domenica 22 ottobre 2023

Il Sacerdote non è un funzionario, il celibato sacerdotale: non un problema ma una soluzione




In religione, la continenza è il dominio di sé, in generale il grado incoativo e imperfetto della virtù della temperanza, che ha per oggetto di mantenere nella giusta misura gli istinti naturali dell'uomo (mangiare e bere, pulsione sessuale ecc...).

È difficile trattare in modo adeguato ed esauriente della virtù dell'anima che chiamiamo continenza, virtù che è un insigne dono del Signore. Speriamo che colui che ce la elargisce aiuti la nostra pochezza perché non venga meno sotto il peso d'un compito così grave. Difatti chi dona la continenza ai fedeli che ne fanno pratica è lo stesso che dona la parola adatta a quanti, fra i suoi ministri, osano tentarne una esposizione. 

Volendo, dunque, trattare un argomento così elevato per dirne quello che Dio ci concederà, prima di tutto affermeremo e dimostreremo che la continenza è un dono di Dio. Lo troviamo scritto nel libro della Sapienza: Nessuno può essere continente se Dio non gliene fa dono. E anche il Signore, a proposito di quella continenza più rigorosa per cui ci si astiene dal matrimonio, diceva: Non tutti capiscono questa parola, ma soltanto coloro cui è stato donato. Né solo questa, ma anche la castità coniugale non la si può osservare senza la continenza da ogni forma illecita di rapporto carnale. 

E di tutt'e due le forme di vita, tanto degli sposati come dei non sposati, affermava l'Apostolo che sono doni di Dio. Io vorrei - diceva - che tutti fossero come me stesso; tuttavia ciascuno ha da Dio il suo dono: uno così, e un altro differentemente. Proseguiamo l’analisi della virtù della continenza alla luce della dottrina. 

La Chiesa, come Sposa di Gesù Cristo, vuole essere amata dal sacerdote nel modo totale ed esclusivo con cui Gesù Cristo Capo e Sposo l'ha amata. Il celibato sacerdotale, allora, è dono di sé in se con Cristo alla sua Chiesa ed esprime il servizio del sacerdote alla Chiesa in se con il Signore” in questi giorni la questione del celibato sacerdotale è tornata al centro di dibattito anche trai partecipanti al sinodo che si sta tenendo in Vaticano, sono lieto di proporvi un saggio del professor Silvio Brachetta nel quale la questione è presa in esame in base agli studi del cardinale Alfons Maria Stickler, che al celibato sacerdotale dedicò un’analisi chiara e profonda.

Buona lettura

A.DJ

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Il cardinale Stickler e il celibato sacerdotale



Silvio Brachetta

Tra i molti autori che hanno dimostrato l’esistenza della vocazione teologica alla continenza da parte dei sacerdoti, emerge per chiarezza un lavoro del cardinale Alfons Maria Stickler (1910-2007)[1], redatto quasi trent’anni fa per dimostrare un assunto: non è vero che il celibato sacerdotale e la relativa continenza è una prassi tardiva della Chiesa e non è vero che nella Chiesa primitiva ai sacerdoti era consentito di continuare a usare del matrimonio.

È vero – scrive Stickler – che fino al Rinascimento vi erano in abbondanza chierici ancora sposati prima di ricevere l’ordine sacro. Ed è anche probabile che gli stessi apostoli fossero sposati, seppure la certezza si abbia per il solo san Pietro. Non è, dunque, messa in discussione la consuetudine, per tutto il primo millennio e oltre, di ordinare al sacerdozio anche uomini sposati, in percentuale non irrisoria. Ma da qua si cade facilmente nell’equivoco, perché l’obbligo al celibato – che «sin dall’inizio veniva giustamente chiamato “continenza”» – compare da subito, nell’insegnamento stesso di Gesù Cristo, il quale si rivolge agli apostoli e dice loro: «In verità io vi dico, non vi è nessuno che abbia abbandonato casa, genitori, fratelli, moglie, figli per il regno di Dio, che non riceva molto di più…»[2].

Che gli apostoli fossero sposati o meno, il Signore qui parla proprio di abbandono della moglie (e di relativa accettazione della continenza). Anche nell’ipotesi che fossero sposati, va attentamente considerata la domanda di san Pietro, che provoca la risposta di Gesù: «Noi abbiamo lasciato i nostri beni e ti abbiamo seguito»[3]. Gli apostoli, allora, avevano già lasciato tutto, prima di seguire il Maestro, comprese le mogli e il matrimonio, che è certamente un bene[4].

Non si è mai trattato, evidentemente, di un abbandono forzoso, perché la sola possibilità, per un uomo sposato, di accedere all’ordine sacro (a meno di voler commettere qualcosa di fortemente illecito e anticristiano) fu di avere il consenso della moglie, senza ripudiarla. Come, allora, il cardinale giustifica il fatto storico che leggi scritte in favore della continenza ecclesiastica appaiono soltanto nel corso del IV secolo dell’era cristiana e non prima? Perché – osserva – c’è una differenza «tra diritto e legge, ius e lex»: mentre la legge è sempre scritta, il diritto può ben essere trasmesso anche oralmente. E così avvenne nel caso in questione. Lo provano i testi stessi della legislazione postuma (conciliare, sinodale, pontificia o imperiale), che giustifica obblighi e divieti per mezzo di una tradizione orale di origine apostolica.

Lo prova san Paolo, che esorta a stare saldi nelle tradizioni «imparate sia a viva voce, sia per la nostra lettera»[5]. E lo prova anche la prassi pagana: il diritto romano (ius) attese secoli prima di diventare la legge scritta sulle Dodici Tavole (lex). Non deve, quindi, stupire se nel mondo antico e pre-medievale anche il diritto tramandato oralmente aveva forza obbligante, al pari della legge scritta. Non va, inoltre, dimenticata la condizione di estrema precarietà persecutoria del cristianesimo nei primi tre secoli della sua esistenza, che impediva la tranquillità necessaria per sviluppare una canonistica giuridica scritta, sia pure in embrione.

Una prima dichiarazione redatta a favore della continenza, citata da Stickler, appare dunque nel IV secolo, al Concilio di Elvira[6]. Il canone 33 è esplicito: «Si è d’accordo sul divieto completo che vale per i vescovi, sacerdoti e diaconi, ossia per tutti i chierici che sono impegnati al servizio dell’altare, che devono astenersi dalle loro mogli e non generare figli; chi ha fatto questo deve essere escluso dallo stato clericale». Si noti che, fin da subito, all’obbligo segue sempre la sanzione comminata al colpevole. Erano ammesse alla convivenza (can. 27) solo sorelle, madri o figlie.

Questa severità era giustificata dal fatto che «molti, se non la maggior parte, dei chierici maggiori della Chiesa spagnola di allora erano viri probati», cioè «uomini sposati prima della loro ordinazione a diaconi, sacerdoti, vescovi». Come si può notare, la questione dei viri probati non è una novità odierna, ma è da sempre esistita. La differenza, quanto alla soluzione che si vorrebbe dare oggi, è che nel IV secolo i chierici spagnoli «erano obbligati […] ad una completa rinuncia di ogni ulteriore uso del matrimonio», osservando una «completa continenza».

Ma la cosa importante da chiarire è che i padri di Elvira non si sono inventati una norma frutto di un arbitrio. Al contrario si trattò di una «reazione contro una non-osservanza […] largamente invalsa di un obbligo tradizionale ben noto», in Spagna come in tutto l’orbe cattolico.

Stessa situazione in Africa: molti dei chierici, se non la maggioranza, erano sposati. E identico fu il responso dei padri al Concilio Africano del 390[7], quando si espressero per la conservazione della castità. Identica, ancora, la giustificazione del responso: «Affinché così anche noi custodiamo ciò che hanno insegnato gli apostoli». Da notare che a Cartagine era presente anche il legato pontificio Faustino, che espresse la «piena concordanza di Roma sulla questione».

Non si trovano invece pronunciamenti di rilievo negli otto Concili ecumenici del primo millennio, a cominciare da Nicea, poiché le correnti ereticali negavano le verità di fede cristologiche, trinitarie e soteriologiche. Tutto, o quasi tutto, il dibattito verteva perciò su questi temi e sulla difesa della dottrina ortodossa.

Tra i pontefici romani, i più espliciti sulla continenza furono Siricio (IV sec.) e Innocenzo I (V sec.). Nella sua lettera ai vescovi africani – scrive Stickler – Siricio insegna che «i molti sacerdoti e diaconi che anche dopo l’ordinazione generano dei bambini, agiscono contro una legge irrinunciabile che lega i chierici maggiori dall’inizio della Chiesa». Non c’è, dunque, l’imposizione di una propria scelta, ma il consueto riferimento alla «legge irrinunciabile», risalente «all’inizio della Chiesa». In realtà Siricio poneva la propria autorità sulle decisioni di un precedente Sinodo romano[8], in cui venivano interpretate le seguenti parole di san Paolo: «Ma bisogna che il vescovo sia irreprensibile, non sposato che una sola volta, ecc…»[9]. I padri sinodali, uniti al magistero di Siricio, sostennero che l’Apostolo non intendeva dire che il vescovo potesse «continuare a vivere nella concupiscenza di generare figli», ma che un matrimonio dovesse bastare, in vista «della continenza futura».

Papa Innocenzo I si occupò ampiamente della questione. Alla terza di una serie di domande rivoltegli dall’episcopato della Gallia, Innocenzo I rispose che vescovi, sacerdoti e diaconi «vengono costretti non solo da noi, ma dalle scritture divine alla castità»[10]. Seguono le consuete sanzioni contro gli inadempienti.

Si espresse, nel merito, anche papa Leone Magno, il quale ribadì la legge della continenza e, quanto ai chierici sposati, riferì di una prassi ecclesiastica ortodossa: «Affinché il matrimonio carnale diventasse un matrimonio spirituale è necessario che le spose di prima non già si mandassero via, ma che si avessero come se [i mariti, ndr] non le avessero, affinché così rimanesse salvo l’amore coniugale ma cessasse, allo stesso tempo, anche l’uso del matrimonio»[11].

Risulta, quindi, abbastanza chiaro che in tutta la Chiesa d’Occidente (Europa e alcune zone dell’Africa) «l’unità di fede era e rimaneva sempre viva», grazie soprattutto ai sinodi e concili, confermati dai pontefici.

A tutto questo si deve aggiungere, ancora, l’autorità dei quattro maggiori Padri della Chiesa occidentali, tutti concordi sulla continenza dei chierici.

Sant’Ambrogio ammette che l’obbligo della continenza è spesso disatteso, ma conferma l’ortodossia della tradizione e spiega che i sacerdoti del Vecchio Testamento non erano tenuti alla continenza perpetua, perché il loro ministero non era «santo, costante e continuo» quanto quello, invece, dei sacerdoti neotestamentari[12].

San Girolamo, il più erudito circa la tradizione, insegna che anche gli apostoli erano «o vergini, o continenti dopo il matrimonio» e che i «presbiteri, vescovi e diaconi erano eletti tra i vergini, oppure vedovi, o di certo continenti in eterno dopo l’ordinazione sacerdotale»[13].

Meno esplicito Gregorio Magno, che tuttavia impedì con provvedimenti disciplinari la convivenza tra chierici e rispettive consorti. Sant’Agostino non solo partecipò ai concili africani (di Cartagine), ma si espresse più volte a favore della continenza.

Nel Medioevo – continua il cardinale – si cercò di ridurre il numero dei candidati coniugati a favore dei vergini o dei celibi: vi è traccia di disposizioni a riguardo specialmente nell’ambito dell’Europa insulare (Irlanda e Britannia). Fino all’anno Mille, comunque, la Chiesa conobbe un decadimento generale della fede e dei costumi. Si diffuse a dismisura il sistema beneficiale ecclesiastico, con il conseguente incancrenirsi di due grandi mali: la simonia (compravendita degli uffici) e il nicolaismo (violazione del celibato ecclesiastico).

Dal disordine susseguente scaturì la riforma di papa Gregorio VII (Riforma gregoriana), che promosse, tra l’altro, una più oculata scelta dei candidati. Queste iniziative furono ufficializzate durante il secondo Concilio Lateranense (1139), che s’impose come spartiacque nella storia e che ribadì la disciplina apostolica, inasprendo le pene per i colpevoli. Da qui sorse il grande equivoco secondo il quale «il celibato ecclesiastico è stato introdotto solo al Concilio Lateranense II».

Molto importante, per la formazione della canonistica giuridica medievale (Corpus iuris canonici) non solo il Decreto di Graziano[14], ma anche il commento successivo che ne dette Uguccio di Pisa[15]. Uguccio, nella sezione dedicata all’argomento, tratta specialmente della «continentia clericorum, quella cioè che essi devono osservare in non contrahendo matrimonio et in non utendo contracto». Si riconferma, dunque, per tutto il primo millennio, «un duplice obbligo» per i chierici: «di non sposarsi e di non usare più un matrimonio precedentemente contratto».

In genere, quasi tutti i canonisti medievali concordano sull’origine apostolica della continenza ecclesiastica, anche se la noncuranza nella scelta delle fonti causò alcuni fraintendimenti; infatti la critica delle fonti sorse solo durante il Rinascimento.

Una prova ulteriore della validità della continenza giunse, paradossalmente, proprio nel momento della sua negazione, da parte del Protestantesimo: alla predicazione di Lutero, Calvino o Zwingli seguì a ruota l’abbandono del celibato ecclesiastico e il sacerdozio fu profondamente mortificato. Finalmente il Concilio di Trento – per la prima volta nella storia – con l’istituzione dei seminari, indicava chiaramente che il chierico dovesse essere scelto tra giovani vergini e celibi, opportunamente formati al sacerdozio, piuttosto che tra i coniugati.

La mossa portò, nei secoli successivi, parecchi frutti di santità e la riforma protestante fu efficacemente contrastata, per quanto umanamente possibile. Anche le decisioni di Trento furono fraintese non poco: a tutt’oggi – scrive Stickler – per celibato ecclesiastico «s’intende comunemente solo la proibizione di sposarsi», omettendo così di dire che il problema non è se sposarsi o meno, ma vivere castamente dopo l’ordinazione sacerdotale, da qualunque condizione provenga il candidato.

I detrattori della continenza considerano troppo severa la disciplina occidentale e si rivolgono alla prassi della Chiesa d’Oriente, perché vedono in essa il volto genuino della Chiesa primitiva.

Quest’opinione – sempre a parere del cardinale – non ha ragione di esistere per una serie di motivi. Pur avendo avuto, gli orientali, il supporto di alcuni autori della patristica – lo stesso san Girolamo, ad esempio, o Epifanio di Salamina – che riesposero le ragioni della continenza, l’Oriente cristiano fu carente dal punto di vista dell’autorità centrale. Affrancandosi, lentamente, dal ruolo confermativo del pontefice di Roma, l’Oriente rimase ostaggio di una qual certa anarchia, che non seppe o non volle risolvere la questione dei chierici coniugati. Non che non esistesse la medesima tradizione apostolica tra Oriente e Occidente, ma il sistema disciplinare orientale è sempre rimasto assai frammentato. Sempre più distanti da un’autorità centrale, «ogni Chiesa particolare» d’Oriente «emanava norme proprie».

Il ruolo del papato fu surrogato dagli scritti dei Padri orientali (sbilanciati sull’ascetica) e dalle norme imperiali bizantine. In ogni caso la continenza dei vescovi era conservata, mentre non lo era quella dei presbiteri e dei diaconi, il cui uso continuato del matrimonio «veniva lentamente giudicato non più arrestabile». In una parola, «ci si arrendeva alla situazione di fatto».

A rendere la consuetudine non più sanabile contribuì, in maniera determinante, il Concilio bizantino Trullano II[16], non riconosciuto come ecumenico dall’Occidente e privo di legati pontifici romani. Il canone 12 fa divieto ai vescovi di usare del matrimonio. Viceversa, il canone 13 ne permette l’uso a sacerdoti, diaconi e suddiaconi, adducendo presunte «antiche prescrizioni apostoliche». La prassi è ancora in vigore nelle Chiese ortodosse.

È sorprendente che il Trullano, per giustificare la nuova disciplina e in mancanza di testi autentici che la certificassero, si trovò costretto a modificare il canone 3 del Concilio africano summenzionato. Ne risultò un testo contraffatto e una tale contraffazione non pesò più di tanto sulla coscienza dei padri conciliari, in quanto ritenevano (o si erano voluti convincere) che la questione fosse puramente disciplinare.

Questa è la sensazione rimasta fino a oggi, in Oriente, ma sempre più spesso anche in Occidente, dopo la rinuncia di Benedetto XVI (2013). Si cerca di eliminare o indebolire il celibato sacerdotale, dicendo che si tratta di una legge della Chiesa modificabile.

Non è così: Stickler conclude l’opera dimostrando che il celibato, così come la castità, non sono elementi accidentali del sacerdozio cattolico, ma essenziali. Mentre in tempi di viva fede – scrive Stickler – «il Cristo-Sacerdote costituisce nella coscienza di tutti il centro vivo della vita di fede», in tempi di «decadenza del senso di fede la figura di Cristo-Sacerdote svanisce e scompare».

Gli elementi teologici sono molteplici e del tutto evidenti: Cristo è casto, vergine e celibe; il sacerdote cristiano è chiamato ad essere alter Christus, nonché «eunuco per il regno dei Cieli»[17]; san Paolo esige dal ministro della Chiesa che sia «enkratés» (continente)[18]; sempre san Paolo dice di avere il diritto di avere con sé una donna, come gli altri apostoli – ma, beninteso, una «gynaika adelfén», una «donna sorella», non una donna moglie.

Se a tutto ciò aggiungiamo l’esempio di molti santi sacerdoti, che hanno fatto della castità una delle loro ragioni di vita, si comprende bene perché per Giovanni Paolo II e per Benedetto XVI la questione del celibato ecclesiastico fosse da ritenersi chiusa.


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[1] Alfons Maria Stickler, “Il celibato ecclesiastico. La sua storia e i suoi fondamenti teologici”, Ius Ecclesiae, Vol. V, n. 1, gennaio-giugno 1993, pp. 3-59. Tutte le citazioni sono tratte da quest’opera, dove non diversamente specificato.

[2] Lc 18, 29-30.

[3] Lc 18, 28.

[4] San Paolo: «Chi si sposa fa bene, ecc…», 1Cor 7, 38.

[5] 2Tes 2, 15.

[6] Nel 306. Elvira è l’antico nome della città spagnola di Granada, sede del concilio.

[7] Con sede a Cartagine. La città ospitò più di venti concili, dogmatici o disciplinari, tra il III e il V secolo.

[8] Concilio di Roma del 386, che scomunicò i vescovi concubinari.

[9] 1Tim 3, 2.

[10] Decretale Dominus inter, inizio IV secolo.

[11] Epistola al vescovo Rustico di Narbonne, 456.

[12] Cf. Ambrogio di Milano, De officiis ministrorum, I, 50.

[13] «Vel virgines, vel post nuptias continentes […] presbiteri, episcopi, diaconi, aut virgines eliguntur aut vidui aut certe post sacerdotium in aeternum pudici», San Girolamo, Apologeticum ad Pammachium, ep. 49, 21 – pl. 22, 510.

[14] Decretum Gratiani, sec. XII. Si tratta di una raccolta di fonti del Diritto canonico, da parte del vescovo di Chiusi, Graziano.

[15] Giurista italiano (XII-XIII sec.), autore della Summa al Decrteum Gratiani, circa 1190.

[16] Detto anche Quinisesto. Costantinopoli, 692.

[17] Mt 19, 12.

[18] 1Cor 7, 9.




Fonte www.aldomariavalli.it/


sabato 21 ottobre 2023

Sinodo sulla sinodalità: grande ovazione per il discorso di una laica contro l'ordinazione delle donne



Nella nostra traduzione dal National Catholic Register, descritto come «profondo e reale», al punto da ricevere sentiti applausi, il discorso di una laica che, in un'assemblea del sinodo sulla sinodalità, ha definito l’ordinazione delle donne sacerdote come una forma di clericalismo e una distrazione da ciò che le donne cattoliche vogliono e di cui hanno bisogno. Qui l'indice degli articoli riguardanti il Sinodo sulla sinodalità.




21 ottobre 2023

CITTÀ DEL VATICANO — Diverse fonti hanno confermato che questa settimana, al Sinodo sulla sinodalità, una laica ha ricevuto fragorosi applausi per un discorso che ha definito la spinta di alcuni membri per l'ordinazione delle donne come un tentativo di clericalizzare i laici.

Nell'assemblea del 16 ottobre, in risposta a molteplici resoconti di piccoli gruppi che chiedevano l'ordinazione delle donne non solo al diaconato, ma in alcuni casi anche al sacerdozio, il discorso mattutino della laica ha tra l'altro sostenuto che concentrarsi sull'ordinazione delle donne è una distrazione da ciò che le donne nella Chiesa vogliono e di cui hanno bisogno. Il Register ha parlato con due membri del sinodo presenti nell'Aula Paolo VI al momento del discorso, e una terza fonte ha confermato il loro racconto. Lo hanno fatto in anonimato date le restrittive regole di riservatezza dell'evento. Oltre a criticare le richieste di ordinazione delle donne, il discorso di tre minuti – o “intervento”, nel linguaggio del Sinodo sulla sinodalità – ha sottolineato l’importanza della maternità, sia biologica che spirituale, per comprendere cosa significhi essere una donna in una prospettiva cattolica, che attinge all’importanza di Maria, Madre di Dio, come paradigma della femminilità. In particolare, l’instrumentum laboris, il documento base del Sinodo, include 45 riferimenti alle donne, ma menziona la “madre” solo due volte, entrambe solo nel contesto delle preghiere di intercessione alla Beata Vergine Maria.


Impatto sul Sinodo


Un partecipante ha descritto il discorso come “profondo e reale” e lo ha messo a confronto con la presentazione di un sostenitore dell’ordinazione delle donne definita come “militante”. Dopo il discorso della laica, la fonte ha visto “le persone sorridere: gioia su molti volti, forse sollievo su altri”.

I membri del sinodo intervenuti con il Register hanno affermato che l'intervento ha ricevuto fragorosi applausi da parte di alcuni dei 365 membri del Sinodo, che entra ormai nella terza settimana di lavori.

La laica non identificata che ha tenuto il discorso, che secondo quanto riferito è lei stessa madre, è una delle 54 donne votanti al Sinodo. Per la prima volta nel Sinodo dei Vescovi, un numero significativo di donne e di altri non vescovi partecipano a pieno titolo ai lavori, rappresentando il 27% dell'assemblea sinodale.

La messa a punto è avvenuta durante la discussione sinodale sul tema di come la Chiesa cattolica possa essere una Chiesa missionaria “tutta ministeriale”, tema che non prevedeva uno spunto specifico legato alla questione dell'ordinazione delle donne. Mentre alcuni resoconti parlavano dell'importanza delle madri e delle nonne nella trasmissione della fede, dicono le fonti, altri sostenevano l'ordinazione delle donne al diaconato e al sacerdozio.

Ma l'intervento mattutino della laica ha influenzato anche il dibattito successivo.

Secondo un membro del sinodo, diversi partecipanti a cui è stato assegnato il compito di concentrarsi sul tema specifico del ruolo delle donne nella Chiesa sono stati concordi nell'affermare che il discorso della laica ha avuto un impatto nella discussione in piccoli gruppi. A quei membri era stato assegnato il compito di rispondere specificamente a una sollecitazione che chiedeva: “È possibile prevedere [l’inclusione delle donne nel diaconato] e in che modo?” e hanno concluso le relazioni nella riunione pomeridiana.


L'ordinazione delle donne è un punto focale

Il discorso della laica sottolinea quanto siano diventate significative le discussioni sulla possibilità dell'ordinazione delle donne nel Sinodo sulla sinodalità, nonostante l'insistenza di entrambi gli organizzatori sul fatto che il focus dell'assemblea non avrebbe toccato la dottrina e l'insegnamento chiaro e consolidato della Chiesa sull'argomento.

Nel suo discorso del 4 ottobre di apertura del Sinodo sulla sinodalità, Papa Francesco ha suggerito che l’attenzione su questioni come l’ordinazione delle donne fosse più una questione di speculazione mediatica che un punto focale per l’assemblea. "Non lo so; sono cose che si dicono al di fuori», disse allora il Papa.

Ma anche prima dell’inizio del sinodo, alcuni partecipanti hanno dichiarato la loro intenzione di portare avanti la questione durante l’assemblea durata un mese.

Il cardinale di San Diego Robert McElroy, ad esempio, ha scritto a gennaio che la Chiesa dovrebbe utilizzare il sinodo per “muoversi verso l’ammissione delle donne al diaconato”, un risultato che la laica svizzera Helena Jeppesen-Spuhler ha sostenuto e descritto come un “trampolino di lancio” verso donne sacerdote.

Diversi membri del sinodo hanno tentato di minimizzare pubblicamente quanto siano state significative le discussioni interne sull'ordinazione delle donne. Sabato, ad esempio, l'abate generale cistercense Mauro-Giuseppe Lepori ha dichiarato alla stampa che, sebbene i partecipanti discutessero dell'ammissione delle donne al diaconato, questo non era al centro dell'attenzione e che il tema delle donne sacerdote non era stato affrontato.

Tuttavia, martedì, la teologa australiana Renee Köhler-Ryan, in una conferenza stampa, ha dichiarato che c’è stata “troppa enfasi” sulle donne sacerdote durante i lavori del sinodo, e l'ha descritta come una “questione di nicchia”. Köhler-Ryan ha anche suggerito che le discussioni sul tema dell'ordinazione delle donne mancano di sufficiente “considerazione teologica” e di fondamento su ciò che la Chiesa ha già insegnato sull'argomento.

Altri membri del sinodo che hanno parlato alla stampa durante i lavori hanno sottolineato come il Sinodo sulla sinodalità potrebbe porta affermato che “la questione dell’ordinazione delle donne è chiaramente un tema che deve essere affrontato universalmente”. "E se il risultato fosse che l'ordinazione diaconale fosse aperta alle donne, lo accoglierei sicuramente con favore", ha detto il vescovo australiano, che è una delle 13 persone incaricate di supervisionare la stesura del documento riepilogativo dell'assemblea (4-29) ottobre.

Lo scorso venerdì sui media, la Suora di San Giuseppe Maria de los Dolores Palencia Gomez ha dichiarato che il suo essere diventata la prima donna a presiedere un Sinodo dei vescovi come uno dei presidenti delegati da Papa Francesco è stato un simbolo delle cose a venire, e che il Sinodo stava “ponendo le basi per futuri cambiamenti” sul ruolo delle donne nella Chiesa.


Insegnamento della Chiesa

Papa Francesco ha mostrato la volontà di rompere col passato e collocare le donne in ruoli chiave di leadership, anche nella Curia Romana, come ha fatto la scorsa settimana nominando una religiosa sottosegretario dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica.

Ma il Papa ha anche più volte affermato che la Chiesa non può ordinare sacramentalmente le donne.

Nel 2013, Papa Francesco ha chiarito che la lettera apostolica Ordinatio Sacerdotalis di San Giovanni Paolo II del 1994, che insegna che "la Chiesa non ha alcuna autorità per conferire l'ordinazione sacerdotale alle donne e questo giudizio deve essere tenuto in modo definitivo da tutti i fedeli della Chiesa", era l’“ultima parola” sull’argomento.


In un’intervista del 2022, Papa Francesco ha nuovamente affermato che le donne “non possono accedere al ministero ordinato”, ma che questa non è una “diminutio”. Anche la sua risposta dell'11 luglio ai dubia di cinque cardinali [qui], o a richieste di chiarimenti dottrinali, ha confermato che “nessuno può contraddire pubblicamente” la determinazione di Giovanni Paolo II, sebbene l'argomento possa ancora essere studiato [il che appare come una botta al cerchio ed una alla botte -ndT].

Papa Francesco ha anche consentito che la questione delle donne diacono fosse esplorata in alcuni contesti, come in due commissioni temporanee e al Sinodo dell’Amazzonia del 2019. Ma la prima commissione non ha raggiunto un consenso, mentre i risultati della seconda non sono stati resi pubblici.

E nonostante la raccomandazione del Sinodo sull'Amazzonia di prendere in considerazione per il diaconato permanente per le donne, l'esortazione apostolica post-sinodale del Papa del febbraio 2020, Querida Amazonia [vedi], ha invitato le donne a essere maggiormente coinvolte nella vita della Chiesa, ma senza indicare alcuna possibilità di una loro partecipazione al ministero ordinato.



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[Traduzione a cura di Chiesa e post-concilio]





venerdì 20 ottobre 2023

Laudate Deum. Cosi parlò proprio Zarathustra?




Marco Tosatti

Cari amici/nemici di Stilum Curiae, offriamo alla vostra attenzione questo commento che il prof. Ettore Gotti Tedeschi ha pubblicato ieri su La Verità, che ringraziamo per la cortesia. Buona lettura e condivisione.



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20 Ottobre 2023 Pubblicato da Marco Tosatti 



 Laudate Deum. Un Commento di Ettore Gotti Tedeschi.


di Ettore Gotti Tedeschi

L’esortazione Laudate Deum non ha avuto forse troppa attenzione. Eppure è densa di significati. Anzitutto mi ha ricordato la profezia di Frederic Nietzsche (1844-1900 ) in Così Parlò Zaratustra, quando esortò gli uomini ad usare la propria volontà per proclamare che “il superuomo sia il senso della terra". Ma soprattutto dichiarando che: - "un tempo il delitto contro Dio era il peggior peccato, ...ma oggi è peccare contro la Terra… la cosa più terribile che si possa fare!" - Le profezie di Frederic Nietzsche si son avverate quasi tutte. Oltre al citato maggior peccato (lasciato intuire in Laudato Sì e in Laudate Deum), che da “contro Dio” sarà “contro la Terra”, si è anche avverata la profezia sul grande "rinascimento scientifico" grazie al quale l’uomo è finalmente divenuto superuomo (transumanista), con la morte di Dio, naturalmente. Ma soprattutto merita attenzione la profezia di Nietzsche sul crollo della civiltà occidentale cristiana perché “valle di lacrime”. A questo proposito mi son sempre chiesto se questo crollo sia stato dovuto solo a chi non amava la civiltà occidentale, proprio perché cristiana, oppure anche sia stata dovuta alla difficoltà di difenderla nell’ansia di fare evolvere talune fondamenta di questa civiltà cristiana per non contrastare i suoi nemici.

A tal proposito ricordo una vecchia storiellina che si raccontava in una università USA, autoburlandosi della sua capacità di creare supermanager. Se al posto dell'università mettiamo una autorità morale e al posto del supermanager mettiamo l’aspirante alla santità, vien fuori, in sintesi estrema, un avvertimento prezioso. Troviamolo leggendola.

Dopo la II° guerra mondiale, un italiano di genio e di grande volontà va a NY ed osserva che nelle strade intorno a WallStreet, all’ora del lunch (pranzo), tutti gli impiegati del Financial District di Downtown vanno a mangiare hamburger e hot dog. Gli viene un'idea molto italiana: organizzare un chiosco mobile e proporre di mangiare un bel piatto di pasta fatta in casa con pommarola, parmigiano e altro, preparato in casa, con i migliori ingredienti di qualità, accompagnato da un bicchiere di vino buono. Cucinato dalla moglie e suocera, naturalmente. In breve ha un successo insperato, dopo un anno ha già 10 chioschi, dopo 5 anni più di 100 ed è leader assoluto, tutti vogliono le sue tagliatelle all’italiana, fatte in casa. Essendo diventato ricco si permette di mandare il primogenito alla più famosa università di business, dove il ragazzo apprende la strategia d’impresa e torna poi a lavorare con il babbo. Immediatamente emerge nel ragazzo lo spirito critico di strategia innovativa e progressista verso l’attività di famiglia, e comincia a valutare che il business del padre non è più sostenibile: troppo valore offerto a prezzi troppo bassi, soprattutto comparato con i competitori che vendono hamburger e hot dog. “Caro babbo, gli dice, se andiamo avanti così fra qualche anno chiudiamo bottega, questo business fatto così non è competitivo, non è sostenibile “. Cosi (non potendo alzare i prezzi già alti) inizia la strategia di cost reduction. Da pasta fatta in casa a pasta industriale, da condimento fatto dalla nonna a condimento in barattolo, da parmigiano grattugiato a segatura di crosta, da vino buono a vino scadente. Giusto per andare incontro ai nuovi bisogni della clientela. In breve, i clienti si dissolvono e dopo qualche tempo fallisce. Invece di riflettere sulle cause del crollo, si limita a considerare gli effetti. Va dal padre e gli dice “ babbo, te lo avevo detto che il nostro business non era sostenibile e dovevamo adeguarci alla competizione, no? ”

Bene, e allora? mettiamo dottrina e liturgia al posto della pasta e troviamo e l’avvertimento prezioso promesso. In materia morale, poi, la supposta visione strategica non basta se non c’è visione soprannaturale.

-Ma a chi si rivolge questa Esortazione ed a che scopo? dare un nuovo senso della vita? dalla cura dell’anima (ricerca della salvezza eterna) alla cura della terra?

Laudate Deum
è definito un appello per tutte le persone di buona volontà. Ma anche qui mi son chiesto: cosa è la buona volontà? Ma soprattutto, cosa è la volontà? Non è forse la capacità della creatura umana di raggiungere un fine senza farsi condizionare dalle circostanze che limiterebbero proprio la sua libertà? Socrate spiegava che l’uomo per natura tende a scegliere ciò che è bene per lui e il male lo si fa per ignoranza della cause. Perciò è necessario spiegare e capire le cause (del bene e del male) prima degli effetti. La buona volontà pertanto è quella che consente di voler fare il bene senza confonderlo o farselo imporre. Volerlo imporre confondendolo nelle cause, significa voler influenzare il comportamento e privare di libertà l’uomo, erroneamente. Io credevo infatti che volontà in libertà era quella capacità insita nell’uomo da coltivare e valorizzare, per capire e scegliere che fare e perché. In specifico nel pensiero cristiano è particolarmente ambiziosa perché sta nel determinare le proprie azioni cercando (con l’aiuto della Grazia) di farle coincidere, per quanto sia possibile riuscirci, con la volontà di Dio.

- Concludendo, parlando in specifico di ambientalismo e di crisi climatica, esposti in documenti di Magistero destinati ad influenzare il comportamento e la volontà e la libertà umana, credo sia bene approfondire la cause e non solo valutare i gli effetti. Errando le diagnosi, le prognosi possono produrre errori superiori, che potrebbero comportare rischi per l’umanità. Se indirettamente ed implicitamente, esaltando la cura della terra, si lascia intendere che l’uomo è “cancro della natura”, avido sfruttatore e violentatore della terra, temo che sia poi piuttosto difficilino non lasciar intendere che la sua dignità è quella di un bacillo sfuggito alla evoluzione e pertanto vita, nascite, educazione, salute ecc. diventano poi valori scontatamente negoziabili…





giovedì 19 ottobre 2023

A Sinodo in corso ecco l'assist papale alla suora arcobaleno



Il Papa incontra ed elogia suor Jeannine Gramick, votata allo sdognamento della causa gay e Lgbt nella Chiesa, malgrado i richiami dell'allora prefetto Ratzinger. Che finiscono in soffitta con la benedizione di Francesco.




ENDORSEMENT

EDITORIALI 


Luisella Scrosati, 19-10-2023

E vennero coloro che si indignarono per la pubblicazione dei dubia alla vigilia del Sinodo; vesti stracciate per il tentativo di manipolazione della sacra assemblea e di turbamento dell’influenza astrale dello Spirito. Adesso, a Sinodo in corso, ci troviamo una bella foto del Papa con suor Jeannine Gramick e tre marcantoni dello staff dell’organizzazione New Ways Ministry (NWM) – la creatura di suor Gramick e di padre Robert Nugent per sdoganare la legittimazione dei comportamenti LGBTQI+ all’interno della Chiesa cattolica – Matthew Myers, Francis DeBernardo, e Robert Shine.

Ma ovviamente, in questo caso, è stato un incontro fortuito: il Papa, il 17 ottobre, dev’essersi trovato casualmente alla finestra per guardare i tetti di Roma, e dev’essere rimasto colpito da suor Jeannine e la sua scorta che passeggiavano digiuni ed emaciati – era giorno di digiuno e preghiera per la Terra Santa! – sotto il colonnato di San Pietro. E così, l’invito a salire a prendere almeno una tazza di mate, insieme al Papa e al fotografo, anche lui casualmente lì presente. Un incontro di ben 50 minuti, perché a Santa Marta esagerano sempre a scaldare le bevande.

Dev’essere per forza andata così, perché non è certo una bella cosa influenzare il Sinodo in corso, proprio su uno dei temi più scottanti! E papa Francesco, si sa, non è solito fare queste cose. Gli incontri del Papa con Albert Bourla, in piena campagna vaccinale anti-Covid, o con la Campatelli in pieno scandalo Rupnik, o ancora con quelle limpide, innocenti e povere creature, come Bill Clinton e Alex Soros, sono chiaramente tutte fake-news.

Torniamo a suor Jeannine Gramick. Ci aveva già provato nel 2015, la Reverenda, ad accostare il Papa, quando, in occasione del Sinodo sulla Famiglia, gli aveva scritto una lettera piuttosto cortigiana (vedi qui), nella quale si presentava come «una dei suoi miliardi di miliardi di fan!» e vantava di avere sempre sul suo pc «una decalcomania rotonda con la sua foto e la scritta “Questo Papa mi infonde speranza!”». Aveva persino appiccicato sulla sua auto un adesivo con la scritta «I love Papa Francesco». Eppure la sorella conta 81 primavere, non 18.

Queste avance della suora sono state contraccambiate dal Pontefice, che le aveva inviato due lettere, nelle quali si complimentava per il lavoro compiuto da NWM e definiva la religiosa «una donna di valore» (vedi qui). Ma il sito dell’associazione rivela altri dettagli sulla corrispondenza tra il Papa, la suora e l’associazione. I contatti sono incominciati «nell’aprile 2021 quando DeBernardo ha scritto al Papa per spiegare la missione e il lavoro dell’organizzazione. La lettera sottolinea anche gli scontri occasionali del NWM con il Vaticano e alcune autorità cattoliche statunitensi nel corso dei suoi 46 anni di storia». Gli «scontri occasionali» sono in realtà anni di richiami da parte della Congregazione per gli Istituti di Vita Consacrata prima e della Congregazione per la Dottrina della Fede poi, culminati con la Notifica del 31 maggio 1999.

Stando a quest’ultima, non si rimproverava a suor Jeannine e padre Nugent di aver rubato la marmellata, ma che le loro posizioni «in merito alla malizia intrinseca degli atti omosessuali ed al disordine oggettivo dell’inclinazione omosessuale sono dottrinalmente inaccettabili perché non trasmettono fedelmente il chiaro e costante insegnamento della Chiesa cattolica su questo punto». La Congregazione arrivò a questa conclusione non sulla base di voci di corridoio, ma dopo aver analizzato le pubblicazioni più importanti dei due religiosi, Building Bridges: Gay and Lesbian Reality and the Catholic Church (1992) e Voices of Hope: A Collection of Positive Catholic Writings on Gay and Lesbian Issues (1995). La Congregazione decideva altresì di interdire loro di proseguire nelle loro attività “pastorali”. Entrambi se ne fecero un baffo.

Ed anche papa Francesco. Secondo NWM, infatti, il Papa avrebbe «risposto prontamente a questa prima lettera, spiegando che il Vaticano a volte riceve informazioni parziali su persone e organizzazioni. Ha scritto che la lettera di NWM raccontava la storia in modo obiettivo e lo ha aiutato a comprendere meglio la situazione. La lettera del Papa, scritta su carta intestata ufficiale del Vaticano, offre incoraggiamento pastorale. In chiusura Papa Francesco ha scritto: “Resto a vostra disposizione”, invitando così ad una ulteriore corrispondenza. Da allora, suor Jeannine e DeBernardo hanno scritto altre lettere al pontefice, ricevendo in cambio sempre lettere scritte a mano cordiali e di conferma».

Dunque il Papa avrebbe liquidato il lungo e puntuale lavoro della Congregazione per la Dottrina della Fede, presieduta all’epoca dal cardinale Ratzinger, come un lavoro «parziale», semplicemente sulla base di una ricostruzione fatta dall’imputato. E, salvo smentite, non sembra che la priorità del suo pontificato sia stata quella di chiarire con il cardinale Ladaria come siano andate veramente le cose.

E nemmeno sarà sua premura smentire quanto dichiarato da NWM dopo l’incontro dell’altro ieri: «Suor Jeannine (…) ha ringraziato [il Papa] per la sua disponibilità a benedire le unioni omosessuali, nonché per la sua opposizione alla criminalizzazione delle persone LGBTQ+ nella società civile». L’ovvio riferimento è la lettera di “risposta” ai recenti dubia dei cinque cardinali, nella quale Francesco autorizza «forme di benedizione, richieste da una o più persone», purché «non trasmettano una concezione errata del matrimonio».

NWM ha dunque una certa ragione nel gongolare: «Questo incontro è straordinario perché riflette la costante accettazione delle autorità cattoliche nei confronti delle tematiche e del ministero LGBTQ+. I papi e e le autorità precedenti della Chiesa si erano opposti a suor Jeannine e al New Ways Ministry. Questo incontro rappresenta ora una nuova apertura all’approccio pastorale e alla ricerca di giustizia che Suor Jeannine e la sua organizzazione praticano da tempo». Miracoli del cambio di paradigma.





La dodicesima edizione del pellegrinaggio “Summorum Pontificum” a Roma (27-29 ottobre)





19 OTT 2023


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by Aldo Maria Valli


Manca poco ormai alla dodicesima edizione del pellegrinaggio Summorum Pontificum a Roma


Ogni anno, dal 2012, rappresentanti del popolo Summorum Pontificum riuniscono a Roma fedeli, preti e religiosi di tutto il mondo che intendono partecipare alla nuova evangelizzazione al ritmo della forma straordinaria del rito romano, vale a dire la messa latina e gregoriana celebrata secondo l’ultima edizione del Messale tridentino pubblicato nel 1962 da Giovanni XXIII. Durante i tre giorni di pellegrinaggio, i partecipanti testimoniano l’eterna giovinezza della liturgia tradizionale.

Il venerdì i pellegrini si ritrovano a Santa Maria dei Martiri (Pantheon) per partecipare ai vespri solenni.

Il sabato, dopo un’adorazione eucaristica e una processione lungo le vie del centro di Roma, una messa pontificale solenne viene celebrata nella basilica di San Pietro.

Il pellegrinaggio si conclude la domenica. per la festa di Cristo Re, con una messa celebrata nella chiesa della Santissima Trinità dei Pellegrini.

A causa della quasi totale eliminazione delle messe private in San Pietro e delle difficoltà che possono sorgere in altre parrocchie, i sacerdoti che desiderano celebrare nelle due chiese seguenti durante il loro soggiorno a Roma sono pregati di prenotare il loro “turno” in anticipo:

– presso la Trinità dei Pellegrini, piazza della Trinità dei Pellegrini, contattando il sacrestano alla mail sagrestia@fssp.it o al numero +393482637981

– presso la chiesa dei Santi Celso e Giuliano, via del Banco di Santo Spirito 5, contattando il canonico Landais: chn.landais@icrsp.org.



Programma del XII pellegrinaggio


Venerdì 27 ottobre 2023

ore 17:30 – vespri nella basilica di Santa Maria dei Martiri (Pantheon), presieduti da monsignor Athanasius Schneider, vescovo ausiliare di Astana.

Sabato 28 ottobre 2023

ore 9:00 – messa nella basilica dei santi Celso e Giuliano, seguita dall’adorazione

ore 11:00 – partenza della processione verso la basilica di San Pietro sotto la presidenza di padre Antonius Maria Mamsery, superiore dei Missionari della Santa Croce

ore 12:00 – cerimonia di venerazione della tomba di San Pietro, seguita dal canto dell’Ufficio di Sesta presso l’altare della Cattedra in basilica.

domenica 29 ottobre 2023

ore 11:00 – messa solenne di Cristo Re alla Trinità dei Pellegrini, celebrata da monsignor Marco Agostini

ore 10:00 – messa celebrata da monsignor Athanasius Schneider nella basilica dei Santi Celso e Giuliano

Incontro Pax liturgica

L’ottavo incontro Pax liturgica si terrà presso l’Istituto patristico Augustinianum, situato di fronte al Sant’Uffizio, ai margini di piazza San Pietro (via Paolo VI, 25). Quest’anno interverrà fra gli altri la nostra Michela Di Mieri, autrice del bellissimo libro Mi sono innamorata dell’eterno. Storia di un ritorno a casa.



Programma


Ore 9.00 accoglienza dei partecipanti

Rubén Peretó Rivas, direttore del Centro internazionale di studi liturgici (CIEL), Presentazione dell’incontro

Monsignor Athanasius Schneider, vescovo ausiliare di Astana, Il principio della tradizione nella vita liturgica della Chiesa

Michela Di Mieri, storica (collaboratrice di Duc in altum, autrice del libro Mi sono innamorata dell’eterno), Storia di un ritorno a casa

Jean-Pierre Maugendre, presidente di Renaissance Catholique, I nuovi media (radio, televisione e social network) al servizio della Tradizione

Joseph Shaw, presidente della Federazione internazionale Una Voce, Presentazione del libro sulla storia delle richieste presentate alla Santa Sede dal 1966 in poi per la difesa dell’usus antiquior

Padre Joao Silveira, sacerdote missionario, Africa, terra benedetta per la Tradizione

Christian Marquant, presidente di Paix Liturgique, Oggi, a cinquant’anni dal Concilio, è più che mai necessario che i figli della luce siano intelligenti quanto i figli delle tenebre

ore 16.00 – Fine dei lavori

martedì 17 ottobre 2023

Se la pastorale cozza con la dottrina, peggio per la dottrina




Il primato dell'ortoprassi, anzi dell'eteroprassi figlia dell'eterodossia è il leit-motiv del Sinodo sulla sinodalità: non cambiare nulla (apparentemente) perché cambi tutto.


BABELE SOLA ANDATA

ECCLESIA 



I lavori del Sinodo procedono. Tra le tematiche trattate, come ha spiegato nella conferenza stampa dell’11 ottobre scorso il dottor Paolo Ruffini, prefetto del Dicastero per la Comunicazione e capo della commissione d’informazione del Sinodo, c’è quella della “identità sessuale”. A tal proposito l’Instrumentum Laboris si pone queste domande: «Come possiamo creare spazi in cui coloro che si sentono feriti dalla Chiesa e sgraditi dalla comunità possano sentirsi riconosciuti, accolti, non giudicati e liberi di fare domande? Alla luce dell’Esortazione Apostolica Post-Sinodale Amoris laetitia, quali passi concreti sono necessari per andare incontro alle persone che si sentono escluse dalla Chiesa in ragione della loro affettività e sessualità (ad esempio divorziati risposati, persone in matrimonio poligamico, persone LGBTQ+, ecc.)?» (qui una nostra riflessione su queste domande).

Ruffini si è premurato subito di tranquillizzare tutti e, buttando acqua sul fuoco, ha dichiarato che questo tema sarà «affrontato con responsabilità e comprensione rimanendo fedeli al Vangelo e agli insegnamenti della Chiesa». Faccia ben attenzione il lettore a questo espediente retorico che verrà utilizzato per tutti gli anni che durerà il Sinodo: si continuerà a dire che la dottrina non verrà cambiata, ma la prassi sì. E ciò che importa a buona parte dei sinodali è cambiare la prassi, ossia la pastorale. Cambiando i costumi, prima o poi si costringerà la dottrina a mutare anch’essa.

Ma torniamo al dott. Ruffini: il tema specifico di cui si stanno occupando alcuni membri del Sinodo è «come incarnare la pastorale nel caso dell’amore tra coppie gay e coppie divorziate, rimanendo fedeli agli insegnamenti della Chiesa». Ecco che già esprimendosi così non si è fedeli all’insegnamento della Chiesa perché non si può parlare di amore omosessuale sia perché la relazione omosessuale è infeconda sia perché manca di complementarietà. Così il Catechismo della Chiesa Cattolica: gli atti omosessuali «precludono all'atto sessuale il dono della vita. Non sono il frutto di una vera complementarità affettiva e sessuale. In nessun caso possono essere approvati» (2357). Usare il termine “amore” invece fa passare l’idea che l’affetto omosessuale sia una naturale variante dell’amore umano che però alcuni cattolici fanno fatica ad accettare. Love is love, per dirla in breve.

Ruffini così prosegue: «Riguardo a questo tema alcuni hanno chiesto un maggiore discernimento per l’insegnamento della Chiesa in materia di sessualità, mentre altri hanno detto che non c’è bisogno di questo ulteriore discernimento». La segretezza che circonda i lavori del Sinodo non ci permette di sapere se vinceranno i filo-discernimento o gli anti-discernimento. Ma siamo facili profeti nel prevedere che i primi avranno la meglio. Secondo appunto. Ecco una parola talismano del Sinodo: discernimento. Ossia indicare un principio morale o di fede diverso da quello indicato dalla dottrina. La coscienza non è più la voce di Dio che guida nel contingente e che declina i principi generali di morale e fede nel caso particolare – la verità particolare – ma è voce dell’arbitrarismo che eleva a principio morale le voglie del soggetto particolare.

Michael Haynes di Life Site News ha chiesto poi al cardinale Gérald Lacroix, membro della segreteria generale del Sinodo che era presente alla conferenza stampa, se i membri del Sinodo dovessero promettere di aderire all’insegnamento cattolico nel corso delle loro discussioni. Il cardinale ha così risposto: «oggetto del Sinodo, come sapete, non è affrontare aspetti dottrinali ma guardare ai nostri atteggiamenti e al nostro modo di discernere, imparare a viaggiare insieme e una volta tornati a casa potremo affrontare tutte queste problematiche».

A qualcuno pare che abbia eluso la domanda, ma in realtà non è così. Lacroix infatti ha risposto che oggetto del sinodo sono aspetti pastorali, soluzioni pratiche individuate tramite discernimento per risolvere alcuni problemi. Quindi – è il sottinteso – perché chiedere un giuramento di fedeltà alla dottrina se il Sinodo non si occupa di questioni dottrinali? Perché, così ci permettiamo di rispondere, o la pastorale è declinazione pratica degli insegnamenti della Chiesa, è la dottrina in azione ed è dunque fedele nelle soluzioni trovate ai principi di fede e morale del Magistero perenne, oppure se ne discosta e quindi sfocia non nell’ortoprassi, ma nell’eteroprassi, figlia dell’eterodossia. Dato che l’orientamento del Sinodo è quello di agire in difformità alla dottrina, è chiaro che si è evitato di far giurare fedeltà al Magistero ai membri del Sinodo.

L’intento di scardinare la dottrina è poi provato dal fatto che la Congregazione per la Dottrina della Fede aveva già indicato quali sono le linee guida da seguire nella pastorale per le persone omosessuali. Dunque bastava attenersi ad esse. Stiamo parlando del documento del 1986 dal titolo Lettera ai vescovi della Chiesa cattolica sulla cura pastorale delle persone omosessuali. In esso vi sono molti passaggi significativi che risolverebbero già gli interrogativi posti dall’Instrumentum Laboris e molti altri che sorgeranno nei lavori sinodali. Ad esempio, spigolando qua e là: «Un atteggiamento veramente pastorale comprenderà la necessità di evitare alle persone omosessuali le occasioni prossime di peccato» (15). Ergo, tu non puoi frequentare il tuo compagno omosessuale. Altro che accettare l’ “amore” omosessuale come ventilato da Ruffini.

Altro passaggio il cui contenuto è così di ampio spettro e così definitivo da costringere tutti i padri sinodali e laici compresi a buttare nel cestino qualsiasi elucubrazione gay friendly: «occorre chiarire bene che ogni allontanamento dall'insegnamento della Chiesa, o il silenzio su di esso, nella preoccupazione di offrire una cura pastorale, non è forma né di autentica attenzione né di valida pastorale. Solo ciò che è vero può ultimamente essere anche pastorale. Quando non si tiene presente la posizione della Chiesa si impedisce che uomini e donne omosessuali ricevano quella cura, di cui hanno bisogno e diritto» (ibidem).

E se il concetto non fosse ancora sufficientemente chiaro il documento così precisa: «Pertanto coloro che si trovano in questa condizione dovrebbero essere oggetto di una particolare sollecitudine pastorale perché non siano portati a credere che l'attuazione di tale tendenza nelle relazioni omosessuali sia un'opzione moralmente accettabile» (3).

Non è dunque autentica pastorale quella che conferma nella condizione omosessuale le persone omosessuali, ma quella che indica soluzioni per uscirne.




Per capire questo Sinodo torniamo a quello che ha dato vita ad Amoris laetitia





Di Stefano Fontana, 17 OTT 2023

Per capire il Sinodo sulla sinodalità del quale la prima assemblea è in corso attualmente e la seconda si terrà nell’ottobre del 2024, può essere utile riconsiderare, tenendo conto della storia degli effetti, quanto è avvenuto nel “doppio” sinodo degli anni 2014 e 2015 a seguito del quale Francesco ha pubblicato l’Esortazione apostolica post-sinodale Amoris laetitia. I presupposti teologici e pastorali di partenza, il modo di procedere, il controllo pilotato dei lavori da parte della cabina di regia, le ambiguità programmate e poi il testo problematico dell’Esortazione hanno rappresentato solo la prima tappa di un progetto più ampio che ora, con il sinodo in atto, trova un momento di definitivo assestamento improntato al nuovo concetto di sinodalità come un processo permanente e costitutivo di una nuova Chiesa.

Nel settembre 2015 avevo pubblicato il mio libro “Matrimonio e famiglia, Chiesa al bivio”, con il seguente sottotitolo: “Documenti papali, testi preparatori, notizie utili per seguire i lavori del Sinodo e per capirne le conclusioni. Il libretto era edito da La Nuova Bussola Quotidiana.

Nel 2019 ho poi pubblicato il libro “Esortazione o rivoluzione? Tutti i problemi di Amoris laetitia” (Fede & Cultura). Qui faccio la storia dell’Esortazione, collegandola con il Sinodo precedente, analizzando la sua struttura e il suo linguaggio, confrontandola con la Veritatis splendor e anche segnalando tutti gli stratagemmi e gli inganni che il testo contiene, soprattutto nel dire e non dire, come è avvenuto nelle due incredibili note a piè pagina che, senza dirlo, facevano capire dove si voleva andare a finire. Nel libro affronto anche il problema, oggi ancora più attuale, del valore magisteriale di questo documento, ricordo cosa ne scriveva il cardinale Caffarra e cosa bisogna pensare dei cambiamenti sistematici della dottrina non attraverso la dottrina ma mediante la prassi.

In questi giorni si discute molto del Sinodo e della sinodalità. Il 3 ottobre scorso c’è stato a Roma il convegno “La babele sinodale” al quale ho portato anche io un mio contributo. Ma per capire questo sinodo come processo bisogna anche comprenderlo come punto di arrivo di un processo e riesaminare il sinodo del 2014-2015 e, soprattutto, il modo di pensare condensato in Amoris laetitia.

Stefano Fontana


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