domenica 6 maggio 2018

Intervista ad Aurelio Porfiri






Un personaggio davvero versatile, che viaggia per il mondo per la musica, la cultura, la fede. Si potrebbe definire così, in poche parole, Aurelio Porfiri, musicista, compositore, direttore di coro, già
coordinatore per l’intero programma musicale presso l’Università di San Giuseppe in Macao (Cina), direttore delle attività corali presso la scuola Santa Rosa da Lima (Macao) e professore ospite al Conservatorio di Musica di Shanghai (Cina). [Francesco Agnoli, 04-05-2018]


Maestro, la musica in due righe…
“In due righe? Come se mi chiedesse di parlare dell’universo in due parole. Comunque, ispirandomi a qualcosa detto anche da altri, direi che la musica è un’altissima forma di conoscenza. Purtroppo molti vedono solo la tecnica come fine della musica e ne perdono invece la sua capacità fondamentale, quella di elevarci non solo fisicamente, facendoci sentire meglio, ma soprattutto spiritualmente, intendendo questa parola nel suo senso più ampio”.


E la musica sacra?
“La musica sacra è quella musica impiegata nella liturgia per dare gloria a Dio e per edificare i fedeli. Certamente questa definizione è molto sintetica e bisognerebbe dedicare molte righe soltanto per circoscrivere la definizione stessa. Infatti alcuni preferiscono chiamarla musica liturgica, musica rituale, musica di Chiesa e non musica sacra, pur se quest’ultima definizione ha un’importante tradizione nei documenti del magistero. Ma non entro qui in questa diatriba”.

Lei è stato ad Hong Kong e conosce il cardinal Jopseph Zen, con cui ha scritto anche un libro: quale è la situazione attuale della Chiesa in Cina?

“La situazione è di grande incertezza che si riflette nella divisione sull’atteggiamento da tenere nei confronti del governo cinese, una divisione che del resto nella Chiesa è oggi radicalizzata su più fronti, se non tutti. C’è la percezione che l’inevitabile accadrà, cioè che l’accordo verrà firmato. Questo rende perplesse molte persone con cui ho parlato, sapendo che si firmano accordi con antichi oppositori solo quando esista un cambio di atteggiamento, che qui proprio non si capisce quale sia”.


Cosa pensa Zen della politica cinese della Santa Sede?
“Io non posso rispondere per lui. Credo che ha chiarito più volte che la sua posizione ferma non è mai per mancare di rispetto al Pontefice ma per affermare i diritti di una verità in cui lui crede con grande forza. I suoi scritti e interventi sull’argomento soni quasi tutti disponibili su internet, non basta che cercarli”.


Il suo ultimo libro è un triller sulla confessione (“La confessione: se puoi tradire Dio, chi non sarai capace di tradire?”, Edizioni Chorabooks). Di che si tratta?
“È il primo di una serie sui Sacramenti. Io credo che i Sacramenti stessi nella Chiesa sono in una grande crisi di identità, in fondo annacquati da una cultura che procede in senso contrario alla tradizione cristiana. Ecco la mia ragione nel provare la strada dello scrittore di gialli”.


La trama?
“Siamo in Hong Kong, un missionario italiano in grande crisi di fede riceve una confidenza in confessione su un delitto, ma non può parlarne…”.

Progetti futuri?
Tanti. Comunque mi basterà accennare ad un altro libro in uscita in aprile, con prefazione di Marcello Veneziani, “Sia l’uomo la tua frontiera. Lettera a un medico di famiglia” (Sugarco) che tratta della medicina ma con un senso spirituale”.


Lei è musicista ma tratta temi che sembrano lontani dalla musica…
“Sembrano, ma in realtà il musicista vero non può non avere uno sguardo più ampio sulla realtà che lo circonda. Per i greci il mousikos non era semplicemente il musicista ma la persona edotta in tutte le arti sacre alle Muse, la persona educata”.













Il monaco e il cardinale






di Aldo Maria Valli 04-05-2018

Come ho già avuto modo di raccontare in altre occasioni, da qualche anno sono in contatto con un giovane monaco ortodosso con il quale, sia pure a distanza e in modo intermittente, mi succede di affrontare temi spirituali. È un’esperienza molto bella che il Signore ci ha donato e che non esito a definire ecumenica nel senso più pieno e più vero del termine, perché nessuno dei due cerca di nascondere le proprie peculiarità, magari per comodità o anche solo per il timore di non apparire sufficientemente cortese. Al contrario, siamo entrambi molto curiosi e cerchiamo di sviscerare le diversità, così da imparare qualcosa l’uno dell’altro e di arricchirci a vicenda.

Di recente, a proposito delle differenze tra la spiritualità cristiana dell’Occidente e dell’Oriente, il mio amico monaco ha osservato: «Ho l’impressione che lì da voi si sia persa quella sapienza e quella cultura ascetica (spesso tramandata oralmente) che invece l’Oriente è riuscito a conservare quasi intatta, ma non è un caso. Una delle differenze createsi dopo lo scisma consiste proprio nel rifiuto, da parte della Chiesa cattolica, della tradizione esicasta, presente e viva già dai tempi apostolici. E rifiuto dell’esicasmo significa rifiuto dell’unione uomo-Dio attraverso le energie increate, rifiuto della comunione tra creatura e Creatore, di gran parte dell’opera dello Spirito, e soprattutto della deificazione. Mi impressiona il fatto che per un cattolico il concetto di salvezza sia qualcosa, tutto sommato, di abbastanza vago. Lo è meno per un ortodosso. Essa è deificazione dell’uomo, chiamato a ciò per grazia, non per essenza, ma per partecipazione alla vita di Dio. Gli apostoli e i padri dei primi secoli ne parlavano chiaramente anche in Occidente. Il primo a scrivere un trattato sullo Spirito Santo è stato sant’Ireneo di Lione; ma in seguito allo scisma quasi non si trova traccia di questi temi nella teologia cattolica. E se non si capisce bene che cosa si intenda per salvezza, diventa difficile anche essere consapevoli di quale sia lo scopo dell’essere cristiano».

Pratica ascetica diffusa tra i monaci dell’Oriente cristiano fin dai tempi dei Padri del deserto nel quarto secolo, l’esicasmo ha lo scopo di cercare la pace interiore, in unione con Dio e in armonia con i fratelli e l’intero creato. La preghiera di Gesù, o preghiera del cuore («Signore Gesù Cristo, figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore»), recitata incessantemente, accompagna il monaco in ogni momento della giornata, come si narra nei Racconti di un pellegrino russo, pubblicati per la prima volta in Italia in versione parziale nel 1949 grazie all’interesse per la spiritualità russa di don Divo Barsotti.

Vorrei ribadire le ultime parole dell’amico monaco ortodosso: «Se non si capisce bene che cosa si intenda per salvezza, diventa difficile anche essere consapevoli di quale sia lo scopo dell’essere cristiano».

Credo che qui tocchiamo uno dei punti nodali all’origine della crisi di fede in Occidente e del disorientamento di tanti all’interno della Chiesa cattolica. Aver dimenticato, o comunque messo tra parentesi, la questione della salvezza, con tutto ciò che comporta (pensiamo all’emarginazione dei Novissimi nella predicazione) ha portato a una progressiva mancanza di consapevolezza circa lo scopo ultimo dell’essere cristiano. E tale mancanza di consapevolezza ha contribuito a sua volta a trasformare la fede più che altro in una forma di solidarismo e la Chiesa in un’organizzazione sociale.

Ora, con un volo pindarico (ma forse non troppo), voglio passare a una seconda affermazione. Dall’Oriente cristiano dei monaci ortodossi eccoci nella Chiesa cattolica tedesca. Punto l’attenzione su un passo del Testamento spirituale scritto dal cardinale Karl Lehmann, per anni presidente della Conferenza dei vescovi tedeschi, uno dei principali rappresentanti del progressismo cattolico, discepolo di Karl Rahner nonché anima della corrente più «aperta» dell’episcopato tedesco che si scontrò più volte con Giovanni Paolo II e Benedetto XVI.

Morto nel marzo scorso, Lehmann scrisse il testamento nel 2009. Un testo breve, nel quale, dopo aver ringraziato Dio per i doni ricevuti, c’è una frase che suona sorprendente se si pensa alla storia di questo porporato che ha speso la sua vita di prete, vescovo e teologo per leggere i «segni dei tempi», secondo la lezione conciliare, e avvicinare la Chiesa al mondo. La frase dice così: «Noi tutti, soprattutto nel periodo dopo il 1945, ci siamo immersi e aggrappati al mondo terreno, anche nella Chiesa. Anch’io. Chiedo perdono a Dio e alle persone. Il rinnovamento deve venire dal profondo della fede, della speranza e dell’amore».

In un’altra traduzione, la frase è stata resa così: «Tutti noi, anche la Chiesa, specialmente nell’epoca successiva al 1945, ci siamo immersi nel mondo e abbiamo sepolto e occultato l’aldilà. Questo vale anche per me. Chiedo perdono a Dio e alla gente. Il rinnovamento deve venire profondamente dalla fede, dalla speranza e dalla carità».

Il succo è che qui sembra esserci un mea culpa per aver troppo pensato al mondo e poco alle cose ultime e al Regno di Dio. Tanto più che il cardinale subito dopo aggiunge: «Perciò ricordo a tutti le parole del mio motto episcopale, che derivano da san Paolo e sono diventate sempre più importanti per me: “State saldi nella fede!”». E alla fine, a conferma, dice non senza una punta d’inquietudine: «Ho sempre nelle orecchie la parole di Gesù, riportate da Luca: “Quando il Figlio dell’uomo tornerà, troverà ancora fede sulla terra?”».

Ecco. Da un lato le parole di un giovane monaco ortodosso, dall’altra quelle di un vecchio vescovo cattolico vicino alla morte. Le offro a tutti perché mi sembra che propongano parecchi spunti di riflessione.

Aldo Maria Valli






sabato 5 maggio 2018

LA MESSA TRADIZIONALE È RICHIESTA IN TUTTE LE PARROCCHIE DELLA CINA!






La Lettera di Paix Liturgique
Lettera 101 del 3 Maggio 2018


Intervista al parroco della chiesa di San Giuseppe a Shanghai

Questa settimana vi proponiamo una testimonianza esclusiva. Grazie ad un amico lettore, che ringraziamo vivamente, ecco un'intervista con il parroco di San Giuseppe di Shanghai che offre la forma straordinaria una volta al mese ai suoi parrocchiani in occasione della messa solenne della domenica. Questo documento è unico: prima di tutto, perché si tratta della testimonianza di un sacerdote di un paese in cui la Chiesa è tenuta in stretta sorveglianza; in secondo luogo, perché si tratta di uno dei pochissimi parroci di questo immenso paese a celebrare secondo le disposizioni del motu proprio Summorum Pontificum; infine perché si tratta di una voce che viene da una delle città più inique e materialiste del mondo. L'intervista è stata fatta il 7 aprile 2018, domenica in albis. Invitiamo tutti i nostri lettori a pregare per questo sacerdote e per la sua comunità.




1) In Occidente, la storia della messa in latino è complicata: vietata di fatto nel 1970 alla promulgazione del nuovo messale, messa a margine poi liberalizzata fino ad occupare oggi una discreta importanza tra i giovani e in termini di vocazioni. In Cina, le cose sono certamente state molto diverse: ci può raccontare la situazione della messa tradizionale, oggi?

Ad oggi, la messa in latino in Cina riguarda in pratica davvero pochissimi fedeli. Che io sappia, viene celebrata in tre luoghi in tutto il paese: una parrocchia a sud di Pechino, la mia parrocchia a Shanghai e un'altra a Wuhan (1), dove so che un sacerdote ricomincia a dire la messa tradizionale. È un sacerdote di 52 anni, come me. Il che significa che è stato ordinato anche lui circa 23 anni fa, subito prima dell'introduzione del nuovo messale.

In Cina, le chiese e i seminari chiusi nel 1950 sono stati riaperti nel 1978. A quella data non furono introdotti cambiamenti, né nella liturgia, né nelle materie insegnate nei seminari, tutto riprese esattamente come era prima della chiusura. Il novus ordo è stato introdotto solo a partire dal 1995, e da allora si è smesso di insegnare il latino e l'antica liturgia nei seminari.



2) Nel caso della sua parrocchia: come si è giunti a celebrare la messa tradizionale una volta al mese e nelle feste solenni?


Nella mia parrocchia la messa tradizionale è stata celebrata dal precedente parroco, senza soluzione di continuità, dal 1982 al 2007. Quando lui è morto, nel 2007, sono subentrato io e ho continuato a celebrarla, sempre su richiesta dei miei parrocchiani.



3) Se è su richiesta dei parrocchiani, perché succede a San Giuseppe a Shanghai, e non altrove?

La messa tradizionale è richiesta in tutte le parrocchie della Cina! Ma, dato che i nuovi sacerdoti non sono stati formati, i cori sono scomparsi così come i chierichetti, e si è perduta la "competenza". È un grave danno, perché oggi, sono i giovani ad essere maggiormente interessati alla messa tradizionale. All'inizio, naturalmente, c'è bisogno di uno sforzo intellettuale da parte loro per poter comprendere la messa tradizionale. Ma, una volta fatto questo sforzo iniziale, non vogliono più tornare alla forma moderna in cinese.

Paradossalmente non ritroviamo invece un simile interesse nel caso dei giovani preti, che sono d'altra parte i più restii alla messa tradizionale. Uno di loro, uscito dal mio stesso seminario, mi ha recentemente detto che il latino "faceva molto male alla Chiesa"! Mentre io sento in modo netto che proprio il latino mi tiene legato alla vita della Chiesa universale.

Questa differenza fra sacerdoti e fedeli esiste dal 1995, dopo che si è insegnato ai sacerdoti a rilassarsi, ad essere disinvolti. Come se dovessero sempre dimostrare di essersi liberati di qualche cosa. Celebrano la messa in modo distratto ed irrequieto. Inoltre, il 90% dei miei confratelli a Shanghai non si prepara più con le preghiere prima della celebrazione della messa. C'è addirittura un tale che arriva sistematicamente in chiesa appena passate le sette, mentre la messa che deve celebrare è prevista proprio a quell'ora. Mi sembra evidente che non possa prepararsi molto bene.



4) La messa in latino nella sua parrocchia è un caso particolare: non si tratta di un'alternativa, è la messa abituale parrocchiale che, una volta al mese, viene detta nella forma tradizionale. Come reagiscono i parrocchiani? Sono i parrocchiani stessi a venire a messa la domenica in cui viene celebrata nella forma straordinaria?

No. Non esattamente. Coloro che vengono alla messa tradizionale sono più numerosi perché vengono da tutta Shanghai, mentre le altre domeniche non sono presenti che i parrocchiani del nostro territorio. Normalmente la domenica siamo in circa 200 persone in chiesa, mentre quando celebro la messa tradizionale siamo un po' più di 300.



5) A lei personalmente, in qualità di sacerdote e di pastore, cosa apporta la celebrazione regolare dell'ordo antico? Per esempio, ritiene che abbia un'influenza sul suo modo di celebrare la messa nel novus ordo?

Per celebrare la forma moderna, io ho sempre presenti le istruzioni per la forma straordinaria. Lei ne resterà sorpreso (ride): indosso casupola e berretta per celebrare nella forma moderna! In questa forma moderna tutto è libero, non ci sono più regole. Come sacerdote ho sempre questa preoccupazione: "Avrò celebrato bene il Santo Sacrificio? Il mistero della transustanziazione ha avuto luogo? Ero distratto? Ho mancato di fede?". Con l'ordo antico mi è sufficiente imboccare il corretto binario e seguire le istruzioni delle rubriche e queste angosce non vengono. Si tratta di una cosa molto personale, ma l'ordo antico mi aiuta a conservare la fede e non mi viene mai alcun dubbio sulla realtà e la validità della consacrazione. L'ordo antico mi aiuta ad essere caloroso e rigoroso. Se fossi professore in seminario, raccomanderei senz'alcun dubbio ai seminaristi di celebrare la messa tradizionale. Si tratta di ciò che ha fatto uno dei miei professori al seminario, un salesiano. Oggi è in pensione ad Hong-Kong. È un grande amico della messa tradizionale e la celebra spesso.




6) Nella vita parrocchiale, lei riesce ad individuare dei frutti particolari della celebrazione del vetus ordo?

Primo: ogni volta ho la sensazione di aver compiuto il mio dovere. La mia messa è piena di calore, non è mai scialba.

Secondo: vedo dei nuovi parrocchiani ogni domenica.

(Tira fuori il telefono portatile e mostra delle foto prese da Internet. La prima mostra Papa Francesco che celebra ad orientem nella Cappella Sistina. La seconda, un sacerdote in adorazione davanti al Santo Sacramento).

Terzo: lei lo sa che ogni volta che delle persone vedono un sacerdote in questa posizione, qualcuno si converte?



7) Oltre alle questioni strettamente spirituali, lei ha la sensazione di partecipare ad un combattimento culturale, nell'ottica della trasmissione di un patrimonio, o di una forma di resistenza alla società?

Non ho la specifica sensazione di trasmettere un patrimonio. È vero che io ho una fede "tradizionale". Inoltre non posso insegnare il catechismo in altro modo che nella maniera "tradizionale". Insegno il modo "tradizionale" di servire la messa, indosso i miei paramenti in maniera "tradizionale". Non posso fare altrimenti. Indosso l'abito talare tutte le domeniche da 23 anni. Metto una cotta bianca per dare l'estrema unzione, cosa che non fanno più i miei confratelli. Non sarei capace di fare diversamente. (Tira fuori di nuovo il telefono, mostra le foto dell'ordinazione di un giovane sacerdote di una comunità Ecclesia Dei). E poi quando trovo per caso queste fotografie su Internet, un giovane sacerdote così, io so di essere in piena comunione con la Chiesa universale. Allora, non ho la sensazione di essere contro corrente, mi sembra di essere sostenuto da tutto il mondo. Quanto ad essere contro corrente nella società del materialismo e del dio denaro... non ci faccio molta attenzione. Se uno è cattolico, non può dare al denaro l'importanza che gli danno in genere gli abitanti di Shanghai. Più in generale io non sono certo che la Chiesa cattolica ed in particolare la messa tradizionale interessino molto le classi più agiate.



8) Per quanto riguarda gli aspetti pratici, come ha fatto? È stato necessario imparare di nuovo il gregoriano, ritrovare dei vecchi messali perduti? Lei aveva ancora dei paramenti? Ha fatto delle nuove traduzioni? Ci sono stati degli aggiustamenti liturgici? 


Dato che non c'è mai stata un'interruzione nella celebrazione del rito antico nella nostra parrocchia, noi qui avevamo tutti i paramenti e i messali. I fedeli sapevano ancora cantare il gregoriano. Abbiamo avuto un buon coro fino al 2007, che poi abbiamo solo dovuto rilanciare. Per quanto riguarda l'ordo, noi diciamo la messa di "prima della Rivoluzione (culturale)", dunque come veniva detta nel 1949. Ho conservato tutti i libri del mio predecessore. Per esempio, per il 15 agosto, noi cantiamo il vecchio introito "Gaudeamus" e non la messa stabilita da Pio XII. Al momento della proclamazione del dogma dell'Assunzione, non c'era in effetti ormai più la messa in Cina!



9) La sua chiesa è stata un tempo e per qualche decennio una parrocchia francese. A parte l'architettura, resta qualche cosa di quella presenza?

Nella chiesa, rimane una stele funeraria alla memoria di Blanche de Montgny, la figlia del primo console di Francia, che è stata dimenticata dai distruttori. Tutte le altre tracce della presenza francese nella chiesa, sono state distrutte. Per quanto riguarda la comunità, invece è diverso. Un tempo si diceva di Shanghai che fosse un annesso dell'arcivescovato di Parigi, per quanto numerosi ed attivi erano i missionari francesi. A noi è rimasto ancora qualche tesoro. (Tira fuori una grande fotografia in bianco e nero incorniciata, intitolata in francese "Concilio plenario di Shanghai, 1924". Nella foto ci sono molti vescovi, superiori di comunità, il nunzio apostolico. Il suo dito passa da un viso all'altro, parlando di alcuni dei quali conosce la storia e mostrando i francesi...) Il nunzio apostolico in questa foto, in seguito divenne cardinale... Lui è morto martire, è stato canonizzato... Lui, invece, venne catturato dai giapponesi, ha protetto i suoi sacerdoti ed è morto scorticato vivo... Tra i sacerdoti francesi ce ne sono tre dei quali la comunità ha mantenuto un ricordo vivissimo, io non li conosco se non con i loro nomi cinesi: " Neng Mu De" che venne cacciato, ma voleva assolutamente morire in terra cinese. Si ammalò al momento di partire, la sua nave si fermò a Canton dove infine è spirato; "E Lao" che aveva ereditato 100.000 franchi e utilizzò questo lascito per per costruire una riproduzione della grotta di Lourdes a Pudong (che è uno dei quartieri della megalopoli). Uno dei suoi nipoti francesi è già venuto a trovarci a Shanghai; "Xao Jiazhu" che insegnava chimica ed aveva perduto un braccio (2).



10) La situazione della Chiesa in Cina è particolare, dato che il potere dello stato è molto attivo a riguardo. Per lei, quali sono gli effetti della messa tradizionale per quanto riguarda la comunione con gli altri cattolici del mondo e con quelli del passato? La sua celebrazione mensile è stata bene accolta dalle autorità?

Bisogna guardare indietro. Penso per esempio all'epoca dell'Imperatore Kan Xi (1664-1723). In tutta la storia della Cina, le autorità hanno sempre avuto un'opinione della Chiesa cattolica. Dura o benevola a seconda delle epoche, ma mai indifferente. Coloro che oggi dicono che il potere sia indifferente alla Chiesa, dicono il falso. Kan Xi, all'epoca, osservava cosa ci poteva essere di favorevole per lui nella religione cattolica, e temeva le cose che potevano nuocere al suo potere. Ed è proprio per questo che lui ha sempre voluto avere dalla sua parte dei rappresentanti cattolici. Le autorità pubbliche hanno dunque sempre la stessa preoccupazione: assicurarsi che i cattolici non nuocciano al loro potere terreno. Quando celebro la messa tradizionale, mi ripeto che sono ancora esattamente come ai tempi di Kan Xi: ho la stessa fede, celebro lo stesso sacrificio e ho le stesse problematiche da gestire.





(1) Capitale della provincia di Hubei, al centro della Cina. Conta circa 20 milioni di abitanti.

(2) Per questo terzo sacerdote, l'identificazione è più semplice: si tratta del gesuita Robert Jacquinot de Besange (https://fr.wikipedia.org/wiki/Robert_Jacquinot_de_Besange), vero eroe, le cui azioni hanno consentito di salvare non meno di 300.000 persone nel corso della guerra sino-giapponese del 1937. Da notare che il parroco di San Giuseppe non è originario di Shanghai: ciò che conosce della storia della sua parrocchia, dunque, viene da quanto ha appreso dai suoi parrocchiani, dalla loro memoria e... dalla comunione dei Santi.


NB: Dal 14 al 22 maggio, un inviato di Paix Liturgique andrà in Asia per un reportage selle comunità tradizionali di Seul, Taipei, Hong-Kong e Singapore. A tale riguardo sarà molto apprezzato un contributo economico, da parte dei nostri lettori, per coprire le spese di questo viaggio il cui importo è stato stimato attorno a 2.500€, così come sarà utilissima la condivisione di eventuali contatti in loco.







giovedì 3 maggio 2018

I seminaristi parigini alla scoperta della Messa tradizionale





Nella traduzione di Chiesa e postconcilio da Renaissance catholique. Ѐ evidente che i seminaristi parigini - come diversi altri giovani sacerdoti in tutto il mondo - stanno riscoprendo il Rito Antico e, nonostante nell'occasione sotto riportata sia stato loro fornito un ibrido, speriamo non manchino di approfondire la vera Messa della tradizione e, con essa, la sana teologia che vi è custodita vissuta e trasmessa.
Lumen ad revelationem gentium! "La luce che illumina le genti" è Cristo, nostro Signore, che viene presentato, all'alba della sua vita terrena, ai dignitari del Tempio di Gerusalemme. Non è anche grazie a questa antica liturgia, disprezzata negli ultimi decenni, che Dio continua a dimorare in mezzo a noi e a rigenerare le anime attraverso i secoli? È, in ogni caso, questa chiarezza dei riti più sacri che recentemente ha potuto risplendere sui seminaristi parigini in occasione della festa della Presentazione, il 2 febbraio. Quel giorno tutti i candidati al sacerdozio della capitale hanno partecipato alla messa celebrata in modo tradizionale dal padre Abate del Barroux nella chiesa di Saint-Louis-en-l'Ile.


La scelta deliberata dei seminaristi


Ogni anno, i responsabili del Seminario maggiore di Parigi hanno l'abitudine di proporre ai loro alunni di studiare un modulo di insegnamento di loro scelta. Forse questa prassi ha le sue radici in metodi educativi datati, imbevuti di slogan partecipativi e democratici. In un momento in cui la base trae conclusioni dure sulla futilità di esperimenti fuorvianti degli anziani, questa pratica può solo aprirsi a temi classici, troncando le incoerenze del passato.

Inoltre, nel 2018, gli ottanta seminaristi dell'arcidiocesi hanno deciso, a maggioranza assoluta di voti, di studiare la liturgia tradizionale e il Motu Proprio Summorum Pontificum. Questa scelta ha suscitato inevitabilmente l'ansia di molti vescovi che hanno valutato la questione in occasione dell'ultima conferenza episcopale. Il mondo tradizionale non è stato messo in quarantena negli anni '70? La Chiesa di Francia doveva davvero tornare su ciò che pensava di aver precedentemente vietato con il consenso di Paolo VI? Certo, Benedetto XVI ha apparentemente attenuato i divieti acconsentendo l'istituzione di alcune riserve. Ma, di fronte alla pressione delle aspirazioni, il movimento aveva scartato le idee già pronte sulla sua strada. Sempre più vocazioni si sono rivolte agli istituti tradizionali e ad un gran numero di nuove leve, non contente delle restrizioni dell'episcopato, era migrato nella comunità di Saint-Martin, uno degli ultimi vivai cui attingono le diocesi a fronte di una seria mancanza di sacerdoti. Con questo stratagemma, sono finalmente i seminaristi che impongono la loro formazione ai poveri vescovi e non il contrario. Non è infine il coronamento delle disposizioni post-conciliari orientate a restituire la parola al popolo di Dio?

Ma questa volta, non è più una questione di zona d'influenza tridentina o di appartenenti alla casa di formazione di Évron, ma di seminaristi diocesani, questa sana pars che i vescovi pensavano di poter preservare dalla cosiddetta ispirazione fondamentalista. Mentre per anni i responsabili della formazione sacerdotale avevano chiaramente dissuaso il futuro clero dall'approfondire il messale tradizionale, è la nuova generazione, quella di La Manif Pour Tous, che frantuma il torpore dei vecchi, quelli del post-68.
Le chiese parigine risuonano della liturgia tridentina


L'appuntamento dunque era nella chiesa di Saint-Eugène-Sainte-Cécile per una giornata informativa con due insegnanti incaricati delle anime della suddetta parrocchia, don Marc Guelfucci ed Eric Iborra e alcuni fedeli rappresentativi. Sono stati celebrati degnamente i solenni vespri di Sant'Ignazio di Antiochia con tre cappelle. Mezzo secolo dopo averli abbandonati frettolosamente, i seminaristi hanno gustato ancora una volta, ben compaginati, la magnificenza dei riti riscoperti con rispetto e pietà. Ciò che, in base alle interdizioni, sembrava dover essere limitato a poche menti curiose in cerca di archeologismi, appariva destinato a diventare formazione comune che nessun futuro sacerdote del nostro tempo avrebbe potuto ignorare. In un istante parrocchie destinate a diventare luoghi di decontaminazione e in seguito riserve folcloristiche, sono divenute laboratori modello per una nuova evangelizzazione.


Il giorno successivo, per la festa della Purificazione di Nostra Signora e la Presentazione al Tempio, tutti i seminaristi dell'arcidiocesi sono stati invitati presso la chiesa di Saint-Louis-en-l'Ile per una messa cantata, celebrata dal Padre Abate di Barroux, Dom Louis-Marie de Geyer di Orth. Sarebbe difficile non ricordare in questo momento il suo predecessore, Dom Gerard Calvet, che celebrava sotto la volta della vicina Saint-Nicolas-du-Chardonnet, la cui nascita e architettura sono così simili, e che, dopo aver servito come tempio al fervore di generazioni di futuri sacerdoti, ha conservato negli anni '70 il monopolio di questa stessa liturgia, proscritta e raccolta nei cunicoli di una Chiesa in balia delle innovazioni più incongrue.


Se gli ottanta Leviti avevano originariamente voluto studiare il Motu Proprio Summorum Pontificum, sarebbe stato logico che quel giorno si celebrasse col messale 1962. Alla fine è stato scelto quello del 1965, indubbiamente secondo l'usanza del Barroux, sul piccolo altare installato a favore delle riforme e a scapito dello splendido altare maggiore. Diverse altre anomalie hanno costellato la celebrazione di questa messa. Alla fine era sorprendente che, in occasione di un giorno che segnava il ricongiungimento di un clero con la sua liturgia tradizionale, il predicatore abbia scelto come unici riferimenti, nel bel mezzo dell'omelia, la sua giovinezza, Lumen Gentium e Giovanni Paolo II, come per liberarsi di troppo tradizionalismo, dal momento che tanti modelli si imponevano sul tema che riuniva questo areopago ecclesiastico.
Un giovane clero temprato con la tradizione liturgica


Alla fine, queste note devono aver piuttosto fatto sorridere i seminaristi che conoscono le differenze interne nella Chiesa di Francia. L'influenza del mondo tradizionale, l'impatto del pellegrinaggio di Chartres e la distribuzione del messale tridentino negli ultimi dieci anni spiegano il fatto che questi ultimi abbiano trovato piuttosto che riscoperto la liturgia e forniscono le ragioni della scelta che hanno fatto quest'anno. Anche se gli innovatori non hanno risparmiato tentativi di conservare e guidare generazioni il cui progressismo attuava la rottura dottrinale, le nuove leve del clero parigino sembrano finalmente più vicine agli scout europei o a Saint-Jean-de-Passy che alla gioventù operaia cristiana o a Saint-Merry ...


In realtà, è la manifesta pietà, devozione e buona volontà dei seminaristi che spiccava durante queste cerimonie. I giorni in cui i loro predecessori aspiravano a innovare, a ricorrere a strumenti musicali non conformi, a fare della liturgia ciò che il cardinale Ratzinger chiamava uno "spettacolo", sembrava un po' superato. Il servizio all'altare fornito dai candidati al sacerdozio era perfetto, erano coperti da bellissime albe bianche unite con amitto e cingoli. Un piccolo coro ha cantato perfettamente uno dei pezzi del proprio della comunione. La Messa degli Angeli è risuonata sotto le volte con un bellissimo complesso vocale, accompagnato da un bravo organista. E se la partecipazione era attiva dipendeva del fatto che i partecipanti avevano chiaramente familiarità col rito o, almeno, lo avevano studiato bene. Sapevano quando stare in piedi o inginocchiarsi. Essi, per esempio, si sono genuflessi all'unisono, non solo all'Et incarnatus est [del Credo] ma anche all'Et Verbum caro factum est dell'ultimo Vangelo. Questo non s'improvvisa.


Queste due giornate sono senza dubbio sintomatiche dello stato della Chiesa di Francia. Mentre dappertutto le chiese si chiudono e molti sacerdoti formati prima del Consiglio scompaiono, i loro giovani successori, anche se il loro numero è basso, appaiono sempre più affrancati dallo spirito di innovazione che voleva fare piazza pulita della tradizione. Senza dubbio, in molti luoghi, la formazione dottrinale di questi giovani leviti rimane segnata dalle idee che hanno dominato durante questo mezzo secolo. Il tempo propizio sarà lungo per ravvivare una Chiesa centrata sull'ideale missionario, dalle ceneri di un'utopia ossessionata dalle idee di dialogo e di compromessi. Ma l'esempio presente mostra anche la velocità del cambiamento. Chi, venti o anche dici anni fa, avrebbe potuto immaginare che i seminaristi parigini potessero assistere in maniera ufficiale alla messa tradizionale per meglio studiarla ?Come de Prévigny
[Traduzione a cura di Chiesa e post concilio]











mercoledì 2 maggio 2018

Riconosco la tirannia quando la vedo! Lettera aperta ai vescovi di Inghilterra e Galles




mercoledì 2 maggio 2018


Un articolo di sabato scorso, apparso su LifeSiteNews, riporta che Jean Pierre Casey, nipote del noto filosofo cattolico tedesco e forte oppositore di Hitler, Dietrich von Hildebrand (1889-1977), ha scritto una lettera aperta ai vescovi di Inghilterra e Galles nella quale denuncia la loro risposta ad Alfie Evans come un “fallimento”, affermando: “Il mio grande zio Dietrich von Hildebrand fu risoluto di fronte all’oppressione nazista. Dobbiamo essere risoluti di fronte all’oppressione secolare, quando i diritti dei genitori vengono sistematicamente indeboliti e la famiglia attaccata da tutte le parti. Il silenzio dei nostri vescovi è vergognoso”

“Vostre Eccellenze,
Anche se posso comprendere il desiderio di assumere un tono conciliante quando la posta in gioco e le emozioni sono alte, è una minimizzazione grave chiamare sfortunata la formulazione del vostro comunicato sul caso di Alfie Evans, in particolare riguardo all’enfasi sull’apparente ‘integrità’ del personale medico e degli amministratori dell’ospedale Alder Hey.

Un ospedale che agisce come un carcere, imprigionando un bambino contro la volontà dei suoi genitori e un miglior giudizio non agisce con integrità.

Un ospedale che chiede l’ingiunzione del tribunale per impedire ai genitori di esercitare il loro legittimo dovere di agire nell’interesse superiore del loro bambino non agisce con integrità.

Un ospedale che rifiuta di mettere in discussione la propria diagnosi (che è possibile, se non probabile, che sia sbagliata) non agisce con integrità.

Un ospedale che espelle un cappellano che fornisce conforto spirituale a una famiglia bisognosa e amministra i sacramenti non agisce con integrità.

Un ospedale che si rifiuta di prendere in considerazione soluzioni alternative non agisce con integrità.
Un ospedale che richiede la presenza della polizia per impedire ai genitori di esercitare il loro diritto legittimo di allontanare il proprio bambino dalle cure dell’ospedale – minacciandoli con una condanna di aggressione se lo toccano – non agisce con integrità.

Un ospedale che rifiuta di agevolare l’incontro tra il proprio personale medico e il capo di un altro ospedale pronto ad accogliere il bambino non agisce con integrità.

Un ospedale che non collabora con altri ospedali che inviano personale medico, attrezzature e mezzi di trasporto per sostenere i desideri dei genitori per forme alternative di trattamento non agisce con integrità.

Un ospedale che si rifiuta di idratare o nutrire un bambino non agisce con integrità.

Ancora più importante – e peggiore della scelta sfortunata delle parole usate nel vostro comunicato – è l‘abbietta incapacità di affrontare il nocciolo della questione: il legame privilegiato tra i bambini e i loro genitori in quanto custodi dati da Dio.

Nel comunicato non si fa alcun riferimento alla santità e alla dignità della vita umana.
Non si fa alcun riferimento ai diritti dei genitori in quanto educatori primari e unici tutori legittimi del bambino.

Non viene fatto alcun riferimento ai diritti primari dei genitori – non dello Stato, o dei medici, o dei magistrati non eletti in conflitto – di determinare quello che reputano essere l’interesse superiore del loro bambino.

Poiché così il comunicato fallisce totalmente nel confermare l’insegnamento cattolico per quanto riguarda la vita e la famiglia, esso non dovrebbe essere considerato un comunicato cattolico. Etichettare come tale quel comunicato è estremamente fuorviante.

È sempre più evidente che oltre alle migliaia di aborti che procurano ogni anno, gli ospedali del NHS stanno diventando fucine di morte non solo per i non ancora nati, ma per i vivi. Ogni genitore nel Regno Unito, cattolico o meno, ora si chiederà giustamente se ammettendo il loro bambino a un ospedale del NHS, gli sarà mai più permesso di tornare a vedere la luce del giorno. Che i nostri vescovi continuino ad allearsi con l'NHS nel difendere l'indifendibile è al di là di ogni comprensione.
Anche se potreste essere tentati di caratterizzare me e altri che condividono le mie opinioni come “sempliciotti” le cui facoltà intellettuali sono inadeguate a comprendere appieno le sottigliezze etiche e mediche del caso, risponderò: Conosco la tirannia quando la vedo. Conosco l’oppressione quando la vedo. Conosco l’ingiustizia quando la vedo. E così fanno molte migliaia di altre persone in tutto il mondo. Se i nostri pastori, intendendo con ciò il collettivo da voi formato, tacciono di fronte a tanta tirannia, oppressione e ingiustizia, allora non solo falliscono nella loro missione di annunciare il Vangelo di Gesù Cristo, non solo non difendono pubblicamente la santità e la dignità di tutta la vita umana, non solo non difendono i diritti dei genitori come primi educatori e unici legittimi custodi dei loro figli – ciascuno dei quali è considerato individualmente un grave peccato di omissione – ma diventano anche complici e, anzi, partecipi attivi di atti gravemente malvagi.

Mi dispiace dire che con il tipo di leadership – o meglio con la totale assenza di leadership che i nostri vescovi stanno dimostrando – nei casi pubblici gravi in cui una potente testimonianza pubblica in difesa della vita, della famiglia e dei diritti dei genitori concessi da Dio non solo è necessaria, ma è anche un obbligo morale, non c’è da meravigliarsi che il gregge di cattolici praticanti stia rapidamente scomparendo. Perchè chi vorrebbe seguire questi pastori? Che questo accada subito dopo la saga di Charlie Gard e con un risultato sostanzialmente identico – cioè la totale mancanza di leadership, di convinzione e di coraggio che stiamo assistendo da parte dei nostri vescovi, ho paura di dire che mi vergogno di essere un cattolico inglese.

Come disse Edmund Burke: ‘L’unica cosa necessaria per il trionfo del male è che i buoni non facciano nulla’.

Con ogni speranza che lo Spirito Santo vi spinga a mettere in pratica le parole profetiche di San Giovanni Paolo II: ‘Se volete la pace, lavorate per la giustizia. Se volete giustizia, difendete la vita. Se vuoi la vita, abbraccia la verità, la verità rivelata da Dio’”.NON ABBIATE PAURA! (in italiano nel testo)
Jean Pierre Casey - Londra, 27 aprile 2018
[Traduzione a cura di Chiesa e post-concilio]









martedì 1 maggio 2018

LA MESSA CONTEMPLATIVA





Editoriale di "Radicati nella fede" - Anno XI n° 5 - Maggio 2018



La cosa più insopportabile a un cuore cristiano è vedere attentare alla vita contemplativa, che è l'anima della vita cristiana.

“Quanta utilità e gioia divina rechino la solitudine e il silenzio dell'eremo a coloro che li amano, lo sanno solamente quelli che ne hanno fatto esperienza. Qui, infatti, agli uomini forti è consentito raccogliersi quanto desiderano e restare con se stessi, coltivare assiduamente i germogli delle virtù e nutrirsi, felicemente, dei frutti del paradiso. Qui si conquista quell'occhio il cui sereno sguardo ferisce d'amore lo Sposo, e per mezzo della cui trasparenza e purezza si vede Dio. Qui si pratica un ozio laborioso e si riposa in un'azione quieta. Qui, per la fatica del combattimento, Dio dona ai suoi atleti la ricompensa desiderata, cioè la pace che il mondo ignora, e la gioia nello Spirito Santo.
Che cosa è tanto giusto e tanto utile, e che cosa così insito e conveniente alla natura umana quanto l'amare il bene? E che cosa altro è tanto bene quanto Dio? Anzi, che cosa altro è bene se non solo Dio? Perciò l'anima santa, che, di questo bene, in parte percepisce l'incomparabile dignità, splendore e bellezza, accesa dalla fiamma d'amore dice: L'anima mia ha sete del Dio forte e vivo; quando verrò e mi presenterò davanti al volto di Dio?».

Usiamo le parole stesse di San Bruno, fondatore dell'ordine più contemplativo che la Chiesa conosca, i Certosini, per sintetizzare nel concreto la vita contemplativa. Di questa vita contemplativa la chiesa di oggi ha urgentemente bisogno. È la vocazione più elevata che possa esistere nel popolo cristiano, e il popolo cristiano ne ha assolutamente bisogno. Se scomparisse la vita contemplativa, il mondo cristiano perderebbe la sua anima.

Abbiamo deciso la pubblicazione in italiano de “La vie contemplative, son rôle apostolique” per una felice intuizione, quasi per un istinto interiore. Man mano che sono passati i giorni, sappiamo sempre di più il perché: occorre reagire alla confusione mortale che alberga nel popolo cristiano, avvelenato da un falso cristianesimo naturalista, che utilizzando ancora le parole cattoliche le svuota di vero significato. È una confusione a tutti i livelli, a tutti i livelli della gerarchia e del popolo. È un avvelenamento che sparge morte, la morte del cristianesimo integralmente vissuto.

L'avvelenamento del naturalismo toglie a Dio il primato; fa parlare ancora di Dio, ma Dio non è più tutto, e il primo. Dio è ridotto ad un interlocutore dell'uomo, che all'occorrenza l'uomo interpella o cita, ma da Dio non parte tutto e tutto non torna più a lui: è l'uomo che è al centro. E quando l'uomo è al centro, l'uomo si smarrisce, perché Dio è tutto, è il suo tutto. “Deus meus et omnia, mio Dio, mio tutto”, è l'espressione sintetica della vera religione sulle labbra di San Francesco.

La vita contemplativa pone il primato di Dio: essa in sé è giusta, perché pone l'uomo nella giusta posizione. La Chiesa senza vita contemplativa muore nel naturalismo cristiano, che usa ancora i vocaboli della Tradizione riferendoli innanzitutto a un progetto umano. Si tratta del colpo maestro del demonio, l'ultimo inganno per distruggere ciò che ancora resta del cattolicesimo nel nostro tessuto sociale.

Chi se ne avvede appieno? Chi urla al pericolo? Continuiamo a sentire un silenzio assordante e complice dell'opera di Satana.

E Satana è il menzognero: anche lui dice che Dio è tutto, ma poi ti dice che Dio passa nel fratello, nel povero, nella comunità, nel pellegrino... ma non perché tu lo riconosca e lo servi in essi, bensì perché tu lo relativizzi: ti fa dire “Dio è tutto, ma siccome è dappertutto e in tutti, continuo a vivere la mia vita umana così com'è, con un po' di benevolenza in più...” e così compie la desacralizzazione della vita cristiana.

Il primato di Dio è un primato: è vero che passa anche attraverso i fratelli, attraverso il povero e l'afflitto, attraverso chi il Signore ti mette accanto, ma è Dio appunto che si rende presente! E lui è tutto!

Ebbene, per questo primato di Dio, da sempre la Chiesa ha riconosciuto che alcuni sono chiamati da lui a stargli difronte primariamente, e questo stargli difronte diventa il compito della vita. La Chiesa da sempre ha riconosciuto i contemplativi, eremiti o in comunità, li ha riconosciuti e difesi dal mondo con una legislazione precisa. Ha difeso gli “inutili” secondo il mondo, perché così necessari al mondo stesso. Sono gli uomini e le donne chiamati a fare costantemente memoria di Cristo, di Dio; e riconoscere che questa memoria è il contenuto di sé: “Mi fu detto: tutto deve essere accolto senza parole e trattenuto nel silenzio. Allora mi accorsi che forse tutta la mia esistenza sarebbe trascorsa nel rendermi conto di ciò che mi era accaduto. E il tuo ricordo mi riempie di silenzio” (Laurentius, monaco eremita).

La Chiesa di sempre li ha difesi, oggi invece tende a confondere per loro le carte e li mette in pericolo; li espone ad un pericolo ingiusto e mortale, con la scusa che Dio passa attraverso i fratelli.

Ma questo Contemplativo sarà sempre il definitivo, perché nella vita eterna, quando Dio sarà tutto in tutti, il contenuto della vita tutta dell'uomo sarà l'unione con Dio, carità infinita: “I poveri li avrete sempre con voi, ma non sempre avete me” (Gv 12,8).

Il contemplativo è perciò profetico: dice a tutti i cristiani, che vivono ancora nel mondo e dentro le occupazioni della vita, che alla fine resterà la contemplazione che è il vertice dell'attività, perché è Dio che opera. Cosa faremo nella vita eterna se non godere dell'unione perfetta con Dio? E come può un popolo senza contemplativi capire ancora la vita eterna?

Il popolo cristiano aveva nel passato, nel rito della messa, il profetico e definitivo del contemplativo: la messa della tradizione ti blocca difronte a Dio e alla sua azione, ti chiede un grado di contemplazione; la messa della tradizione ti chiede la contemplazione ponendoti il primato di Dio: il silenzio, le genuflessioni, il protendersi verso la sua venuta, lo spirito di adorazione... tutto e richiamo alla contemplazione.

Era così per tutto il popolo... poi hanno iniziato a dire che Dio passava attraverso i fratelli... e hanno infarcito la messa di parole e dialoghi, acclamazioni e gesti dentro un vortice sempre più banalizzante e disumanizzante, perché l'umano è fatto per la contemplazione, è fatto per Dio.
E il primato di Dio è scomparso dalla vita del popolo. E i fedeli non hanno più visto Dio nella Messa.

Ora, dopo la distruzione delle parrocchie, è il turno degli ultimi conventi rimasti, quelli contemplativi, perché gli altri conventi già non ci sono più. E tutto questo perché Dio passa per i fratelli.

Il cristianesimo c'è dove c'è la messa contemplativa.

Anche il monachesimo si salverà solo con la messa contemplativa, la messa della tradizione.

Ecco perché ci è parso importante parlare degli “inutili” in questo bollettino. Gli inutili per il mondo, i contemplativi quelli veri salveranno il cristianesimo ponendo di nuovo il primato di Dio.

Ma attenti, gli inutili saranno salvati dalla messa cattolica, la messa di sempre, la messa della contemplazione. Saranno salvati da essa, o non saranno più.














A petra Petrus





di Giovanni Scalese 30-04-2018

Sono un po’ di anni che si parla di un “ripensamento” del papato. Giovanni Paolo II, nel 1995, auspicava che si potesse trovare «una forma di esercizio del primato che, pur non rinunciando in nessun modo all’essenziale della sua missione, si apra ad una situazione nuova» (enciclica Ut unum sint, n. 95). Papa Francesco, nell’esortazione apostolica Evangelii gaudium (2013), ha parlato di una vera e propria “conversione del papato” (n. 32). Ai nostri giorni sono sorprendentemente soprattutto i tradizionalisti a interrogarsi sui limiti dell’autorità pontificia. Penso che qualsiasi riflessione su un problema tanto delicato non possa che prendere le mosse dalla tradizione dei Padri, che conserva un carattere normativo per la Chiesa di tutti i tempi.


Ebbene, la Liturgia delle ore odierna, per la memoria liturgica di San Pio V, offre un testo di Sant’Agostino che potremmo considerare in qualche modo parallelo a quello proposto per la solennità dei Santi Pietro e Paolo. Oggi ci viene presentato un brano dei Trattati su Giovanni, mentre il 29 giugno un brano del discorso Nel natale degli apostoli Pietro e Paolo. Vorrei riportare un passaggio da ciascuna di queste due letture. Si tratta di due testi molto simili fra loro, che a mio parere ci possono aiutare a capire quale sia il vero ruolo del Romano Pontefice.


Nella lettura del 29 giugno leggiamo (il passo tra parentesi quadre non è riportato dalla Liturgia delle ore):
Beatus Petrus, primus Apostolorum, vehemens Christi amator, qui meruit audire: Et ego dico tibi quia tu es Petrus. Dixerat enim ipse: Tu es Christus Filius Dei vivi. Christus illi: Et ego dico tibi quia tu es Petrus, et super hanc petram aedificabo Ecclesiam meam. Super hanc petram aedificabo fidem, quam confiteris. Super hoc quod dixisti: Tu es Christus Filius Dei vivi, aedificabo Ecclesiam meam. Tu enim Petrus. A petra Petrus, non a Petro petra. Sic a petra Petrus, quomodo a Christo Christianus. [Vis nosse de qua petra Petrus dicatur? Paulum audi: Nolo enim vos ignorare, fratres; Apostolus Christi dicit: Nolo vos ignorare, fratres, quia patres nostri omnes sub nube fuerunt, et omnes per mare transierunt, et omnes in Moyse baptizati sunt in nube et in mari, et omnes eumdem cibum spiritalem manducaverunt, et omnes eumdem potum spiritalem biberunt. Bibebant enim de spiritali sequente eos petra: petra autem erat Christus. Ecce unde Petrus] (Sermo 295, In natali apostolorum Petri et Pauli, 1: PL 38, 1348-1349)
Il beato Pietro, il primo degli apostoli, dotato di un ardente amore verso Cristo, ha avuto la grazia di sentirsi dire da lui: «E io ti dico: Tu sei Pietro» (Mt 16:18). Precedentemente Pietro si era rivolto a Gesú dicendo: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Mt 16:16). E Gesú aveva affermato come risposta: «E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa» (Mt 16:18). Su questa pietra stabilirò la fede che tu professi. Fonderò la mia Chiesa sulla tua affermazione: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente». Tu infatti sei Pietro; “Pietro” deriva da pietra e non “pietra” da Pietro. “Pietro” deriva da pietra, come “cristiano” da Cristo. [Vuoi sapere da quale pietra Pietro prende nome? Ascolta Paolo: «Non voglio infatti che ignoriate, fratelli, che i nostri padri furono tutti sotto la nube, tutti attraversarono il mare, tutti furono battezzati in rapporto a Mosè nella nube e nel mare, tutti mangiarono lo stesso cibo spirituale, tutti bevvero la stessa bevanda spirituale: bevevano infatti da una pietra spirituale che li accompagnava, e quella pietra era il Cristo» (1Cor 10:1-4). Ecco da dove deriva Pietro.]
Nella lettura di oggi invece leggiamo (anche qui ci sono alcuni passaggi tralasciati nella Liturgia delle ore):
Hoc agit Ecclesia spe beata in hac vita aerumnosa: cuius Ecclesiae Petrus apostolus, propter Apostolatus sui primatum, gerebat figurata generalitate personam. Quod enim ad ipsum proprie pertinet, natura unus homo erat, gratia unus christianus, abundantiore gratia unus idemque primus apostolus: sed quando ei dictum est: Tibi dabo claves regni coelorum, et quodcumque ligaveris super terram, erit ligatum et in coelis; et quodcumque solveris super terram, erit solutum et in coelis, universam significabat Ecclesiam, quae in hoc saeculo diversis tentationibus velut imbribus, fluminibus, tempestatibus quatitur, et non cadit, quoniam fundata est super petram, unde Petrus nomen accepit. [Non enim a Petro petra, sed Petrus a petra; sicut non Christus a christiano, sed christianus a Christo vocatur.] Ideo quippe ait Dominus: Super hanc petram aedificabo Ecclesiam meam, quia dixerat Petrus: Tu es Christus Filius Dei vivi. Super hanc ergo, inquit, petram quam confessus es, aedificabo Ecclesiam meam. Petra enim erat Christus: super quod fundamentum etiam ipse aedificatus est Petrus. Fundamentum quippe aliud nemo potest ponere praeter id quod positum est, quod est Christus Iesus. Ecclesia ergo quae fundatur in Christo, claves ab eo regni coelorum accepit in Petro, id est potestatem ligandi solvendique peccata. [Quod est enim per proprietatem in Christo Ecclesia, hoc est per significationem Petrus in petra; qua significatione intellegitur Christus petra. Petrus Ecclesia.] Haec igitur Ecclesia [quam significabat Petrus, quamdiu degit in malis,] amando et sequendo Christum liberatur a malis. (In evangelium Ioannis tractatus CXXIV, tract. 124, 5: PL 35, 1973-1974)
In queste parole è enunciata l’opera della Chiesa, guidata sempre, in questa vita di travagli, dalla speranza; è enunciata l’opera della Chiesa che è come impersonata da Pietro, proprio perché primo degli apostoli. Pietro, infatti, a livello di natura era un singolo uomo; a livello di grazia era un singolo cristiano; su di un piano sovrabbondante di grazia egli era ancora un singolo apostolo, anzi il primo; ma quando Cristo gli disse: «A te darò le chiavi del regno dei cieli, e tutto ciò che legherai sulla terra sarà legato nei cieli, e tutto ciò che scioglierai sulla terra sarà sciolto nei cieli» (Mt 16:19), in quel momento Pietro rappresentava tutta la Chiesa, quella Chiesa che in questo mondo è sconvolta da ogni genere di tribolazioni ed è come investita da piogge torrenziali, alluvioni, uragani, e tuttavia non crolla mai perché è fondata su quella pietra da cui Pietro ricevette il suo nome. [Non deriva infatti “pietra” da Pietro, ma “Pietro” da pietra; come Cristo non prende il suo nome da “cristiano”, ma il cristiano da Cristo.] Perciò il Signore disse: «Su questa pietra edificherò la mia Chiesa» (Mt 16:18). Era la risposta alle affermazioni di Pietro: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Mt 16:16). Gesú dunque volle dire: Sulla pietra che fu oggetto della tua professione di fede, io edificherò la mia Chiesa. «Quella pietra era Cristo» (1Cor 10:4). Sopra questo fondamento fu edificato anche Pietro. «Infatti nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesú Cristo» (1Cor 3:11). Dunque la Chiesa, che è fondata in Cristo, ricevette da lui, nella persona di Pietro, le chiavi del regno dei cieli, cioè la potestà di sciogliere e legare i peccati. [Infatti, ciò che nella realtà (per proprietatem) è la Chiesa (fondata) su Cristo, nella rappresentazione (per significationem) lo è Pietro (che si fonda) sulla pietra; in tale rappresentazione Cristo va inteso come la pietra; Pietro, come la Chiesa.] E questa Chiesa [rappresentata da Pietro, finché vive nei mali,] amando e seguendo Cristo viene liberata dai mali (mi sono permesso di apportare qualche piccola modifica alla traduzione italiana della Liturgia delle ore)
L’interpretazione piú comune del testo di Matteo vede nella pietra su cui Cristo edifica la sua Chiesa o Pietro stesso (interpretazione piú tradizionale) o la sua fede (interpretazione piú recente). Si veda, per esempio, il Catechismo della Chiesa Cattolica:
Cristo, «Pietra viva» [cf 1Pt 2:4], assicura alla sua Chiesa fondata su Pietrola vittoria sulle potenze di morte. Pietro, a causa della fede da lui confessata, resterà la roccia incrollabile della Chiesa (n. 552)
Mossi dalla grazia dello Spirito Santo e attirati dal Padre, noi, riguardo a Gesú, crediamo e confessiamo: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente» (Mt 16:16). Sulla roccia di questa fede, confessata da San Pietro, Cristo ha fondato la sua Chiesa (n. 424)
Senza volere ora mettere in discussione queste interpretazioni comuni, nei testi che abbiamo riportato Agostino sembrerebbe dire qualcosa di diverso: la pietra su cui è fondata la Chiesa non è né Pietro né la sua fede, ma Cristo. Tanto Pietro quanto la sua fede si fondano, come la Chiesa, su Cristo: «Su questa pietra stabilirò la fede che tu professi»; «Sopra questo fondamento fu edificato anche Pietro».


L’unico fondamento della Chiesa è Cristo («La Chiesa è fondata in Cristo»), e non può essere altro che lui. Agostino porta a riprova di questa sua affermazione i due testi paolini della prima lettera ai Corinzi: «Quella pietra era Cristo» (10:4); «Nessuno può porre un fondamento diverso da quello che già vi si trova, che è Gesú Cristo» (3:11).


Ma allora perché Gesú ha chiamato Simone “Pietro”? A petra Petrus, non a Petro petra: Pietro prende nome dalla pietra, e non viceversa. Quel nome deve ricordargli su chi è fondato, da chi dipende, quale è il suo unico punto di riferimento. Pietro, senza Cristo, non è nulla; tutto ciò che egli è, lo è solo in riferimento a lui e in dipendenza da lui.


Il secondo brano insiste su un aspetto assente nel primo: il fatto che Pietro rappresenti la Chiesa. Oltre a essere un uomo (come tutti gli altri, aggiungeremo noi); oltre a essere un cristiano; oltre a essere un apostolo (il primo degli apostoli!), Pietro “impersona” la Chiesa (Ecclesiae ... gerebat figurata generalitate personam). Quando Gesú gli dà le chiavi del regno dei cieli, in lui e attraverso di lui, le sta dando a tutta la Chiesa. Naturalmente il fatto che Pietro sia il “rappresentante” della Chiesa non va inteso nel senso che, per agire, egli necessiti di una delega da parte della base; significa semplicemente che un Pietro isolato dal resto della Chiesa non ha alcun senso. Pietro non è un sovrano assoluto, ma colui che tutto ciò che fa, non lo fa a nome proprio, ma a nome di tutta la Chiesa. Questa “rappresentanza” della Chiesa da parte di Pietro deve manifestarsi soprattutto nel suo fondarsi sulla pietra che è Cristo. Un Pietro che, per malaugurata ipotesi, decidesse di cambiare fondamento o di porre in sé stesso il proprio fondamento, cesserebbe ipso facto di essere Pietro.
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Pubblicato da Querculanus