venerdì 2 novembre 2012

GIORNO DEI DEFUNTI: «L'attesa delle realtà ultime deve spingerci a vivere meglio qui»




Nell’Aldilà avremo «lo stesso corpo, ma più bello e glorioso e saremo quello che abbiamo costruito qui». «Nel ricongiungimento finale ci sarà una pienezza di vita anticipata già su questa terra e per questo è importante vivere bene adesso».

 Don Renzo Lavatori, docente di teologia alla Pontificia Università Urbaniana e uno dei più autorevoli studiosi di mistagogia, descrive così ciò che attende l’uomo dopo la morte sottolineando la forte continuità tra Cielo e Terra. 

«Senza la vita eterna, la terra – osserva – sarebbe più drammatica: parlare delle realtà ultime fa bene, è uno stimolo per l’uomo a guardare al cielo per vedere la terra più luminosa». Quando si tratta di spiegare cosa c’è alla fine della vita, entrano in gioco la dimensione antropologica e quella teologica: «Nell’animo umano – afferma don Lavatori – c’è l’aspirazione a una vita che non finisce. La morte è un fatto contro natura, tanto che il senso di vita continua anche quando il corpo perde vigore. L’anima è immortale e questo istinto non può restare incompiuto: solo in Dio, che ha voluto instaurare con l’uomo un rapporto di amore, raggiunge il suo compimento». In quest’ottica, «la vita eterna è radicata nella realtà stessa della vita umana». Credere nella risurrezione dei corpi però non è «una fantasia», ma «è garantita dal fatto che Cristo ha sconfitto la morte» e che anche «Maria assunta in cielo in anima e corpo ha compartecipato alla risurrezione di Gesù». «Il corpo – spiega il teologo – è destinato alla corruzione, ma è immortale in forza dell’opera compiuta da Cristo. É lui che ha gettato il seme di un germe immortale nel corpo che deve momentaneamente sentire la decomposizione». Così, con la risurrezione i corpi saranno «spiritualizzati, gloriosi, quelli con cui abbiamo vissuto ma senza più imperfezioni».

Dopo la morte l’uomo dovrà affrontare il «giudizio personale»: per chi ha vissuto pienamente si spalancheranno del porte del Paradiso, «chi ha amato il Signore, ma ha ombre spirituali avrà bisogno di un tempo di purificazione, il Purgatorio, che è una condizione provvisoria, mentre chi ha rifiutato deliberatamente l’amore di Dio» sarà destinato all’Inferno. «Nel Purgatorio – spiega – c’è il fuoco dell’amore che le anime sentono per Dio, nell’Inferno invece il fuoco è la disperazione totale, la negazione dell’amore, il tormento delle anime che si rendono conto che l’amore di Dio le renderebbe felici ma scelgono di rifiutarlo». E che l’Inferno esista e non sia vuoto è la prova dell’amore incondizionato di un Dio che ha instaurato con le sue creature un rapporto di amore reciproco fondato sulla libertà.

Alla fine dei tempi ci sarà poi «il giudizio universale», il momento in cui «l’amore di Dio si manifesterà a livello dell’umanità totale: quando ci sarà il giudizio della storia, la divisione tra bene e male sarà chiara. Oggi viviamo come il grano con la zizzania, ma alla fine – conclude Lavatori – non ci sarà né mistura né confusione; scopriremo i gesti di bontà che Dio ha avuto per noi e vivremo nella verità, senza falsificazioni o menzogne».

Avvenire   2 novembre 2012 

Grandi opere. Oggi Baroffio, domani i “Baroffistes”?



gregoriano




di Sandro Magister

Il metro di paragone sono i sei volumi dell’”Iter Italicum” di Paul Oskar Kristeller, pubblicati in Olanda da Brill tra il 1963 e il 1992, con l’inventario dei manoscritti italiani dell’umanesimo e del rinascimento reperiti dall’autore in decenni di studi.

Qui invece i volumi sono due, ma di oltre mille pagine in grande formato, per tre chili e mezzo di peso. Stampati e consegnati su richiesta al generosissimo prezzo di soli 110 euro, venti volte meno dell’opera sopra citata.

Si tratta dell’”Iter Liturgicum Italicum”, il repertorio dei manoscritti liturgici italiani dal IV al XX secolo scovati da Giacomo Baroffio in mezzo secolo di ricerche nei cinque continenti.

Molti, infatti, dei manoscritti liturgici nati in Italia si trovano oggi in altri paesi, dove sono arrivati con percorsi più o meno avventurosi. Ve ne sono in Sudafrica e Nuova Zelanda, in Canada e in Corea, sul Monte Sinai e in Israele. L’indice per località, il primo dei sei indici dell’opera, parte da Aachen in Germania e arriva a Zwettl in Austria.

I manoscritti trovati e catalogati sono più di 29 mila. E di ciascuno vengono indicati il luogo di conservazione, la tipologia (evangeliario, o antifonale, o vesperale, eccetera), il numero di fogli, la data, l’origine, la provenienza, il committente, la destinazione, la presenza o meno di notazioni musicali, il rito…

L’indice per rito presenta delle sorprese per i non specialisti. Si scopre che nella sola Italia, oltre al romano e all’ambrosiano, vi sono stati molti altri riti, dal beneventano al certosino, dal francescano al romano antico, in tutto una trentina.

Giacomo Baroffio, l’autore di quest’opera monumentale, è un luminare di fama internazionale, nel campo. Nato a Novara nel 1940, ha studiato in Germania, si è laureato in canto ambrosiano, per un periodo è stato monaco benedettino. Ha presieduto il Pontificio Istituto di Musica Sacra. Insegna in varie università. Dirige cori di canto gregoriano e incide dischi. È direttore della “Rivista Internazionale di Musica Sacra”.

Per le biblioteche e gli studiosi di liturgia e musica sacra l’”Iter Liturgicum Italicum” è un’opera imprescindibile. Eppure lo stesso Baroffio è il primo a dire che essa non è definitiva. Esistono sicuramente in Italia e nel mondo altri manoscritti che ancora attendono di essere scoperti e catalogati.

Dice Fabrizio Mastroianni, dell’Associazione San Michele Arcangelo che ha edito l’opera: “Come dopo Jean Bolland sono venuti i ‘Bollandistes’ che da più di tre secoli ne continuano l’opera in campo agiografico, così a Baroffio potrebbero far seguito i ‘Baroffistes’, per un’impresa di cui non si conosce la fine”.

Settimo Cielo   2 novembre 2012

L’obiezione convince i medici. Non solo in Italia




di Carlo Bellieni

Abbiamo di recente letto su più testate nazionali inviti ad abolire l’obiezione di coscienza dei medici in caso di aborto. In Italia il 71% dei ginecologi obiettano: ma molti opinionisti si stracciano le vesti perché non si troverebbero medici che pratichino aborti, stupendosi poi di numeri degli obiettori così elevati. Come se fosse un caso tutto italiano, o legato a una questione di fede. È facile farlo sembrare un problema provinciale o di arretratezza, quando invece è un dato globale, che nasce da una domanda: ‘ma lo sapete cos’è un aborto’?

Scarseggiano i medici per fare gli aborti e non è un’esclusiva italiana. Il calo viene descritto in Canada, in Francia, dove sono diminuiti anche i centri che praticano aborti, e in Inghilterra, dove Sophie Strickland del King George Hospital riporta questo trend tra i medici di pari passo con un incremento dell’obiezione di coscienza tra gli studenti di medicina. Questi ultimi secondo uno studio dell’Università di Birminghan sono a favore della vita per il 33% con in più un 7% di indecisi.


Negli Stati Uniti un recente studio pubblicato sulla rivista Obstetrics and Gynecology ha mostrato un crollo del numero di ginecologi disposti a praticare un aborto: dal 22% nel 2008 al 14% nel 2011.
Sarà per le contraddizioni che un aborto solleva in un medico? Non si tratta solo di domande di ordine morale o religioso.

Helen Dolk, per conto di Eurocat, centro di documentazione sulle anomalie congenite affiliato all’Onu, lamenta sulla rivista scientifica Lancet la facilità con cui ancora si tramanda che l’aborto è una forma di «prevenzione primaria», e spiega poi che la prevenzione delle malattie è tutt’altra cosa.
Certo, si può rispondere che l’aborto preverrebbe il disagio materno derivante dalla nascita di un figlio non voluto. Ma ne siamo certi? Studi che confrontano le conseguenze psicologiche sulla donna di un aborto e della nascita di un figlio non programmato scardinano questo dogma.

Un medico sperimenta la contraddizione di eseguire un aborto e vedere, toccare, assorbire ciò che si riferisce non solo all’adulto ma anche al bambino: pensate che per noi medici sia indolore? Una contraddizione è ancora più lampante: per la giurisprudenza italiana l’aborto – dice la legge – si fa per salvaguardare la salute materna. La cura della salute di solito passa per un giudizio medico, in particolare quando si tratta di chirurgia o di farmaci.
Ma nell’aborto – caso unico nella medicina – quasi sempre la paziente si auto­diagnostica il grave rischio per la salute comportato dalla nascita del figlio, e su quella base si auto-prescrive l’interruzione di gravidanza come ‘terapia’. Si capisce come il medico possa sentirsi estraniato dalla sua funzione all’interno di questo processo dove, più che criteri oggettivi medici – cui tiene e che è stato istruito a seguire – valgono piuttosto criteri molto soggettivi.

Per più di un medico pesa un’ulteriore contraddizione, quella di percepire attorno a sé la strana e inarrestabile tendenza della società a non contemplare più la nascita di figli ‘diversi’. È un controsenso evidenziato da Didier Sicard, presidente del Comitato di bioetica francese: «È successo come se a un certo momento la scienza avesse ceduto alla società il diritto di stabilire che la venuta al mondo di alcuni bambini fosse divenuta collettivamente non desiderata e non desiderabile».

Obiezione di coscienza non è solo etica o religiosa ma anche frutto delle contraddizioni che l’aborto genera nella coscienza. Ciò risulta sempre più evidente verificando quanto accade tra i medici in Paesi che non hanno più un esplicito radicamento nella fede cattolica.

L’obiezione di coscienza risulta così anzitutto un diritto civile, cui giustamente nessuno si può seriamente opporre quando, per esempio, si parla di servizio militare o di partecipazione ad una guerra. Pare invece che questa chiarezza venga meno quando l’esercizio di un diritto indiscutibile come l’obiezione intacca un dogma – il libero aborto – della società post-moderna: società che finisce per scaricare il peso e le contraddizioni dalle spalle del medico a quelle della donna con l’aborto farmacologico, e che continua a offrire davvero poco alle tante mamme in difficoltà. Non ci sembra un grande progresso.


Avvenire - E’ Vita   1 novembre 2012

giovedì 1 novembre 2012

Sulla liturgia creativa, echi bolognesi







di Lorenzo Bertocchi 

Si è parlato di liturgia in modo semplice e schietto, venerdì 26 ottobre, al Teatro Guardassoni di Bologna, davanti a un bel numero di persone, tra cui diversi sacerdoti. Riportiamo alcuni echi della serata bolognese.

Tre i relatori intervenuti: il dott. Daniele Nigro, classe 1987, laureato in Giurisprudenza con una tesi in diritto canonico, autore del recentissimo libro I diritti di Dio; il rev.do don Riccardo Pane, cerimoniere arcivescovile di Bologna e professore alla Facoltà Teologica dell’Emilia-Romagna, del quale è uscita da poco la seconda edizione del libro Liturgia creativa; infine don Nicola Bux, consultore delle Congregazioni per la Dottrina della Fede e per le Cause dei Santi e consultore dell’Ufficio delle Celebrazioni liturgiche del Sommo Pontefice, autore del noto volume Come andare a Messa e non perdere la fede.

Il dottor Nigro ha affrontato il grave problema della diffusa inosservanza del diritto liturgico, al punto che ormai si è persino smarrita l’idea che esista uno ius divinum, cioè un giusto rapporto tra Dio e l’uomo, che dà forma alla preghiera liturgica. La liturgia, al contrario, è diventata una terra di saccheggio, dove ciascuno ritiene di poter esprimere i propri gusti e realizzare i propri desideri. Se da un lato, occorre evitare di avere una concezione esclusivamente giuridica della liturgia, dall’altro non bisogna cadere nella trappola di considerare le leggi che regolano il culto come leggi meramente positive, cioè leggi “arbitrarie” e quindi eludibili. L’autore ha suggerito un esempio suggestivo, che aiuta a liberare il campo da un equivoco molto diffuso, cioè che il rispetto attento delle norme liturgiche soffochi la creatività dell’uomo e sia in definitiva un ostacolo alla preghiera autentica. “Il fatto che le opere di Giuseppe Verdi siano sempre le stesse e in definitiva – ha detto il relatore – debbano essere eseguite sempre le stesse partiture, non comporta che le esecuzioni siano tutte uguali, né ancor meno il loro ascolto diventi monotono. Al contrario è proprio l’ascolto ripetuto ed attento dello stesso identico brano a plasmare gli affetti, le emozioni, i desideri”.

Don Riccardo Pane ha messo in luce che nell’applicazione della riforma liturgica è in atto una rivoluzione copernicana: la liturgia, di qualsiasi rito, è caratterizzata da un teocentrismo sostanziale; oggi però si deve purtroppo riscontrare che il baricentro è stato spostato: il centro della liturgia siamo diventati noi. Esempi? Forse il più eclatante è quello della musica sacra, che di sacra non ha più nulla non solo per la qualità della melodia ma anche per i testi, che pongono sempre più a tema i travagli umani, ma non Dio. Si può dunque lecitamente parlare di un “arianesimo liturgico”, perché Dio è sparito dall’orizzonte della celebrazione. Per questo è stato fatto l’esempio dei funerali che sono divenuti la celebrazione dei defunti e dei loro cari e non più del Mistero pasquale di Cristo; oppure i matrimoni che mettano al centro gli sposi e la loro “sensibilità” e non la sponsalità di Cristo con la sua Chiesa, e così via. La conclusione dell’intervento di don Pane è stato amaramente divertente, infatti, ha passato in rassegna i titoli dei capitoli del suo libro, titoli che fanno sorridere a denti stretti per la realtà che fotografano. Per dare un cenno riportiamo il titolo che riguarda il capitolo 7: “delle preghiere dei fedeli, ovvero: come insegnare al buon Dio a fare il suo mestiere”.

L’intervento conclusivo di don Nicola Bux ha sottolineato che la liturgia è essenzialmente “Dio al centro”. Per questo il discorso sul culto ha strettamente a che fare con il problema della “desertificazione”, termine recentemente coniato da Papa Benedetto XVI per descrivere l’attuale situazione dei paesi di antica tradizione cristiana. Infatti è la liturgia che insegna a mettere Dio al centro della vita, personale e comunitaria; il culto, ha sottolineato più volte il relatore, fa l’etica. Ora, come debba essere la liturgia è già stato stabilito e siamo noi a dover entrare in essa e farci trasformare, giorno dopo giorno, e non il contrario. In questa luce si comprende anche il falso problema della necessità di “comprendere” la Messa. Da decenni si va ripetendo che l’elemento centrale per la partecipazione liturgica sia la comprensione di ciò che si dice. In realtà, ha fatto notare don Bux, ciò che rende possibile una vera partecipazione è il poter percepire che nella liturgia è presente Dio; per questo, si può esser presenti alla liturgia bizantina o armena o celebrata in lingua latina e non “capire” nulla, eppure uscirne elevati ed arricchiti dall’incontro con Dio. Don Nicola Bux ha concluso incoraggiando i presenti: si può davvero parlare di un nuovo movimento liturgico che ormai è una realtà sempre più diffusa ed attiva in ogni parte del mondo.

Libertà e Persona   1 novembre 2012

Nel lessico sul Concilio sono entrate nell’uso comune espressioni che non ne aiutano la vera comprensione.







di Stefano Fontana

In queste prime settimane da quando Benedetto XVI ha aperto l’Anno della Fede e commemorato l’apertura del Concilio Vaticano II, sono ampiamente circolate frasi fatte ed espressioni ripetute per inerzia che non sempre aiutano. Anzi, spesso il loro uso è già indicazione di una certa preconcetta interpretazione del Concilio stesso.

Nuova Pentecoste
L’espressione esprime bene la speranza di Giovanni XXIII nell’indire il Concilio. Viene però anche usata per esprimere la “novità” del Concilio: come con la Pentecoste è nata la Chiesa, con la nuova Pentecoste conciliare sarebbe nata una “nuova Chiesa”. Il Vaticano II è stato certamente una Pentecoste, ma non più di quanto lo siano stati i precedenti venti concili ecumenici della Chiesa cattolica.

Nuovo inizio
L’espressione è relativa alla precedente: con il Vaticano II la Chiesa avrebbe vissuto una rinascita. La formula rischia di gettare una luce negativa sulla precedente vita della Chiesa e può indurre a pensare che prima del Vaticano II la Chiesa abbia vissuto una specie di limbo quando non addirittura un lungo periodo di errore.

Ritorno alle fonti
Il ritorno alle fonti è cosa buona se significa ritorno a Gesù. Spesso però la frase è adoperata per saltare il periodo preconciliare, che avrebbe tradito le fonti o le avrebbe appesantite sia con la filosofia e la teologia cristiane sia con gli interventi dell’istituzione gerarchica.

Concilio incompiuto
Che il Concilio aspetti ancora di essere realizzato e che finora talvolta si sia cercato di realizzarlo in modo sbagliato è cosa nota e affermata anche dal Papa. Chi dice che il Concilio è incompiuto però spesso intende che la gerarchia della Chiesa avrebbe attuato una specie di normalizzazione, bloccando lo spirito innovatore del Vaticano II. Usata in questo senso l’espressione è ideologica in quanto contrappone un presunto spirito del Concilio alla Chiesa.

Spirito del Concilio
Chi adopera questa formula di solito vuol dire che nel Vaticano II c’è stato lo “spirito” e la “lettera” rappresentata dai testi. Questi ultimi sarebbero dei compromessi, frutto di negoziazioni le quali, in fondo, hanno spento o frenato lo spirito del Concilio, che invece continuerebbe anche oltre i testi. In questo modo lo “spirito” del Concilio diventa qualcosa di inafferrabile e viene completamente staccato sia dai testi conciliari sia dal magistero.

Il Concilio come evento
La parola evento, applicata al Concilio, vuol dire che esso è stato soprattutto un fatto storico che si è autoprodotto, al di là della indizione formale, dei testi approvati, degli interventi dei Pontefici, che vengono valutati positivamente quando sembrano in sintonia con l’evento e ne seguivano il vento o negativamente quando vi si opponevano. Per esempio la ricusazione degli schemi preparatori della Commissione teologica è visto come un fatto positivo, la Nota Praevia alla Lumen Gentium di Paolo VI come un fatto negativo. L’evento non ci sta dentro i limiti della Chiesa istituzione e quindi il Vaticano II è destinato a “continuare” e sarebbe già in atto di fatto un Vaticano III o un Vaticano IV.

Il Concilio è più avanti
Questa espressione rimarca quanto visto precedentemente. Il concilio sarebbe più avanti, ci precederebbe, la Chiesa sarebbe in ritardo e i Papi la tratterrebbero indietro. Questa espressione separa il concilio dalla tradizione della Chiesa e pretende che sia il concilio a interpretare la tradizione e non viceversa.

Ritrovare il Concilio
Questa espressione vorrebbe dire che il Concilio è stato impedito e che ad un certo punto chi guida la Chiesa ha impostato le cose in modo da insabbiare le novità conciliari, che devono quindi essere ritrovate.
Sarebbe meglio non adoperare queste espressioni, né altre che sono ormai troppo cariche di significati ideologici e oltre ad essere inflazionate sono anche inquinate.


http://www.vanthuanobservatory.org/    10-2012

Il "Credo" contro i falsi dei







di Sandro Magister

ROMA, 1 novembre 2010 – Una battaglia navale nel buio della tempesta. Questo era lo spettacolo che la Chiesa dava di sé dopo il primo concilio ecumenico della storia, quello di Nicea nel secolo IV.

Benedetto XVI ama ricordarlo ai profeti di sventura di oggi. Quella battaglia di tutti contro tutti – dice – alla fine produsse il "Credo", lo stesso "Credo" che si proclama oggi in tutte le messe domenicali. Non fu un disastro, ma una vittoria della fede.

La differenza tra allora e oggi è proprio qui. La crisi profonda della Chiesa odierna è una crisi di fede. Papa Joseph Ratzinger ne è così convinto che lo scorso 11 ottobre ha voluto inaugurare uno speciale anno della fede, e ogni mercoledì, giorno delle sue udienze pubbliche settimanali, s'è messo a spiegare il "Credo" articolo per articolo.

Da teologo, il papa si fa catechista. Il suo sogno è che tanti maestri di strada, in tutto il mondo, prendano esempio da lui e tornino a insegnare agli uomini "le verità centrali della fede su Dio, sull’uomo, sulla Chiesa, su tutta la realtà sociale e cosmica", insomma, l'abc della fede cristiana.

Andando ancor più alla sostanza, Benedetto XVI ha indicato più volte la "priorità" del suo pontificato nel ricondurre gli uomini a Dio, e "non a un dio qualsiasi", ma a quel Dio che ha rivelato il suo volto in Gesù crocifisso e risorto.

Perché il declino del "Credo in unum Deum" nei paesi di antica cristianità è coinciso proprio con un'ascesa nel firmamento di altri dei. Anche questa è una vicenda ricorrente nella storia. Anche nella Chiesa dei primi secoli, quelli delle persecuzioni e dei martiri, il dramma più acuto era dato dai "lapsi", da chi cadeva nella tentazione di bruciare incenso al "divus imperator" per aver salva la vita. Erano in numero ingente e i puristi, settari, li volevano espellere come apostati. La Chiesa li tenne tra i suoi figli ed elaborò nuove forme di confessione, penitenza, perdono. Quel sacramento che oggi, di nuovo, è il più in pericolo e insieme è così necessario.

I nuovi dei, Benedetto XVI li chiama per nome. L'ha fatto, ad esempio, nella memorabile "lectio divina" che tenne ai più di duecento vescovi del penultimo sinodo.

I nuovi dei sono i "capitali anonimi che schiavizzano l'uomo".

Sono la violenza terroristica "apparentemente fatta in nome di Dio" ma in realtà "in nome di false divinità che devono essere smascherate".

Sono la droga che "come una bestia vorace stende le sue mani su tutta la terra e distrugge".

Sono "il modo di vivere propagandato dall'opinione pubblica: oggi si fa così, il matrimonio non conta più, la castità non è più una virtù, e così via".

A giudizio di Benedetto XVI – un giudizio che ha ribadito anche di recente, nella prefazione ai due volumi della sua "opera omnia" con gli scritti conciliari – stanno proprio qui la forza e la debolezza del Vaticano II, nel cui cinquantesimo anniversario egli ha indetto l'anno della fede.

Il concilio ha voluto ravvivare l'annuncio della fede cristiana al mondo d'oggi, in forme "aggiornate". E in parte vi è riuscito. Ma non ha saputo andare alla sostanza di "ciò che è essenziale e costitutivo dell'età moderna".

È vero, ad esempio, che per la Chiesa c'è voluta la frustata dell'Illuminismo, per farle riscoprire quella che era l'idea della cristianità antica in materia di libertà di religione. Su questo papa Ratzinger concorda con il cardinale Carlo Maria Martini: qui la Chiesa era davvero "indietro di duecento anni".

Ma il papa concorda ancor più con il cardinale Camillo Ruini, quando questi obietta che comunque "una distanza ci deve essere della Chiesa rispetto a qualsiasi tempo, compreso il nostro ma anche quello in cui visse Gesù", una distanza "che ci chiama a convertire non solo le persone, ma anche la cultura e la storia".

I Cortili dei Gentili organizzati dal cardinale Gianfranco Ravasi questa distanza la mettono in mostra, dando voce e cattedra alla cultura del tempo, lontana da Dio.

Ma a papa Ratzinger sta più a cuore che i falsi dei vengano detronizzati, affinché gli uomini ritrovino l'unico vero Dio.


http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/1350355

La ricerca e il possesso della verità





di Padre Giovanni Cavalcoli

Nella cultura attuale spesso si guarda con scetticismo, come a pretesa o vanto da presuntuosi, la convinzione o anche la sola opinione di possedere o poter possedere la verità, soprattutto nel campo degli interessi più importanti dell’uomo e della vita.

Si considera questa pretesa o questo vanto una prospettiva impossibile o una mira pericolosa per se stessi e per gli altri, in quanto sarebbe il segno di un travalicamento indebito delle proprie possibilità mentali, che porterebbe l’individuo che così si ritiene in “possesso” della verità, ad un comportamento di altezzosità verso gli altri e ad un complesso di superiorità, nonché ad una forma di rigidità mentale e di irragionevole intransigenza circa le proprie idee, alle quali il soggetto sarebbe ostinatamente attaccato, perché da lui ritenute, benché senza prove, assolutamente vere.

L’individuo che ritiene di possedere la verità assumerebbe, secondo questa concezione oggi diffusa, un atteggiamento arrogante, sospettoso e diffidente nei confronti di chi ha idee diverse e contrarie, sempre all’erta nei confronti di possibili errori negli altri, sempre alla ricerca di questi errori da confutare, sempre pronto a scovare cattive intenzioni, a controbattere duramente, a condannare senza appello, ignaro di aspetti positivi e costruttivi. Insomma un individuo aggressivo, litigioso ed insopportabile, che sempre turba la pace delle coscienze, con volontà di dominarle, disprezzando le diversità e compromette il dialogo, la libertà di pensiero e la serena convivenza umana.

Come negare l’esistenza effettiva, nella nostra povera umanità, di atteggiamenti del genere? Chi di noi ne è sempre e del tutto esente? Essi si ritrovano anche in coloro che sostengono l’impossibilità di possedere la verità. Anch’essi sono a caccia di “eretici” e guai a contraddirli!

Chiediamoci però a questo punto se è vero che qualunque convinzione di possedere la verità genera necessariamente quegli atteggiamenti. E ancora più a monte chiediamoci se è effettivamente vero che è impossibile possedere la verità. Innanzitutto potremmo osservare che chi sostiene quella tesi sembra egli stesso convinto almeno implicitamente di possedere la verità di quello che sostiene, altrimenti non lo sosterrebbe. Già con questa osservazione di buon senso, comprendiamo subito che nella tesi di coloro che negano che si possa possedere la verità e condannano coloro che la pensano diversamente, c’è qualcosa che non funziona. E qui abbiamo il primo gol contro gli scettici: uno a zero.

I negatori del possesso della verità si rifanno volentieri al famoso apologo di Gotthold Efraim Lessing, il famoso filosofo dell’Illuminismo tedesco, il quale, messo da Dio davanti alla scelta tra il cercare e il possedere il vero, racconta di aver detto a Dio con falsa modestia: “Tu, o Dio, tienti il possesso della verità, perché ciò spetta solo a te; a me come uomo basta la ricerca”. Lessing che non era contrario al cristianesimo, si era dimenticato del detto di Cristo, detto che peraltro è basato sul buon senso, anche se sulla bocca del Salvatore si riferisce evidentemente ai più alti valori della vita: “chi cerca, trova e a chi bussa, sarà aperto”.

Infatti, se ci pensiamo, una ricerca fine a se stessa è una cosa frustrante ed esasperante, che può causare anche psicologicamente irrimediabili stati depressivi. Era questo il vizio degli Accademici, contro i quali saggiamente e vigorosamente polemizzò Sant’Agostino.

Naturalmente si deve cercare ciò che può essere trovato; e va cercato e trovato ciò che ci fa bene. Altrimenti la ricerca sarebbe inutile o stolta e non potremmo comprendere l’assicurazione di Cristo. Quindi, come già osserva S.Agostino, ripreso da Pascal, per cercare occorre già sapere in anticipo che cosa cerchiamo, quindi occorre già averne una conoscenza.

Si potrebbe quindi dire con un apparente paradosso che per trovare e quindi possedere la verità, occorre già in partenza possedere la verità. Infatti, ognuno di noi, gli piaccia o non gli piaccia, parte necessariamente da alcune verità iniziali che non può non riconoscere, come vedremo subito. E questo è un altro punto contro gli scettici. Siamo due a zero.

In terzo luogo bisogna però fare un’importante distinzione per non farci fare un gol dagli scettici, i quali, proprio a questo punto, potrebbero accusarci di trovarci in un circolo vizioso: che cosa cerchi a fare se hai già trovato?
Vediamo allora qual è la distinzione mediante la quale impedire il gol degli avversari e farne un terzo a loro. Bisogna intendersi bene sul concetto del “cercare”. Esiste un cercare istintivo, inconscio e necessario che dipende dall’entrata in funzione della ragione nei primissimi anni dell’infanzia dell’individuo.
Infatti, la ragione, che è un’attività vitale come le altre, appena esistono nel soggetto le sufficienti condizioni neuropsicofisiche e l’individuo è sano, inizia immancabilmente il normale funzionamento, così come il neonato, uscito dal seno materno grazie all’intervento della levatrice, si mette immediatamente a piangere perché i suoi polmoni cominciano a funzionare autonomamente all’aria libera, dopo il lungo periodo di vita fetale.

Come la ragione comincia a muoversi, fa in tutti noi alcuni passi naturali, che inevitabilmente la spingono alla ricerca della verità che ancora non possiede. Ecco qui la ragione e la verità profonda della famosa metafora aristotelica della “tabula rasa”, troppe volte scioccamente negata e derisa da tutti coloro che vorrebbero ammettere nella mente umana all’origine della sua attività la presenza in essa di non so quali idee “innate” o “forme apriori” o illuminazioni celesti o addirittura, secondo la teoria della reincarnazione, la presenza di ricordi della “vita precedente”.

Questi pensatori, tra i quali vi sono grandi filosofi, a Oriente ed a Occidente, da Platone a Cartesio, Leibniz, Kant e Rosmini, sino agli idealisti tedeschi, non si rassegnano ad ammettere umilmente e realisticamente che quando veniamo al mondo, siamo del tutto ignoranti di tutto, come del resto insegna la fede cattolica circa le conseguenze del peccato originale.
No: costoro sentono il bisogno irrinunciabile, non si sa su quale fondamento e senza alcuna buona dimostrazione, certo in base a considerazioni belle, sublimi ma fantastiche, di ammettere nell’intelletto o nella ragione umana all’origine della sua esistenza nell’individuo, e magari già nel seno della madre, una specie di coscienza o autocoscienza intellettuale, quindi quasi a livello strutturale, come se senza questo possesso originario e naturale, innato o “apriorico”, l’intelletto non fosse intelletto, ignorando un fatto di inconfutabile esperienza, e cioè che l’intelletto umano non è come l’intelletto puro dell’angelo o di Dio, assolutamente privi di una base corporea, per cui questi intelletti soli sono originariamente in atto.
Ciò non toglie che l’intelletto, come potenza intellettiva, sia presente nel soggetto umano sin dal momento del concepimento, in quanto già da questo momento esiste la persona, come individuo composto di anima spirituale e corpo, solo che il corpo non ha ancora quella strutturazione fisica che è necessaria per l’esercizio della ragione e della volontà.
Infatti l’intelletto umano, dovendo preliminarmente utilizzare il senso per poter funzionare come intelletto, passa dalla potenza all’atto, dall’ignoranza alla conoscenza e successivamente, se la ragione funziona bene, ad un continuo aumento della conoscenza. Ma con questo passaggio l’intelletto coglie subito le nozioni prime ed i princìpi fondamentali, che poi gli serviranno per tutto il successivo progresso del pensiero e la ricerca della verità. Ecco dunque qui alcune prime verità saldamente possedute, che sono come i germi di tutte le seguenti verità che la ragione troverà nella sua attività di ricerca per tutta la vita.

Esiste poi un cercare cosciente, riflesso e metodico. In questo caso la ragione all’inizio della ricerca non conosce affatto ciò che troverà. E così abbiamo sciolto l’apparente contraddizione. Tre a zero. Infatti in questo caso la ragione parte certo da verità note e vagamente ha un concetto di ciò che cerca – in tal senso valgono le parole di S.Agostino e di Pascal. La ragione non sa però che cosa troverà o potrà sapere esattamente o precisamente o dettagliatamente circa l’oggetto della sua ricerca. Esempio classico è quello della ricerca di Dio.
La ragione spontaneamente coglie le cose di questo mondo e comprende che hanno una causa. Spontaneamente chiama “Dio” questa causa. Tuttavia a questo punto essa non è affatto soddisfatta di ciò che ha spontaneamente trovato e sente il bisogno di conoscere meglio e pienamente, secondo le sue forze, questa Causa. Ecco allora iniziare la vera e propria ricerca di Dio, fatta possibilmente con metodo ed impegnando tutte le forze, comprese quelle morali, accompagnate dalla preghiera affinché voglia Dio stesso rivelarsi alla mente.

E’ importante soprattutto nella questione di Dio, sapere che cosa bisogna cercare, per non fare ricerche inutili o addirittura dannose. Cosa importantissima, per esempio, da cercare in questo campo è la volontà di Dio: sapere che cosa Dio vuole da noi. E’ questa la somma verità sul bene. Se sappiamo questo, possiamo esser certi che chiedendolo a Dio nella preghiera, saremo esauditi ed anche al di là dei nostri desideri, dato che chiederemo a Dio quello stesso che egli vuol darci.

Quanto al possesso della verità, in questo secondo senso, esso va soggetto a gradi di perfezione e deve continuamente aumentare e rafforzarsi col lavoro costante della nostra ragione illuminata dalla fede. Per quanto, parlando di “possesso della verità”, anche qui dobbiamo fare un’importante distinzione che ci consentirà di far un quarto gol contro gli scettici, che per sostenere le loro idee, sono anche dei grandi sofisti confusionari.
Gli scettici infatti, per negare la possibilità di un possesso della verità partono da un concetto di verità come verità assoluta ed infinita per concludere che tale possesso è impossibile. Questo è evidente, considerando la limitatezza e la fallibilità delle forze umane. Ma a questo punto dobbiamo fare un’altra distinzione tra verità e verità che ci consentirà di fare un quinto gol.

Infatti, soprattutto nel campo del cristianesimo, esiste un duplice concetto di verità. C’è una verità assoluta e divina, fatta Persona, che è Cristo stesso. E c’è la verità della dottrina di Cristo, che è un insieme di proposizioni, un corpo di dottrina – la divina Rivelazione – che Cristo ha affidato alla sua Chiesa da insegnare a tutto il mondo.
Ora, mentre è possibile sin da questa vita “possedere” per intero, al presente e globalmente la verità intesa come Cristo Verità, così come diciamo di possedere una persona che amiamo, il possesso della verità contenuta nei dogmi della fede è un processo graduale di apprendimento legato normalmente alla catechesi ed alla cultura cristiana, anche se è chiaro che anche il “possesso” di Cristo in questa vita deve continuamente migliorare e rafforzarsi soprattutto con l’esercizio non del solo intelletto, ma anche e soprattutto di tutte le virtù cristiane, a cominciare dalla carità.
Da notare inoltre che il possesso della verità, nella nostra fragile natura portata alla superbia e alla “volontà di potenza”, può effettivamente costituire una tentazione a danno di noi stessi e del prossimo, ed inoltre, se si tratta di verità religiose, possiamo rischiare di disonorare il nome stesso di Dio a causa del nostro cattivo comportamento. Che cosa voglio dire? Che è importantissimo accompagnare il possesso della verità e il suo doveroso conseguente insegnamento, che comporta anche la confutazione degli errori, con un costante atteggiamento di carità e tutto il corteggio di virtù che o la implicano, come per esempio l’umiltà e l’obbedienza o la presuppongono, come il coraggio, la generosità e lo spirito di sacrificio.

In tal modo potremo dire di aver risposto adeguatamente a quel pericoloso scetticismo oggi diffuso, che vorrebbe rifiutare il possesso della verità in nome di una falsa umiltà, di un apparente rispetto delle convinzioni altrui e di un malinteso spirito di dialogo, che praticamente impedisce un arricchimento reciproco ed un cammino comune verso la verità.

Libertà e Persona    1 novembre 2012