martedì 6 dicembre 2022

Si scrive ecologia, si legge genocidio







Marco Tosatti

Cari amici e nemici di Stilum Curiae Agostino Nobile con la consueta lucidità svela quello che si cela dietro il nuovo mito che il Pensiero Dominante sta pompando sull’opinione pubblica. Buona lettura.


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Agostino Nobile

I più noti ambientalisti della storia recente sono stati i nazisti tedeschi. Ordinarono ai soldati di piantare più alberi, furono i primi europei a istituire riserve naturali e a ordinare la protezione delle siepi e di altri habitat naturali. Adolf Hitler e altri importanti nazisti erano vegetariani e approvarono numerose leggi sui diritti degli animali. Gli studenti dell’Università di Heidelberg hanno avuto club di escursionismo. Anche i socialisti avevano questi club, considerati parte integrante dello sviluppo del carattere dei giovani marxisti.

Il governo sovietico era altrettanto protettivo nei confronti della selvaggina e delle foreste, nonostante le possibilità di guadagno della pelliccia. Il decreto “Sulle stagioni di caccia e sul diritto di possedere armi da caccia” fu approvato da Lenin nel maggio 1919. Il decreto vietava la caccia agli alci e alle capre selvatiche e poneva fine alle stagioni aperte in primavera e in estate. Queste erano alcune delle principali richieste degli ambientalisti prima della rivoluzione e i comunisti le soddisfecero completamente. Le regole sulla caccia erano considerate così importanti per Lenin che egli prese tempo dalle deliberazioni su come fermare le Armate Bianche per incontrare il suo uomo di fiducia, l’agronomo Podiapolski.

Il culto della natura in Germania non risale, come scrivono alcuni storici strabici, al romanticismo moderno, ma al paganesimo tribale. Quelli, per intenderci, che sacrificavano esseri umani per propiziarsi gli dèi e madre natura.

Il paganesimo moderno nasce nel Regno Unito con l’ecclesiastico anglicano Thomas Robert Malthus (1766 –1834), economista e demografo che considerava la sovrapopolazione come un pericolo mortale per il nostro pianeta. Le sue tesi sono state accolte, tra gli altri, da pionieri della biologia evoluzionista come C. Darwin e A. Wallace.

Bisogna anche dire che le teorie naziste non nascono dal nulla. Prima che Hitler salisse al potere, nel nord Europa e Stati Uniti praticavano l’eutanasia, l’eugenetica e il razzismo contro i poveri e i malformati. Il disumanesimo anticristiano nelle menti dei liberals protestanti era già diffuso.

Le nostre democrazie pagane, dunque, hanno la strada spianata dai nazi-malthusiani/darwinisti del secolo scorso. Facendo tesoro della loro esperienza, l’ecologismo attuale, oltre al controllo orwelliano, mira soprattutto alla depopolazione taroccata come amore e rispetto per il futuro dei nostri figli e di Madre Terra.

Il World Economic Forum fondato dal tedesco Klaus Schwab coadiuvato dai personaggi più ricchi del pianeta, a partire dagli anni ‘70 stanno portando avanti quello che le democrazie nord europee, americane e il nazismo avevano iniziato. Stiamo vivendo un nazismo più morbido e velonoso. Per i dormienti che considerano questi dati incontrovertibili come cospirazionismo, consiglio i libri di Klaus Schwab e di ascoltare il discorso all’ONU di D. Rockefeller https://www.youtube.com/watch?v=PY7u4aXkzNs&t=0s (rendetevi conto delle fesserie che racconta!) Ma basterebbe guardarsi attorno. L’ideologia ecologista sta decostruendo tutti gli aspetti naturali, dalla coscienza a quel libero arbitrio descritto da sant’Agostino d’Ippona e stabilito dalle costituzioni democratiche.

Con l’ecologismo, gli ingegneri sociali hanno creato il più geniale, perfido e disumano totalitarismo della storia occidentale. Per evitare nascite, la politica ecologista femminilizza l’uomo e il bambino, mascolinizza la donna e la bambina. Legalizza l’aborto, l’eutanasia, l’eugenetica e diffonde droghe.

Valorizza le emozioni più demenziali e ridicolizza il buon senso e la dignità. Anche i virus, i lockdown e i vaccini hanno hanno come fine ultimo la depopolazione. La disperazione, l’incertezza sul futuro e la paura rappresentano le armi principali del programma ecologista. Nessun essere umano è più ubbidiente di chi è terrorizzato per la vita dei suoi cari e la propria. Covid docet.

I criminali non hanno lasciato nulla al caso. Nei divorzi e nelle separazioni gli uomini vengono pesantemente penalizzati, mentre le donne sono tutelate oltre i limiti della ragionevolezza.

Per sfoltire il numero di umani, devono inculcare all’uomo che è il principale responsabile del male sulla Terra. Inquinatore, guerrafondaio, femminicida. In quest’ultimo caso, i media non hanno mai informato sulla condizione degli uomini separati, circa 200 suicidi ogni anno https://www.lafinestradiazzurra.it/in-italia-oltre-4-milioni-di-padri-separati-quasi-il-50-patisce-gravi-condizioni-di-indigenza-nel-2016-si-sono-suicidati-in-200/ Le leggi in vigore in tutto l’occidente violentano i più profondi sentimenti del padre. Gli tolgono l’aria che respira, figli casa e denaro. A questo punto, chi è quel pazzo che si sposa e mette al mondo figli? È inutile dire che il cosiddetto inverno demografico e la caduta libera del numero dei matrimoni non sono casuali.

Diffondere odio e competizione tra uomo e donna diventa necessario per evitare che i sentimenti siano coronati col matrimonio e la procreazione. Per gli “incidenti” basta abortire col sostengno economico dello Stato. In america c’è un detto: “la povertà è la ragione più comune per l’aborto, non è una scelta”. Infatti le donne ricche abortiscono molto raramente. Per questo motivo gli ecologisti mirano all’impoverimento delle nazioni con crisi economiche create ad hoc. I poveri del mondo opulento non vogliono figli.

La promozione dell’omosessismo ha lo stesso fine antinascite. Gli omosessuali, pur essendo una minoranza con percentuali che non superano lo zero virgola, ormai dettano legge dappertutto. Non basta. Gli ecologisti distruggono il tessuto sociale attraverso l’immigrazione irregolare, che ha un ulteriore vantaggio. L’immigrato irregolare, se trova lavoro viene sottopagato, togliendo il lavoro sia all’autoctono che all’immigrato regolare.

Per educare a una vita che produce poche emissioni “dannose per l’atmosfera” hanno cominciato a mettere in circolazione carte di credito che controllano la tipologia di acquisti. Se il portatore non acquista cibi e oggetti stabiliti dall’ideologia ecologista sarà punito, anche bloccando il conto corrente. Chissà se domani non vorranno analizzare il livello di emissioni delle nostre feci che rischiano di causare l’effetto serra. Ci arresteranno nei nostri cessi?

La tv, come sempre, è in prima linea nel mostrare in maniera iperbolica le siccità, le alluvioni, i terremoti, ecc. Cose che, come abbiamo visto nell’articolo precedente, sono sempre esistite, dalla nascita della terra ad oggi.

L’ultima speranza risiede nella razionalità e nella perseveranza di una minoranza di uomini e donne fedeli alla morale cristiana, che si oppongono a questa ideologia grottesca, falsa, aberrante.





lunedì 5 dicembre 2022

Ru486, donne che raccontano l’inferno. E come ne sono uscite





Dopo il ribaltamento della Roe v. Wade, l’industria abortista spinge sempre più sull’invio di pillole come la Ru486. I dati della FDA testimoniano il pericolo per le donne (almeno 20 morte dal 2000 al 2019). Chi c’è passata conferma: Krissy Spivey e Dora Esparza si raccontano al Christian Post, svelando i traumi fisici e psichici legati all’aborto con pillola. E come si sono tirate fuori dall’abisso.


Benedetta Frigerio 05-12-2022

Dopo che la Corte Suprema degli Stati Uniti ha ribaltato la sentenza Roe v. Wade, negando che vi sia un diritto costituzionale all’aborto, diversi centri abortivi hanno inviato nelle case americane pillole come la Ru486.

A confermare la pericolosità per la donna di abortire da sola in questo modo, in aggiunta all'omicidio del figlio, sono i dati pubblicati nel 2021 dalla Food and Drug Administration (Deaths and Severe Adverse Events after the use of Mifepristone as an Abortifacient from September 2000 to February 2019) che ha parlato degli eventi avversi legati all’uso della Ru486 dal 2000 al 2019. Di questi, 20 si sono conclusi con la morte della donna, 529 di loro invece sono state in fin di vita, mentre 1.957 hanno avuto conseguenze fisiche gravi. E probabilmente i numeri sono molto maggiori, data la scarsa segnalazione da parte delle donne che abortiscono.

Il Christian Post ha intervistato due donne che hanno abortito con questa pillola: Krissy Spivey e Dora Esparza. Nel marzo 2006, un mese prima che Spivey compisse 19 anni, fu violentata, perdendo da quel momento la “bussola morale”, tanto da rimanere incinta verso la fine di aprile senza sapere l'identità del padre del bambino. Spivey parlò con il gruppo della chiesa che frequentava del fatto di essere stata aggredita sessualmente, ma qualcuno non le credette. Sola, pensò di interrompere la gravidanza. Appena una compagna dell'università seppe della gravidanza - sebbene cristiana, sposata e con due figli - le diede un biglietto con il nome di un medico e l'orario di un appuntamento. Il medico la fece abortire con la pillola a 11 settimane di gravidanza, mentre l’amica era diventata fredda e distaccata. Le diedero la prima pillola (mifepristone) in clinica, poi le fu consegnata la seconda (prostaglandina) da portare a casa e prendere il giorno successivo. “Dicevano che sarebbe stato naturale, proprio come una mestruazione davvero abbondante”.

Così Spivey prese la seconda pillola e andò a lavorare portando con sé alcuni assorbenti. «Ricordo il dolore… ho pensato: “Oh mio Dio. Questo fa male. Questo non è come i soliti crampi”». Spivey andò in bagno e la quantità di sangue era tale che fu costretta a togliersi i pantaloni, ma la cosa più terribile fu vedere la sua creatura perfettamente formata ma morta uccisa: “Ricordo di essermi accovacciata, di aver guardato e visto le sue piccole braccia e le gambe minuscole e i suoi occhietti”. Totalmente in panico, Spivey non sapeva se gettare i resti della sua bambina nella spazzatura o nel water. Dopo aver deciso di gettarli nel wc, temendo che i clienti o i suoi colleghi potessero vedere la piccola nella spazzatura, scappò dal lavoro senza mai tornare: «Sentivo il vuoto… E quella sensazione di disperazione: “Oh mio Dio. Cosa ho fatto?” E non l'ho nemmeno riconosciuta come una vita fino a quando non se n'è andata e quel vuoto era lì e l'oscurità mi consumava».

Spivey ricorda i mesi in cui passava il tempo sdraiata sul pavimento, bevendo per dimenticare. Due settimane dopo l'aborto, si fece tatuare sulla schiena il nome della figlia, Mackenzie May. Circa due mesi dopo confessò tutto ai suoi genitori, che però non le credettero. A quel punto fu ricoverata nel reparto psichiatria, da cui è entrata e uscita quattro volte: «Ogni volta che uscivo, cercavo di trovare qualcun altro a cui raccontare dell'aborto, del mio bambino, dello stupro… poi tornavo dai miei genitori e loro dicevano: “Oh, vomita di nuovo bugie”». Solo nell'ottobre 2020 Spivey è riuscita a ricordare più dettagli sull'esperienza dell'aborto e i suoi genitori le hanno creduto.

Oggi Spivey racconta di come Dio abbia fatto per lei un “lavoro straordinario”. Nel 2009 si è sposata e nel 2010 ha avuto una figlia; poi, dopo aver perso tre figli a causa di aborti spontanei, nel 2016 ha partorito nuovamente. Nell'autunno del 2020, Spivey ha frequentato uno studio biblico di 13 settimane, “un percorso di guarigione interiore che ha cambiato totalmente la mia vita”. Una volta che ha iniziato a condividere la sua storia, Spivey è rimasta stupita dal numero di donne che l'hanno contattata per raccontare esperienze simili. Oggi è certa che occorra “lasciare che il Signore vada in quei luoghi nascosti che ci sembrano tanto scuri e che la luce risplenda lì”.

Esparza aveva 19 anni quando scoprì di essere incinta nel febbraio 2009: suo fratello reagì con rabbia. Chiamò quindi due amiche dicendosi spaventata, per cui stava pensando di abortire, pur essendo sempre stata pro life: “Promisero di aiutarmi a scegliere la vita”, ma il suo ragazzo voleva che abortisse: “Gli ho detto che non credevo nell'aborto e che non volevo averne uno. Mi chiese semplicemente se fossi disposta almeno a prenderlo in considerazione”. Esparza era innamorata e voleva compiacerlo. Inoltre gli amici del fidanzato “mi dicevano che l'aborto era la mia migliore e unica opzione… che eravamo troppo giovani… A quel punto ho iniziato a credere alle bugie e ho deciso di abortire solo perché avevo paura di perdere il padre del bambino e per tutte le pressioni”.

Esparza mentì alle sue amiche e al fratello dicendo loro che il test di gravidanza era un falso positivo. Il suo ragazzo fissò un appuntamento presso la clinica di Planned Parenthood a San Antonio, in Texas. Sola, seduta nella sala d'attesa, ricorda che “i fidanzati presenti non sembravano essere troppo coinvolti... ma quasi ogni donna in quella sala d’attesa piangeva”. Un'infermiera disse ad Esparza che era incinta di otto settimane, ma dopo aver ingerito la prima pillola era già pentita. Chiese quindi all'infermiera se fosse troppo tardi per ripensarci: "Mi disse che se non fossi andata fino in fondo, allora mio figlio sarebbe nato disabile… E così è arrivata la paura… di guardare mio figlio disabile sapendo che era colpa mia. Quindi, decisi di procedere”. Solo dieci anni dopo Esparza ha saputo che invece esiste un trattamento per bloccare gli effetti della pillola abortiva.

La giovane prese quindi la seconda pillola nell'appartamento del suo ragazzo. “Mi aveva detto che sarebbe stato come un normale ciclo mestruale, il che era una vera e propria bugia”. Entro 15 minuti cominciarono crampi insopportabili. Esparza si diresse verso il bagno. “Non ricordo per quanto tempo sono stata lì dentro. Direi almeno un'ora, ma ero sul water a svenire dal dolore… Era il travaglio”. Già prima di prendere le pillole, Esparza soffriva di depressione, poi iniziò a fumare e bere per cercare di non sentire il dolore. Due settimane dopo tornò a Planned Parenthood: c’erano ancora parti del suo bambino dentro di lei, avrebbero dovuto eseguire un raschiamento di emergenza. Le fu somministrato un insieme di farmaci per l'ansia e il dolore: “Ero davvero drogata a quel punto, molto insensibile a tutto ma ancora consapevole di cosa stava succedendo… la parte più difficile per me è stata semplicemente stare sdraiata lì, pensando che il mio bambino fosse un lottatore che stava facendo di tutto per sopravvivere”.

Per i successivi sei o sette mesi, Esparza smise di mangiare e di lavarsi. Lei e il suo ragazzo si lasciarono dopo qualche mese, quando lui la tradì. Tre anni dopo Esparza era ancora dipendente da stupefacenti e alcol e passava la maggior parte del suo tempo nei bar comportandosi in maniera promiscua. “Sono cattolica, quindi sapevo chi era Gesù, ma non era mai stato un Salvatore personale per me”. Solo dopo aver dato la sua vita al Signore, Esparza cominciò a vestirsi in modo rispettoso di sé stessa, smettendo di concedersi agli uomini. Incontrò infine suo marito nel giugno 2015, sposandolo dopo aver pregato e digiunato per capire se fosse la scelta giusta. Dopo essersi sposata ha avuto due figli.

Nell'agosto 2019 ha partecipato a un ritiro organizzato da La Vigna di Rachele, un ministero di guarigione che aiuta uomini e donne a riprendersi dopo un aborto attraverso la lettura delle Scritture, la preghiera e vari esercizi per elaborare le proprie emozioni. Esparza un anno fa ha iniziato a lavorare come consulente per La Vigna di Rachele, dove ha incontrato diverse donne: “Che le persone vogliano crederci o meno, c'è una maggioranza silenziosa che sta soffrendo e non condivide (la sua storia, ndr) perché è troppo dolorosa”.

Una maggioranza destinata a crescere anche in Italia, dove nell’agosto del 2020, con una semplice circolare, l'ex ministro della Salute Roberto Speranza ha esteso l’aborto farmacologico fino alla nona settimana e rimosso l’obbligo di ricovero di tre giorni (vedi qui). Impressiona il fatto che anche chi difende la scelta dell'aborto racconti storie atroci legate all’uso della pillola (contrazioni, travaglio, solitudine e intervento chirurgico finale). Ma, si sa, la Ru486 è stata inventata proprio per nascondere al pubblico l'atrocità dell'aborto.




domenica 4 dicembre 2022

Il nascituro è persona, dal concepimento. Il Magistero non ha dubbi




Cosa intendeva Papa Francesco quando, a proposito del nascituro e del suo essere persona, ha affermato che "su questo c'è dibattito"? Ci sarà pure un dibattito nel mondo laico, ma il Magistero della Chiesa è assolutamente chiaro in merito: fin dal concepimento, è persona. E come tale ha diritto alla vita.

Tommaso Scandroglio 02-12-2022

Torniamo a trattare della frase pronunciata da Papa Francesco nell’intervista rilasciata alla rivista America in cui affermava in merito al nascituro: “C’è un essere umano vivente. Non dico una persona, perché su questo c’è dibattito [l’originale spagnolo riporta “porque se discute eso” che nella traduzione inglese diventa “because this is debated”], però un essere umano”.

Giovedì, da queste stesse colonne, Stefano Fontana ha sintetizzato i motivi di carattere filosofico che giustificano l’affermazione secondo la quale laddove abbiamo un essere umano, fosse anche delle dimensioni di uno zigote, abbiamo una persona. Questi stessi motivi sono stati fatti propri dal Magistero il quale non nutre alcun dubbio sulla coincidenza essere umano-persona. Ci sarà pure dibattito sullo statuto ontologico nel mondo laico e persino in casa cattolica, ma il Magistero, come vedremo, si è espresso limpidamente sulla questione.

A questo proposito leggiamo il numero 60 dell’Evangelium vitae di Giovanni Paolo II: “Alcuni tentano di giustificare l'aborto sostenendo che il frutto del concepimento, almeno fin a un certo numero di giorni, non può essere ancora considerato una vita umana personale. In realtà «dal momento in cui l'ovulo è fecondato, si inaugura una vita che non è quella del padre o della madre, ma di un nuovo essere umano che si sviluppa per proprio conto. Non sarà mai reso umano se non lo è stato fin da allora. A questa evidenza di sempre […] la scienza genetica moderna fornisce preziose conferme. Essa ha mostrato come dal primo istante si trovi fissato il programma di ciò che sarà questo vivente: una persona, questa persona individua con le sue note caratteristiche già ben determinate» [Congregazione per la Dottrina della Fede, Dichiarazione sull’aborto procurato] Anche se la presenza di un'anima spirituale non può essere rilevata dall'osservazione di nessun dato sperimentale, sono le stesse conclusioni della scienza sull'embrione umano a fornire «un'indicazione preziosa per discernere razionalmente una presenza personale fin da questo primo comparire di una vita umana: come un individuo umano non sarebbe una persona umana?» [Congregazione per la Dottrina della Fede, Istruzione ‘Donum vitae’]”.

Poi il Santo Padre aggiunge: “al di là dei dibattiti scientifici e delle stesse affermazioni filosofiche nelle quali il Magistero non si è espressamente impegnato, la Chiesa ha sempre insegnato, e tuttora insegna, che al frutto della generazione umana, dal primo momento della sua esistenza, va garantito il rispetto incondizionato che è moralmente dovuto all'essere umano nella sua totalità e unità corporale e spirituale: «L'essere umano va rispettato e trattato come una persona fin dal suo concepimento e, pertanto, da quello stesso momento gli si devono riconoscere i diritti della persona, tra i quali anzitutto il diritto inviolabile di ogni essere umano innocente alla vita» [Ibidem]”.

Il Magistero è quindi chiarissimo sul punto. Come però interpretare la frase “al di là dei dibattiti scientifici e delle stesse affermazioni filosofiche nelle quali il Magistero non si è espressamente impegnato”? Può assumere due significati congiunti. Il primo: il Magistero non si è pronunciato sulle singole discussioni filosofiche sul tema, ma ha tagliato la testa al toro affermando che il nascituro è persona. Il secondo: non c’è mai stato un pronunciamento dogmatico su questo aspetto (ma nulla vieta che ci possa essere in futuro). Coloro che vogliono asserire che il nascituro, almeno nelle sue prime fasi di sviluppo, sia solo essere umano e non persona si aggrappano a quest’ultima interpretazione. Appiglio fragile che li precipita nel vuoto. Infatti da una parte il Magistero non si è mai pronunciato dogmaticamente, ad esempio, sulla tossicodipendenza, sull’alcolismo, sullo sfruttamento del lavoro minorile, ma nessuno si sognerebbe mai di affermare che la Chiesa è a favore di queste pratiche perché il Magistero, seppur non si sia espresso in modo dogmatico, ha condannato in diverse occasioni e in modalità diverse questi fenomeni.

In secondo luogo, anche se non abbiamo una dichiarazione dogmatica esplicita sul tema, ne possiamo avere, per così dire, una implicita, ossia ricavata dal dogma del divieto di aborto così come espresso dal numero 57 dell’Evangelium vitae: “Pertanto, con l'autorità che Cristo ha conferito a Pietro e ai suoi Successori, in comunione con i Vescovi della Chiesa cattolica, confermo che l'uccisione diretta e volontaria di un essere umano innocente è sempre gravemente immorale. Tale dottrina, fondata in quella legge non scritta che ogni uomo, alla luce della ragione, trova nel proprio cuore (cf. Rm 2, 14-15), è riaffermata dalla Sacra Scrittura, trasmessa dalla Tradizione della Chiesa e insegnata dal Magistero ordinario e universale”. Possiamo qualificare questa asserzione di Giovanni Paolo II come dogmatica non solo per il tenore della stessa che richiama molti aspetti tecnici degli insegnamenti dogmatici, ma anche a motivo del periodo che precede questa stessa affermazione: “Di fronte a una simile unanimità nella tradizione dottrinale e disciplinare della Chiesa [in tema di condanna dell’aborto], Paolo VI ha potuto dichiarare che tale insegnamento non è mutato ed è immutabile”. E gli insegnamenti immutabili hanno carattere dogmatico.

Se l’aborto è sempre dogmaticamente vietato, perché azione intrinsecamente malvagia, vuol dire che il nascituro non può essere solo un essere umano, ma anche persona. Perché solo quest’ultima, se innocente, non può mai venire direttamente uccisa, non il primo. Se l'essere umano fosse solo essere umano vorrebbe dire che è solo la sua biologia, la sua materia, il suo fisico, il suo corpo. Ma se fosse solo il suo corpo ciò significherebbe che ci possono essere corpi sani e ammalati, corpi giovani e vecchi, corpi efficienti ed inefficienti. Scadremmo nel criterio della qualità della vita, della qualità dell'essere umano e coerentemente potremmo non solo stilare una graduatoria di valore tra gli esseri umani (di serie A, B, C etc), ma anche determinare quando un'esistenza non ha ancora (aborto) o non più (eutanasia) dignità di vivere. Ciò che invece assegna dignità all'essere umano è soprattutto la sua anima razionale che la fa diventare persona, essere sempre preziosissimo al di là di patologie e difetti corporei. Togliete l'anima e l'essere umano è ridotto a bestia, seppur più evoluta di altre, ma sempre bestia e quindi sacrificabile. Dunque non ci può essere difesa efficace contro l’aborto se si pensa che il nascituro sia solo un essere umano.

Allora condannare l’aborto in modo dogmatico come ha fatto Giovanni Paolo II comporta necessariamente, come premessa, riconoscere il nascituro come persona. Solo una persona innocente non può mai essere direttamente uccisa, cioè solo chi ha una dignità incommensurabile, data dalla presenza di un’anima razionale, non può mai venire assassinata.





sabato 3 dicembre 2022

I vescovi italiani aprono alla teoria del “genere”







3 dicembre 2022

Il 20 novembre 2022, Avvenire, il giornale dei vescovi italiani, ha dedicato una pagina alla famosa «teoria del genere», accogliendo sia il resoconto di una conferenza sull’argomento promossa dalla Fondazione Veronesi, sia un articolo di un “teologo” intitolato: «Gender, no ai vecchi paradigmi, sì alla comunione delle differenze».

Il giornale dei vescovi italiani prende spunto dal caso di una studentessa transessuale di Venezia, gonfiato dalla stampa, presentando la studentessa come “discriminata” perché un professore si era rifiutato di chiamarla col nome maschile da lei scelto.

Per Avvenire si è trattato di una «triste vicenda» da prendere come spunto di riflessione: «non una minaccia, ma l’occasione per riformulare il significato di maschile e femminile, così che nessuno sia escluso».


La Fondazione Veronesi, la cui conferenza è ampiamente riportata nelle note, porta il nome del compianto medico Umberto Veronesi, ex Ministro della Salute, noto per le sue posizioni antiumane e ultraprogressiste.


Nel resoconto è dato per acquisito che le conclusioni degli esperti citati siano del tutto corrette. Vi si spiega che «l’identità di genere» è una questione che non dovrebbe nemmeno essere posta: le persone possono essere chi vogliono, indipendentemente da qualsiasi dato naturale, l’importante è che si sentano accolte.


La teologia inclusiva dei vescovi italiani

Ma ancora più inquietante è l’articolo di alto bordo firmato da Don Giovanni del Missier, professore straordinario di teologia morale all’Accademia Alfonsiana di Roma, in procinto di tenere un corso sul gender alla facoltà teologica del Triveneto.


Nel “cappello” l’autore è presentato come l’espressione autorizzata del pensiero della Chiesa sull’argomento: «egli parte dal concreto della vita reale, a partire dai problemi dell’identità sessuale» - non certo dai princípi naturali o dalla Rivelazione.


Il «teologo», da autentico modernista, auspica un cambiamento di punto di vista sulla transessualità basato sull’esperienza, ignorando ogni riferimento a una legge morale oggettiva.


Logicamente, egli incomincia il suo articolo ammiccando a quei cattolici che si sentono a proprio agio solo di fronte a un nemico, come la «teoria del gender», «percepita oggi come una minaccia globale, al punto da incitare certe frange ecclesiali a trincerarsi in una posizione di estrema difesa, “sbarrata”, piuttosto che corrispondere all’appello di Papa Francesco per una Chiesa in uscita».


Coloro che non arrivano a fare un tale salto “culturale” sono essenzialmente degli inquieti – assicura il teologo – che rimangono rinchiusi nelle loro certezze e probabilmente non sono aperti al soffio dello spirito – spirito del tempo in realtà e non Spirito Santo – il solo, secondo i modernisti, garante del divino che si evolve nell’uomo.


Il «teologo» apprezza il tentativo della teoria di includere le differenze, pur riconoscendo che certi gruppi ne fanno un uso strumentale eccessivo, benché comprensibile per delle persone che escono da una lunga emarginazione.


Se costoro hanno presentato la teoria come «un modello di inclusione che assomiglia molto alla Babele biblica – un’unità appiattita sull’uniformità, che annulla le differenze perché le priva di senso» - con il contributo cristiano si può fare di meglio: arrivare alla «comunione delle differenze, il modello della Pentecoste, il poliedro dell’inclusione contrapposto alla sfera dell’omologazione ideologica».


Questa spaventosa teoria di una Pentecoste permanente, con la quale lo Spirito continuerebbe a creare una nuova rivelazione e una nuova società – e una nuova chiesa – includendo gli elementi del mondo nella fede modernista, era riuscita ad includere il liberalismo e la rivoluzione nella Chiesa cattolica col Vaticano II. Oggi, per contribuire ad un mondo inclusivo, i cristiani devono assorbire nella loro maniera originale la teoria del gender.


La realtà è il risultato di una costante evoluzione ermeneutica

Il «teologo» spiega la cosa in termini generici, ma molto chiari: il dato naturale della carne mascolina o femminina «si presenta sempre come un significante aperto e non come una significazione precostituita, cioè chiede di essere investita di un significato propriamente umano, personale e relazionale, da interpretare individualmente e collettivamente».


Dunque, ciascuno può andare al di là di ciò che la natura e il Creatore gli hanno dato, dandogli un senso diverso – perfino opposto – da quello che ha ricevuto, posto che la persona è una relazione e la natura è solo un punto di partenza.


Come è tipico dello gnosticismo, il dato naturale è considerato come una gabbia o un limite che lo spirito può sempre superare. La natura non è un dono del Padre da preservare ed accrescere, ma ha valore solo se è reinterpretato dal soggetto.


«Un tale sforzo ermeneutico coincide senza sorpresa con la ricerca della capacità creativa di proiezione, inscritta nella nostra natura umana che, in ogni epoca deve essere oggetto di una reinterpretazione culturale per poter essere significativa per la sua epoca».


Frase che rende la realtà creata e naturale valida solo nella misura in cui è conosciuta dall’uomo e da lui perpetuamente reinterpretata, senza un proprio valore stabile. Il più classico dei modernisti non potrebbe dire meglio.


La conclusione dell’articolo è ovvia, e fa appello all’evento fondante della Chiesa di oggi per imbavagliare ogni opposizione:
«E a coloro che semplicemente non riescono a uscire dal circolo vizioso del confronto con un nemico, è bene ricordare quanto insegna il Concilio Vaticano II: “La Chiesa riconosce che, pur di fronte all’opposizione dei suoi avversari e dei suoi persecutori, ha tratto grandi benefici e che può continuare a farlo» (Gaudium et spes, n. 44). Immaginate dunque tutto il bene che può portare una categoria ermeneutica provocatoria e generatrice di novità come il gender! »

Chiunque ha accettato l’introduzione delle dottrine liberali nella Chiesa, oggi non può che accettare l’introduzione delle teorie del «gender».

Vescovi tedeschi o vescovi italiani, la conclusione è la stessa per tutti ed è totalmente indipendente da ogni discorso sulla Rivelazione, la Tradizione o il Magistero. 




In morte del silenzio. Orsola Nemi e l’amore per la Messa antica




03 DIC 22


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by Aldo Maria Valli

“Negare la tradizione significa distruggere la strada che la chiesa, i cristiani come noi, con molto studio e sacrificio, anche della vita, hanno aperto nella vegetazione delle aberrazioni umane”




Orsola Nemi, I cristiani dimezzati

A partire dal 30 novembre 1969, prima domenica d’Avvento, il Santo Sacrificio della Messa fu sostituito in quasi tutte le chiese del mondo con il rito di Paolo VI, definito “la messa di Lutero” da monsignor Lefebvre il 15 febbraio 1975 a Firenze (conferenza organizzata dalla professoressa Liliana Balotta). Ricordiamo il tristissimo anniversario con un articolo della scrittrice e traduttrice Orsola Nemi (Firenze, 11 giugno 1903 – La Spezia, 8 febbraio 1985), collaboratrice di diversi quotidiani (L’Osservatore Romano, Il Tempo, La Gazzetta del Popolo) e riviste (Il Borghese e La Torre). Sulle colonne de Il Borghese curava la rubrica Taccuino di una donna timida, da cui è tratto il presente articolo. Nel 1972 scrisse il libro I cristiani dimezzati, in cui criticò il modernismo del nuovo corso conciliare.

Il presente articolo si riferisce alle Messe celebrate ancora con il rito di san Pio V ma rivoluzionate dalle diverse riforme che precedettero quella del cambio di messale (e di religione).


*


di Orsola Nemi

La nuova liturgia della Messa, che doveva essere iniziata a novembre col principio dell‘Avvento, per quest’anno ci è stata risparmiata. Forse, le alte gerarchie hanno verificato che le modifiche già imposte non hanno dato risultati soddisfacenti; come, senza sforzo, verifica il semplice fedele che frequenta la Messa domenicale.

Le chiese, purtroppo, sono sempre più vuote. La domenica, per colpa dell’automobile; gli altri giorni, la gente deve lavorare. La vita è tutta qui, fra il lavoro e l’automobile. Poi, dopo avere bene o male tessuto i giorni su questo ordito, si muore; finalmente, il silenzio. E che c’è in questo silenzio? Chi ci ha mai pensato? Forse avendo avuto un poco di silenzio anche da vivi, si sarebbe arrivati a questo pensiero; ma non l’abbiamo avuto, questo silenzio, nemmeno in chiesa l’abbiamo trovato.

La Chiesa (coloro che la occupano, ndr) ci ha tolto il silenzio durante la Messa, ha tolto la possibilità del colloquio segreto, intimo, di ciascuno con Dio, durante la mezz’ora che per il cristiano è la più importante, la più sacra, la più misteriosa della giornata. 

Che cosa è, questa cosiddetta partecipazione alla Messa, se non un atto di profonda sfiducia verso l’opera segreta di Dio nelle anime, un intervento dell’uomo fra il credente e Dio? I risultati sono palesi e tristi. Durante la Messa non più con Dio: ci dicono, dobbiamo unirci, ma fra noi. Però la Fede, la Speranza, la Carità sono atti individuali, non possiamo compierli senza la Grazia; non ameremo il prossimo se prima non avremo conosciuto Dio. 

E Dio si manifesta nel silenzio. Ora, durante la Messa non c’è un attimo di raccoglimento. Ci si alza e ci si siede a comando, si ripetono ad alta voce le preghiere, non so con quale partecipazione, poi si ascolta la predica, infine ci sono i canti; e questo è il momento peggiore. 

Non si possono onestamente chiamarli canti. I grandi inni che avevano attraversato i secoli, che ci afferravano, si impadronivano di noi con le possenti parole, ci scrollavano come il vento scuote gli alberi liberandoli dal seccume, sono ammutoliti, scomparsi. Si odono cantilenare frasi di questo genere: «…evitiamo di dividerci fra noi, via le liti maligne, eccetera…», espressione da comizio o da giornalismo scadente che per la loro miseria sfuggono a qualsiasi apprezzamento. 

A questo è ridotta la nostra Chiesa, ricca di un tesoro liturgico e poetico che era di per sé una forza, la sua forza d’attacco, la prima che vinceva gli increduli. Si può essere certi che nessuno si convertirà a sentire le nostre cantilene domenicali. 

Nemmeno durante la Comunione c’è silenzio. La gente in piedi, in attesa di ricevere l’Ostia, canta; i più zelanti, subito dopo averla ricevuta, riprendono a cantare. 

Si vorrebbe umilmente chiedere alle alte gerarchie, al Sinodo episcopale, a tutti i preti vescovi e cardinali che si radunano e discutono, di ridarci il silenzio durante la Messa. 

Si vanno ricercando innovazioni liturgiche, debitamente commentate da eruditi riferimenti, ma non serviranno a nulla, se non ci sarà restituito il silenzio durante la Messa, se in quella mezz’ora in cui il pane diventa Carne e il vino diventa Sangue, e noi, con disperata umiltà, per essere detti beati, crediamo quello che non vediamo, non potremo ascoltare nel silenzio il nostro Dio e Redentore, riconoscere nel silenzio la Sua Presenza Reale, non fosse che per un attimo. 

Se non abbiamo questo, possiamo anche spegnere la lampada rossa, sbarrare la porta delle chiese e andare per i fatti nostri. E non ci si venga poi a parlare di unione fra noi, se quella lampada sarà spenta.

da Taccuino di una donna timida, Il Borghese, 2 novembre 1969

Fonte: centrostudifederici.org





venerdì 2 dicembre 2022

Il latino unisce le diocesi di tutto il mondo alla Chiesa Romana e alla Sede di Pietro





Matteo Castagna

Anche se Papa Paolo VI celebrò, per la prima volta, la Messa in italiano Domenica 7 Marzo 1965, la data dell’entrata in vigore del Novus Ordo Missae in tutte le parrocchie è quella della Prima Domenica di Avvento del 1969 ossia 52 anni fa.

Dal Giovedì Santo dell’anno 33 d.C., giorno in cui Nostro Signore Gesù ha celebrato la prima Messa, insegnando agli Apostoli, ossia ai primi Vescovi, i fondamentali del mirabile Mistero della Transustanziazione, ovvero sulla trasformazione di pane e vino nel Suo corpo, sangue, anima e divinità, attraverso formule ben precise, che solo il sacerdote può realizzare, la Chiesa ha elaborato il rito romano aggiungendo, progressivamente, preghiere conformi al Dogma per arricchire la liturgia.
Questa Messa fu celebrata sempre e codificata da san Pio V, a seguito della Controriforma e del Concilio di Trento. Questo atto si rese necessario per ovviare alle eresie di Lutero. La Bolla Quo Primum Tempore servì da accompagnamento al Messale e stabilì l’indulto perpetuo per la Sua celebrazione, prevedendo l’anatema per chiunque ne avesse l’ardire di cambiare anche uno iota.

Una risposta magisteriale potente della Chiesa Cattolica che, dunque, estendeva a tutti, non solo a Lutero, il dovere di attenersi all’unico rito che esprimeva in maniera perfetta la Fede tramandata fin dai secoli precedenti.

“La lingua propria della Chiesa Romana è la latina“, scrive san Pio X nella “Tra le sollecitudini” del 22 novembre 1903, come ha poi confermato il Concilio Vaticano II.

Leone XIII ha insegnato che “Gesù Cristo scelse per sé e consacrò la sola città romana. È qui che volle restasse in perpetuo la sede del suo Vicario“.

Papa Gelasio disse che “per mirabile disposizione di Cristo“, san Pietro scelse Roma come sede episcopale del Principe degli Apostoli. L’utilizzo della lingua latina unisce le diocesi di tutto il mondo alla Chiesa Romana e alla Sede di Pietro (vedi).

“La Chiesa – scrisse Pio XI nell’ Officiorum Omnium del 1° agosto 1922 – abbracciando nel suo seno tutte le Nazioni […] esige per la sua stessa natura una lingua universale“.

Al contrario, lo scisma orientale e la pseudo-riforma protestante rompendo l’unità cattolica, hanno creato “chiese” autocefale e nazionali.

Il venerabile Pio XII, nell’enciclica Mediator Dei del 20 novembre 1947, attesta che l’uso della lingua latina, come vige nella gran parte della Chiesa, “è un chiaro e nobile segno di unità”, poiché l’unità si può fare solo nella Verità, non nella convivenza tra essa e l’errore.

Come possono rispondere oggi alla domanda “perché dite la Messa in latino?” i sacerdoti che lo fanno? In maniera succinta ma che dice tutto don Francesco Ricossa ha risposto così: “semplicemente perché così lo vuole la Chiesa Cattolica, nelle sue rubriche liturgiche e nelle sue leggi canoniche (can. 819 e 1257). Semplicemente, perché siamo Sacerdoti cattolici di rito latino“.

La domanda è stata posta recentemente anche al sottoscritto durante un dibattito sul canale televisivo nazionale La7. Ho replicato così: “andiamo alla Messa in latino perché siamo fedeli cattolici di rito romano; perché la Messa di San Pio V esprime in maniera perfetta la Fede che professiamo e non tolleriamo che la Tradizione venga adulterata, perché il Depositum Fidei non è ‘proprietà privata’ di nessuno, ma un tesoro da tramandare ed arricchire“.

Perciò non abbiamo alcuno scrupolo di coscienza nell’andare alla stessa Messa in cui si sono santificati tutti i più grandi santi della storia della Chiesa, da san Francesco d’Assisi a san Pio da Pietrelcina, da san Domenico a san Massimiliano Kolbe e tanti altri.









giovedì 1 dicembre 2022

Essere umano = persona. Non c'è niente da discutere




In un’intervista su America, Bergoglio fa una distinzione tra “essere umano” e “persona”. Una distinzione inopportuna, perché presta il fianco a chi sostiene l’aborto, e anche indifendibile nel suo contenuto. Non esistono esseri umani non-persone.




LE PAROLE DEL PAPA
EDITORIALI

Stefano Fontana, 01-12-2022

Francesco, rispondendo ad una domanda sull’aborto all’interno di un’intervista pubblicata dalla rivista America dei gesuiti americani, ha fatto la differenza tra “essere umano” e “persona”: “Non dico una persona, perché questo è contestato, ma un essere umano”. Ha riproposto l’immagine, da lui altre volte adoperata, del sicario a condanna dell’aborto, però ha tenuto a precisare che con l’aborto non si può dire di intervenire su una persona ma solo su un essere umano. Questa distinzione non è solo inopportuna, dato che fornisce appoggi e spunti per chi sostiene l’aborto, ma è indifendibile nel suo contenuto. Non si capisce infatti quale altro modo ci sia di avere le caratteristiche di un essere umano se non essendo anche persona. Non esistono esseri umani non-persone, né persone che non siano esseri umani (a parte ovviamente gli angeli e Dio).

La distinzione di Francesco richiede alcune condizioni impossibili: che possa esistere un essere umano senza avere la personalità che caratterizza l’essenza dell’essere umano; che la personalità sia qualcosa che si aggiunge in seguito e, quindi, che una cosa possa cambiare la propria essenza sicché ciò che non è persona poi lo diventi; che la personalità sopraggiunga per evoluzione come se esistesse in potenza in una fase precedente di assenza di personalità. Ma procediamo analiticamente.

Cosa significa l’espressione “essere umano”? Significa un essere vivente che appartiene alla specie uomo. Cosa vuol dire “specie”? Vuol dire un livello della realtà, un modo di essere proprio degli individui che condividono le medesime caratteristiche essenziali. Cosa sono le caratteristiche essenziali? Sono le condizioni che appartengono ad un certo essere in quanto proprie della sua essenza o natura, condizioni delle quali non può essere privato perché egli è “quella cosa lì” proprio per quelle caratteristiche essenziali. Che cos’è l’essenza? È il principio che costituisce quell’essere come “quella cosa lì”, che lo fa essere ciò che è e, come tale, appartenente ad una certa specie. Ogni cosa che è, è qualcosa, se è qualcosa ha una essenza, se ha una essenza è collocata in una specie secondo le caratteristiche della sua essenza. Infine: qual è l’elemento dell’essenza di quell’essere che chiamiamo uomo che lo colloca nella sua propria specie, ossia nella specie umana? Questo elemento è l’intelligenza, da cui derivano altre sue proprietà, come la libertà, la volontà, la responsabilità, la consapevolezza, la socievolezza e così via. Ora, se l’espressione “essere umano” significa questo, essa coincide col concetto di “persona”, che pure significa proprio questo.

Per la “filosofia cristiana” la presenza nell’uomo dell’intelligenza denota l’esistenza di un’anima (intellettiva), cioè di una sostanza che ha certamente bisogno del corpo per conoscere, ma solo fino ad un certo punto, perché da quel punto in poi conosce da sola, in modo immateriale. Quindi, quando diciamo che l’uomo è essenzialmente caratterizzato dall’intelligenza, diciamo che è costituito dall’anima. E come fa l’anima a costituire l’uomo? Essa vivifica il corpo, assumendolo nel proprio atto, partecipa al corpo il proprio essere, sicché si deve dire non che l’anima è nel corpo, ma che il corpo è nell’anima. In tutte le cose che non sono di mole, ossia che non sono materiali e che non occupano spazio, “più grande” significa superiore. L’anima è superiore al corpo e, partecipando il proprio essere al corpo assumendolo in sé, conferisce all’uomo la sua esistenza unitaria. Nessun essere umano può quindi definirsi tale se non ha queste caratteristiche, ma queste sono nello stesso tempo le caratteristiche della persona.

L’anima assume il corpo nel proprio atto di essere, per lo stesso motivo essa non può aggiungersi ad un certo stadio di sviluppo del corpo. La teologia per questo dice che essa viene da Dio immediatamente, come chiarito per esempio da Pio XII nella Humani generis (1950) contro le soluzioni evoluzioniste. Non è quindi pensabile che ci sia uno sviluppo dell’uomo da una fase solo materiale in cui l’anima non c’è, ad una fase immateriale in cui l’anima c’è. Dio non crea l’anima indirettamente, mediante l’evoluzione delle cause seconde, ossia mediante un’evoluzione del corpo. Teilhard de Chardin e Karl Rahner dicevano così, ma il magistero della Chiesa e la sana teologia non hanno mai confermato questa visione. Il motivo è molto semplice, pur nella sua profondità: il più non può venire dal meno. Lo spirito non può venire dall’evoluzione della materia, perché la materia è meno dello spirito. Se fosse vera questa possibilità, allora anche l’essere potrebbe venire dal nulla. Molte correnti della filosofia moderna applicano lo storicismo alla natura tramite l’evoluzionismo (filosofico), che però assume posizioni ingiustificate, come quella di presumere che l’immateriale sorga per evoluzione dal materiale.

Quando diciamo che un essere umano è una persona, affermiamo che esso ha per diritto tutte le caratteristiche della persona, ma non diciamo che le esercita di fatto. Infatti, l’esistenza può presentare degli impedimenti alla messa in atto delle condizioni dell’essenza. Per esempio, l’intelligenza può essere impedita da una lesione cerebrale, ma la persona che ne è affetta rimane intelligente. Il neonato è libero anche se non sa esercitare tale libertà. Nei casi di questo tipo non si può dire che ci sia un essere umano ma non una persona.