lunedì 2 febbraio 2026

Film "Sacro Cuore". Aggiornamento Proiezioni italiane: 2 febbraio 2026








2 febbraio 2026


a cura di Veronica Cireneo

Dalla Dominus Production riceviamo e per sostenere le azioni dei Figli della Luce, Gesù Cristo, il Nome del Quale vogliamo portare fino agli estremi Confini della Terra, volentieri pubblichiamo questo aggiornamento riguardante la proiezione del film "Sacro Cuore". Il Suo Regno non avrà fine" nelle sale cinematografiche italiane. Chi vuole continuare ad aderire scriva pure al forum di www.sacrocuorefilm.it. Buon lavoro a tutti.


§§§

Carissimi amici Dominus,

Grazie per lo straordinario riscontro all'uscita del film SACRO CUORE. Di seguito le città (con piu’ di 500 adesioni) dove confermiamo le ANTEPRIME e le province (con più di 250 adesioni) dove confermiamo l'USCITA NAZIONALE del 2 Marzo.

Nelle città non ancora confermate, lasciamo fino al 7 febbraio per farlo. Vi chiediamo di aderire unicamente dal form on line www.sacrocuorefilm.it oppure chiamando Dominus allo 055.0468068 (il whatsapp purtroppo ha ricevuto troppe richieste di accesso ed è momentaneamente sospeso)👉 chi ha parenti o amici nelle città che devono ancora raggiungere le 250presenze, supporti nella diffusione❗ 💪🔥❤️


Prossima settimana comunicheremo le sale di ogni città e la possibilità di acquisto dei biglietti in anteprima per gli amici Dominus. Tutta la programmazione qui: https://www.sacrocuorefilm.it/


ELENCO ANTEPRIME:


CONFERMATE

- ROMA - Mercoledì 25 Febbraio ore 20

- BARI - Venerdì 27 Febbraio ore 20

- FIRENZE - Domenica 1 Marzo ore 19

- MILANO - LUNEDI 2 Marzo ore 20


ELENCO USCITA NAZIONALE IN CONTEMPORANEA:


ABRUZZO

CONFERMATA

L'AQUILA - LUNEDÌ 2 MARZO ore 20

PESCARA - LUNEDÌ 2 MARZO ore 20

DA CONFERMARE (vicine al raggiungimento delle 250 adesioni)

CHIETI - LUNEDÌ 2 MARZO ore 20

TERAMO - LUNEDÌ 2 MARZO ore 20


BASILICATA


DA CONFERMARE (vicine al raggiungimento delle 250 adesioni)

MATERA - LUNEDÌ 2 MARZO ore 20


CAMPANIA

CONFERMATA

NAPOLI - LUNEDÌ 2 MARZO ore 20

DA CONFERMARE (vicine al raggiungimento delle 250 adesioni)

CASERTA - LUNEDÌ 2 MARZO ore 20

SALERNO - LUNEDÌ 2 MARZO ore 20


CALABRIA

DA CONFERMARE (vicine al raggiungimento delle 250 adesioni)

CATANZARO - LUNEDÌ 2 MARZO ore 20
COSENZA - LUNEDì 2 MARZO ore 20
REGGIO CALABRIA - LUNEDì 2 MARZO ore 20


EMILIA ROMAGNA


CONFERMATA

BOLOGNA - LUNEDÌ 2 MARZO ore 20

FORLÌ CESENA - LUNEDÌ 2 MARZO ore 20

MODENA - LUNEDÌ 2 MARZO ore 20

PARMA - LUNEDÌ 2 MARZO ore 20

REGGIO EMILIA - LUNEDÌ 2 MARZO ore 20

RIMINI - LUNEDÌ 2 MARZO ore 20

DA CONFERMARE (vicine al raggiungimento delle 250 adesioni)

FERRARA - LUNEDÌ 2 MARZO ore 20

PIACENZA - LUNEDÌ 2 MARZO ore 20

RAVENNA - LUNEDÌ 2 MARZO ore 20


FRIULI VENEZIA GIULIA

CONFERMATA

PORDENONE - LUNEDÌ 2 MARZO ore 20

TRIESTE - LUNEDÌ 2 MARZO ore 20

UDINE - LUNEDÌ 2 MARZO ore 20

DA CONFERMARE (vicine al raggiungimento delle 250 persone)

GORIZIA - LUNEDÌ 2 MARZO ore 20


LAZIO

CONFERMATA

ROMA - LUNEDÌ 2 MARZO ore 20

DA CONFERMARE (vicine al raggiungimento delle 250 adesioni)

FROSINONE - LUNEDÌ 2 MARZO ore 20

LATINA - LUNEDÌ 2 MARZO ore 20

RIETI - LUNEDÌ 2 MARZO ore 20

VITERBO - LUNEDÌ 2 MARZO ore 20


LIGURIA


CONFERMATA

GENOVA - LUNEDÌ 2 MARZO ore 20

LA SPEZIA - LUNEDÌ 2 MARZO ore 20

DA CONFERMARE (vicine al raggiungimento delle 250 adesioni)

IMPERIA - LUNEDÌ 2 MARZO ore 20

SAVONA - LUNEDÌ 2 MARZO ore 20


LOMBARDIA

CONFERMATA

MILANO - LUNEDÌ 2 MARZO ore 20

BERGAMO - LUNEDÌ 2 MARZO ore 20

BRESCIA - LUNEDÌ 2 MARZO ore 20

COMO - LUNEDÌ 2 MARZO ore 20

MANTOVA - LUNEDÌ 2 MARZO ore 20

DA CONFERMARE (vicine al raggiungimento delle 250 adesioni)

CREMONA - LUNEDÌ 2 MARZO ore 20

LECCO - LUNEDÌ 2 MARZO ore 20

LODI - LUNEDÌ 2 MARZO ore 20

MONZA E BRIANZA - LUNEDÌ 2 MARZO ore 20

PAVIA- LUNEDÌ 2 MARZO ore 20

SONDRIO - LUNEDÌ 2 MARZO ore 20


MARCHE

CONFERMATA

ANCONA - LUNEDÌ 2 MARZO ore 20

MACERATA - LUNEDÌ 2 MARZO ore 20

PESARO - LUNEDÌ 2 MARZO ore 20

DA CONFERMARE (vicine al raggiungimento delle 250 adesioni)

ASCOLI PICENO - LUNEDÌ 2 MARZO ore 20

FERMO - LUNEDÌ 2 MARZO ore 20


PIEMONTE

CONFERMATO

TORINO - LUNEDÌ 2 MARZO ore 20

DA CONFERMARE (vicine al raggiungimento delle 250 adesioni)

ALESSANDRIA - LUNEDÌ 2 MARZO ore 20

ASTI - LUNEDÌ 2 MARZO ore 20

BIELLA - LUNEDÌ 2 MARZO ore 20

CUNEO - LUNEDÌ 2 MARZO ore 20

NOVARA - LUNEDÌ 2 MARZO ore 20

VERCELLI - LUNEDÌ 2 MARZO ore 20



PUGLIA


CONFERMATA

BARI - LUNEDÌ 2 MARZO ore 20

DA CONFERMARE (vicine al raggiungimento delle 250 adesioni)

BRINDISI - LUNEDÌ 2 MARZO ore 20

FOGGIA - LUNEDÌ 2 MARZO ore 20

LECCE - LUNEDÌ 2 MARZO ore 20

TARANTO - LUNEDÌ 2 MARZO ore 20


SARDEGNA

CONFERMATA

CAGLIARI - LUNEDÌ 2 MARZO ore 20

SASSARI - LUNEDÌ 2 MARZO ore 20

DA CONFERMARE (vicine al raggiungimento delle 250 adesioni)

ORISTANO - LUNEDÌ 2 MARZO ore 20


SICILIA

CONFERMATA

CATANIA - LUNEDÌ 2 MARZO ore 20

PALERMO - LUNEDÌ 2 MARZO ore 20

DA CONFERMARE (vicine al raggiungimento delle 250 adesioni)

CALTANISSETTA - LUNEDÌ 2 MARZO ore 20

MESSINA - LUNEDÌ 2 MARZO ore 20



TOSCANA


CONFERMATA

AREZZO - LUNEDÌ 2 MARZO ore 20

FIRENZE - LUNEDÌ 2 MARZO ore 20

PISA - LUNEDÌ 2 MARZO ore 20

PISTOIA - LUNEDÌ 2 MARZO ore 20

SIENA - LUNEDÌ 2 MARZO ore 20

DA CONFERMARE (vicine al raggiungimento delle 250 adesioni)

GROSSETO - LUNEDÌ 2 MARZO ore 20

LIVORNO - LUNEDÌ 2 MARZO ore 20

PRATO - LUNEDÌ 2 MARZO ore 20


TRENTINO

CONFERMATA

TRENTO - LUNEDÌ 2 MARZO ore 20

DA CONFERMARE (vicine al raggiungimento delle 250 adesioni)

BOLZANO - LUNEDÌ 2 MARZO ore 20



UMBRIA

CONFERMATA

PERUGIA - LUNEDÌ 2 MARZO ore 20

TERNI - LUNEDÌ 2 MARZO ore 20


VENETO

CONFERMATA

PADOVA - LUNEDÌ 2 MARZO ore 20

TREVISO - LUNEDÌ 2 MARZO ore 20

VERONA - LUNEDÌ 2 MARZO ore 20

DA CONFERMARE (vicine al raggiungimento delle 250 adesioni)

BELLUNO - LUNEDÌ 2 MARZO ore 20

ROVIGO - LUNEDÌ 2 MARZO ore 20

VENEZIA - LUNEDÌ 2 MARZO ore 20

VICENZA - LUNEDÌ 2 MARZO ore 20




Se non trovi la tua città, ma sei sicuro di poter portare più di 250 persone nella tua sala cittadina, chiama lo 0550468068 oppure iscriviti e fai iscrivere i tuoi amici al form on-line disponibile sul sito ufficiale: https://www.sacrocuorefilm.it/




Di seguito un articolo di approfondimento sul film: https://www.iltimone.org/news/home/201192/francia-il-film-sul-sacro-cuore-fa-il-boom-oltre-400-000-spettatori.html
























Purificazione della Santissima Vergine




La solennità del 2 febbraio celebra ad un tempo la festa della Presentazione di Gesù al Tempio e la Purificazione della Santissima Vergine, quaranta giorni dopo la nascita del Salvatore. Essa si ricollega dunque al mistero natalizio. E’ una festa di luce. Per il suo simbolismo, la processione della Candelora ricorda la rivelazione di Cristo, luce del mondo, accolto al tempio dal vecchio Simeone come l’inviato di Dio, luce per rischiarare le nazioni e gloria d’Israele suo popolo. Il tempio, centro della pietà israelitica, ricevendo Gesù tra le sue mura, sembra dilatarsi sino a contenere tutto l’universo. 

La venuta del Salvatore nel tempio è il tema principale della festa, ma il pensiero della Santa Vergine è presente ovunque. La festa del 2 febbraio è una delle più antiche, se non la più antica delle feste mariane. Celebrata a Gerusalemme fin dal IV secolo, la festa della Purificazione passò in seguito a Costantinopoli, poi a Roma, dove la si trova nel VII secolo unita, il 2 febbraio, ad una processione forse anteriore alla festa della Vergine. La benedizione dei ceri risale al secolo X.


Introito

(Salmo 47,10-11)

Abbiamo conseguito, o Dio, la tua misericordia nel tuo tempio; secondo il tuo nome, o Dio, la tua lode andrà fino ai confini della terra: le tue opere sono piene di giustizia.

(Salmo 47,2)

Grande è il Signore e sommamente lodevole: nella sua città e nel suo santo monte.

Epistola

(Malachia 3,1-4)

Il Signore Iddio dice: “Ecco io mando il mio Angelo, a preparare davanti a me la strada; e subito verrà al suo tempio il Dominatore da voi cercato, e l’Angelo del Testamento, da voi bramato. Eccolo, viene – dice il Signore degli eserciti. – E chi potrà indovinare il giorno della sua venuta? Chi potrà stare a rimirarlo? Egli sarà come fuoco di fonditore, come l’erba dei gualchierai. Egli sederà a fondere e purificare l’argento, e allora offriranno al Signore sacrifici di giustizia. E piacerà al Signore il sacrificio di Giuda e di Gerusalemme, come in antico, come ai tempi di una volta”. Così parla il Signore onnipotente.

Graduale

(Salmo 47,10-11; 47,9)

Abbiamo ricevuto, o Dio, la tua misericordia, in mezzo al tuo tempio. Come il tuo nome, o Dio, così la tua lode va sino ai confini della terra. Quel che avevamo inteso dire, l’abbiamo veduto nella città del nostro Dio, nel suo monte santo.

(Luca 2,29-32)

Adesso lascia, o Signore, che il tuo servo se ne vada in pace, secondo la tua parola. Perché gli occhi miei hanno veduto la salvezza. Che hai preparato per tutti i popoli. Luce per illuminare le nazioni e gloria del popolo tuo Israele.

Vangelo

(Luca 2,22-32)

In quel tempo, compiutisi i giorni della Purificazione di Maria, secondo la legge di Mosè portarono Gesù a Gerusalemme, per presentarlo al Signore, secondo quello che sta scritto nella legge del Signore: ogni primogenito maschio sarà consacrato al Signore; e per far l’offerta prescritta dalla legge del Signore, d’un paio di tortore o di due piccole colombe. C’era allora in Gerusalemme un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio che aspettava la consolazione d’Israele; e lo Spirito Santo era in lui e gli aveva assicurato che non sarebbe morto prima di vedere il Cristo del Signore. E mosso dallo Spirito Santo, andò al tempio; e quando i genitori vi portarono il bambino Gesù, per fare a suo riguardo secondo il rito della legge, Simeone lo prese in braccio, e benedicendo Dio esclamò: “Ora lascia, o Signore, che il tuo servo, secondo la tua parola, se ne vada in pace; perché gli occhi miei hanno mirato la tua salvezza, da te preparato nel cospetto di tutti i popoli, luce di rivelazione alle Genti e gloria d’Israele tuo popolo”.

Meditazione

1. “Perché gli occhi miei hanno mirato la tua salvezza…” dice Simeone prendendo tra le braccia il Divino Bambino. Ed è per questo -non per altro- che Simeone può adesso morire in pace.

2. Simeone, dunque, ha visto. La sua speranza si è finalmente realizzata. Ce l’ha tra le braccia. La tocca. La stringe a sé. La contempla.

3. Può stringere adesso il Tesoro per cui ha vissuto l’intera sua vita.

4. In quelle braccia di Simeone ci siamo tutti noi.


Alla Regina dello Splendore

Madre, quel privilegio di Simeone Tu l’hai sperimentato continuamente. Sin da subito hai potuto stringere Dio a te.

Addirittura l’hai generato nel tuo grembo. Egli ha respirato del tuo ossigeno. Si è alimentato con il tuo sangue.

Mai voglio allontanarmi dal tuo Cuore, Madre, perché solo così potrò anch’io stringere continuamente la Salvezza del tuo Divin Figlio.

Regina dello Splendore, guidami nel cammino della vita.






domenica 1 febbraio 2026

Il mondo è un cattivo pagatore






Aprirsi al “mondo” non solo è pericoloso… è anche sciocco!




di Corrado Gnerre

Nel ricordo di un gigante della santità quale fu San Giovanni Bosco, torna spesso alla mente una sua affermazione tanto semplice quanto profetica:
«Guai a chi lavora per cercare, per ottenere le lodi del mondo, anche perché il mondo è un cattivo pagatore».
Questa frase offre lo spunto per una riflessione particolarmente attuale, soprattutto se letta alla luce della crisi che oggi attraversa il cattolicesimo e, più in generale, la Chiesa. Una crisi che può essere ricondotta, in larga misura, a un progressivo adattamento della verità cattolica al mondo. In tal modo, non è più la verità a giudicare il mondo, ma è il mondo a porsi come criterio di giudizio sulla verità.

Le cause di questo fenomeno sono molteplici e non possono essere qui analizzate nel dettaglio; tuttavia, esse trovano una sintesi efficace in ciò che San Pio X definì «la sintesi di tutte le eresie»: il modernismo teologico.

Le parole di San Giovanni Bosco sono nette e non lasciano spazio a equivoci: guai a coloro che lavorano per ottenere le lodi del mondo. Il motivo è chiaro. Il fine autentico dell’agire umano — del dovere di stato, dell’impegno professionale e anche dell’apostolato, secondo le possibilità e la vocazione di ciascuno — non può essere la glorificazione del mondo né, tantomeno, la glorificazione di sé stessi, ma esclusivamente la glorificazione di Dio.

Chi sovverte questo ordine mette seriamente a repentaglio la salvezza della propria anima. Ma vi è di più. San Giovanni Bosco aggiunge un’osservazione di grande realismo: il mondo è un cattivo pagatore. Inseguire il plauso del mondo, temere il suo giudizio più di quello di Dio, ricercare il consenso mondano anziché la conformità alla volontà divina significa, in ultima analisi, comportarsi da stolti.

Dio, infatti, ricompensa con larghezza, ben oltre i nostri meriti — basti pensare al «centuplo» evangelico — mentre il mondo non solo non ricompensa, ma finisce per divorare coloro che gli si consegnano.

Questa verità appare evidente se si osservano i frutti dell’ormai pluridecennale “apertura al mondo” che ha caratterizzato la Chiesa cattolica. A quali risultati ha condotto? Le chiese si sono progressivamente svuotate; la pratica religiosa è diventata residuale e, in molti casi, ciò che rimane è un cristianesimo profondamente mondanizzato, se non addirittura un paganesimo mascherato da cristianesimo.

L’adattamento al mondo non ha prodotto l’accoglienza della verità cattolica da parte del mondo stesso. Al contrario, la verità si è insipidita: ha perso il suo sapore, la sua forza attrattiva, la sua capacità di affascinare e di persuadere. Così, non solo non sono stati conquistati i lontani, ma si sono persi anche i vicini.

Alla luce di tutto ciò, le parole di San Giovanni Bosco si rivelano di una lucidità impressionante. Cercare le lodi del mondo è pericoloso per la salvezza dell’anima ed è, al tempo stesso, un atteggiamento profondamente irrazionale. Il mondo non paga; e quando ci si avvicina ad esso, finisce inevitabilmente per stringere l’uomo nelle sue fauci.

Ricordarlo oggi non è un esercizio nostalgico, ma un atto di verità.





Papa Leone XIV: Profetiche le parole di Madre Teresa di Calcutta: «il più grande distruttore della pace è l’aborto»


Leone XIV udienza al corpo diplomatico 09.01.2026 (foto: Vatican News)

A Roma, dal 26 gennaio al 1° febbraio, si sta tenendo il convegno “One Humanity, One Planet”, a cui vi stanno partecipando 100 giovani leader politici e sociali provenienti da tutti i continenti. Giovani impegnati nei propri Paesi in ambito politico e sociale, di diverse culture, nazionalità, convinzioni politiche e religiose.
Rappresentano un mix internazionale, inclusi rappresentanti di varie nazioni (menzionata ad esempio una bandiera peruviana nel discorso del Papa), e alcuni collegati ai centri del Movimento Politico per l’Unità (MPPU, legato ai Focolari). Papa Leone XIV li ha accolti ieri nella Sala Clementina in Vaticano rivolgendo loro un discorso da cui estrapoliamo una parte che di seguito vi proponiamo.




[…]

Oggi il vostro ruolo di leader comporta perciò una crescente responsabilità per la pace: non solo quella tra Nazioni, ma lì dove abitate, studiate e lavorate ogni giorno. Se non promuoviamo la concordia in una università o in un ufficio, tra partiti e associazioni, come potremo curarla in un intero Stato o tra i Continenti? Con cuore puro e mente limpida, cercate sempre questa pace come dono, alleanza, promessa.

Sì, la pace è soprattutto un dono, perché la riceviamo da chi ci precede nella storia: è un bene del quale ringraziare. La pace è alleanza, che ci incarica di un impegno comune: quello di onorarla, quando c’è, e di realizzarla, quando manca. La pace, infine, è promessa, perché sostiene la nostra speranza in un mondo migliore, e come tale viene cercata da tutte le persone di buona volontà. La politica svolge qui una funzione sociale insostituibile: vi esorto perciò a cooperare sempre più nello studio di forme partecipative che coinvolgano tutti i cittadini, uomini e donne, nella vita istituzionale degli Stati. Su queste basi sarà possibile edificare quella fraternità universale che già tra voi giovani si annuncia come segno di un tempo nuovo: il vostro lavoro, infatti, trova la sua espressione più alta quando opera per un’umanità pacificata nella giustizia.

A tal fine, vi invito a riflettere sul fatto che non ci sarà pace senza porre fine alla guerra che l’umanità fa a sé stessa quando scarta chi è debole, quando esclude chi è povero, quando resta indifferente davanti al profugo e all’oppresso. Solo chi ha cura dei più piccoli può fare cose davvero grandi. Madre Teresa di Calcutta, santa degli ultimi e premio Nobel per la pace, affermava a riguardo che «il più grande distruttore della pace è l’aborto» (cfr Discorso al National Prayer Breakfast, 3 febbraio 1994). La sua voce rimane profetica: nessuna politica può infatti porsi a servizio dei popoli se esclude dalla vita coloro che stanno per venire al mondo, se non soccorre chi è nell’indigenza materiale e spirituale.

[…]

Papa Leone XIV





Oggi 1 febbraio, la Domenica in Septuagesima, segna l'avvio del ciclo pasquale






domenica 1 febbraio 2026



Secondo il calendario liturgico tradizionale, con la S. Messa di oggi, inizia il Tempo di Settuagesima che avvia il secondo ciclo dell'anno ecclesiastico, quello di Pasqua, che si sviluppa attorno alla Passione ed alla Risurrezione del nostro Salvatore.
 
Per disseppellire i tesori della nostra fede che uno strumento come il blog inghiotte inesorabilmente, oggi vi ripropongo due testi: Il primo di dom Prosper Guéranger sull'inizio del ciclo pasquale con la Storia completato dal Commento e la spiegazione della Domenica di Septuagesima. Il secondo è un richiamo alla Musica sacra che vi si collega.
 
Si tratta di un breve articolo di Mattia Rossi che ci mostra come il gregoriano, “canto della Chiesa” è realmente incarnazione sonora della Parola di Dio, suono dell’Invisibile, epifania sonora del Verbo, splendida preziosa veste di una liturgia insostituibile, che modella sulla stessa melodia alcuni tratti significativi dei cantici della penitenza e dell'attesa con quelli della gioia pasquale. Così come arricchisce di sonore correlazioni parti diverse che si richiamano e arricchiscono vicendevolmente nel corso dell'intero Anno Liturgico. Esempio fra tanti: esiste un fil rouge che collega tra loro i brani di ispirazione battesimale [Se ne può cogliere un assaggio qui: Prospettiva battesimale della Quaresima e della Pasqua nella liturgia romana]. All'apparenza semplici sfumature, ma in realtà frutto di profondità spirituali inesorabilmente perdute nel Novus riformatore. (M.G.)

Storia del tempo di Septuagesima

Il Tempo di Settuagesima - nel quale la miseria e la gravità del peccato invocano la redenzione divina - ci prepara alla Quaresima anche coi segni liturgici. Il colore dei paramenti è già il viola ed i canti di gioia (Gloria in excelsis e Alleluia) sono soppressi. Tre sono le domeniche del Tempo di Settuagesima:
Dominica in Septuagesima
Dominica in Sexagesima
Dominica in Quinquagesima
Esse designano non la settimana, ma la decina in cui cade ciascuna domenica.

Importanza di questo tempo

Il Tempo di Settuagesima abbraccia la durata delle tre settimane che precedono immediatamente la Quaresima e costituisce una delle parti principali dell'Anno Liturgico. È suddiviso in tre sezioni ebdomadarie, di cui solamente la prima porta il nome di Settuagesima; la seconda si chiama Sessagesima; la terza Quinquagesima.

È chiaro che questi nomi esprimono una relazione numerica come la parola Quadragesima, donde deriva la parola Quaresima. La parola Quadragesima sta ad indicare la serie dei quaranta giorni che dobbiamo attraversare per arrivare alla festa di Pasqua.

Le parole Quinquagesima, Sessagesima e Settuagesima ci fanno quasi vedere tale solennità in un lontano ancora più prolungato; però non è meno importante il grande oggetto che comincia ad assillare la santa Chiesa, la quale lo propone ai suoi figli quale mèta verso cui devono ormai tendere tutti i loro desideri e tutti i loro sforzi.

Orbene, la festa di Pasqua esige per preparazione quaranta giorni di raccoglimento e di penitenza. È il tempo più propizio, il mezzo più potente che adopera la Chiesa per ravvivare nel cuore e nello spirito dei fedeli il sentimento della loro vocazione. Nel loro più alto interesse, essi non devono lasciar passare questo periodo di grazie, senz'averne approfittato per il rinnovamento dell'intera loro vita. Perciò conveniva disporli a questo tempo di salute, ch'è di per se stesso una preparazione, affinché, spegnendosi a poco a poco nei loro cuori i rumori del mondo, fossero più attenti al grave monito che la Chiesa farà loro, imponendo la cenere sul capo.

Origine

La storia della Settuagesima è intimamente legata a quella della Quaresima. Infatti fin dal V secolo cominciava la sesta domenica prima di Pasqua, che corrisponde alla prima domenica dell'attuale Quaresima, e comprendeva i quaranta giorni che vanno fino al Giovedì Santo, considerato dall'antichità cristiana come il primo Mistero pasquale. La domenica non si digiunava; di conseguenza non v'erano, propriamente parlando, che 34 giorni di digiuno effettivo (36 col Venerdì e il Sabato Santo). Ma il desiderio d'imitare l'intero digiuno del Signore portò le anime ferventi ad anticiparlo.

Quinquagesima

Questa usanza si vede apparire la prima volta nel V secolo; tanto che san Massimo di Torino, nel Sermone 26°, pronunciato forse nel 451, la biasima e ricorda che la Quaresima comincia la domenica di Quadragesima. Ma siccome in seguito essa si andava molto diffondendo tra i fedeli, verso il 465, nel Sermone 36°, l'approva.

Nel VI secolo san Cesario d'Arles, nella sua Regola per le Vergini, fa cominciare il digiuno una settimana prima della Quaresima. Dunque è certo che, almeno nei monasteri, la Quinquagesima esiste fin d'allora. Il Primo Concilio d'Orléans (511) ordina ai fedeli di osservare prima di Pasqua la Quadragesima e non la Quinquagesima, per "mantenere - dice il canone 26° - l'unità delle usanze". Il primo e secondo Concilio d'Orange (511 e 541) combattono il medesimo abuso e proibiscono di digiunare prima della Quadragesima. L'autore del Liber Pontificalis, intorno al 520, segnala l'usanza d'anticipare la Quaresima d'una settimana, ma sembra che fosse ancora poco diffusa.
 
Sessagesima

In seguito, il periodo consacrato al digiuno venne ancora anticipato di un'altra settimana, che si aggiunse alla Quinquagesima e si chiamò Sessagesima. La prima menzione si riscontra nella Regola di san Cesario, scritta per i Monaci prima del 542. Ugualmente ne parla il IV Concilio d'Orléans, nel 541, ma solo per proibire le anticipazioni del digiuno.

Settuagesima


Finalmente, verso la fine del VI secolo o il principio del VII, apparve a Roma la Settuagesima, come se ne fa menzione nelle Omelie di san Gregorio Magno (594-604). Le osservanze liturgiche raggiunsero a poco a poco prima l'Italia del Nord, con Milano, poi, per l'influsso dei Carolingi, tutta l'Europa occidentale. L'Inghilterra le ricevette alla fine del VII secolo e l'Irlanda soltanto dopo il IX.
Però, se il digiuno era ormai osservato durante le settimane di Quinquagesima e di Sessagesima, sembra che al momento della sua istituzione, la Settuagesima non fosse che una celebrazione liturgica senza digiuno; mentre nel IX secolo i Concili Carolingi lo prescrivono formalmente.
 
Soppressione dell'Alleluia

Sappiamo da Amalario, che, dall'inizio del IX secolo, alla Settuagesima si sospendeva l'Alleluia e il Gloria in excelsis Deo. Anche i monaci si conformarono a quest'uso, sebbene la Regola di san Benedetto formulasse una disposizione contraria. Secondo alcuni fu san Gregorio VII (1073-1085) che, alla fine dell'XI secolo, soppresse l'officiatura alleluiatica, in uso fino allora, alla domenica di Settuagesima.
Si tratta delle antifone alleluiatiche delle Lodi, che san Gregorio VII avrebbe sostituite con quelle dell'ufficio della domenica di Settuagesima, fornendo quest'ultima di nuove antifone. Tale fatto è attestato dall' Ordo Ecclesiae Lateranensis del XII secolo. È dunque da ritenere che fu quel Papa ad anticipare la soppressione dell'Alleluia al sabato avanti la Settuagesima (Mons. Callewaert, Sacris erudiri, p. 650). Così questo tempo dell'Anno Liturgico, dopo vari esperimenti, finì per stabilirsi definitivamente. Fondato sull'epoca della festa di Pasqua è, per ciò stesso, soggetto a ritardo o ad anticipo, secondo la mobilità di quella festa. Il 18 gennaio e il 22 febbraio vengono chiamati chiave della Settuagesima, perché la domenica che porta questo nome non può essere collocata né prima del 18 gennaio, né dopo il 22 febbraio. da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale -Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, pp. 415-417

* * *

Commento e spiegazione della Domenica di septuagesima

Il peccato e le sue conseguenze

La Santa Chiesa oggi c’invita a ricordare insieme con lei la storia della caduta del nostro progenitore. Una simile rovina già ci mostra l’epilogo della vita mortale. del Figlio di Dio fatto uomo, il quale si degnò addossarsi l’espiazione della prevaricazione originale e di tutte le colpe future. Per essere in grado d’apprezzarne il rimedio, è necessario che guardiamo in fondo la piaga. Perciò dedicheremo l’intera settimana a meditare la gravità del primo peccato e il cumulo delle sventure che attirò sull’umanità.

Una volta la Chiesa leggeva nel Mattutino di questa domenica il racconto di Mosè che preparava tutte le generazioni a questo grande avvenimento. L’attuale Liturgia rimanda questa lettura al Mattutino del Mercoledì di questa settimana, mentre i giorni che lo precedono sono consacrati ai sei giorni della creazione. Tuttavia è bene che ce ne occupiamo ugualmente subito, perché è la storia più importante ed è la base di tutti gl’insegnamenti della settimana.

Dal libro del Genesi (Gen 3,1-19)

Ora il serpente era il più astuto di tutti gli animali della terra che il Signore aveva fatti. Ed esso disse alla donna: “Perché Dio v’ha comandato di non mangiare del frutto di tutte le piante del paradiso?” E la donna gli rispose: “Del frutto delle piante che sono nel paradiso ne mangiamo; ma del frutto dell’albero che è nel mezzo del paradiso Dio ci ordinò di non mangiarne, e di non toccarlo, ché forse non s’abbia a morire”. Ma il serpente disse alla donna: “No, voi non morrete. Anzi Dio sa bene che , in qualunque giorno ne mangerete, si apriranno i vostri occhi, e sarete come Dei, avendo la conoscenza del bene e del male”. Or la donna, vedendo che il frutto dell’albero era buono a mangiarsi e bello all’occhio e gradevole all’aspetto, lo colse e ne mangiò e ne diede al suo marito, che ne mangiò.
Allora si aprirono gli occhi ad ambedue, ed essendosi accorti d’esser nudi, cucirono delle foglie di fico e se ne fecero delle cinture. Ed avendo udito la voce del Signore Dio che passeggiava nel fresco del paradiso al fresco della sera, Adamo con la sua moglie si nascose dal cospetto del Signore Dio in mezzo agli alberi del paradiso. E il Signore Dio chiamò Adamo e gli disse: “Dove sei?” Ed egli rispose: “Ho sentito nel paradiso la tua voce, ed avendo paura, perché nudo, mi son nascosto”. E Dio gli disse: “Chi ti ha fatto conoscere d’essere nudo, se non l’aver mangiato il frutto del quale ti avevo comandato di non mangiare?”. Adamo rispose: “La donna che mi desti per compagna mi ha dato il frutto e io ne ho mangiato”. E il Signore Dio disse alla donna: “Perché hai fatto questo?”. Ed essa rispose: “Il serpente mi ha sedotta, ed io ne ho mangiato”.
Allora il Signore Dio disse al serpente: “Perché hai fatto questo, sei maledetto fra tutti gli animali e le bestie della terra, tu striscerai sul tuo ventre e mangerai terra tutti i giorni della tua vita. Ed io porrò inimicizia fra te e la donna, fra la tua progenie e la progenie di lei; essa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno”. E alla donna disse: “Io moltiplicherò i tuoi affanni e le tue gravidanze: con dolore partorirai i tuoi figlioli, sarai sotto la potestà del marito, ed egli ti dominerà”. Ad Adamo poi disse: “Perché hai dato ascolto alla voce della tua moglie, ed hai mangiato del frutto del quale io t’avevo comandato di non mangiare, la terra è maledetta per causa tua, con fatica ne trarrai il nutrimento per tutti i giorni della tua vita. Essa ti produrrà triboli e spine, e tu mangerai l’erba dei campi. Col sudore della tua fronte mangerai il pane, finché non tornerai nella terra dalla quale fosti tratto; perché tu sei polvere, e in polvere ritornerai”.


Ecco la terribile pagina della storia umana, che sola può spiegare la condizione attuale dell’uomo sulla terra e per mezzo della quale noi impariamo come comportarci con Dio. Ne faremo l’oggetto principale delle nostre riflessioni nei prossimi giorni. Frattanto veniamo alla spiegazione della Liturgia odierna.

Messa

La Stazione è, a Roma, in S. Lorenzo fuori le Mura

Gli antichi liturgisti notavano la relazione esistente fra il giusto Abele, il cui sangue sparso dal fratello forma l’oggetto d’un Responsorio dell’odierno Mattutino, e il Martire sulla tomba del quale la Chiesa Romana apre la Settuagesima.

EPISTOLA (1Cor 9,24-27; 10,1-15). – Fratelli: Non sapete che nelle corse dello stadio corrono sì tutti, ma uno solo ottiene il premio? Anche voi correte in modo da ottenerlo. Tutti i lottatori si sottopongono a ogni sorta di astinenze, e lo fanno per una corona corruttibile; ma noi lo facciamo per ottenere una corona eterna. Io poi corro in questa maniera e non come a caso: così combatto, non come chi batte l’aria: ma tratto duramente il mio corpo e lo costringo a servire, affinché dopo aver predicato agli altri, non diventi reprobo io stesso. Non voglio lasciarvi ignorare, o fratelli, che i padri nostri furono tutti sotto la nuvola, e tutti attraversarono il mare, e tutti furon battezzati per Mosè nella nube e nel mare, e tutti mangiarono dello stesso cibo spirituale, e tutti bevvero la stessa bevanda spirituale (bevevano alla pietra spirituale che li accompagnava, e questa pietra era Cristo). Ma non in gran numero di essi Dio si compiacque.Coraggio e generosità

L’energica parola dell’Apostolo raddoppia la nostra emozione al pensiero dei grandi eventi che si collegano a questo giorno. Il mondo è un’arena dove tutti dobbiamo correre; ma il premio sarà di coloro che corrono agili e liberi. Guardiamoci quindi da tutto ciò che potrebbe ritardare la nostra corsa e farci perdere la corona. Non illudiamoci: non v’è nessuna sicurezza per noi, finché non saremo arrivati al termine. È stata forse la nostra conversione più sincera di quella di san Paolo, e le nostre opere più sante e meritorie delle sue? Tuttavia egli confessa che non s’è spento nel suo cuore il timore di divenire reprobo per cui castiga il suo corpo e lo tiene schiavo.

Allo stato attuale l’uomo non ha più quella retta volontà di Adamo prima del peccato, che del resto ne seppe usare così male: una tendenza fatale ci trascina verso l’abisso, al punto che possiamo conservare l’equilibrio solo sacrificando il corpo allo spirito. Sembra, questa una dottrina dura ai più, tanto che molti non giungeranno al traguardo, né potranno aver parte alla ricompensa loro destinata. Come gli Israeliti di cui parlava l’Apostolo, essi meriteranno d’essere seppelliti nel deserto e non vedranno mai più la terra promessa. Eppure s’erano realizzate sotto i loro occhi le stesse meraviglie di cui furono testimoni Giosuè e Caleb; ma non esiste rimedio che possa guarire l’indurimento d’un cuore che si ostina a riporre ogni speranza nelle cose presenti, come non si rivelassero ad ogni momento vane e pericolose.

Se invece il nostro cuore confida in Dio e si conforta pensando che non mancherà il suo aiuto a chi l’implora, non s’arresterà mai la corsa del nostro pellegrinaggio e giungeremo felicemente alla mèta. Gli occhi del Signore sono sempre rivolti a chi lavora e soffre (Dal Graduale della Messa).

VANGELO (Mt 20,1-16). – In quel tempo: Gesù disse ai suoi discepoli questa parabola: È simile il regno dei cieli a un padrone che allo spuntar del giorno uscì a prendere ad opera dei lavoratori per la sua vigna. E pattuito coi lavoratori un denaro al giorno, li mandò alla sua vigna. Ed uscito verso l’ora terza, vide altri stare sulla piazza sfaccendati, e disse loro: Andate anche voi nella mia vigna e vi darò quel che sarà giusto. E quelli andarono. Di nuovo uscì verso l’ora sesta e nona, e fece lo stesso. Uscito poi verso l’undecima, trova altri sfaccendati, e dice loro: Perché vene state tutto il giorno qui senza far nulla? Gli risposero: Perché nessuno ci ha presi a giornata. Ed egli a loro: Andate anche voi nella mia vigna. Venuta poi la sera, il padrone della vigna dice al suo fattore: Chiama i lavoratori e paga loro la mercede, cominciando dagli ultimi fino ai primi. Essendo dunque venuti quelli dell’undecima ora, ebbero un denaro per uno. Venuti poi anche i primi, pensavano di ricevere di più: ma ebbero anch’essi un denaro per uno. E, presolo, mormoravano contro il padrone, dicendo: Questi ultimi han fatto un’ora sola, e li hai trattati come noi che abbiamo portato il peso della giornata e il caldo. Ma egli, rispondendo a uno di loro, disse: Amico, io non ti faccio torto: non hai pattuito con me per un denaro? Piglia il tuo e vattene; ma io voglio dare anche a quest’ultimo quanto a te. E non posso fare del mio quel che voglio? È forse maligno il tuo occhio perché io son buono? Così gli ultimi saranno i primi, e i primi gli ultimi. E molti sono i chiamati, pochi gli eletti.

La chiamata delle nazioni

Notiamo la grande importanza di cogliere il senso giusto di questo brano evangelico e valutarne i motivi per cui la Chiesa ce lo propone in questo giorno.

Anzitutto consideriamo le circostanze nelle quali il Salvatore pronuncia tale parabola e il fine istruttivo che in essa ci viene esplicitamente dichiarato. Si tratta di avvertire i Giudei che s’avvicina la fine della loro legge, la quale deve lasciare il posto alla legge cristiana, e di disporli ad accogliere favorevolmente l’idea che i Gentili saranno chiamati a stringere alleanza con Dio. Difatti la vigna di cui si parla è la Chiesa, nei suoi differenti aspetti, dall’inizio del mondo fino al giorno in cui il Signore s’abbassò a venire in mezzo agli uomini e costituì, in una forma visibile e permanente, la società dei credenti in lui. L’alba di questo mondo era durata da Adamo fino a Noè; l’ora terza si estese da Noè ad Abramo; l’ora sesta cominciò da Abramo e giunse fino a Mosè; l’ora nona fu l’epoca dei Profeti, fino all’avvento del Signore. Finalmente l’ora undecima, quando cioè il mondo sembrava volgere alla completa rovina, apparve il Messia. Le più grandi misericordie furono riservate a questa ultima età, nella quale la sua salvezza doveva estendersi ai Gentili per mezzo della predicazione degli Apostoli.

Con quest’ultimo mistero Gesù vuol confondere la superbia dei Giudei e far notare l’invidia dei Farisei e dei Dottori della Legge vedendo estendersi, fino alle nazioni pagane, l’adorazione del Padre: il che apparve chiaramente dalle rimostranze egoistiche degli operai invitati per primi, al Padre di famiglia. Ma la loro ostinazione sarà debitamente punita, perché Israele che lavorava prima di noi sarà riprovato per la durezza del suo cuore, e noi Gentili ch’eravamo gli ultimi, diventeremo i primi figli del Padre, perché saremo membri della Chiesa Cattolica, Sposa del Figlio di Dio.

La vocazione d’ogni uomo


Questa è l’interpretazione che fanno della parabola i santi Padri, specialmente sant’Agostino e san Gregorio Magno. Ma l’insegnamento del Salvatore contiene senza dubbio un altro importante significato, non meno sottolineato dall’autorità dei due santi Dottori, e consiste nella chiamata che Dio rivolge a ciascuno di noi per invitarci a meritare il Regno eterno con la fatiche di questa vita.

Il mattino fu la nostra infanzia. L’ora terza, secondo il costume antico di contare, è quella della prima ascesa del sole verso il cielo, cioè l’età della giovinezza. L’ora sesta, mezzogiorno, è l’età virile. Finalmente l’undecima, che precede di pochi istanti il tramonto, è la vecchiaia. Il Padre di famiglia chiama operai a tutte le ore, ed essi devono rispondere non appena odono la sua voce; non è lecito ai primi chiamati attardarsi al lavoro, col pretesto che ci andranno a una seconda chiamata del Padrone: chi li assicura che vivranno fino all’ultima ora? quando sarà l’ora terza, può uno presumere di arrivare anche alla sesta ora? Il Signore chiamerà alle ultime ore di lavoro i superstiti di questo mondo; ma non s’è mai impegnato a rinnovare l’invito a chi una volta lo rifiutò.

Preghiamo

Esaudisci, Signore, le preghiere del tuo popolo e fa’ che noi giustamente afflitti per i nostri peccati, siamo misericordiosamente liberati a gloria del tuo nome.


(da: dom Prosper Guéranger, L’anno liturgico. – I. Avvento – Natale – Quaresima – Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, pp. 427-431)

* * *


La domenica di Septuagesima




di Mattia Rossi

San Pio X, nel suo Catechismo Maggiore, trattando delle domeniche di settuagesima, sessagesima e quinquagesima, precisa: “La Chiesa dalla domenica di settuagesima fino al sabato santo tralascia nei divini uffici l’Alleluia, che è voce di allegrezza, ed usa paramenti di color violaceo, che è color di mestizia, per allontanare con questi segni di tristezza i fedeli dalle vane allegrezze del mondo ed insinuare ad essi lo spirito di penitenza”.

E questo è immediatamente percepibile dall’introito di settuagesima: “Circumdederunt me gemitus mortis, dolores inferni circumdederunt me: et in tribulatione mea invocavi Dominum, et exaudivit de templo sancto suo vocem meam” (Mi circondano gemiti di morte e i dolori dell’inferno, in mezzo alla tribolazione ho invocato il Signore ed Egli, dal suo tempio santo, ha esaudito la mia preghiera).

Non passa, né potrebbe passare, inosservato il pesante allargamento iniziale su “gemitus” (pes quadrato + bivirga episemata). Ma nemmeno sfugge la correlazione che questa prima domenica penitenziale ha con la quaresima e, in particolare, con l’introito della III che, oltre a un medesimo impianto musicale, con il testo dell’introito di settuagesima, fa quasi a specchio: “Oculi mei semper ad Dominum quia ipset evellet de laqueo pedes meo : respice in me, et miserere mei, quoniam unicus et pauper sum ego”.
Come ben insegna sempre Pio X, poi, dalla settuagesima l’Alleluia viene sostituito dal Tractus.1 E in questa prima domenica, in questo inizio di cammino che condurrà alla Passione, ma anche alla Risurrezione, oltre ai richiami quaresimali, troviamo anche il rimando alla Pasqua.

Il tratto, appunto, con un testo fortemente drammatico come il “De profundis”, è modellato sulla stessa melodia dei cantici (tratti) della Veglia pasquale. Nell’inizio della penitenza è già racchiuso, quasi in guisa di assaggio, il gusto melodico proprio della Pasqua.

 
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1. Nella messa latina sono così denominati (anche in forma italiana, tratto) alcuni brevi versetti (dai Salmi) che, prima della riforma liturgica conseguente al Concilio Vaticano II, si recitavano o cantavano nei giorni di penitenza (quaresima, tempora, vigilie, messa dei defunti, ecc.) di seguito al graduale in luogo dell’Alleluia. Il tractus, una delle forme più antiche del canto liturgico gregoriano, consentiva anche l’ornamento di vocalizzi; nella messa era originariamente recitato da un solo cantore, senza interruzioni (tractim) del coro.





sabato 31 gennaio 2026

La pedagogia "preventiva" di Don Bosco






In cosa consisteva la pedagogia di don Bosco?

1. Don Bosco viene ricordato anche per la sua pedagogia. Essa è stata definita “preventiva”, ovvero una pedagogia che mirava ad evitare gli errori comportamentali piuttosto che a curarli dopo che questi si fossero manifestati. In realtà il famoso sacerdote piemontese era convinto che la pedagogia vera non avesse bisogno di metodi precostituiti, ma decise lo stesso di dare un nome alla sua pedagogia perché doveva pur fornire una definizione da presentare al ministro Rattazzi.

2. La pedagogia di Don Bosco era ovviamente una pedagogia che si basava sulla convinzione dell’esistenza della verità. Sulla convinzione cioè che il soggetto che la pedagogia doveva servire (il fanciullo), pur nelle diversità contestuali, familiari e sociali, fosse sempre lo stesso, ovvero un dato perenne. A dimostrazione di ciò, egli affermava che il primo bisogno del fanciullo fosse quello di essere amato. Sperimentò che quando un giovane o un fanciullo vive nella strada o una vita animalesca nei tuguri, diventa diffidente e scontroso. Invece, quando gli si dimostra affetto e lo si circonda di calore e simpatia, le cose cambiano. Insomma, va fatto capire ai fanciulli che la loro vita non è senza senso, ma sempre frutto di un progetto di amore, che non si è “gettati” nel mondo, ma che invece si ha la possibilità di essere accompagnati dall’Assoluto.

3. Come mai don Bosco era convinto che il fanciullo, una volta amato, tendesse sempre a rispondere positivamente? La risposta sta nel fatto che egli era convinto che nessun fanciullo fosse veramente cattivo. Attenzione però: questa convinzione non si poneva all’interno di una prospettiva di tipo roussoniana (l’uomo in natura è sempre buono, ciò che lo corrompe è il progresso e la società), quanto nella concezione autenticamente cattolica del peccato originale. Il Santo credeva che il fanciullo, più facilmente dell’adulto, tendesse a rispondere alla pedagogia dell’amore, perché questi (il fanciullo) ancora conserva in sé le gemme preziose della grazia santificante ricevuta dal Battesimo e di una vita senza malizia.

4. Dunque, “prevenzione” del suo metodo vuol dire appunto prendere i fanciulli quanto prima: evitare che si possano guastare e quindi rendere più difficile il loro recupero e l’efficacia della pedagogia dell’amore.

5. Per far questo don Bosco dette grande importanza all’oratorio. Volle che i ragazzi non fossero sulla strada, bensì sempre controllati non solo nello studio ma anche nel giocare e nel trascorrere il tempo libero. Attenzione: il gioco e lo sport vennero valorizzati da don Bosco non solo come riempimento, ma anche come realizzazione e contributo importante alla crescita. Il gioco, come possibilità di scaricare le proprie energie per evitare qualsiasi tipo di “corto circuito” sul piano fisico e mentale; e per evitare che il fanciullo trascorresse nell’ozio i suoi momenti di libertà dallo studio. Ma anche lo sport, come capacità di giocare nell’accettazione delle regole, vere metafore dell’oggettività della vita; ovvero il fatto che l’uomo non debba gestire la sua esistenza a proprio piacimento, ma sempre in conformità alle leggi che non possa darsi da sé, ma che invece deve oggettivamente riconoscere e rispettare.

6. La pedagogia preventiva di don Bosco muove non solo dalla convinzione dell’esistenza della verità, ma anche dalla convinzione secondo cui tale verità è conoscibile. Essa presuppone che alla base dell’educazione vi sia la possibilità di motivare le regole imposte. Insomma, non si tratta della cosiddetta “morale del pugno sbattuto sul tavolo”, devi far questo perché lo devi fare, bensì della morale che, imponendo regole, dà anche la spiegazione delle motivazioni che ne sono alla base.

7. In questo senso si capisce molto bene come la spiritualità e il pensiero pedagogico di don Bosco costituiscano valide ed evidenti risposte alla mentalità dominante nel XIX secolo. La morale di quel secolo era infatti di tipo autoritario, proprio perché “figlia” della filosofia kantiana. Tale pensiero aveva demolito la metafisica, affermando l’impossibilità di dimostrare l’esistenza di Dio; accorgendosi poi dell’incapacità, in tal modo, di costruire una morale universale. Kant, dunque, dovette recuperare queste verità non più nella prospettiva razionale, bensì in quella volontaristica: anche se Dio non è conoscibile, deve essere ammesso per esigenze morali. Da qui una morale che non poggiasse sull’evidenza della verità, ma solo sull’impulso della volontà; una morale non più basata sulla persuasione, ma solo sull’imperativo categorico.

8. L’esito di questa prospettiva pedagogica fondata sul riconoscimento della verità e di una morale basata sulla persuasione era inevitabilmente un rapportarsi positivo e gioioso nei confronti della vita, atteggiamento questo molto lontano dalla cultura del tempo o da spiritualità seriose e protestantiche. Scrive un famoso biografo di don Bosco, Bonaventura Zarbà D’Assoro: Ecco perché don Bosco vuol bandito ogni sussiego e ogni accigliamento del volto degli educatori salesiani, e ogni piega amara sul labbro dei loro educandi. Egli ispira la sua pedagogia al motto di San Filippo Neri: ‘Scrupoli e malinconia, via da casa mia!’ che non è altro poi che la traduzione libera del detto paolino: ‘Guadete, iterum dico, gaudete!’ (…). Dell’allegria don Bosco fece come un precetto del vivere fin dai primi anni, e com’egli aveva vissuta la giovinezza a cielo aperto, così volle che i fanciulli avessero ‘ampia libertà di saltare, correre, schiamazzar a piacimento.’ La disposizione de’ suoi istituti conserva l’impronta di quello stile; niente chiostre e cortili chiusi: aria e luce, nell’anima e fuori.

9. La pedagogia di don Bosco, partendo da questi presupposti, si mosse anche nella trasmissione ai fanciulli dell’affidamento alla Chiesa e al suo Capo visibile, nell’amore verso queste realtà. Il Governo Piemontese, infatti, non sopportava le scuole di don Bosco proprio perché in esse gli allievi s’innamoravano della Chiesa e di Pio IX.

10. La prospettiva di don Bosco, proprio perché basata sul riconoscimento della verità e pur fondandosi sull’amore, non si traduceva in una sorta di relativismo mieloso. Egli era convinto della necessità della missione. Racconta Zarbà D’Assoro: Una delle ultime volte che don Bosco comparve in mezzo ai suoi, il 7 dicembre 1887, fu per trascinarsi incontro a monsignor Cagliero che tornava a rivederlo ancora e gli conduceva con alcune suore una piccola india battezzata. ‘Eccole –gli dissero- o Padre, una primizia che i suoi figli le offrono dagli ultimi confini della terra’. E subito la giovinetta, con accento filiale disse: ‘Vi ringrazio, carissimo Padre, di aver mandato i vostri missionari a salvar me ed i miei fratelli! Essi ci hanno resi cristiani e ci hanno aperto le porte del cielo.’ Don Bosco pianse. Nella piccola india redenta egli vedeva non solo il primo fiore cristiano delle Pampas, ma anche il pegno delle future conquiste destinate ai suoi figli.”






venerdì 30 gennaio 2026

La Messa è un Sacrificio. Il Ruolo Centrale nel Mistero dell’Agnello





 R.S.

Durante la Santa Messa i fedeli sono (dovrebbero essere) coinvolti nel mistero divino.
Il protagonista è Nostro Signore Gesù Cristo, Verbo incarnato, vero uomo e vero Dio.
E’ lì mentre la celebrazione ripresenta il sacrificio di croce che ha redento l’umanità e il cosmo, la creazione intera.
Il mistero della fede spazia dall’immersione battesimale (nella morte e resurrezione) a quello (trascurato?) del ritorno di Cristo.

Lasciamo perdere se in molte liturgie tutto questo sia difficilmente percepibile. Stiamo al mistero.
Perché è così importante il tema del ritorno per collegarsi al mistero eucaristico pasquale e al battesimo?
Chi può aiutarci a tenere insieme tutto, facendo leva sulla Tradizione e sulla Parola?
Chi ci affranca da pericolosi scivolamenti in un antropocentrismo che dissolve il mistero?

L’Agnello di Dio

L’Agnello di Dio ci riporta alla fondazione del mondo, creato per mezzo del Verbo incarnato, il Figlio (Ap 13,8 e 1 Pt 1, 18-20).
Agnello di Dio è l’appellativo con cui San Giovanni Evangelista riferisce che San Giovanni il Battista chiamò Gesù al Giordano.
Ma San Giovanni l’Evangelista, autore del prologo che echeggia in Colossesi (1, 15-20), è autore del libro dell’Apocalisse.
La Rivelazione cristiana ci tuffa nel mistero della creazione per farci partecipare alla Messa da redenti e volgerci alle Nozze dell’Agnello.
Il pane/vino che si mangia/beve è Cristo e Cristo è l’Agnello, immolato il 14 di nisan all’ora degli agnelli sacrificali.
La Santa Messa non è una mensa/cena (l’ultima…), ma quel Sacrificio che trasforma la morte in vita e la vita in eterna.
L’agnello di Dio prende su di sé i peccati del mondo per ricapitolare in sé ogni cosa e aprire la storia di Babilonia alla Gerusalemme celeste.

Dal Natale di Gesù (nato agnello tra gli agnelli) si va nell’Epifania, sovra-manifestazione dell’unione nuziale tra Cristo e la Chiesa. Nella liturgia del tempo natalizio, l’accorrere dei Magi si accompagna al battesimo nel Giordano di colui che è l’Agnello di Dio.

Nell’eucaristia ci introduciamo con le parole dell’angelo in Apocalisse 19,9: “Beati gli invitati al banchetto di nozze dell’Agnello”.

Baptizat miles Regem, servus Dominum suum, Ioannes Salvatorem. Aqua Iordanis stupuit, columba protestatur, paterna vox audita est: “Filius meus hic est, in quo bene complacui, ipsum audite”.
Il soldato battezza il Re, il servo il suo Signore, Giovanni il Salvatore. L’acqua del Giordano è stupita, la colomba testimonia, si ode la voce del Padre : “Questi è il Figlio mio, in cui ho posto il mio compiacimento, ascoltatelo”.

In questa nuova vita, verso queste nozze, siamo attratti per metterci in comunione, da subito e per sempre.
E’ la nostra fede battesimale nella redenzione dal peccato, nella divinità di Cristo e nella nascita a creatura nuova.
L’agnello di Dio indica la Pasqua, il mistero dell’Eucaristia, e il il mistero del Battesimo.

Siamo nel mistero, non nella pretesa di possedere ogni contezza, facendone un prodotto del nostro fare (liturgico).

In un’omelia inedita di Benedetto XVI comparsa qualche tempo fa su Messa in latino e ripresa da Sandro Magister leggiamo queste perle:

… “agnello”, nella Sacra Scrittura è una parola fondamentale: la troviamo dalla Genesi fino all’Apocalisse, anzi è la parola centrale dell’Apocalisse, poiché qui per ben 28 volte Gesù appare come agnello e centro della storia del mondo.

… un primo accenno, una prima previsione, nella storia di Abramo: l’immolazione di Isacco (cfr. Gen 22)… nel momento in cui vuole uccidere il figlio, passando dall’atto fondamentale del cuore all’atto del sacrificio esterno, Dio interviene, lo impedisce, e Abramo stesso trova e vede, impigliato nel cespuglio, un agnello, e capisce : “Dio stesso mi provvede il dono”. Dio non vuole la nostra morte, ma la nostra vita, e noi possiamo dare a Dio solo dei doni dati da Lui stesso, come diciamo nella prima Preghiera eucaristica : Dio stesso mi dà quanto io posso dare, quanto io do è sempre dono suo, Dio dà se stesso.

Nel Vangelo di san Giovanni – al capitolo ottavo – c’è un testo sorprendente, dove Gesù dice: “Abramo vide il mio giorno e si rallegrava” (Gv 8,56). Non sappiamo a che cosa accenni l’Evangelista, non sappiamo come e quando Abramo abbia visto il giorno di Dio per rallegrarsi; ma forse possiamo pensare chiaramente a questo momento nel quale vede l’agnello e così, da lontano, vede il vero agnello, il Dio che si fa agnello, il Dio che dona se stesso nel Figlio, e vedendo questa grandezza dell’amore di Dio, che dà se stesso facendosi agnello, gioisce, capisce tutta la bellezza della sua fede, la grandezza, la bontà e l’amore di Dio.

… Isaia, in un duplice senso, il Servo appare come agnello; viene detto: “Si comporta come un agnello, come una pecora che viene guidata all’uccisione, non apre più la bocca”, si fa uccidere senza opporsi. Ma, oltre al fatto che il Servo si comporta come agnello destinato alla morte, c’è una cosa più profonda, ed è che la parola “Servo” (taljā’ in aramaico) può anche essere interpretata come “agnello”, cioè il Servo stesso è l’agnello, nel Servo si realizza la sorte dell’agnello, egli diventa l’agnello per noi tutti.

Il testo dell’Esodo è l’istituzione della Pasqua. Come sappiamo, è la notte della liberazione dall’Egitto e il sangue dell’agnello difende Israele contro la morte, e nello stesso tempo apre la porta alla libertà; è notte della liberazione, notte della vittoria sulla morte, notte della libertà: il tutto centrato sul sangue dell’agnello.

Perciò è così importante che, nel capitolo 19 del suo Vangelo, san Giovanni ci comunichi che Gesù è stato trafitto dal soldato romano proprio nel momento in cui nel tempio si uccidono gli agnelli pasquali. Questa identificazione, questa contemporaneità al minuto, ci dice: “Il vero agnello è Gesù”. L’animale agnello non può liberare, non può difenderci davanti alla morte; l’agnello è solo un segno, un segno di aspettativa. Il vero agnello muore in quel momento: Gesù è l’agnello pasquale e così comincia la vera Pasqua, la liberazione dalla morte, l’uscita nella libertà dei figli di Dio.

… l’angelo di Dio riconosce gli amici di Dio dal sangue dell’agnello messo sull’architrave delle porte. Il sangue dell’agnello è segno degli amici di Dio. Adesso, come potremmo noi essere segnati così? L’architrave della porta del mio essere come può essere segnata dal sangue dell’agnello che Dio riconosce? Questo è un mistero.

… cantiamo tre volte l’“Agnello di Dio”, che è nello stesso tempo un canto pasquale, sulla passione di Cristo e sulla vittoria di Cristo; ed è un canto nuziale, perché questa comunione è anche sposalizio: Cristo si dà a noi, si unisce con noi e così realizza realmente le nozze dell’umanità con Dio, ci fa entrare nelle sue nozze. La parola con la quale, secondo la nuova liturgia, il sacerdote invita alla comunione: “Beati gli invitati alla cena del Signore”, nell’originale dell’Apocalisse suona : “Beati gli invitati alla cena delle nozze dell’agnello”. Così appare tutto il mistero dell’Eucaristia – nozze dell’agnello, cena delle nozze dell’agnello –, che è entrare in questo grande avvenimento, che supera la nostra comprensione, la nostra intelligenza; tuttavia possiamo indovinare la grandezza dell’amore di Dio, che si unisce a noi, che ci chiama nelle nozze dell’unità nuziale nella sua bontà, nel suo amore.

… Come ho detto, nell’Apocalisse l’agnello appare 28 volte: è il centro della storia dell’universo; l’universo e la storia si inchinano davanti all’agnello (cfr. Ap 5,5 – 14). Entriamo in questo gesto della liturgia cosmica, della liturgia universale, inchiniamoci davanti a questo mistero e preghiamo il Signore che ci illumini, ci trasformi, ci renda partecipi di questo amore, di queste nozze dell’Agnello. Amen!