intervenuto anche direttamente Papa Leone XIV, chiedendo alla Fraternità San Pio X, con una lettera, di «tornare sui suoi passi» considerando «attentamente il bene spirituale dei fedeli, perché l’atto scismatico che compireste li priverebbe della ricezione lecita e in taluni casi persino valida dei Sacramenti che essi amano e cercano per la propria santificazione». (La Redazione de Il Timone)
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La riflessione teologica pare aver perso peso non solo in una società ormai distante dal Cristianesimo, ma perfino all’interno delle comunità credenti. Negli ultimi decenni si è assistito a un progressivo scollamento: ciò che un tempo era riconosciuto come un sapere indispensabile alla fede è oggi percepito sempre più come un ambito impegnativo e riservato a pochi specialisti – che sovente si raccontano cose “inutili” –, fino a diventare estraneo alla maggior parte dei battezzati. La crisi della teologia – materia ormai percepita come marginale nel nostro contesto culturale, mentre era la “regina delle scienze” quando furono fondate le università – procede di pari passo con l’indebolimento della metafisica, rendendo vano l’impegno di quelle correnti teologiche che, investendo energie preziose, avevano sperato di instaurare un dialogo con le filosofie più celebrate così da misurarsi alla pari con il pensiero dominante.
L’esito è stato opposto alle attese: dall’indifferenza si è scivolati verso l’irrilevanza. Non solo, si accolgono ormai senza discernimento teorie tra loro inconciliabili, vengono meno le basi dell’annuncio esposto in modo coerente e, al loro posto, proliferano costruzioni concettuali sofisticate ma incapaci di rendere ragione della fede, relegata nella nostra società a fatto privato e intimistico. Le posizioni si irrigidiscono, gli scontri si moltiplicano, e a farne le spese non è solo la verità, ma anche il semplice buon senso. Neppure i teologi più celebrati – e i nomi oggi, significativamente, non affiorano – sembrano in grado di contrastare questa deriva; talvolta, anzi, finiscono per legittimarla. L’aspetto forse più inquietante è il disinteresse crescente verso uno studio – impossibile da ottenere con qualche lettura sul web – serio, approfondito e fedele a duemila anni di Tradizione, che né il progressismo né il tradizionalismo riescono a garantire, perché non sono altro che due facce della stessa medaglia. Se c’è poi una differenza tra chi è teologo e chi è pastore, esiste anche un dato comune: entrambi esercitano un ministero inteso come servizio alla Chiesa.
La distinzione è che il pastore deve preservare il gregge da ogni errore e persino dai piccoli equivoci, mentre il teologo deve avventurarsi anche nei luoghi più reconditi per indagare ovunque il Mistero di Dio. A questo proposito è illuminante una considerazione di Giacomo Biffi, che sintetizza efficacemente la distinzione: il teologo esplora liberamente i confini della fede e i dubbi, spingendosi ai margini estremi. Il pastore, invece, deve rimanere cauto e non avventurarsi troppo vicino al baratro, per evitare che le “pecore” vi cadano. Eppure il teologo non è un libero battitore, ma un ricercatore che sa che il suo approfondimento è teso esclusivamente ad aiutare la comprensione della Rivelazione. Quando comprende che le sue speculazioni sono esatte o erronee? Quando il Magistero solenne stabilisce alcune verità come incontrovertibili. Lungi dall’essere limitato nella sua indagine, il teologo ne gioirà, perché sa di essere nel solco della verità che non ha fabbricato lui, ma che ha ricevuto in dono da Qualcun altro. Il suo compito sarà allora quello di scavare ancora più a fondo nel tracciato indicato dalla Chiesa per la salvezza di tutti.
Forse il problema odierno è che si studiano troppo le riflessioni dei teologi e troppo poco le quaestiones teologiche: ci si limita a ripetere pedissequamente il pensiero di questo o di quell’autore, discutendo senza fine l’esatta interpretazione, senza andare a fondo delle cose. Ciò è evidente nel campo ecclesiologico, dove la confusione dei nostri tempi è allarmante, tanto che ognuno ha in mente una certa immagine di Chiesa per cui lottare, come se la sua costituzione dipendesse dalla capacità di imporre una determinata corrente di pensiero. Il principio base – che è quasi umiliante mettere nero su bianco sia per chi scrive sia per chi legge – è però un altro: a costituire la Chiesa è Gesù Cristo e a condurla nel tempo è lo Spirito Santo. Questi concetti, noti a tutti – anche a chi ha vissuto con noia il catechismo da bambino – rischiano di essere ridotti a frasi fatte senza senso, soprattutto laddove manchi una fede robusta.
Dire che la Chiesa è di Gesù Cristo significa esattamente dire che è di Gesù Cristo: non ha altri padroni. Cristo ha poi affidato la sua Sposa immacolata alle cure di uomini scelti e consacrati mediante lo Spirito di Dio per questo scopo: Pietro, gli Apostoli e i loro successori, ovvero il Papa e i Vescovi in comunione con il Pontefice. Questo aspetto può non piacere, non essere gradito, non soddisfare qualcuno, perché nella storia ci sono stati Papi e Vescovi che non sono piaciuti, non sono stati graditi e non hanno soddisfatto le attese. Ma le regole – imposte da Nostro Signore – non possono essere mutate, a meno di mutilare lo stesso messaggio divino. Questo vuol dire che tutto deve essere accettato supinamente? La risposta è no: è necessaria una rivoluzione che – come la definiva papa Benedetto XVI – è la rivoluzione dell’amore. E in cosa consiste? Nel non adottare i criteri del mondo quando si agisce all’interno della Chiesa.
A questo punto è illuminante una precisazione che ho imparato dal mio amico Franco Nembrini: è la differenza tra l’eretico e il santo: «Un santo – spiega il noto pedagogista –, quanto più vede bisognosa la Chiesa, cioè la casa dove abita, la famiglia a cui appartiene, tanto più la ama, e tanto più offre la vita per lei. L’eretico presuntuosamente si chiama fuori dalla casa che crolla e punta il dito dicendo: “Che schifo, la casa crolla, ne faccio un’altra, più bella”». Mi pare un ottimo esempio per capire che non siamo chiamati a puntare il dito o ad affiggere tesi su portali di qualche chiesa, ma a riparare la Chiesa – con la “C” maiuscola, per intenderci – dall’interno mediante parole ispirate (il che vuol dire che non vengono principalmente da noi) e con la coerenza della vita. Rimango stupito dall’uso dei social che fanno alcuni cattolici, ossia i commenti anonimi lasciati sotto le notizie, che mi sembrano una delle azioni più anticristiane possibili, frutto di una superficialità che riesce a convincere di essere esperti anche coloro che non lo sono affatto. Ognuno, davanti a ciò che ritiene ingiusto, deve doverosamente impegnarsi a cambiarlo attraverso il proprio esempio di santità. E la santità è obbedire – con concrete scelte di carità – alla verità che Dio ha condiviso. Il resto, sono chiacchiere da bar.
L’eresia in fondo, consiste nell’assolutizzare una singola verità sacrificando le altre. Essere cattolici significa invece custodirle in un’armonia integrale, sapendo che se anche una sola viene meno l’intero edificio spirituale e dottrinale si incrina e si sfalda. In questa prospettiva, l’Ordinazione di Vescovi da parte della Fraternità Sacerdotale San Pio X senza il mandato della Santa Sede non può trovare alcuna giustificazione, se non scadendo nel machiavellismo, dove il fine pretende di giustificare i mezzi. Le accorate parole di papa Leone XIV nella Lettera al Superiore Generale ricordano che «lacerare la Tunica inconsutile di Cristo è un peccato di estrema gravità». Né può sostenersi la motivazione di agire in vista della salus animarum, poiché il Papa – ancora nella sua missiva – esorta «a considerare attentamente il bene spirituale dei fedeli»: l’atto scismatico che si compirebbe, infatti, li priverebbe «della ricezione lecita e in taluni casi persino valida dei Sacramenti che essi amano e cercano per la propria santificazione».
L’obbedienza al Vicario di Cristo non è, pertanto, negoziabile. Rinunciare a questo principio, difatti, significherebbe cadere nell’errore denunciato, perché si finirebbe per invocare la Tradizione dimenticandone proprio una delle sue componenti essenziali: la comunione con il Successore di Pietro. In altre parole, ci si appellerebbe alla Tradizione per difenderla, ma la si tradirebbe nel momento stesso in cui si ignora quel legame gerarchico e sacramentale che la costituisce. La fedeltà alla Tradizione non può essere selettiva: non è possibile valorizzarne gli aspetti che si ritengono più puri o più consoni alla propria sensibilità e, al tempo stesso, scartare ciò che appare meno gradito. La Tradizione è un organismo vivente, non un supermercato da cui prelevare solo ciò che piace. Per questo, il principio «Ubi Petrus, ibi Ecclesia» di ambrosiana memoria non è un ornamento spirituale, ma la struttura portante della cattolicità: senza Pietro, la Tradizione perde il suo criterio di unità, e senza l’obbedienza ecclesiale, ciò che si pretende di custodire si frantuma in interpretazioni soggettive. In fin dei conti, si può asserire che sì, si può essere in disaccordo anche con la Gerarchia; ma che no, non si può minimamente pensare che nella disobbedienza ci sia la verità.
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La riflessione teologica pare aver perso peso non solo in una società ormai distante dal Cristianesimo, ma perfino all’interno delle comunità credenti. Negli ultimi decenni si è assistito a un progressivo scollamento: ciò che un tempo era riconosciuto come un sapere indispensabile alla fede è oggi percepito sempre più come un ambito impegnativo e riservato a pochi specialisti – che sovente si raccontano cose “inutili” –, fino a diventare estraneo alla maggior parte dei battezzati. La crisi della teologia – materia ormai percepita come marginale nel nostro contesto culturale, mentre era la “regina delle scienze” quando furono fondate le università – procede di pari passo con l’indebolimento della metafisica, rendendo vano l’impegno di quelle correnti teologiche che, investendo energie preziose, avevano sperato di instaurare un dialogo con le filosofie più celebrate così da misurarsi alla pari con il pensiero dominante.
L’esito è stato opposto alle attese: dall’indifferenza si è scivolati verso l’irrilevanza. Non solo, si accolgono ormai senza discernimento teorie tra loro inconciliabili, vengono meno le basi dell’annuncio esposto in modo coerente e, al loro posto, proliferano costruzioni concettuali sofisticate ma incapaci di rendere ragione della fede, relegata nella nostra società a fatto privato e intimistico. Le posizioni si irrigidiscono, gli scontri si moltiplicano, e a farne le spese non è solo la verità, ma anche il semplice buon senso. Neppure i teologi più celebrati – e i nomi oggi, significativamente, non affiorano – sembrano in grado di contrastare questa deriva; talvolta, anzi, finiscono per legittimarla. L’aspetto forse più inquietante è il disinteresse crescente verso uno studio – impossibile da ottenere con qualche lettura sul web – serio, approfondito e fedele a duemila anni di Tradizione, che né il progressismo né il tradizionalismo riescono a garantire, perché non sono altro che due facce della stessa medaglia. Se c’è poi una differenza tra chi è teologo e chi è pastore, esiste anche un dato comune: entrambi esercitano un ministero inteso come servizio alla Chiesa.
La distinzione è che il pastore deve preservare il gregge da ogni errore e persino dai piccoli equivoci, mentre il teologo deve avventurarsi anche nei luoghi più reconditi per indagare ovunque il Mistero di Dio. A questo proposito è illuminante una considerazione di Giacomo Biffi, che sintetizza efficacemente la distinzione: il teologo esplora liberamente i confini della fede e i dubbi, spingendosi ai margini estremi. Il pastore, invece, deve rimanere cauto e non avventurarsi troppo vicino al baratro, per evitare che le “pecore” vi cadano. Eppure il teologo non è un libero battitore, ma un ricercatore che sa che il suo approfondimento è teso esclusivamente ad aiutare la comprensione della Rivelazione. Quando comprende che le sue speculazioni sono esatte o erronee? Quando il Magistero solenne stabilisce alcune verità come incontrovertibili. Lungi dall’essere limitato nella sua indagine, il teologo ne gioirà, perché sa di essere nel solco della verità che non ha fabbricato lui, ma che ha ricevuto in dono da Qualcun altro. Il suo compito sarà allora quello di scavare ancora più a fondo nel tracciato indicato dalla Chiesa per la salvezza di tutti.
Forse il problema odierno è che si studiano troppo le riflessioni dei teologi e troppo poco le quaestiones teologiche: ci si limita a ripetere pedissequamente il pensiero di questo o di quell’autore, discutendo senza fine l’esatta interpretazione, senza andare a fondo delle cose. Ciò è evidente nel campo ecclesiologico, dove la confusione dei nostri tempi è allarmante, tanto che ognuno ha in mente una certa immagine di Chiesa per cui lottare, come se la sua costituzione dipendesse dalla capacità di imporre una determinata corrente di pensiero. Il principio base – che è quasi umiliante mettere nero su bianco sia per chi scrive sia per chi legge – è però un altro: a costituire la Chiesa è Gesù Cristo e a condurla nel tempo è lo Spirito Santo. Questi concetti, noti a tutti – anche a chi ha vissuto con noia il catechismo da bambino – rischiano di essere ridotti a frasi fatte senza senso, soprattutto laddove manchi una fede robusta.
Dire che la Chiesa è di Gesù Cristo significa esattamente dire che è di Gesù Cristo: non ha altri padroni. Cristo ha poi affidato la sua Sposa immacolata alle cure di uomini scelti e consacrati mediante lo Spirito di Dio per questo scopo: Pietro, gli Apostoli e i loro successori, ovvero il Papa e i Vescovi in comunione con il Pontefice. Questo aspetto può non piacere, non essere gradito, non soddisfare qualcuno, perché nella storia ci sono stati Papi e Vescovi che non sono piaciuti, non sono stati graditi e non hanno soddisfatto le attese. Ma le regole – imposte da Nostro Signore – non possono essere mutate, a meno di mutilare lo stesso messaggio divino. Questo vuol dire che tutto deve essere accettato supinamente? La risposta è no: è necessaria una rivoluzione che – come la definiva papa Benedetto XVI – è la rivoluzione dell’amore. E in cosa consiste? Nel non adottare i criteri del mondo quando si agisce all’interno della Chiesa.
A questo punto è illuminante una precisazione che ho imparato dal mio amico Franco Nembrini: è la differenza tra l’eretico e il santo: «Un santo – spiega il noto pedagogista –, quanto più vede bisognosa la Chiesa, cioè la casa dove abita, la famiglia a cui appartiene, tanto più la ama, e tanto più offre la vita per lei. L’eretico presuntuosamente si chiama fuori dalla casa che crolla e punta il dito dicendo: “Che schifo, la casa crolla, ne faccio un’altra, più bella”». Mi pare un ottimo esempio per capire che non siamo chiamati a puntare il dito o ad affiggere tesi su portali di qualche chiesa, ma a riparare la Chiesa – con la “C” maiuscola, per intenderci – dall’interno mediante parole ispirate (il che vuol dire che non vengono principalmente da noi) e con la coerenza della vita. Rimango stupito dall’uso dei social che fanno alcuni cattolici, ossia i commenti anonimi lasciati sotto le notizie, che mi sembrano una delle azioni più anticristiane possibili, frutto di una superficialità che riesce a convincere di essere esperti anche coloro che non lo sono affatto. Ognuno, davanti a ciò che ritiene ingiusto, deve doverosamente impegnarsi a cambiarlo attraverso il proprio esempio di santità. E la santità è obbedire – con concrete scelte di carità – alla verità che Dio ha condiviso. Il resto, sono chiacchiere da bar.
L’eresia in fondo, consiste nell’assolutizzare una singola verità sacrificando le altre. Essere cattolici significa invece custodirle in un’armonia integrale, sapendo che se anche una sola viene meno l’intero edificio spirituale e dottrinale si incrina e si sfalda. In questa prospettiva, l’Ordinazione di Vescovi da parte della Fraternità Sacerdotale San Pio X senza il mandato della Santa Sede non può trovare alcuna giustificazione, se non scadendo nel machiavellismo, dove il fine pretende di giustificare i mezzi. Le accorate parole di papa Leone XIV nella Lettera al Superiore Generale ricordano che «lacerare la Tunica inconsutile di Cristo è un peccato di estrema gravità». Né può sostenersi la motivazione di agire in vista della salus animarum, poiché il Papa – ancora nella sua missiva – esorta «a considerare attentamente il bene spirituale dei fedeli»: l’atto scismatico che si compirebbe, infatti, li priverebbe «della ricezione lecita e in taluni casi persino valida dei Sacramenti che essi amano e cercano per la propria santificazione».
L’obbedienza al Vicario di Cristo non è, pertanto, negoziabile. Rinunciare a questo principio, difatti, significherebbe cadere nell’errore denunciato, perché si finirebbe per invocare la Tradizione dimenticandone proprio una delle sue componenti essenziali: la comunione con il Successore di Pietro. In altre parole, ci si appellerebbe alla Tradizione per difenderla, ma la si tradirebbe nel momento stesso in cui si ignora quel legame gerarchico e sacramentale che la costituisce. La fedeltà alla Tradizione non può essere selettiva: non è possibile valorizzarne gli aspetti che si ritengono più puri o più consoni alla propria sensibilità e, al tempo stesso, scartare ciò che appare meno gradito. La Tradizione è un organismo vivente, non un supermercato da cui prelevare solo ciò che piace. Per questo, il principio «Ubi Petrus, ibi Ecclesia» di ambrosiana memoria non è un ornamento spirituale, ma la struttura portante della cattolicità: senza Pietro, la Tradizione perde il suo criterio di unità, e senza l’obbedienza ecclesiale, ciò che si pretende di custodire si frantuma in interpretazioni soggettive. In fin dei conti, si può asserire che sì, si può essere in disaccordo anche con la Gerarchia; ma che no, non si può minimamente pensare che nella disobbedienza ci sia la verità.
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