venerdì 28 dicembre 2012

Un altro esempio di falsa teologia

 




Molti ricorderanno lo scalpore suscitato dall’articolo di mons. Antonio Livi, e pubblicato su La bussola quotidianacon il titolo “Falsi profeti”, dove il filosofo toscano prese in esame le riflessioni fatte da Enzo Bianchi sulle “tentazioni di Cristo” (4 marzo del 2012 su Avvenire). Questo nuovo intervento di Livi prende spunto da un altro articolo di Bianchi pubblicato sempre su Avvenire, lo scorso 16 dicembre (Novissimi. L'ora del giudizio). In questa caso Bianchi si sofferma sulla confessione da parte di Cristo della sua ignoranza circa il giorno e l’ora del giudizio (vedi Mc 13,32), e anche in questo caso Livi mostra come le parole di Bianchi parlino di un Gesù creatura, dimenticando che la natura umana è assunta dalla seconda Persona della Trinità, il Verbo di Dio. Si legga quanto afferma il Catechismo della Chiesa Cattolica al n. 470: «Poiché nella misteriosa unione dell'Incarnazione “la natura umana è stata assunta, senza per questo venir annientata” [Conc. Ecum. Vat. II, Gaudium et spes, 22], la Chiesa nel corso dei secoli è stata condotta a confessare la piena realtà dell'anima umana, con le sue operazioni di intelligenza e di volontà, e del corpo umano di Cristo. Ma parallelamente ha dovuto di volta in volta ricordare che la natura umana di Cristo appartiene in proprio alla Persona divina del Figlio di Dio che l'ha assunta. Tutto ciò che egli è e ciò che egli fa in essa deriva da “Uno della Trinità”. Il Figlio di Dio, quindi, comunica alla sua umanità il suo modo personale d'esistere nella Trinità. Pertanto, nella sua anima come nel suo corpo, Cristo esprime umanamente i comportamenti divini della Trinità [Cfr. Gv 14,9-10]». Chi volesse documentarsi su quanto sostiene la teologia approvata dalla chiesa può consultare un testo fondamentale del Dottore Comune, san Tommaso d’Aquino: Summa Theologiae, III, questioni 1-59.
Come più volte ripetuto da Livi nei suoi interventi, il giudizio dato non è contro Bianchi «come persona ma contro la sua “fama di santità”, ossia contro la presentazione che se ne fa come di un vero mistico, di un autorevole interprete della Scrittura, di un venerato maestro di dottrina cristiana, di un eroico combattente per la riforma della Chiesa e per l’ecumenismo» (vedi laLettera aperta di Livi a M. Tarquinio, direttore di Avvenire). Bisogna tener ben presente questo punto per evitare di far scivolare le giuste osservazioni dell’autore di Vera e falsa teologia (testo che ha avuto numerose recensioni che segnaliamo: Vera e falsa teologia. Un contributo filosofico propedeutico per la scienza della fede; Vera e falsa teologia. Sullo statuto epistemologico della scienza delle fede; Progresso e/o decadenza della teologia. La scienza della fede e la sua filosofica parodia) in una vuota polemica di carattere ideologico, che non serve a nessuno. Infatti queste considerazioni devono essere lette in opposizione ad una mentalità che oramai trova larghi consensi tra gli stessi cattolici, ovvero la convinzione di poter essere interpreti infallibili della Scrittura sostituendosi così al Magistero, e tacciando di tradizionalismo reazionario coloro che lo difendono. [Giovanni Covino]



Il quotidiano ufficiale della Cei, e pertanto dei cattolici italiani, sembra che faccia ormai da anni delle scelte precise a favore del “cattolicesimo democratico” e dell’ideologia religiosa che questa fazione politico-religiosa adotta per presentare le proprie opzioni come l’unica possibile interpretazione del Vangelo. Si tratta, a voler essere onesti, di tesi che non raramente superano i limiti dell’opinabile, ossia appaiono sostanzialmente eretiche. Ma, pur a volerle benignamente considerare alla stregua di legittime opinioni (anche nessuno può qualificarle come formalmenteeretiche finché l’autorità dottrinale della Chiesa non le avrà dichiarate tali), le tesi del neo-modernismo teologico non hanno alcun titolo per presentarsi come l’unica verità, escludendo che le altre opinioni siano ammissibili e possano essere difese in pubblico con ragioni teologiche. E invece è proprio quello che accade: chi prospetta opzioni diverse – sempre nel campo dell’opinabile, dove si dovrebbe garantire il pluralismo teologico – non è tollerato da questa fazione politico-religiosa che oggi detiene il potere, e così chiunque dissenta viene sistematicamente censurato (ignorato, ridotto al silenzio), oppure le sue critiche vengono pubblicamente stigmatizzate come lesive di quella che si è autoproclamata ortodossia ufficiale, e quindi come attentati all’unità della Chiesa, come peccati contro la carità. Facendo il processo alle intenzioni, di coloro che osano dissentire si dice che sono mossi da finalità subdole e turpi. Così infatti è avvenuto quando il direttore di Avvenire, Marco Tarquinio, avendo io avevo criticato in un quotidiano online la maniera assolutamente impropria con cui Enzo Bianchi presentava nel quotidiano cattolico la figura di Cristo, mi ha accusato di trame oscure contro la Chiesa e ha aggiunto che avrei dovuto vergognarmi. Invano inviai alla redazione di Avvenire una copia del mio ultimo libro, Vera e falsa teologia, dove si trovano esaurientemente spiegate le ragioni teologiche del mio dissenso (che non era certamente dissenso dalla dottrina cattolica, ivi compresi naturalmente gli insegnamenti del Vaticano II, ma dissenso dall’ideologia umanistica di falsi teologi come Bianchi); invano, perché Tarquino proibì che se ne parlasse e arrivò a cestinare una sobria recensione che ne aveva fatto un antico e apprezzato collaboratore del quotidiano, il prof. Francesco Pistoia. La stessa sorte subirono le lettere inviate al giornale in difesa della mia posizione. Nel contempo, tante voci si levarono in difesa di Bianchi: il mensile dei paolini, Jesus, dove pure Bianchi era di casa, si affrettò a pubblicare un’aspra nota di censura miei confronti, firmata proprio dal direttore del periodico; poi sul quotidiano Il foglio intervennero a l’ex abate di San Paolo, Giovanni Franzoni, e il vescovo emerito di Ivrea, Luigi Bettazzi, i quali sostenevano che la Chiesa conciliare, “animata dal basso”, non dovesse restare irretita dal formalismo dei dogmi ma dovesse vivere nell’attesa del Regno che deve attuarsi nella storia mediante la liberazione degli oppressi eccetera. Tutti hanno ripetuto, per darmi addosso, i vecchi luoghi comuni dell’antidogmatismo, dell’antigiuridicismo, del conciliarismo democratico, della teologia politica, insaporendo le argomentazioni ideologiche con le solite pericopi della Scrittura tolte dal loro contesto letterale e interpretate arbitrariamente, secondo la migliore tradizione del biblicismo di esplicita derivazione luterana.
Se è questa l’ideologia dominante, che ha saldamento in mano le leve del potere mediatico, è del tutto comprensibile che le mie preoccupazioni teologiche non abbiano ricevuto alcun apprezzamento, anzi nemmeno ascolto presso quegli ambienti. Io avevo manifestato il mio disappunto di cattolico e di sacerdote nel vedere come il giornale dei vescovi, nella prima domenica di Quaresima, faceva commentare il Vangelo del giorno, quello delle tentazioni di Cristo nel deserto a opera di Satana. Nel commento, pubblicato con grande rilievo (due intere pagine a colori), l’autore, Enzo Bianchi, presentava Gesù come una “creatura”, un semplice uomo che noi dobbiamo imitare nella sua filantropia. Scriveva testualmente: «Gesù, essendo creatura»… Insomma, Cristo ridotto a un maestro di spiritualità, una specie di replica del Budda! Con una nota sulla Bussola quotidiana ricordavo accoratamente che i testi della catechesi e della predicazione al popolo non servono all’evangelizzazione se finiscono per mettere in ombra il dogma cristologico. La fede cristiana è che Gesù è Dio fatto uomo. Egli è il Creatore, non una creatura. La dottrina della Chiesa precisa che l’unione ipostatica va intesa nel senso che laPersona del Verbo eterno ha assunto la natura umana senza per questo smettere di essere Dio. Marco Tarquinio, direttore di Avvenire, non solo irrise questa mia preoccupazione per il dogma, ma scrisse che era assurdo e vergognoso parlare di eresia a proposito del testo di Enzo Bianchi; egli lo aveva pubblicato, come tanti altri in precedenza, perché gli era sembrata una “meditazione profonda e sentita”. Sicché Bianchi continua a scrivere queste cose su Avvenire, la domenica nelle pagine centrali, con tanto di foto a colori. Nella precedente occasione si trattava della Quaresima, che è un “tempo forte” dell’anno liturgico. Ora siamo in un altro “tempo forte”, l’Avvento, e di nuovo Bianchi ha modo di propinare ai fedeli cattolici il suo anti-catechismo. Il 16 dicembre si mette a pontificare sul giudizio di Dio, e anche in questo contesto torna a riferirsi Cristo, nostro Signore, in un modo che mi urta, come certamente urta chiunque viva la fede cattolica e abbia pertanto un profondo sentimento di adorazione nei confronti del Verbo Incarnato. A un certo punto Bianchi, riferendosi al giudizio universale, scrive: «Gesù confessa la sua ignoranza relativa all’ora precisa del giorno del giudizio: “Quanto a quel giorno o a quell’ora, nessuno lo sa, né gli angeli del cielo né il Figlio, ma solo il Padre” [Mc 13,32]. Se Gesù non conosce l’ora, annuncia però il criterio del giudizio: il concreto amore fraterno». Ora, parlare di Gesù come di uno che «confessa la sua ignoranza» suona a bestemmia, almeno per chi adora Gesù come il Verbo eterno, consustanziale al Padre, che tutto sa e tutto può. Solo uno come Bianchi, chi insiste a presentare al popolo Gesù come un semplice uomo (un uomo esemplare, di grande spiritualità, tanto da poter essere chiamato “Figlio di Dio”, ma pur sempre un uomo) può parlare in questi termini. Evidentemente, Bianchi confida, da una parte, dall’appoggio incondizionato di cui gode in certi ambienti ecclesiastici, e dall’altra sull’ignoranza del pubblico cui si rivolge. La gran massa dei fedeli cattolici, infatti, soffre di una specie di analfabetismo di ritorno in materia di dottrina, e questa ignoranza (l’ignoranza, colpevole o meno, di noi uomini, non certamente l’ignoranza presunta di Cristo) è il vero dramma religioso che ci interpella tutti. Il relativismo dottrinale ha pervaso a tal punto la coscienza di tanti fedeli che non hanno avuto mai una adeguata catechesi circa il dogma cristologico da renderli insensibili alle più orrende bestemmie. Non mi meraviglia constatare che molti non avvertono alcun disagio nel leggere espressioni blasfeme nei riguardi di Cristo come quelle che rilevavo sette mesi fa e rilevo anche oggi negli scritti di Bianchi. Ma chi ha sensibilità pastorale deve ragionare così: visto che c’è una carenza sempre più estesa di formazione catechistica nel popolo, è responsabilità degli operatori della pastorale far sì che gli strumenti della catechesi forniscano dati teologici sicuri, tali da mettere in luce, invece di lasciare in ombra, il dogma centrale della nostra fede. Se nella catechesi ordinaria non si predica più che Gesù è Dio, come si può attuare il progetto pastorale di Benedetto XVI, il quale intende restituire alla liturgia, che ha al suo centro il culto eucaristico, tutta la sua forza spirituale? Come si può sperare che i “lontani” ritornino alle pratiche religiose, che nella Chiesa cattolica sono tutte incentrate sull’adorazione di Cristo, vero Dio e vero Uomo, presente nell’Eucaristia «vere, realiter et substantialiter»? Come si può attuare il programma pastorale del Vaticano II, che chiede di fare dell’Eucaristia «la radice e il culmine di tutta la vita cristiana»?
Prima dicevo che il metodo perverso del biblicismo consiste nell’utilizzare retoricamente parti della Scrittura, selezionandole e manipolandole per scopi di natura ideologica, cioè per sostenere tesi preconfezionate. Da secoli gli esegeti cattolici hanno chiarito il senso di quella pericope evangelica citata da Bianchi. La Scrittura non vuole insegnare che Cristo avesse “ignoranza” di alcunché, ma solo che la sua rivelazione dei misteri del Padre era limitata ad alcuni contenuti; la missione di Cristo, rivelatore del Padre, ha dei limiti precisi. Del resto, basta usare il metodo esegetico corretto, che richiede sempre il ricorso all’analogia della fede, per accorgersi che la Scrittura insegna proprio l’onniscienza di Gesù, perché c’è una sola Persona ed è la Persona del Verbo. E Gesù dice di sé: «Nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio voglia rivelarlo». Questo Figlio, secondo il Vangelo di Giovanni (Gv 1, 1-8), è il Verbo, che «è presso Dio ed è Dio». Gesù, Dio fatto uomo, ha una conoscenza umana limitata, unitamente alla visione immediata di ogni cosa che compete all’onniscienza divina. Tutti ricordano l’espressione di Pietro, dopo la Resurrezione, quando si rivolge a Gesù e gli dice «Signore, tu sai tutto!». Prima ancora, Tommaso apostolo rivolge al Risorto questa esplicita professione di fede nella sua divinità: «Tu sei il mio Signore, tu sei il mio Dio!». La Tradizione non ha mai tralasciato di porre l’accento sulla divinità di Cristo. Si pensi, ad esempio, a come parla dei Novissimi (il tema di cui si è voluto occupare Bianchi nello scritto su Avvenire del 6 dicembre) san Giovanni Crisostomo: «Quando Tu, vita immortale, discendesti incontro alla morte, allora annientasti l’Inferno con il fulgore della tua divinità; poi però, quando resuscitasti i morti dai luoghi sotterranei, tutte le potenze che sono sopra il cielo esclamarono: “Gloria a te, o Cristo, Dio nostro, che dai la vita!”».
Non è comunque solo il dogma cristologico a essere ignorato da Bianchi con il ricorso ad arbitrarie interpretazioni della Scrittura. Anche il tema della giustizia divina e del castigo delle colpe è maltrattato nello scritto del 16 dicembre su Avvenire. Con sicumera davvero infondata Bianchi afferma perentoriamente che «Dio non ci castiga mentre siamo in vita»; poi, per giustificare questa sua tesi teologicamente insostenibile aggiunge: «In questo caso [se cioè Dio ci castigasse in vita, ndr] saremmo infatti “costretti” ad agire secondo il suo volere, senza la libertà che appartiene alla nostra dignità umana». Si tratta certamente di considerazioni antropologiche prive di qualsiasi coerenza logica, perché il concetto di “castigo” presuppone la colpa e quindi l’esercizio della libertà, con la conseguente responsabilità, sia prima che dopo il castigo stesso (per questo esiste la figura morale della recidività, ossia della colpa liberamente ripetuta anche dopo un’eventuale ammonizione e un eventuale castigo, persino dopo un eventuale pentimento). Ma a me preme soprattutto rilevare come il presunto biblista (Bianchi) ignora gli innumerevoli fatti raccontati dalla Scrittura, sia dell’Antico che del Nuovo Testamento, dai quali si evince che la giustizia divina ritiene a volte che sia un bene per i peccatori che sia loro inflitto un salutare castigo già nella vita presente. Basti accennare, per quanto riguarda l’Antico Testamento, al diluvio universale, alla distruzione di Sodoma e Gomorra, alle piaghe d’Egitto, alle vicissitudini degli Ebrei nei quarant’anni dell’Esodo (ed è significativo che Dio punisca molte volte il suo stesso popolo per le sue ripetute infedeltà, e alla fine anche Mosè, l’«amico di Dio», è castigato e impedito di entrare nella Terra promessa). Poi, per quanto riguarda il Nuovo Testamento, basti ricordare la pedicazione di Giovanni il Battezzatore, il quale si rivolge a quei giudei che si vantano delle loro origini e li ammonisce, dicendo: «Razza di vipere, chi vi ha insegnato a sfuggire all’ira imminente?» (Lc 3,7); l’ammonimento, con la minaccia del castigo divino, era inteso a provocare la decisione di fare finalmente delle «opere degne della conversione» (Lc 3,8), ossia ad operare liberamente e meritoriamente per salvare la propria anima dal giudizio finale, perché «ogni albero che non porta buon frutto, sarà tagliato e buttato nel fuoco» (Lc 3,9). Poi, per passare da un esempio di pene temporali solamente minacciate a pene temporali effettivamente comminate, basti pensare al drammatico episodio, narrato negli Atti degli Apostoli, dei coniugi cristiani Anania e Saffira, puniti da Dio con la morte per aver mentito agli Apostoli riguardo alla messa in comune dei loro beni. Anche nelle lettere di san Paolo e nella Lettera agli Ebrei si parla chiaramente di taluni mali temporali che devono essere interpretati come castighi che Dio infligge per spingere i peccatori alla penitenza. Le considerazioni astratte che si fanno per negare questa verità di fede sono basate su fantasiose teorie pseudo-teologiche, che io ho già avuto occasione di smontare a suo tempo quando ci fu, da parte degli intellettuali progressisti, una levata di scuti contro il prof. Roberto De Mattei il quale aveva parlato di alcune calamità naturali ipotizzando (legittimamente) che potessero essere interpretate come un castigo divino per ammonire un’umanità lontana da Dio e sempre più immersa nel peccato.








Antonio Livi








http://www.formazioneteologica.it/un-altro-esempio-falsa-teologia-505.html


mercoledì 26 dicembre 2012

"Se Maria e Giuseppe bussassero alla mia porta"

 


"Se la luce di Dio si spegne, si spegne anche la dignità divina dell’uomo. Allora egli non è più l’immagine di Dio, che dobbiamo onorare in ciascuno, nel debole, nello straniero, nel povero". L'omelia del papa nella notte di Natale


di Benedetto XVI





Cari fratelli e sorelle!

Sempre di nuovo la bellezza di questo Vangelo tocca il nostro cuore – una bellezza che è splendore della verità. Sempre di nuovo ci commuove il fatto che Dio si fa bambino, affinché noi possiamo amarlo, affinché osiamo amarlo, e, come bambino, si mette fiduciosamente nelle nostre mani. Dio dice quasi: So che il mio splendore ti spaventa, che di fronte alla mia grandezza tu cerchi di affermare te stesso. Ebbene, vengo dunque a te come bambino, perché tu possa accogliermi ed amarmi.

Sempre di nuovo mi tocca anche la parola dell’evangelista, detta quasi di sfuggita, che per loro non c’era posto nell’alloggio. Inevitabilmente sorge la domanda su come andrebbero le cose, se Maria e Giuseppe bussassero alla mia porta. Ci sarebbe posto per loro? E poi ci viene in mente che questa notizia, apparentemente casuale, della mancanza di posto nell’alloggio che spinge la santa famiglia nella stalla, l’evangelista Giovanni l’ha approfondita e portata all’essenza scrivendo: "Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto" (Gv 1, 11).

Così la grande questione morale su come stiano le cose da noi riguardo ai profughi, ai rifugiati, ai migranti ottiene un senso ancora più fondamentale: abbiamo veramente posto per Dio, quando egli cerca di entrare da noi? Abbiamo tempo e spazio per lui? Non è forse proprio Dio stesso ad essere respinto da noi?

Ciò comincia col fatto che non abbiamo tempo per lui. Quanto più velocemente possiamo muoverci, quanto più efficaci diventano gli strumenti che ci fanno risparmiare tempo, tanto meno tempo abbiamo a disposizione. E Dio? La questione che riguarda lui non sembra mai urgente. Il nostro tempo è già completamente riempito. Ma le cose vanno ancora più in profondità. Dio ha veramente un posto nel nostro pensiero? La metodologia del nostro pensare è impostata in modo che egli, in fondo, non debba esistere. Anche se sembra bussare alla porta del nostro pensiero, egli deve essere allontanato con qualche ragionamento. Per essere ritenuto serio, il pensiero deve essere impostato in modo da rendere superflua l’"ipotesi Dio". Non c’è posto per lui. Anche nel nostro sentire e volere non c’è lo spazio per lui. Noi vogliamo noi stessi, vogliamo le cose che si possono toccare, la felicità sperimentabile, il successo dei nostri progetti personali e delle nostre intenzioni. Siamo completamente "riempiti" di noi stessi, così che non rimane alcuno spazio per Dio. E per questo non c’è neppure spazio per gli altri, per i bambini, per i poveri, per gli stranieri.

A partire dalla semplice parola circa il posto mancante nell’alloggio possiamo renderci conto di quanto ci sia necessaria l’esortazione di san Paolo: "Lasciatevi trasformare rinnovando il vostro modo di pensare!" (Rm 12, 2). Paolo parla del rinnovamento, del dischiudere il nostro intelletto ("nous"); parla, in generale, del modo in cui vediamo il mondo e noi stessi. La conversione di cui abbiamo bisogno deve giungere veramente fino alle profondità del nostro rapporto con la realtà. Preghiamo il Signore affinché diventiamo vigili verso la sua presenza, affinché sentiamo come egli bussa in modo sommesso eppure insistente alla porta del nostro essere e del nostro volere. Preghiamolo affinché nel nostro intimo si crei uno spazio per lui. E affinché in questo modo possiamo riconoscerlo anche in coloro mediante i quali si rivolge a noi: nei bambini, nei sofferenti e negli abbandonati, negli emarginati e nei poveri di questo mondo.

C’è ancora una seconda parola nel racconto di Natale sulla quale vorrei riflettere insieme a voi: l’inno di lode che gli angeli intonano dopo il messaggio circa il neonato Salvatore: "Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini del suo compiacimento".

Dio è glorioso. Dio è luce pura, splendore della verità e dell’amore. Egli è buono. È il vero bene, il bene per eccellenza. Gli angeli che lo circondano trasmettono in primo luogo semplicemente la gioia per la percezione della gloria di Dio. Il loro canto è un’irradiazione della gioia che li riempie. Nelle loro parole sentiamo, per così dire, qualcosa dei suoni melodiosi del cielo. Là non è sottesa alcuna domanda sullo scopo, c’è semplicemente il dato di essere colmi della felicità proveniente dalla percezione del puro splendore della verità e dell’amore di Dio. Da questa gioia vogliamo lasciarci toccare: esiste la verità. Esiste la pura bontà. Esiste la luce pura. Dio è buono ed egli è il potere supremo al di sopra di tutti i poteri. Di questo fatto dovremmo semplicemente gioire in questa notte, insieme agli angeli e ai pastori.

Con la gloria di Dio nel più alto dei cieli è in relazione la pace sulla terra tra gli uomini. Dove non si dà gloria a Dio, dove egli viene dimenticato o addirittura negato, non c’è neppure pace. Oggi, però, diffuse correnti di pensiero asseriscono il contrario: le religioni, in particolare il monoteismo, sarebbero la causa della violenza e delle guerre nel mondo; occorrerebbe prima liberare l’umanità dalle religioni, affinché si crei poi la pace; il monoteismo, la fede nell’unico Dio, sarebbe prepotenza, causa di intolleranza, perché in base alla sua natura esso vorrebbe imporsi a tutti con la pretesa dell’unica verità.

È vero che, nella storia, il monoteismo è servito di pretesto per l’intolleranza e la violenza. È vero che una religione può ammalarsi e giungere così ad opporsi alla sua natura più profonda, quando l’uomo pensa di dover egli stesso prendere in mano la causa di Dio, facendo così di Dio una sua proprietà privata. Contro questi travisamenti del sacro dobbiamo essere vigilanti. Se un qualche uso indebito della religione nella storia è incontestabile, non è tuttavia vero che il "no" a Dio ristabilirebbe la pace. Se la luce di Dio si spegne, si spegne anche la dignità divina dell’uomo. Allora egli non è più l’immagine di Dio, che dobbiamo onorare in ciascuno, nel debole, nello straniero, nel povero. Allora non siamo più tutti fratelli e sorelle, figli dell’unico Padre che, a partire dal Padre, sono in correlazione vicendevole.

Che generi di violenza arrogante allora compaiono e come l’uomo disprezzi e schiacci l’uomo lo abbiamo visto in tutta la sua crudeltà nel secolo scorso. Solo se la luce di Dio brilla sull’uomo e nell’uomo, solo se ogni singolo uomo è voluto, conosciuto e amato da Dio, solo allora, per quanto misera sia la sua situazione, la sua dignità è inviolabile. Nella notte santa, Dio stesso si è fatto uomo, come aveva annunciato il profeta Isaia: il bambino qui nato è "Emmanuele", Dio con noi (cfr. Is 7, 14). E nel corso di tutti questi secoli davvero non ci sono stati soltanto casi di uso indebito della religione, ma dalla fede in quel Dio che si è fatto uomo sono venute sempre di nuovo forze di riconciliazione e di bontà. Nel buio del peccato e della violenza, questa fede ha inserito un raggio luminoso di pace e di bontà che continua a brillare.

Così Cristo è la nostra pace e ha annunciato la pace ai lontani e ai vicini (cfr. Ef 2, 14.17). Come non dovremmo noi pregarlo in quest’ora: Sì, Signore, annuncia a noi anche oggi la pace, ai lontani e ai vicini. Fa’ che anche oggi le spade siano forgiate in falci (cfr. Is 2, 4), che al posto degli armamenti per la guerra subentrino aiuti per i sofferenti. Illumina le persone che credono di dover esercitare violenza nel tuo nome, affinché imparino a capire l’assurdità della violenza e a riconoscere il tuo vero volto. Aiutaci a diventare uomini "del tuo compiacimento" – uomini secondo la tua immagine e così uomini di pace.

Appena gli angeli si furono allontanati, i pastori dicevano l’un l’altro: Orsù, passiamo di là, a Betlemme e vediamo questa parola che è accaduta per noi (cfr. Lc 2, 15). I pastori si affrettavano nel loro cammino verso Betlemme, ci dice l’evangelista (cfr. 2, 16). Una santa curiosità li spingeva a vedere in una mangiatoia questo bambino, del quale l’angelo aveva detto che era il Salvatore, il Cristo, il Signore. La grande gioia, di cui l’angelo aveva pure parlato, aveva toccato il loro cuore e metteva loro le ali.

Andiamo di là, a Betlemme, dice la liturgia della Chiesa oggi a noi. "Transeamus", traduce la Bibbia latina: "attraversare", andare di là, osare il passo che va oltre, la "traversata", con cui usciamo dalle nostre abitudini di pensiero e di vita e oltrepassiamo il mondo meramente materiale per giungere all’essenziale, al di là, verso quel Dio che, da parte sua, è venuto di qua, verso di noi. Vogliamo pregare il Signore, perché ci doni la capacità di oltrepassare i nostri limiti, il nostro mondo; perché ci aiuti a incontrarlo, specialmente nel momento in cui egli stesso, nella santissima eucaristia, si pone nelle nostre mani e nel nostro cuore.

Andiamo di là, a Betlemme: con queste parole che, insieme con i pastori, ci diciamo l’un l’altro, non dobbiamo pensare soltanto alla grande traversata verso il Dio vivente, ma anche alla città concreta di Betlemme, a tutti i luoghi in cui il Signore ha vissuto, operato e sofferto. Preghiamo in quest’ora per le persone che oggi lì vivono e soffrono. Preghiamo perché lì ci sia pace. Preghiamo perché israeliani e palestinesi possano sviluppare la loro vita nella pace dell’unico Dio e nella libertà. Preghiamo anche per i paesi circostanti, per il Libano, per la Siria, per l’Iraq e così via: affinché lì si affermi la pace. Che i cristiani in quei paesi dove la nostra fede ha avuto origine possano conservare la loro dimora; che cristiani e musulmani costruiscano insieme i loro paesi nella pace di Dio.

I pastori si affrettavano. Una santa curiosità e una santa gioia li spingevano. Tra noi forse accade molto raramente che ci affrettiamo per le cose di Dio. Oggi Dio non fa parte delle realtà urgenti. Le cose di Dio, così pensiamo e diciamo, possono aspettare. Eppure egli è la realtà più importante, l’Unico che, in ultima analisi, è veramente importante. Perché non dovremmo essere presi anche noi dalla curiosità di vedere più da vicino e di conoscere ciò che Dio ci ha detto? Preghiamolo affinché la santa curiosità e la santa gioia dei pastori tocchino in quest’ora anche noi, e andiamo quindi con gioia di là, a Betlemme – verso il Signore che anche oggi viene nuovamente verso di noi. Amen.



http://www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/messages/urbi/documents/hf_ben-xvi_mes_20121225_urbi_it.html

lunedì 24 dicembre 2012

IL SANTO GIORNO DI NATALE







di dom Prosper Guéranger

Il lieto giorno della Vigilia di Natale volge al termine. La santa Chiesa ha già chiuso i divini Uffici dell'Attesa del Salvatore con la celebrazione del grande Sacrificio. Nella sua materna indulgenza, ha permesso ai suoi figli di rompere, a mezzogiorno, il digiuno di preparazione; i fedeli si sono seduti alla tavola frugale, con una gioia spirituale che fa loro presentire quella che inonderà i loro cuori nella notte che darà loro l'Emmanuele.
Ma una solennità sì grande come quella di domani deve, secondo l'usanza della Chiesa nelle sue feste, avere un preludio nel giorno che la precede tra pochi istanti, l'Ufficio dei Primi Vespri nel quale si offre a Dio l'incenso della sera, chiamerà i cristiani alla Chiesa; e lo splendore delle cerimonie, la magnificenza dei canti apriranno tutti i cuori alle emozioni d'amore e di riconoscenza che li debbono disporre, a ricevere le grazie del momento supremo.
Aspettando il sacro segnale che chiamerà alla casa di Dio, impieghiamo gli istanti che ci restano a meglio penetrare il mistero di sì grande giorno, i sentimenti della santa Chiesa in questa solennità e le tradizioni cattoliche mediante le quali i nostri antenati la hanno così degnamente celebrata.
Sermone di san Gregario Nazianzeno.
Innanzitutto, ascoltiamo la voce dei santi Padri che risuonò con un'enfasi e una forza capaci di ridestare qualsiasi anima. Ecco per primo san Gregorio, il Teologo, il Vescovo, di Nazianzo, che inizia così il suo trentottesimo discorso, consacrato alla Teofania, o nascita del Salvatore. Chi potrebbe ascoltarlo e rimanere freddo davanti alle sue parole?
"Cristo nasce; rendete gloria. Cristo discende dai cieli; andategli incontro. Cristo è sulla terra; uomini, alzatevi. Tutta la terra canta il Signore! E per riunire tutto in una sola parola: Si rallegrino i cieli ed esulti la terra, per Colui che è insieme del cielo e della terra. Cristo riveste la nostra carne: siate ripieni di timore e di gaudio: di timore a motivo del peccato; di gaudio a motivo della speranza. Cristo nasce da una Vergine: o donne, onorate la verginità per diventare madri di Cristo.
Chi non adorerebbe Colui che era fin dal principio? chi non loderebbe e non celebrerebbe Colui che è nato? Ecco che le tenebre svaniscono; è creata la luce; l'Egitto rimane sotto le ombre, Israele è illuminata da una lucente nube. Il popolo che era seduto nelle tenebre dell'ignoranza, scorge il lume d'una scienza profonda. Le cose antiche sono finite; tutto è ridiventato nuovo. Fugge la lettera e trionfa lo spirito; le ombre sono passate, e la verità fa il suo ingresso. La natura vede le sue leggi violate: è giunto il momento di popolare il mondo celeste: Cristo comanda; guardiamoci bene dal resistere.
Genti tutte, battete le mani; perché ci è nato un Bambino, ci è stato dato un Figlio. Il segno del suo principio è sulla sua spalla: perché la croce sarà il mezzo della sua elevazione; il suo nome è l'Angelo del grande consiglio, cioè del consiglio paterno.
Esclami pure Giovanni: Preparate le vie del Signore! Per me, voglio far anche risuonare la potenza di sì gran giorno: Colui che è senza carne s'incarna; il Verbo prende un corpo; l'Invisibile si mostra agli occhi, l'Impalpabile si lascia toccare; Colui che non conosce tempo prende un principio; il Figlio di Dio è diventato figlio dell'uomo. Gesù Cristo era ieri, è oggi, e sarà sempre. Si senta pure offeso il Giudeo; se ne rida il Greco; e la lingua dell'eretico si agiti nella sua bocca impura. Crederanno quando lo vedranno, questo Figlio di Dio, salire al cielo; e se anche in quel momento si rifiutano, crederanno quando ne discenderà e comparirà sul tribunale di giudice.
Sermone di san Bernardo.
Ascoltiamo ora, nella Chiesa Latina, il devoto san Bernardo, che effonde una soave letizia in queste melodiose parole, nel iv sermone per la Vigilia di Natale.
"Abbiamo ricevuto una notizia piena di grazia e fatta per essere accolta con trasporto: Gesù Cristo, Figlio di Dio, nasce in Betlemme di Giuda. La mia anima si è sciolta a queste parole: lo spirito ribolle in me, spinto come sono ad annunciarvi tanta felicità. Gesù significa Salvatore. Che cosa è più necessario di un Salvatore a quelli che erano perduti, più desiderabile a degli infelici, più vantaggioso per quelli che erano accasciati dalla disperazione? Dov'era la salvezza dov'era perfino la speranza della salvezza, per quanto debole, sotto la legge del peccato, in quel corpo di morte, in mezzo alla perversità, nella dimora d'afflizione, se questa salvezza non fosse nata d'un tratto e contro ogni speranza? O uomo, tu desideri, è vero, la tua guarigione; ma, avendo coscienza della tua debolezza e della tua infermità, temi il rigore del trattamento. Non temere dunque: Cristo è soave e dolce; la sua misericordia è immensa; come Cristo, egli ha ricevuto in eredità l'olio, ma per effonderlo sulle tue piaghe. E se ti dico che è dolce, non temere che il tuo Salvatore manchi di potenza; perché è anche Figlio di Dio. Esultiamo dunque, riflettendo in noi stessi, e facendo risplendere al di fuori quella dolce sentenza, quelle soavi parole: Gesù Cristo. Figlio di Dio, nasce in Betlemme di Giuda!".
Sermone di sant'Efrem.
È dunque veramente un grande giorno quello della Nascita del Salvatore: giorno atteso dal genere umano per migliaia di anni, atteso dalla Chiesa nelle quattro settimane dell'Avvento che ci lasciano così cari ricordi; atteso da tutta la natura che riceve ogni anno sotto i suoi auspici, il trionfo del sole materiale sulle tenebre sempre crescenti. Il grande Dottore della Chiesa Sira, sant'Efrem, celebra con entusiasmo la bellezza e la fecondità di questo giorno misterioso; prendiamo qualche brano dalla sua divina poesia, e diciamo con lui:
"Degnati, o Signore, di permettere che celebriamo oggi il giorno stesso della tua nascita, che la presente solennità ci ricorda. Quel giorno è simile a tè; è amico degli uomini. Esso ritorna ogni anno attraverso i tempi; invecchia con i vecchi, e si rinnova con il bambino che è nato. Ogni anno, ci visita e passa; quindi ritorna pieno di attrattive. Sa che la natura umana non potrebbe fare a meno di lui; come te, esso viene in aiuto alla nostra razza in pericolo. Il mondo intero, o Signore, ha sete del giorno della tua nascita; questo giorno beato racchiude in sé i secoli futuri; esso è uno e molteplice. Sia dunque anche quest'anno simile a tè, e porti la pace fra il cielo e la terra. Se tutti i giorni sono segnati della tua liberalità, non è giusto forse che essa trabocchi in questo?
Gli altri giorni dell'anno traggono la loro bellezza da questo, e le solennità che seguiranno debbono ad esso la dignità e lo splendore di cui brillano. Il giorno della tua nascita è un tesoro, o Signore, un tesoro destinato a soddisfare il debito comune. Benedetto il giorno che ci ha ridato il sole, a noi erranti nella notte oscura; che ci ha recato il divino manipolo dal quale è stata diffusa l'abbondanza; che ci ha dato la vite che contiene il vino della salvezza che deve dare a suo tempo. Nel cuore dell'inverno che priva gli alberi dei loro frutti la vigna si è rivestita d'una divina vegetazione; nella stagione glaciale, un pollone è spuntato dal ceppo di Jesse. È in dicembre, in questo mese che trattiene nel grembo della terra il seme che le fu affidato, che la spiga della nostra salvezza, spunta dal seno della Vergine dove era disceso nei giorni di primavera, quando gli agnelli vanno belando nei prati".
Non è dunque da stupire che questo giorno il quale è caro a Dio stesso sia privilegiato nell'economia dei tempi; e conforta vedere le genti pagane presentire nei loro calendari la gloria che Dio gli riservava nella successione delle età. Abbiamo visto del resto che i Gentili non sono stati i soli a prevedere misteriosamente le relazioni del divino Sole di giustizia con l'astro mortale che illumina e riscalda il mondo; i santi Dottori e tutta la Liturgia sono molto prodighi riguardo a questa ineffabile armonia.
Il battesimo di Clodoveo.
Per incidere più profondamente l'importanza di un giorno così santo nella memoria dei popoli cristiani dell'Europa, stirpi preferite nei consigli della misericordia divina, il supremo Signore degli eventi ha voluto che il regno dei Franchi nascesse appunto il giorno di Natale (496) allorché nel Battistero di Reims, tra le pompe di tale solennità, Clodoveo, il fiero Sicambro, divenuto mite come l'agnello, fu immerso da san Remigio nel fonte della salvezza, dal quale uscì per inaugurare la prima monarchia cattolica fra le monarchie nuove, quel regno di Francia, il più bello - è stato detto - dopo quello dei cieli.
La conversione dell'Inghilterra.
Un secolo più tardi (597), era la volta della razza anglosassone. L'Apostolo dell'Isola dei Bretoni, il monaco sant'Agostino, dopo aver convertito al vero Dio il re Eteiredo, avanzò alla conquista delle anime. Essendosi diretto verso York, vi fece risuonare la parola di vita, e un intero popolo si unì per chiedere il Battesimo. Il giorno di Natale è fissato per la rigenerazione di quei nuovi discepoli di Cristo; e il fiume che scorre sotto le mura della città viene scelto per servire da fonte battesimale a quell'armata di catecumeni. Diecimila uomini, non contando le donne e i bambini, scendono nelle acque la cui corrente deve portar via l'immondezza delle loro anime. Il rigore della stagione non arresta i nuovi e ferventi discepoli del Bambino di Betlemme che appena pochi giorni prima ignoravano perfino il suo nome. Dalle acque gelide esce piena di gaudio e risplendente d'innocenza tutta un'armata di neofiti; e nel giorno stesso della sua nascita, Cristo conta una nazione di più sotto il suo impero.
Ma non era ancora abbastanza per il Signore che vuole onorare il giorno della nascita del suo Figliuolo.
L'incoronazione di Carlo Magno.
Un'altra illustre nascita doveva ancora abbellire questo lieto anniversario. A Roma, nella basilica di San Pietro, nella solennità di Natale dell'800, nasceva il Sacro Romano Impero al quale era riservata la missione di propagare il regno di Cristo nelle regioni barbare del Nord, e di mantenere l'unità europea, sotto la direzione del Romano Pontefice. In quel giorno, san Leone III poneva la corona imperiale sul capo di Carlo Magno; e la terra attonita rivedeva un Cesare, un Augusto, non più successore dei Cesari e degli Augusti della Roma pagana, ma investito di quei titoli gloriosi dal Vicario di Colui che si chiama, nei santi Oracoli, il Re dei re, il Signore dei signori.
La gloria del giorno di Natale.
Così Dio ha fatto, risplendere agli occhi degli uomini la gloria del regale Bambino che nasce oggi; così egli ha preparato, di epoca in epoca attraverso i secoli, ricchi anniversari di quella Natività che da gloria a Dio e pace agli uomini. Il susseguirsi dei tempi farà vedere al mondo in che modo l'Altissimo si riserva ancora di glorificare, in questo giorno, se stesso e il suo Emmanuele.
Nell'attesa, le nazioni dell'Occidente, colpite dalla dignità di tale festa, e considerandola con ragione come il principio di tutte le cose nell'era della rigenerazione del mondo, contarono a lungo gli anni cominciando dal Natale, come si vede su antichi Calendari, sui Martirologi di Usuardo e di Adone, e su un gran numero di Bolle, di Costituzioni e di Diplomi. Un concilio di Colonia, nel 1320, ci dimostra che tale usanza ancora esisteva a quell'epoca. Parecchi popoli dell'Europa cattolica, soprattutto gli Italiani, hanno conservato l'usanza di festeggiare il nuovo anno alla Natività del Salvatore. Si augura il buon Natale come altrove al primo gennaio il buon anno. Ci si scambiano i complimenti e i regali; si scrive agli amici lontani: preziose vestigia delle antiche usanze, di cui la fede era il principio e il baluardo invincibile.
Ma è tale agli occhi della santa Chiesa la gioia che deve riempire i fedeli nella Nascita del Salvatore che, associandosi con una particolare indulgenza a così legittima allegrezza, abolisce per il giorno di domani il precetto dell'astinenza dalla carne, se il Natale cade il venerdì o il sabato. Questa dispensa risale al Papa Onorio III, che occupava la sede di Pietro nel 1216; ma già fin dal IX secolo san Nicola I, nella sua risposta ai quesiti dei Bulgari, aveva mostrato simile condiscendenza, per incoraggiare la gioia dei fedeli nella celebrazione non solo della solennità di Natale, ma anche nelle feste di santo Stefano, di san Giovanni Evangelista, dell'Epifania, della Assunzione della Vergine, di san Giovanni Battista e dei santi Pietro e Paolo. Ma questa indulgenza non fu universale, e l'abolizione non si è conservata che per la festa di Natale di cui accresce la popolare allegrezza.
La legislazione civile medievale intese, a suo modo, mettere in risalto l'importanza di questa festa così cara a tutta la cristianità concedendo ai debitori la facoltà di sospendere il pagamento dei loro creditori durante tutta la settimana di Natale, che appunto per questo era, chiamata settimana di remissione, come quelle di Pasqua e della Pentecoste.
Ma sospendiamo per un poco questi ricordi familiari, che ci piace raccogliere sulla gloriosa solennità il cui avvicinarsi commuove così dolcemente i nostri cuori. È tempo di dirigere i nostri passi verso la casa di Dio, dove ci chiama l'Ufficio solenne dei Primi Vespri. Durante il tragitto, rivolgiamo il pensiero a Betlemme, dove Giuseppe e Maria sono già arrivati. Il sole materiale volge rapidamente al tramonto; e il divino Sole di giustizia rimane nascosto ancora per qualche istante sotto la nube, nel seno della più pura delle vergini. La notte è vicina; Giuseppe e Maria percorrono le strade della città di David, cercando un asilo per mettersi al riparo. Che i cuori fedeli siano dunque attenti, e si uniscano ai due incomparabili pellegrini. È giunta ormai l'ora in cui il canto di gloria e di riconoscenza deve levarsi da ogni bocca umana. Accogliamo con sollecitudine, per la nostra, la voce della santa Chiesa: essa non è certo inferiore a così nobile compito.



da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, p. 113-119

Giustizia è fatta per il bue e l’asinello



bisconti



di Sandro Magister

Nello stesso giorno in cui la concessione della grazia ha chiuso la vicenda giudiziaria dell’ex maggiordomo pontificio Paolo Gabriele, è stata resa giustizia anche al bue e all’asinello del presepe, immeritatamente diffamati a mezzo stampa.
Nella foto qui sopra c’è la più antica raffigurazione che si abbia dei due animali accanto al bambino Gesù nella mangiatoia. Con dietro di essi un pastore, più a sinistra i magi e a destra, sotto la stella, Maria e la levatrice.
La raffigurazione è in un bassorilievo di un sarcofago del IV secolo, conservato nella chiesa del monastero delle benedettine di Boville Ernica, nella diocesi di Frosinone.
A sentenziare “in difesa del bue e dell’asinello” è stato l’archeologo Fabrizio Bisconti, su “L’Osservatore Romano” del 23 dicembre, antivigilia di Natale. “In difesa” a motivo della bizzarra enfasi data da alcuni media all’ovvia affermazione fatta da Benedetto XVI nel suo libro “L’infanzia di Gesù” circa l’inesistenza dei due animali nei racconti dei Vangeli.
Ma nel suo libro, il papa ha anche spiegato che l’iconografia cristiana, fin dall’antichità, ha avuto dei buonissimi motivi – a partire soprattutto da un passo di Isaia – per raffigurare costantemente accanto a Gesù nella mangiatoia l’asino e il bue.
E infatti Bisconti mostra come questa raffigurazione si sia affermata prestissimo nell’iconografia cristiana, addirittura prima del sarcofago di Boville, e abbia avuto da lì in poi una sequela infinita di riproduzioni.
Per Benedetto XVI i due animali rappresentano “l’umanità, di per sé priva di comprensione, che davanti al Bambino, davanti all’umile comparsa di Dio nella stalla, arriva alla conoscenza e, nella povertà di tale nascita, riceve l’epifania che ora a tutti insegna a vedere”.


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sabato 22 dicembre 2012

Ideologia del gender, grave minaccia per la Chiesa







di Massimo Introvigne

Benedetto XVI ha impartito alcuni dei suoi più memorabili insegnamenti con i discorsi annuali alla Curia romana per gli auguri natalizi, che ha trasformato in un vero e proprio nuovo genere letterario. In questo discorsi, ogni anno, ricorda i momenti più importanti del suo Magistero nei dodici mesi passati e segnala le sfide principali per la Chiesa per il tempo a venire.

Per il 2012 il Papa segnala come «momenti salienti» del suo Magistero il viaggio in Messico e a Cuba, la Festa delle Famiglie a Milano, l'esortazione apostolica post-sinodale «Ecclesia in Oriente» consegnata durante il viaggio in Libano, e il Sinodo sulla nuova evangelizzazione. Non certo come mera nota di colore, ma perché è un grande segno di speranza, il Pontefice ricorda il grande successo di popolo dei suoi viaggi, che sempre regolarmente smentisce lo scetticissimo dei media. «Ricordo che, dopo l’arrivo in Messico, ai bordi della lunga strada da percorrere, c’erano interminabili schiere di persone che salutavano, sventolando fazzoletti e bandiere. Ricordo che durante il tragitto verso Guanajuato, pittoresca capitale dello Stato omonimo, c’erano giovani devotamente inginocchiati ai margini della strada per ricevere la benedizione del Successore di Pietro; ricordo come la grande liturgia nelle vicinanze della statua di Cristo Re sia diventata un atto che ha reso presente la regalità di Cristo». E le stesse scene di entusiasmo si sono ripetute a Cuba e in Libano.

I punti salienti del Magistero del 2012 annunciano anche le sfide del 2013. Il Papa le ha riassunte in tre punti: fare fronte alle ideologie che minacciano la famiglia e la stessa persona umana, nella linea tracciata dai suoi interventi a Milano; impostare correttamente il dialogo interreligioso, specie con l'islam, riprendendo l'esortazione «Ecclesia in Oriente»; trarre il massimo profitto dall'Anno della fede per la nuova evangelizzazione, dando un seguito concreto al Sinodo.

L'aspetto più grave della situazione attuale, ha detto il Papa, è una crisi della famiglia che «la minaccia fino nelle basi». È una sfida radicale che minaccia l'essenza della persona umana: «nella questione della famiglia non si tratta soltanto di una determinata forma sociale, ma della questione dell’uomo stesso – della questione di che cosa sia l’uomo e di che cosa occorra fare per essere uomini in modo giusto». La famiglia è in crisi perché la persona è in crisi. «Il rifiuto del legame umano, che si diffonde sempre più a causa di un’errata comprensione della libertà e dell’autorealizzazione, come anche a motivo della fuga davanti alla paziente sopportazione della sofferenza, significa che l’uomo rimane chiuso in se stesso e, in ultima analisi, conserva il proprio “io” per se stesso, non lo supera veramente».

Ma questa crisi, ha detto con coraggio il Pontefice, deriva anche dall'attacco metodico di forze che propongono una vera «rivoluzione antropologica» in nome della più pericolosa ideologia apparsa negli ultimi anni, quella del gender.

«Il Gran Rabbino di Francia, Gilles Bernheim - ha detto il Papa -, in un trattato accuratamente documentato e profondamente toccante ["Mariage homosexuel, homoparentalité et adoption. Ce que l'on oublie souvent de dire"], ha mostrato che l’attentato, al quale oggi ci troviamo esposti, all’autentica forma della famiglia, costituita da padre, madre e figlio, giunge ad una dimensione ancora più profonda. Se finora avevamo visto come causa della crisi della famiglia un fraintendimento dell’essenza della libertà umana, ora diventa chiaro che qui è in gioco la visione dell’essere stesso, di ciò che in realtà significa l’essere uomini». Sulla scia di Bernheim il Papa ricorda «l’affermazione, diventata famosa, di Simone de Beauvoir [teorica francese del femminismo, 1908-1986]: "Donna non si nasce, lo si diventa” (“On ne nait pas femme, on le devient”). In queste parole è dato il fondamento di ciò che oggi, sotto il lemma “gender”, viene presentato come nuova filosofia della sessualità. Il sesso, secondo tale filosofia, non è più un dato originario della natura che l’uomo deve accettare e riempire personalmente di senso, bensì un ruolo sociale del quale si decide autonomamente, mentre finora era la società a decidervi».

Si tratta di una delle più gravi sfide cui la Chiesa si è trovata di fronte nella sua storia. E non solo la Chiesa: l'ideologia del gender minaccia tutta la società e sovverte la stessa persona umana. «La profonda erroneità di questa teoria e della rivoluzione antropologica in essa soggiacente è evidente. L’uomo contesta di avere una natura precostituita dalla sua corporeità, che caratterizza l’essere umano. Nega la propria natura e decide che essa non gli è data come fatto precostituito, ma che è lui stesso a crearsela».

Si tratta in ultimo, afferma Benedetto XVI, di una rivolta contro Dio. «Non è più valido ciò che si legge nel racconto della creazione: “Maschio e femmina Egli li creò” (Gen 1,27). No, adesso vale che non è stato Lui a crearli maschio e femmina, ma finora è stata la società a determinarlo e adesso siamo noi stessi a decidere su questo. Maschio e femmina come realtà della creazione, come natura della persona umana non esistono più. L’uomo contesta la propria natura. Egli è ormai solo spirito e volontà». Con questa scelta faustiana l'uomo in concreto, propriamente, muore. «Esiste ormai solo l’uomo in astratto, che poi sceglie per sé autonomamente qualcosa come sua natura. Maschio e femmina vengono contestati nella loro esigenza creazionale».

La crisi della famiglia è solo un aspetto di una crisi globale. «Dove la libertà del fare diventa libertà di farsi da sé, si giunge necessariamente a negare il Creatore stesso e con ciò, infine, anche l’uomo quale creatura di Dio». Ma «dove Dio viene negato, si dissolve anche la dignità dell’uomo. Chi difende Dio, difende l’uomo».

A questa difesa dell'uomo di fronte a minacce radicali e inaudite la Chiesa convoca tutte le religioni e anche i non credenti che credono nel diritto naturale. È questa la seconda sfida per il 2013: capire bene la nozione di dialogo. Il Papa fa riferimento al suo viaggio in Libano e ribadisce che «il dialogo delle religioni è una condizione necessaria per la pace nel mondo, e pertanto è un dovere per i cristiani come pure per le altre comunità religiose». Il dialogo, oggi, deve partire non tanto dalla teologia, ma dall'antropologia e dal diritto naturale.

Questo vale anche nel caso, così obiettivamente difficile, dell'islam. Benedetto XVI ricorda le due regole del dialogo di cui parlano diversi documenti di dicasteri vaticani: «1. Il dialogo non ha di mira la conversione, bensì la comprensione. In questo si distingue dall’evangelizzazione, dalla missione. 2. Conformemente a ciò, in questo dialogo ambedue le parti restano consapevolmente nella loro identità, che, nel dialogo, non mettono in questione né per sé né per gli altri». «Queste regole - commenta il Papa - sono giuste. Penso, tuttavia, che in questa forma siano formulate troppo superficialmente. Sì, il dialogo non ha di mira la conversione, ma una migliore comprensione reciproca: ciò è corretto. La ricerca di conoscenza e di comprensione, però, vuole sempre essere anche un avvicinamento alla verità.».

A costo di correggere qualche documento dei dicasteri preposti al dialogo, il Pontefice osserva che «sarebbe troppo poco se il cristiano con la sua decisione per la propria identità interrompesse, per così dire, in base alla sua volontà, la via verso la verità. Allora il suo essere cristiano diventerebbe qualcosa di arbitrario, una scelta semplicemente fattuale. Allora egli, evidentemente, non metterebbe in conto che nella religione si ha a che fare con la verità». Dialogo sì, dunque: ma senza mai rinunciare all'annuncio, senza mai il più piccolo cedimento al relativismo, che alla fine favorisce le ideologie anti-religiose e danneggia tutte le religioni.

Per resistere a queste ideologie e proporre un dialogo che non sia relativista, è necessario anzitutto che i cristiani siamo cristiani. Ecco allora la terza sfida del 2013: trarre davvero profitto dall'Anno della fede, conoscere la verità della fede cattolica, essere «docili» al Magistero, acquisire e sviluppare il senso della Chiesa. L'ideologia ci ha lanciato una sfida radicale. C'è bisogno di cattolici che lo siano veramente, e che quindi siano capaci di dialogare con gli altri in modo non relativista, per rispondere in modo adeguato.


La nuova Bussola Quotidiana   22 dicembre 2012


venerdì 21 dicembre 2012

E se la colpa fosse del meno sospettato? Ovvero: il microfono e il suo influsso sulla comunicazione liturgica








Ogni tanto mi piace fare incursioni, anche sul blog, nel campo di studio e d'interesse che continua ad appassionarmi dai tempi dei faticosi corsi di Scienze della comunicazione e giornalismo. Sul numero di Dicembre 2012 della Rivista americana First Things, che si occupa del fenomeno religioso e delle sue conseguenze sociali, ho trovato un articolo degno di nota e scritto bene, e non ho resistito a rilanciarlo (visto che comunque farà parlare e discutere abbastanza....). Le questioni che suscita non sono nuove, ma oggi assumono una piega che le fa più rilevanti: è il momento di "educabilità" che permette o meno di essere ricettivi a determinati stimoli.

Il testo di Marshall McLuhan, laico, teorico delle comunicazioni sociale e consultore al Concilio Vaticano II, a cui il professor Kevin White si riferisce massicciamente nell'articolo, si intitola in edizione italiana: La luce e il mezzo. Riflessioni sulla religione, Armando, 2002. Un libro che consiglio caldamente.
Il capitolo citato è in particolare il XIII (pp. 123-130). Il esso il guru cattolico e canadese delle comunicazioni conclude le sue ampie osservazioni sul modificarsi delle relazioni provocate dall’uso dell’amplificazione elettronica della voce, con questa affermazione: “il microfono ha prodotto sulla liturgia degli effetti che nessuno immaginava né aveva previsto”.

A distanza di parecchi anni dalle intuizioni di McLuhan è ora di riesaminare in maniera seria e non ideologica certe argomentazioni da lui esposte e certe sue previsioni oggi avveratesi.
Per questo ho fatto l’immane fatica notturna di tradure l’articolo che qui presento. Mi pare che ponga bene i termini della problematica e mostri parecchi aspetti di ciò che – di solito – il sacerdote dà per scontato, senza pensare agli effetti del modo del comunicare in Chiesa, durante il culto.

Nessuno è così ingenuo da pensare: "da domani non uso più il microfono", ovviamente. Ma prendere sul serio le scienze umane, tra cui le scienze del comunicare e la psicologia della comunicazione in particolare, è un frutto maturo della stagione conciliare. Non vogliamo certo sottovalutare il dialogo tra scienza e fede, solo perché alcune analisi mettono in crisi posizioni che parevano pacifiche e intangibili!

Giù il microfono!

di Kevin White, professore associato di filosofia presso l'Università Cattolica d'America.

Il clero cattolico e i laici sembrano accettare l'uso dei microfoni a Messa, senza dubbio, come qualcosa di positivo, o almeno come un elemento inevitabile dell’ambiente elettronico in cui tutti quanti oggi viviamo e ci muoviamo, come i pesci nuotano in acqua. Tuttavia, quello del microfono, è uno sviluppo molto recente e piuttosto strano, e verrebbe da pensare che esso dovrebbe aver dato adito a discussioni ben più di quanto in realtà non abbia fatto.

Dal punto di vista della percezione sensoriale umana, la Messa è innanzitutto un evento nella dimensione del suono, il suono della voce umana. Ci si riferisce alla Messa come qualcosa detta da un prete, e si diceva che i fedeli ascoltavano Messa.

Quest'ultima espressione ha dato un nome al silenzio passivo con cui i fedeli assistevano alla Messa. T.S. Eliot, in un'occasione, ha descritto la maniera in cui i poeti trasformano la loro esperienza in poesia come "un passivo partecipare alla manifestazione", una frase che potrebbe essere applicata all’atteggiamento dei fedeli che, si diceva, ascoltavano la Messa. Come un poeta compone poesie, così un cattolico ricompone se stesso, a Messa, in uno stato d'animo di attesa silenziosa.

L'idea di ascoltare la Messa è stata oggi sostituito dall’ideale della “partecipazione attiva” alla Messa, e essere attivi, si pensa, significa produrre un suono, oltre che assistere ad un evento sonoro. Questo ideale proviene dal movimento liturgico del XIX e dell'inizio del XX secolo.

La “partecipazione attiva” alla liturgia dai fedeli è stata incoraggiata fin dal 1903, in un Motu proprio di Pio X sulla musica sacra. È stata inoltre favorita con l'approvazione da parte della Santa Sede nel 1922 della “Santa Messa dialogata”, durante la quale il popolo avrebbe recitato insieme le risposte alle preghiere del sacerdote (precedentemente riservate ai ministri o chierichetti NdT). Nella Messa di Paolo VI, che è stato il rito comune in Occidente da quando è stata promulgato nel 1969, i membri del popolo di solito rispondono ad un sacerdote che sta di fronte a loro, e che prega nella loro lingua, parlando in un microfono che proietta la voce del ministro attraverso altoparlanti puntati su di loro.

I microfoni, occasionalmente, furono utilizzati durante la Messa anche prima degli anni ‘60, ma da allora sono diventati equipaggiamento “di serie”. Un motivo per la loro introduzione sembra essere stato che dotavano il sacerdote di una voce pari, come volume, a quella dell’assemblea con la quale, quindi, poteva porsi in dialogo.

Ma i microfoni aprirono anche nuove possibilità di partecipazione ai membri stessi dell’assemblea: essi hanno iniziato a leggere, a fare annunci, e guidare gli altri nella preghiera e nel canto. Sono rare le Messe di oggi in cui non vi sia più di un microfono e più di una voce amplificata.

Il poeta seicentesco George Herbert ha coniato la brillante metafora della preghiera come tuono invertito. Il microfono a messa, si potrebbe dire, va in qualche modo a trasformare la metafora in verità letterale, a scapito della sua forza metaforica e del suo fascino. Acusticamente, oggigiorno, molte messe hanno parecchio in comune con altri eventi contemporanei in cui voci proiettate elettronicamente riempiono l'aria, comprese le manifestazioni politiche, i concerti di musica pop, gli eventi sportivi, i film al cinema, e il viaggiare in aeroporti e stazioni della metropolitana. Questi eventi si svolgono in cavernoso, roboanti camere dell’eco in cui folle di persone sono sottoposte a voci innaturalmente forti e dal timbro metallico.

Un microfono permette a chi lo usa di imporre la propria voce, e in tal modo il suo pensiero e la personalità, su molte più persone rispetto a quanto poteva un antico oratore. Ora un oratore pubblico è chiunque abbia un microfono. Il dilettante di fronte a un microfono è tentato di indulgere al piacere di trasmettere i suoi pensieri e sentimenti, con grande divertimento o fastidio del suo pubblico. L'oratore più abile prende il controllo del microfono e della situazione, usando la sua voce amplificata per altri scopi. Cantanti popolari e politici populisti sono stati maestri nell’uso del microfono, mormorando, con perizia, in maniera più forte di quanto chiunque potesse mai gridare.

Le diverse parti della Messa richiedono diversi atteggiamenti retorici. Un predicatore affronta l’assemblea in maniera massimamente diretta e aperta, come un particolare essere umano parla ad altri. Un lettore della Scrittura assume una posizione più distaccata, proclamando il testo a tutti coloro che si trovano ad essere presenti. Può essere o no il sacerdote a predicare o a legge dalla Scrittura, ma deve essere lui che recita il Canone, seguendo il canon actionis, cioè la norma della preghiera, dell’azione di grazia.

L'azione della Messa è allo stesso tempo un atto di un sacerdote ordinato, un’azione di tutta la Chiesa, e l'azione di Cristo. Nel caso del sacerdote, l'azione è in gran parte una questione di linguaggio. Anche se a volte parla all’assemblea, la maggior parte di quello che dice è un indirizzato direttamente a Dio Padre, e nel rivolgersi a Dio, di tanto in tanto, e in modo un po' impersonale, menziona gli altri presenti alla Messa chiamandoli circumstantes, "coloro che stanno in piedi qui intorno”.

Filtrati attraverso un sistema di sonorizzazione, questi diversi atteggiamenti vengono omogeneizzati. Per un membro dell’assemblea, la preghiera, il dialogo, le letture, l’omelia e gli annunci parrocchiali sono tutti emanati da una stessa fonte: il più vicino altoparlante.
Dal mio banco, vedo il sacerdote che guarda verso di me, ma sento la sua voce provenire da un'altra direzione, quella dell'altoparlante.

Questa disparità tra la direzione della vista e la direzione del suono è una dissonanza cognitiva tipica di alcuni degli eventi contemporanei di cui sopra. Ma almeno il viso del sacerdote e la sua voce elettronicamente amplificata almeno vanno d'accordo nell’essere rivolti verso di me. Ma proprio qui vi è un’ulteriore e più stridente dissonanza tra il suo, fa un lato, stare di fronte a me e parlare nella mia direzione, e, dall'altro, il suo indirizzare le sue parole a Dio Padre. Non è facile interpretare una voce insistentemente proiettata verso se stessi come destinata a qualcun altro.

Nel 1974, Marshall McLuhan sosteneva che il microfono sia stato la causa prossima sia dell'eliminazione del latino dalla Messa, sia del voltarsi del sacerdote per rivolgersi di faccia all’assemblea. Prima dell’introduzione dei microfoni, un prete diceva sottovoce la messa in latino, con le spalle all’assemblea. Da qualsiasi distanza, la sua voce era indistinta, anche se un cattolico istruito poteva seguire quanto veniva detto da un messale contenente il testo latino della Messa o una traduzione di esso.

McLuhan inoltre riteneva che, ha quando il microfono ha cominciato a rendere ogni sillaba pronunciata dal sacerdote chiara e cristallina a tutti, è diventato intollerabile per lui non esprimersi in una lingua compresa da tutti. E dal momento che sembrava pressante che il prete fosse capito da tutti, sembrava anche innaturale che il sacerdote fosse di schiena rispetto all’assemblea radunata. E così il sacerdote fu voltato verso il popolo, e ha iniziato a celebrare la Messa nella loro lingua.

McLuhan ha anche suggerito che i microfoni hanno condotto ad assemblee percepite con dimensioni ridotte. Questo accade perché i microfoni rendono possibile a chiunque in chiesa di essere udito da tutti gli altri. Anche se in realtà solo pochi parlano davvero, la possibilità che chiunque possa rivolgersi a tutti produce un forte senso di prossimità artificiale, e di conseguenza un desiderio di vicinanza reale e di superamento delle divisioni spaziali e delle distanze tra le persone.

L'antica regola per il numero di gli ospiti da invitare a cena era: “non meno delle Grazie e non più delle Muse”, cioè, non meno di tre e non più di nove. Il principio guida era l'unità della conversazione a cena, che, si pensava, ha bisogno di almeno quattro persone, tra cui il padrone di casa, per essere tenuta viva, ma risulta difficile da mantenere nella sua unità quando vi partecipano più di dieci persone. I microfoni producono l'illusione che una conversazione intima e unitaria possa avvenire tra migliaia di persone.

Riconosciuta l'illusione per quello che è, le persone sono portate allora a cercare altrove ciò che era falsamente promesso, vale a dire una calda relazione umana. Anche le chiese piccole iniziano a sembrare troppo grandi, e diventa preferibile celebrare la Messa in un ambiente privato, tra amici, in una piccola stanza dove non sono necessari microfoni.

D'altro canto, i microfoni possono intensificare l'illusione di intima conversazione tra numerosissime persone fino al punto in cui anche grandi chiese cominciano a sembrare troppo piccole. Una Messa detta all'aperto, in uno stadio, sfrutta appieno il potere dei microfoni di evocare una sensazione di unità in una moltitudine.

Ancora più impressionante in questo senso è la trasmissione elettronica della Messa, che unisce una "assemblea" diffusa su vasti territori geografici. La prima trasmissione radiofonica della Messa fu effettuata dalla Basilica di San Luigi re di Francia a St. Louis, in Missouri (USA), per il Natale 1922. La prima trasmissione televisiva della Messa fu invece da Notre Dame a Parigi nel Natale 1948.

L’abitudine, come sempre accade, finisce per diventare una seconda natura. Siamo ora talmente abituati all'amplificazione elettronica e alla trasmissione della Messa che abbiamo dimenticato quali straordinarie innovazioni sono state. Qual è il significato spirituale di queste potenti modificazioni artificiali del dire e ascoltare il Santo Sacrificio della Messa? La questione sembra proprio richiedere ancora la considerazione dei pensatori cattolici.

Fonte: First Things


[1] “Drop the Mic”, il titolo originale, è in realtà un’espressione gergale riferita al gesto dei rapper nelle contese canore. Essi lasciano cadere il microfono dopo che l’hanno usato, con soddisfazione, per la loro applaudita performace.



http://www.cantualeantonianum.com

La Natività nella visione della beata Anna Katharina Emmerick






di Cristina Siccardi

Gesù venne concepito in maniera soprannaturale e in maniera miracolosa nacque. Il Figlio di Dio non ebbe una nascita comune, come vorrebbero farci credere molti teologi e narratori contemporanei. Il loro intento è quello di “abbassare il livello”, di “snobilitare” tutto, seguendo la strada modernista: l’antropocentrismo e il naturalismo prendono qui il sopravvento ed ecco che la Madonna diventa una donna normale; san Giuseppe un uomo ordinario e Gesù Bambino acquisisce connotati da manuale di “psicologia evolutiva”; si sente addirittura dire che Egli «combinava marachelle come tutti i bambini».

Viene da domandarsi: ma se di monellerie san Domenico Savio non ne combinò mai, come risulta dalla sua biografia, che cosa dobbiamo pensare di Gesù Bambino? È chiaro che occorre tener fede a ciò che la Tradizione della Chiesa ha sempre detto, gettando alle ortiche tutte le false narrazioni che dalla metà del Novecento in poi hanno imperversato, offrendo immagini terra-terra, protestantizzanti, fino a giungere a vere e proprie profanazioni della “quotidianità” della Sacra Famiglia.

Nella Notte Santa, quando l’Emmanuele si manifestò agli uomini, la Madonna generò in maniera prodigiosa, senza l’aiuto di nessuno, in un’atmosfera di perfetto candore e pudore, come la beata e mistica Anna Katharina Emmerick (1774-1824) vide e descrisse nel libro La vita della Madonna: «Vidi che un insolito movimento regnava nella natura, negli uomini e in molti luoghi del mondo. Dappertutto si manifestava un’eccezionale energia emozionale. I simboli cosmici del Natale della Luce del mondo scesero nella coscienza e nei cuori di molti uomini». Alla presenza di cori angelici, di luce intensissima, la natura freme, gli animali soavemente saltellano, nascono nuovi fiori, erbe e virgulti dal terreno; gli alberi «rinfrescati» diffondono una dolce fragranza e dal suolo scaturiscono molte nuove sorgenti d’acqua. Tutto il Creato partecipa al Grande ed Unico Evento. Ed ecco che la «Santa Vergine annunciò al suo sposo che a mezzanotte si sarebbero compiuti i nove mesi dal momento in cui fu concepito il Santo Figlio e l’Angelo l’aveva salutata Madre di Dio. (…). Inoltre lo esortò ad unirsi a Lei nelle preghiere ardenti per intercedere la misericordia di Dio verso quei duri di cuore che le avevano negato l’ospitalità».

Siccome il momento del prodigioso evento si avvicinava, la Santa Vergine disse quindi a san Giuseppe era ormai prossimo e che desiderava rimanere sola, perciò lo pregò di rinchiudersi nella propria cella. «Il sant’uomo fu avvolto da una luce celeste soprannaturale». Il Bambino nacque e «Giuseppe contemplò la scena come una volta Mosè aveva fatto con il roveto ardente; poi, entrato con santo timore nella cella, si gettò proteso sul terreno e si immerse nella preghiera più devota. (…). La Madonna, inginocchiata sulla sua stuoia, teneva il viso rivolto ad oriente. Un’ampia tunica candida priva di ogni legame cadeva in larghe pieghe intorno al suo corpo. Alla dodicesima ora fu rapita dall’estasi della preghiera (…). Vidi allora il suo corpo elevarsi dal suolo.

Frattanto la grotta si illuminava sempre più, fino a che la Beata Vergine fu avvolta tutta, con tutte le cose, in uno splendore d’infinita magnificenza. Questa scena irradiava tanta Grazia Divina che non sono in grado di descriverla. Vidi Maria Santissima assorta nel rapimento per qualche tempo, poi la vidi ricoprire attentamente con un panno una piccola figura uscita dallo splendore radioso, senza toccarla, né sollevarla». La sempre Vergine ‒ prima, durante, dopo il parto ‒ in piena salute e senza nessun segno di affaticamento, si avvolse con un velo insieme al Redentore, e lo allattò con il «suo santo latte». A Betlemme, sotto un firmamento che guidava i Magi al luogo benedetto, era nato il Re dell’Universo.


Corrispondenza Romana 19-12-2012