Immagine generata mediante ChatGPT
Articolo scritto da Robert Royal, pubblicato su The Catholic Thing, nella traduzione curata da Sabino Paciolla| 14 luglio 2026.
.
Robert Royal
Recentemente ho partecipato al funerale di un giovane morto tragicamente. Si è trattato di una solenne Messa in latino di rito tradizionale, del tutto lecita e avallata dalla presenza del nostro vescovo locale, del suo predecessore in pensione e di un paio di dozzine di sacerdoti. Quella liturgia, tuttavia, era – a prescindere da ogni considerazione estranea – decisamente non qualcosa da ridurre alle controversie che circondano le recenti consacrazioni della Fraternità San Pio X, al botta e risposta su Traditionis custodes (la drastica limitazione della Messa in latino da parte di Papa Francesco) o alle ripercussioni a breve e lungo termine di Sacrosanctum Concilium (il documento del Concilio Vaticano II sulla liturgia). Tutto era incentrato sulla preghiera per la sorte eterna dell’anima del giovane e delle anime di tutti noi, che – purtroppo – sembrano ricevere scarsa attenzione nella Chiesa di oggi, persino ai funerali.
È stata un’esperienza profondamente commovente, che in seguito mi ha fatto riflettere sul motivo per cui i funerali moderni così spesso non lo sono. Nella Chiesa si è verificato un enorme cambiamento verso quelle che spesso vengono definite – persino ai funerali cattolici – «celebrazioni della vita» di chi è venuto a mancare. E sembra esserci una corrente sottintesa che, nonostante tutti gli avvertimenti di Nostro Signore sulla strettezza della porta, suggerisca che tutti finiscano in Paradiso.
(A proposito, non serve a nulla incolpare Hans Urs von Balthasar o, più recentemente, qualcuno come il vescovo Robert Barron, tra gli altri, per aver incoraggiato questo atteggiamento. Ho notato durante il Rosario prima della Messa che la preghiera di Fatima contiene la formula: «E porta tutte le anime in Paradiso, specialmente quelle che hanno più bisogno della tua misericordia.» Certo. La preghiera non dice che tutti siano salvati, né tantomeno che molti lo siano. E in verità, a giudicare dalle Scritture, non tutti lo siamo. Ma esprime certamente quella speranza, che tutti dovremmo nutrire.)
Tuttavia, la facile supposizione che tutti o quasi tutti siano salvati non è solo una questione teologica. Dobbiamo riconoscere che essa, in sostanza, mette fuori gioco l’intera vita cristiana, che è almeno un dramma e spesso una battaglia spirituale. Se così non fosse, perché, allora, Gesù ha dovuto morire sulla croce per salvarci? Perché, addirittura, deve dirci di lasciare tutto e seguirlo?
Sappiamo che anche l’opera missionaria (ora sostituita dal termine più raffinato ma più vago di «evangelizzazione») si è affievolita negli ultimi anni. È troppo pensare che i missionari siano ormai solo un’altra vittima del «dialogo» e del «rispetto» per le altre religioni (e per chi non ne professa alcuna), un approccio morbido e stereotipato che sembra aver soppiantato il comando di predicare il Vangelo a tutte le nazioni?
E anche questa è solo un’altra conseguenza dell’attuale mentalità secondo cui praticamente tutti stanno eternamente bene, qualunque cosa credano o, abbastanza spesso, anche qualunque cosa facciano?
C’era un tempo in cui a tutti nella Chiesa, persino ai bambini delle scuole (nel mio caso), venivano insegnate le «Quattro Cose Ultime» (i novissimi, ndr): Morte, Giudizio, Paradiso e Inferno. Non c’era alcun imbarazzo nel parlare di tali questioni fondamentali – ma questo era prima dell’avvento dei «fiocchi di neve» cristiani. Tutto ciò è ancora presente nel Catechismo della Chiesa Cattolica (paragrafi 1020-1060). Ma c’è ancora qualcuno che predica tali verità o le prende sul serio? E quanto tempo passerà prima che, senza una rinnovata attenzione alle cose essenziali, scompaiano del tutto dalla catechesi?
Nel Catechismo ci sono persino insegnamenti, insegnamenti cattolici, sul Purgatorio. C’è stato un dibattito di lunga data tra cattolici e protestanti sul fatto che il Purgatorio sia menzionato nella Bibbia. Se si accetta il testo dell’Antico Testamento utilizzato dalla Chiesa primitiva, che includeva preghiere offerte per i defunti (Maccabei), il Purgatorio ne è la conseguenza logica. Non lo è, se si sceglie il canone più ristretto delle Scritture ebraiche, come fanno alcuni protestanti, che ha avuto una storia complessa ma è stato probabilmente definito alcuni secoli più tardi dal giudaismo rabbinico dopo la distruzione di Gerusalemme e la dispersione degli ebrei.
Se ci si riflette un attimo, a meno che il Purgatorio non esista, non ha senso pregare per le anime dei defunti. Le famiglie e gli amici dei defunti possono riunirsi per piangere la loro perdita e ricordarli, naturalmente. Ma senza il Purgatorio, non c’è da stupirsi che pregare per i defunti – anche molto tempo dopo la loro dipartita – o le messe funebri abbiano perso la profondità che la vecchia Messa Tridentina (TLM) continua a conferire loro.
Ciò è in netto contrasto con l’intero passato cristiano, quando il passaggio da questa vita all’altra era la cosa principale, letteralmente una questione di vita eterna e di morte.
Ci sono ancora alcuni luoghi in cui queste verità vengono comprese. E dove si comprende anche che quella prospettiva sull’eternità ha conseguenze anche in questo mondo.
In un recente podcast di “Faith under Siege” (qui), ho parlato con l’arcivescovo Bashar Warda, arcivescovo cattolico caldeo di Irbil, in Iraq, dove il cristianesimo è presente ininterrottamente fin dal 100 d.C. circa. Tra le altre cose sorprendenti che ha detto, ha parlato in modo eloquente – non l’avevamo pianificato in anticipo – di come la Chiesa locale si trovi ad affrontare una realtà difficile, al di là delle consuete tensioni mediorientali.
Si rivolgono a loro musulmani che hanno sognato Gesù e vogliono saperne di più su di Lui (il vero Gesù, non la versione islamica storicamente errata). Questo è pericoloso, come egli dice con franchezza a chi cerca la verità – sia per loro che per la Chiesa, perché l’apostasia dall’Islam può portare alla morte di tutte le persone coinvolte.
Il buon arcivescovo gestisce queste situazioni al meglio delle sue possibilità, ma ha confessato di temere di trovarsi un giorno al cospetto di San Pietro e di dover rendere conto di come ha trattato le persone che si sono rivolte a lui in cerca di Gesù Cristo. E si sentono storie simili di musulmani nell’Europa occidentale e persino in Iran.
È una cosa buona, ma relativamente più facile, cercare la pace con le altre religioni, tra le nazioni, persino con il Creato.
Ma quanti di noi che leggono queste righe – compreso chi scrive – corrono i rischi maggiori per proclamare la Verità? Lo si fa solo se si riesce a vedere oltre le cose presenti, che passeranno, e a comprendere che le Cose Ultime sono le uniche che alla fine rimangono.

Nessun commento:
Posta un commento