sabato 5 novembre 2022

"Dio lo vuole ancora vivo...". La testimonianza su Ratzinger e la Chiesa





Indice degli articoli sulle occasioni in cui Joseph Ratzinger, uscendo dal silenzio prefigurato dal 'recinto di Pietro', non ha fatto mancare la sua voce in questo quasi decennio successivo alla sua storica rinuncia.
Il biografo Peter Seewald ha raccontato il recente incontro con il papa emerito in Vaticano. Ed ha svelato la sua sofferenza per la Chiesa


venerdì 4 novembre 2022

Più di nove anni fa, rinunciando all'esercizio del ministero petrino, Benedetto XVI aveva detto che le sue forze non erano più adatte per quel ruolo anche a causa dell'età avanzata. Oggi, novantacinquenne, il papa emerito è fisicamente debolissimo ma, come testimoniano tutti coloro i quali hanno avuto il privilegio di incontrarlo anche recentemente, continua ad avere una mente lucidissima. E continua ad interessarsi della vita della Chiesa perché, come specificò nell'ultima udienza del suo pontificato, con la scelta della rinuncia non ha abbandonato la croce.


Una preziosa testimonianza di ciò che pensa Ratzinger oggi è arrivata questa settimana dalla Spagna e precisamente dall'Università Ceu San Pablo di Madrid dove è stato organizzato un congresso per celebrare il suo 95esimo compleanno. Il papa emerito ha inviato un saluto ed una benedizione per l'evento organizzato dall'Istituto CEU de Humanidades Ángel Ayala e dalla Fondazione Christiana Virtus e elogiando la volontà di "discutere alcune questioni fondamentali che la teologia deve affrontare oggi".

Ma ancora più rilevante del messaggio di Benedetto XVI in sé è la rivelazione fatta su di lui da uno dei relatori, Peter Seewald. Il giornalista tedesco non è una figura qualunque: è, infatti, il biografo per antonomasia di Ratzinger al quale è legato da anni di amicizia e frequentazione e con il quale ha scritto anche più di un libro-intervista. Nel corso del congresso spagnolo, Seewald ha confidato di essere stato ricevuto in udienza dal papa emerito questo mese e di aver avuto l'impressione che l'anziano teologo soffra molto per "l'attuale situazione della Chiesa" al punto da confessargli che "forse Dio lo ha voluto ancora qui per dare una testimonianza al mondo".


Una descrizione che, sebbene non confermata ufficialmente, sembra essere coerente con quanto detto qualche mese fa da monsignor Georg Gänswein, storico segretario personale di Ratzinger, nella celebrazione del 95esimo compleanno tenuta a Monaco, nella Sala Hubertus del Palazzo di Nymphenburg. In quell'occasione, un emozionato prefetto della Casa Pontificia aveva detto che nel 2013 non avrebbe mai pensato che "l’ultimo tratto di strada dal Monastero alle porte del Cielo dove sta Pietro potesse essere così lungo".


Nell'evento di Monaco non era presente, clamorosamente, l'arcivescovo, il cardinale Reinhard Marx pur essendo un successore di Ratzinger su quella cattedra. Il porporato tedesco è il principale artefice del Cammino Sinodale con il quale l'episcopato tedesco sta chiedendo a Roma - e a volte pretendendo - cambiamenti sempre più radicali sulla dottrina. E non è un mistero che proprio la situazione della "sua" Chiesa tedesca sia una delle maggiori preoccupazioni del novantacinquenne papa emerito [qui - qui] .
 
(Nico Spuntoni - Fonte)






venerdì 4 novembre 2022

Don Bosco, i missionari e i selvaggi. Quando la Chiesa non adorava la pachamama




04 NOV 22


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by Aldo Maria Valli

San Giovanni Bosco non credeva al mito del buon selvaggio, perché conosceva le ferite che il peccato originale ha lasciato nella natura umana. Il testo che segnaliamo (e che oggi sarebbe certamente condannato dal politicamente corretto) si riferisce a un sogno che don Bosco ebbe nel 1872, col quale veniva annunciato il futuro apostolato missionario dei salesiani. Tre anni dopo partì da Valdocco, a Torino, la prima spedizione missionaria per la Patagonia, guidata da don Giovanni Cagliero, futuro cardinale.

***


Questo è il sogno che convinse don Bosco a iniziare l’apostolato missionario dei suoi figli Salesiani. Lo ebbe nel 1872 e lo raccontò per la prima volta a Pio IX nel marzo del 1876.

«Mi parve – disse – di trovarmi in una regione selvaggia e affatto sconosciuta. Era un’immensa pianura tutta incolta, nella quale non si scorgevano né colline né monti. Ma nelle estremità lontanissime la profilavano tutta scabrose montagne. Vidi in essa turbe di uomini che la percorrevano. Erano quasi nudi, di un’altezza e statura straordinaria, di un aspetto feroce, con i capelli ispidi e lunghi, di colore abbronzato, vestiti solo di pelli di animali, che loro scendevano dalle spalle. Erano armati di lunghe lance e di fionde.


Queste turbe di uomini, sparse qua e là, offrivano allo spettatore scene diverse: alcuni correvano dando la caccia alle fiere; altri portavano conficcati sulle punte delle lance pezzi di carne sanguinolenta. Da una parte gli uni si combattevano tra di loro, altri venivano alle mani con soldati vestiti all’europea, e il terreno era sparso di cadaveri. Io fremevo a quello spettacolo; ed ecco spuntare all’estremità della pianura molti personaggi, i quali, dal vestito e dal modo di agire, conobbi missionari di vari Ordini.


Costoro si avvicinavano per predicare a quei barbari la religione di Gesù Cristo. Io li fissai ben bene, ma non ne conobbi alcuno. Andarono in mezzo a quei selvaggi; ma i barbari, appena li videro, con un furore diabolico, con una gioia infernale, li assalivano, li massacravano con feroce strazio. Dopo aver osservato quegli orribili assassini, dissi tra me: “Come fare a convertire questa gente così brutale?”

Intanto vedo in lontananza un drappello di altri missionari che si avvicinavano ai selvaggi con volto ilare, preceduti da una schiera di giovinetti. Io tremavo pensando: “Vengono a farsi uccidere”.


E mi avvicinai a loro: erano chierici e preti. Li fissai con attenzione e li riconobbi per nostri Salesiani. I primi mi erano noti, e sebbene non abbia potuto conoscere personalmente molti altri che seguivano i primi, mi accorsi essere anch’essi Missionari Salesiani, proprio dei nostri.

Non avrei voluto lasciarli andare avanti ed ero lì per fermarli. Mi aspettavo da un momento all’altro che incorressero la stessa sorte degli antichi Missionari. Volevo farli tornare indietro, quando vidi che il loro comparire mise in allegrezza tutte quelle turbe di barbari, le quali abbassarono le armi, deposero la loro ferocia e accolsero i nostri Missionari con ogni segno di cortesia.


Meravigliato di ciò, dicevo fra me: “Vediamo un po’ come va a finire!”. E vidi che i nostri Missionari si avanzavano verso quelle orde di selvaggi; li istruivano ed essi ascoltavano volentieri la loro voce; insegnavano ed essi mettevano in pratica le loro ammonizioni.

Stetti a osservare, e mi accorsi che i Missionari recitavano il santo Rosario, mentre i selvaggi, correndo da tutte le parti, facevano ala al loro passaggio e di buon accordo rispondevano a quella preghiera. Dopo un poco i Salesiani andarono a disporsi al centro di quella folla che li circondò, e s’inginocchiarono. I selvaggi, deposte le armi per terra ai piedi dei Missionari, piegarono essi pure le ginocchia. Ed ecco uno dei Salesiani intonare: “Lodate Maria, o lingue fedeli…”, e tutte quelle turbe, a una voce, continuare il canto, così all’unisono e con tanta forza di voce, che io, quasi spaventato, mi svegliai.»

Fonti:

bollettinosalesiano.it

centrostudifederici.org




«Tanti oggi restano colpiti dal mistero della fede nella liturgia»





3 Novembre 2022 


Redazione di  Tempi 

C’era una volta il Nord Europa laicissimo e secolarizzato… Chissà se un giorno si potrà raccontare così, quanto sta accadendo in Paesi dalla fama quasi atea eppure oggi, incredibile ma vero, testimoni di una rifioritura e di un rinnovato interesse verso la fede cattolica e verso la sua liturgia più tradizionale. Lo testimonia una lunga intervista rilasciata al National Catholic Register da monsignor Erik Varden, vescovo di grande interesse già per la sua storia: cistercense, convertito al cattolicesimo dal luteranesimo, è a capo della diocesi norvegese di Trodheim.

Ma soprattutto a rendere rilevanti le parole di questo pastore è la sua osservazione di un fenomeno in assoluta controtendenza: l’aumento di fedeli. Proprio così: nell’insospettabile Norvegia. Lo dicono, prima delle parole, i numeri: i membri registrati della Chiesa cattolica da quelle parti sono aumentati da 95.655 che erano nel 2015 a 160.884 nel 2019. Un aumento sbalorditivo, che sfiora il 70%, e che si accompagna ad un rinnovato interesse, come si diceva poc’anzi, per la liturgia.

«Sono molto incoraggiato nel vedere così tante persone desiderose di saperne di più sulla fede e di trovare il mistero della fede nella liturgia», ha dichiarato mons. Varden, sottolineando che come pastori c’è il massimo impegno per «celebrare con cura e dignità. Inoltre, mi piace promuovere esperienze di incontro e di servizio. Essere membro della Chiesa significa essere membro di Cristo. È anche essere un membro di una comunità. Dobbiamo rendere tutto ciò esplicito. Stiamo non a caso sperimentando modelli di comunità sacerdotale, di comunità laicali di studenti e giovani adulti, di comunità di giovani famiglie».

D’accordo, potrebbe chiedersi il lettore, ma questo aumento di fedeli esattamente come si spiega? La parola, ancora una volta, al vescovo norvegese: «La crescita è avvenuta principalmente attraverso l’immigrazione, in particolare dalla Polonia e dalla Lituania, ma c’è anche un flusso costante di conversioni. In passato, i cattolici convertiti provenivano da altre denominazioni cristiane. A volte lo è ancora, ma la tendenza generale è che le persone si avvicinino alla Chiesa da un contesto non religioso. La scoperta della Chiesa cattolica coincide con un risveglio alla fede».

Insomma, neppure nella ipertecnologica età contemporanea il secolarismo non sa dare risposte alle persone che, anche per questo, tornano alla fede. Possibilmente, ad una fede senza aggettivi ma cattolica, sic et simpliciter. Sentiamo ancora mons. Varden: «Essere cattolico, da quello che vedo, è allontanarsi dagli eccessi, siano essi progressisti o di altro tipo. Ciò che conta è ricevere la pienezza della tradizione per trasmetterla, con gratitudine e umiltà, senza dispersioni. Il sostantivo traditio, non dimentichiamolo, indica anzitutto un processo dinamico». Considerazioni che, evidentemente, non si possono che sottoscrivere.

Da notare come la crescita dei fedeli cattolici in Norvegia stia avvenendo con un significativo apporto di giovani. «Noto con gratitudine che c’è una grande vitalità nella Chiesa di Trondheim, soprattutto tra i giovani», ha chiosato al riguardo il vescovo di Trodheim. Un pastore la cui esperienza andrebbe letta e riletta, per il semplice fatto che trasmette qualcosa di molto importante: la speranza. La fede cattolica – è quello che ci racconta anche questa vicenda – non è infatti il fanalino di coda della storia ma, al contrario, si sta già candidando a diventarne la guida.

(Fonte foto: Obs.org)





giovedì 3 novembre 2022

Presentazione de “Il Cammino sinodale tedesco e il progetto di una nuova Chiesa”




Pubblichiamo di seguito la presentazione dell’opera di Diego Benedetto Panetta (Il Cammino sinodale tedesco e il progetto di una nuova Chiesa) scritta dal presidente di Tradizione Famiglia Proprietà – Italia. Il presente studio sarà a breve disponibile. Per prenotare una o più copie cartacee scrivere a info@atfp.it o a Associazione Tradizione Famiglia Proprietà, Via Nizza, 110 – 00198 – Roma.



Di Julio Loredo, 3 NOV 2022

Questo libro tratta del cosiddetto “Cammino sinodale tedesco” (Synodale Weg). La posta in gioco, tuttavia, deborda di molto l’ambito germanico. Per autorevoli osservatori della vita della Chiesa quanto si discute nel Weg influenzerà possentemente il Sinodo Generale convocato da Papa Francesco per gli autunni del 2023 e del 2024, cosi come già ha influenzato le consulte pre-sinodali effettuate in diverse nazioni (1).

Trascurando per ora il fatto statistico del bassissimo riscontro d’interesse trovato nei fedeli di tutto il mondo su “cammini” e/o consulte pre-sinodali, nel nostro studio ci soffermiamo ad analizzare l’importanza dei contenuti trattati e l’intensità dell’impegno profuso dalle autorità ecclesiastiche coinvolte per realizzare quanto auspicato da Francesco già nel 2015, in occasione del discorso per il cinquantesimo anniversario dell’istituzione del Sinodo dei vescovi: “Il cammino della sinodalità è il cammino che Dio si aspetta dalla Chiesa del terzo millennio […] è dimensione costitutiva della Chiesa” (2).

Per ora, indipendentemente da altre considerazioni, il Cammino sinodale tedesco, presentandosi come una risposta a questo invito papale, ha occupato la scena come un grande protagonista di questa “dimensione costitutiva della Chiesa del terzo millennio”. L’ombra delle sue audaci proposte si proietta a livello mondiale su tutto il processo sinodale avviato nella Chiesa.

Una implicita riserva di Papa Francesco al Cammino sinodale tedesco si è voluta scorgere su una questione di metodo anziché di contenuto. Secondo uno dei vaticanisti più accreditati, Sandro Magister, a giudizio del Papa nel Weg tedesco “il problema sorge quando la via sinodale nasce dalle élite intellettuali, teologiche, e viene molto influenzata dalle pressioni esterne”, quando invece andrebbe fatta “con i fedeli, con il popolo”. Mostrando come queste “opinioni” del popolo vengono largamente condizionate dall’esterno della Chiesa, dai grandi protagonisti dei modelli culturali imperanti, Magister conclude che “il contagio del ‘cammino sinodale’ della Germania, non arginato dal papa, ha ormai valicato le frontiere e minaccia di condizionare lo stesso sinodo generale sulla sinodalità” (3).

Recentemente, un’altra autorevole firma, Ed Condon, ha scritto su The Pillar qualcosa di ancora più esplicito: “Molti osservatori fanno notare il sostegno pubblico del segretario del Sinodo, il cardinale Mario Grech, alla controversa via sinodale tedesca, (con) una serie di incontri (in) Vaticano, soprattutto dopo che i delegati (del Weg tedesco) hanno votato a favore di formali strutture di governo della Chiesa guidate da laici, della benedizione delle unioni omosessuali nelle chiese e dell’intercomunione con i protestanti. I vescovi tedeschi hanno anche visitato gli uffici di Grech nelle ultime settimane, e ai membri principali della conferenza è stata concessa una serie di udienze private con Papa Francesco, dando l’impressione ad alcuni osservatori vaticani che l’intero processo sinodale globale abbia una sorta di ‘opzione preferenziale’ per i tedeschi” (4).

Se si dovesse avverare una decisiva influenza del Weg tedesco sui prossimi Sinodi sulla Sinodalità che, secondo il Cardinale Grech, “non saranno più un evento ma un processo”, cioè una sorta di sinodo permanente (5), possiamo essere sicuri che si tratterà in realtà di un ambizioso progetto di riforma della Chiesa universale, col rischio di scardinarla dalle fondamenta, o di reinventarla su basi diverse da quelle volute da Nostro Signore e consolidate in duemila anni di storia. Si parla già di una “nuova Chiesa sinodale”.

Dal conciliarismo alla sinodalità permanente: la “lunga marcia” di un processo

I promotori del modello “sinodale” di Chiesa non partono tanto da disquisizioni

teologiche quanto dal desiderio, direi la bramosia, di adattare la Chiesa alla modernità, come un’irrifiutabile esigenza dello “spirito del tempo”. Troviamo in loro, per prima cosa, un profondo anelito per uno stato di cose più ugualitario e permissivista. In opposizione al doppio principio di gerarchia e di autorità, due nozioni concepite come valori metafisici esprimono bene lo spirito di questa riforma: uguaglianza assoluta e liberta illimitata.

Il naturale bisogno di spiegare tale anelito ha dato origine a tendenze ideologiche, a scuole teologiche e, poi, a movimenti di riforma. In altre parole,

si è passati dalle tendenze alle idee, e poi ai fatti. Tale anelito non e nuovo. Già all’inizio del secolo XV, col pretesto di accomodare la Chiesa alla nuova mentalità nata con l’Umanesimo, sorse la corrente detta “conciliarista”, che intendeva ridurre il potere gerarchico del Papa in favore di un’assemblea conciliare. La Chiesa avrebbe dovuto strutturarsi, come espressione della volontà dei fedeli, in “sinodi” locali e regionali, largamente autonomi, ognuno con la sua lingua e i suoi costumi.

Questi sinodi si sarebbero dovuti poi riunire periodicamente in un “Concilio generale” o “Santo Sinodo”, detentore della massima autorità nella Chiesa. Il Papa, ridotto a un primum inter pares, avrebbe dovuto a sua volta sottomettersi alle decisioni dei concili, mediante il voto paritario dei partecipanti. Il conciliarismo contribuì possentemente all’indebolimento della Chiesa, fomentando abitudini di autonomia che prefiguravano quelle “chiese nazionali” create poi dalla Rivoluzione protestante all’insegna del Los von Rom!. Siamo all’inizio di quel processo di distruzione della Chiesa e della Cristianità denominato in seguito “Rivoluzione”. Questo processo andò avanti, con manifestazioni sempre più radicali dei suoi postulati ugualitari e libertari, attraverso tappe ben definite, magistralmente studiate da Plinio Correa de Oliveira in «Rivoluzione e Contro-Rivoluzione» (6): pseudo Riforma protestante (1517), Rivoluzione francese (1789), Comunismo (1917), Rivoluzione culturale (1968). Parimenti andò avanti anche la bramosia di taluni cattolici di adattare la Chiesa alla Rivoluzione, vista come l’ineluttabile vincitrice del futuro.

A cavallo fra Settecento e Ottocento, a proposito di accomodare la Chiesa ai nuovi tempi inaugurati dalla Rivoluzione francese, sorse la corrente poi nota come “Cattolicesimo liberale” che, intrisa di egualitarismo, proclamava una democrazia livellatrice nella società e nella Chiesa. “Il futuro della società moderna dipende da due questioni: correggere la democrazia con più libertà, e conciliare il cattolicesimo con la democrazia liberale. (…) Noi accettiamo, noi invochiamo i principi e le libertà proclamati nel 1789”, tuonava Charles de Montalembert (7). Secondo loro, l’uguaglianza e la libertà dei tempi moderni richiedevano una Chiesa senza gerarchie e senza autorità dottrinale. “Noi adoriamo Dio come autore sovrano della Rivoluzione che ci libera. (…) Il vero regime del cattolicesimo è quello della libertà universale. [Nella Chiesa] siamo tutti uguali”, affermava nel 1791 Claude Fauchet, vescovo “costituzionale” di Calvados (8).

La strada era ormai tracciata. Agli inizi del Novecento queste idee eterodosse sfociarono nel Modernismo (definito da san Pio X “sintesi di tutte le eresie”) la cui idea di Chiesa era cosi fluida che nemmeno contemplava una struttura visibile, e tantomeno un Magistero. Nel delirio modernista, la Chiesa e un mero prodotto della coscienza collettiva, vale a dire l’associazione di singole coscienze che mettono in comune le proprie esperienze religiose. Insomma, un’emanazione vitale della collettività dei cristiani, e non un’istituzione. “La visione di Gesù non comprendeva la fondazione di una Chiesa”, scrisse Alfred Loisy, l’esponente più in vista della corrente (9).

Il progetto riformista del Modernismo – sempre col pretesto di adattare la Chiesa ai tempi che correvano – fu ripreso negli anni Trenta dalla cosiddetta Nouvelle Théologie, che elaboro il concetto di Chiesa “popolo di Dio” nel senso odierno. L’espressione e perfettamente legittima. Pero, in un ambiente surriscaldato dal progressismo e desideroso di adattare la Chiesa alle tendenze rivoluzionarie del momento, essa assunse lineamenti non consoni al Magistero. Abbandonando la concezione teologica di “popolo”, cioè l’insieme dei battezzati che per la grazia santificante diventano cittadini del Regno dei Cieli, si adottarono concezioni sociologiche, derivanti sia dalla dottrina democratica (il popolo sovrano) sia dalla dottrina marxista (il popolo proletario). Applicando tali concezioni alla Chiesa, ne risulto un’ecclesiologia ugualitaria del tutto estranea alla Tradizione. “La mia visione di Chiesa mette in discussione il sistema piramidale, gerarchico e giuridico stabilito dalla Contro-Riforma — affermava Yves Congar — la mia ecclesiologia è quella del «popolo di Dio»” (10) .

1943: il grido d’allarme di Plinio Corrêa de Oliveira

Riguardo al Modernismo, la Nouvelle Théologie poté contare su un vantaggio fondamentale: mentre i modernisti avevano sempre costituito un élite intellettuale, con poca presa sulla massa dei fedeli, la Nouvelle Théologie riuscì invece a infiltrare vasti settori dei movimenti laicali, specialmente l’Azione Cattolica. “La nuova Azione Cattolica nata negli anni Venti e Trenta capovolse il metodo [teologico]. Noi fummo intimamente legati a questa rivoluzione”, si vantava nel 1975 P. Marie-Dominique Chenu (11).

L’11 marzo 1940 Plinio Correa de Oliveira fu nominato presidente della Giunta arcidiocesana dell’Azione Cattolica di San Paolo. Da questo osservatorio privilegiato, egli venne a conoscenza diretta dei mali che iniziavano a infettare il laicato. Inizio quindi a denunciarli dalle pagine del Legionário, settimanale cattolico da lui diretto. Il male, pero, era penetrato troppo profondamente, non di rado con l’appoggio di alte autorità ecclesiastiche. Decise quindi di scrivere un libro offrendo un’accurata diagnosi dei mali che affliggevano la Chiesa.

Con la prefazione del Nunzio apostolico in Brasile, mons. (poi cardinale) Benedetto Aloisi Masella, fu pubblicato nel 1943 «In Difesa dell’Azione Cattolica». L’opera costituì la prima confutazione di ampio respiro degli errori progressisti serpeggianti all’interno dell’Azione Cattolica in Brasile e, di riflesso, nel mondo.

Dopo aver analizzato la natura dell’Azione Cattolica e il rapporto tra i laici e la gerarchia, il pensatore brasiliano affronta le deviazioni riguardanti la liturgia, la spiritualità e i metodi di apostolato. Tali errori avevano come comune denominatore il voler diminuire, fino a quasi annullarla, la struttura gerarchica della Chiesa. Il glorioso Corpo Mistico di Cristo, avvertiva il leader cattolico, correva il rischio di trasformarsi in una rete di “confraternite massoniche” (12) costituite da laici, che avrebbero assunto poteri fino a quel momento appartenenti ai sacerdoti e ai vescovi.

In appendice, come chiave di lettura, Plinio Correa de Oliveira trascrisse la Lettera apostolica Notre Charge Apostolique, in cui san Pio X condanna Le Sillon precisamente per le sue dottrine democratiche ugualitarie. Tali dottrine, glossa il pensatore brasiliano, “sono sovversive e rivoluzionarie” (13). Lo spirito ugualitario si palesava anche nel modo di concepire la liturgia. già allora, infatti, proprio all’interno dei circoli dell’Azione Cattolica, iniziarono pratiche che prefiguravano la riforma liturgica del 1969 e i suoi abusi. Questi errori, chiamati allora “liturgicismo”, furono oggetto di un’accurata analisi da parte di Plinio Correa de Oliveira, che così si dimostro pure pioniere nella denuncia delle derive modernistiche in campo liturgico. Secondo il pensatore brasiliano, “siamo in presenza non di errori sparsi, ma di tutto un sistema dottrinale basato su errori fondamentali, e molto coerente nel professarli in tutte le loro conseguenze” (14). Questo sistema non era altro che il vecchio Modernismo, ripresentato sotto nuove forme, ma pur sempre distruttivo di ogni elemento gerarchico nella Chiesa.

1969: la denuncia della “Chiesa nuova”

Il Concilio Vaticano II (1962-1965) e stato da molti – sia “progressisti” che “tradizionalisti” – paragonato agli Stati Generali che diedero il via alla Rivoluzione francese. Infatti, il nuovo rapporto che il Concilio volle inaugurare fra Chiesa e mondo moderno apri il vaso di Pandora delle riforme, avviando un processo che, nella pratica, quando non anche nella dottrina, ha assunto sempre più il volto di una Rivoluzione francese permanente. Mentre alcuni leggono il Concilio attraverso un’ermeneutica girondina moderata, altri ne propongono una lettura di tipo giacobina radicale, e non mancano quelli che corrono verso un babuvismo estremo. Proprio come nel 1789.

Allarmato con la deriva che stavano prendendo gli avvenimenti nella Chiesa – da lui previsti trent’anni prima – Plinio Correa de Oliveira pubblico nel 1969 un’ampia e articolata denuncia: “Gruppi occulti tramano la sovversione nella Chiesa” (15). Secondo il pensatore brasiliano, il filo rosso del movimento sovversivo e l’insubordinazione e la disalienazione, intendendo con questo la “liberazione” della Chiesa da ogni e qualsiasi norma dottrinale o struttura organizzativa. La disalienazione, spiega Plinio Correa de Oliveira, implica “la ribellione contro ogni superiorità e ogni disuguaglianza”. Affermando che “il supremo obiettivo è una Chiesa non alienante né alienata”, il pensatore brasiliano passa in rivista i diversi campi dove si si vorrebbe attuare tale disalienazione:

1a disalienazione della Chiesa: in relazione a Dio. La nuova Chiesa propone un Dio che non e trascendente ma immanente. Un Dio impersonale, come un elemento diffusamente sparso in tutta la natura.

2a disalienazione della Chiesa: in relazione al soprannaturale e al sacro. Le cose della Chiesa – sacramenti, sacerdozio, ecc. – non vanno ritenute “sacre”. La sacralita deve morire con la fine delle alienazioni.

3a disalienazione della Chiesa: in relazione alla fede, alla morale, al Magistero e all’azione evangelizzatrice. La nuova Chiesa non si pretende Maestra. Né tratta i fedeli come discepoli, perché ciò sarebbe alienante. Ognuno riceve carismi dallo Spirito Santo, che parla direttamente all’anima.

4a disalienazione della Chiesa: in relazione alla Gerarchia ecclesiastica. Per disalienare la Chiesa dalla Gerarchia, occorre democratizzarla.

5a disalienazione della Chiesa: in relazione al Potere Pubblico. La Chiesa nuova dichiara di non avere bisogno del Potere pubblico, né di volere con esso relazioni da Potere a Potere.

Alla fine del processo si arriverebbe a una “Chiesa nuova, panteista, demitificata, desacralizzata, disalienata, ugualitaria e messa al servizio della Rivoluzione”.

Il Cammino sinodale tedesco

Il “Cammino sinodale tedesco” assume e porta avanti il vecchio sogno conciliarista. “Francesco ora affronta l’opera maggiore del suo pontificato: quella del passaggio da una Chiesa gerarchica a una Chiesa ‘sinodale’, vale a dire democratica e decentralizzata – scrive il vaticanista Jean-Marie Guénois – Questo implica un cambiamento profondo della cultura ecclesiale, volto a porre fine al ‘clericalismo’, il potere dei sacerdoti e dei vescovi, nella Chiesa” (16).

Sulla stessa lunghezza d’onda il vaticanista Andrea Gagliarducci: “Papa Francesco vuole che tutti siano messi sullo stesso piano, che i sacerdoti non si sentano al di sopra dei laici e che i vescovi non abbiano più potere dei sacerdoti. Così facendo, però, decostruisce un mondo, svuota i simboli di significato” (17).

Sintetizzando il senso delle riforme volute dal cammino sinodale, il filosofo Stefano Fontana afferma: “Si vuole introdurre nella Chiesa la democrazia liberale moderna” (18).

Portato alle sue ultime conseguenze logiche, il Cammino sinodale implicherebbe la distruzione di Santa Romana Chiesa. Non sono io a dirlo, bensì il cardinale Gerhard Müller, già Prefetto della Congregazione per la dottrina della Fede: “Stanno sognando un’altra chiesa che non ha nulla a che fare con la fede cattolica… e vogliono abusare di questo processo, per spostare la Chiesa cattolica, non solo in un’altra direzione, ma verso la (sua) distruzione” (19).

Il Cammino sinodale tedesco si inserisce pienamente nel processo rivoluzionario ugualitario e libertario che ebbe inizio nel secolo XV. Proprio in questo risiedono la sua forza e la sua pericolosità. Non si tratta di una chimera rimuginata da qualche teologo teutonico, bensì di un progetto che raccoglie e canalizza tendenze molto radicate nell’uomo moderno, alimentate poi dalla potentissima macchina propagandistica della Rivoluzione.

Se a ciò aggiungiamo i segni di incoraggiamento a questo processo che arrivano dalle sfere ecclesiastiche, capiamo che siamo di fronte alla “tempesta perfetta”. Figlia della gesta di Plinio Correa de Oliveira, l’Associazione Tradizione Famiglia Proprietà mancherebbe gravemente ai suoi doveri se, in questo drammatico frangente, non innalzasse la sua voce in difesa della Sposa di Cristo. Una voce intrisa di venerazione per la Cattedra di Pietro, ma anche ferma nell’indicare le insidie che incombono.

È perciò che offriamo ai nostri cari lettori l’importante studio del dott. Diego Benedetto Panetta sul Cammino sinodale tedesco, strettamente basato su fonti originali. Per chi vuole restare fedele alla Chiesa di sempre, questo studio costituisce un’ammonizione e una convocazione alla lotta dottrinale, proprio nell’ottantesimo anniversario del primo grido di allarme che Plinio Correa de Oliveira lancio con In difesa dell’Azione Cattolica.

Julio Loredo

(Fonte TFP.org)


Note

1. Sandro Magister, Il sinodo tedesco contagia l’intera Chiesa, senza che il papa lo freni.

2. Discorso del Santo Padre per la commemorazione del 50° anniversario dell’istituzione del Sinodo dei Vescovi, 17 ottobre 2015.

3. Sandro Magister, Il sinodo tedesco contagia l’intera Chiesa, senza che il papa lo freni. Grassetti nostri.

4. Ed. Condon, Is Pope Francis’ synodal extension a plan, or a punt?. Grassetti nostri.

5. Stefano Fontana, Il Sinodo permanente, stortura che accresce i timori.

6. Cfr. Plinio Correa de Oliveira, Rivoluzione e Contro-Rivoluzione, Roma, Luci sull’Est, 1998.

7. Charles de Montalembert, L’Église libre dans l’État libre, in Emmanuel Barbier, Histoire du Catholicisme Libérale et du Catholicisme Social en France, Yves Cadoret, Bordeaux, 1924, vol. I, pp. 33-34.

8. Claude Fauchet, Sermon sur l’accord de la réligion et de la liberté, Parigi, 14 febbraio 1791, in Migne, Collection intégrale et universelle des orateurs sacres, Paris 1855, vol. 66, col. 159-174.

9. Alfred Loisy, L’évangile et l’église, p. 182, cit. inMarcel Chossat, in DAFC, vol. III, col. 629, s.v. “Modernisme”.

10. Yves Congar, in Jean Puyo, Une vie pour la verité. Jean Puyo interrogue le Père Congar, Le Centurion, Paris 1975, p. 102.

11. Cit. in Jacques Duquesne, Un théologien en liberté. Jacques Duquesne interrogue le Père Chenu, Le Centurion, Paris 1975, pp. 58-59.

12. Plinio Correa deOliveira, Emdefesa da Ação Católica,AveMaria, San Paolo, 1943, p. 77.

13. Ibid., p. 361.

14. Ibid., p. 101.

15. “Grupos ocultos tramam a subversao na Igreja”, Catolicismo, aprile-maggio 1969.

16. Vik van Brantegem, Le Figaro: «Papa Francesco crea dei cardinali per garantire la sua continuità».

17. Andrea Gagliarducci, Pope Francis, the crisis of unity.

18. Stefano Fontana, I tre buchi neri del Sinodo che mettono in pericolo la Chiesa.

19. National Catholic Register, Cardinal Müller on Synod on Synodality: ‘A Hostile Takeover of the Church of Jesus Christ … We Must Resist’.






martedì 1 novembre 2022

Perché c’è difficoltà ad accettare il tempo nel Purgatorio?





1 NOVEMBRE 2022


Prima di vedere il video, vi è una precisione da fare. Quando si accenna alle indulgenze parziali che un tempo venivano indicate come beneficio di alcune pratiche di preghiere, queste non facevano riferimento a precisi giorni, mesi o anni da scontare in Purgatorio, ma a diminuzioni delle penitenze che eventualmente fossero state contratte in seguito ad assoluzioni.
clicca qui

Testo

C’è sicuramente un’importante questione relativa al Purgatorio, ed è quella di come il tempo in un certo qual modo possa permanere nella dimensione ultraterrena.

Partiamo da una domanda: nel Purgatorio c’è il tempo così come esiste nella vita terrena? La risposta non può che essere affermativa. Ovviamente va fatta una precisazione: si tratta di un tempo che permane nella dimensione ultraterrena per particolare permissione divina.

Va detto però che le anime del Purgatorio percepiscono questo tempo in maniera diversa da come lo si può percepire nella vita terrena. Anche se già nella vita terrena può cambiare questa percezione. Infatti, per uno studente di scuola le vacanze passano presto, viceversa l’anno scolastico non passa mai. Oppure: se siamo in piacevole compagnia il tempo passa presto, l’attesa in uno studio medico non passa mai.

Ebbene, nel Purgatorio questa percezione diventa ancora più sensibile per un motivo molto semplice. Se sulla terra la sofferenza e i disagi sono quelli che sono, nel Purgatorio tale sofferenza e tali disagi sono enormemente superiori. E inoltre a rammaricare è soprattutto la lontananza da Dio, cioè il fatto che ancora non si può essere nella sua gloria. Da qui, dunque, una percezione che può essere definita “più sensibile”.

A riguardo c’è un famoso aneddoto che narra di una sacerdote che si trovava nel letto, ammalato e con sofferenze atroci; talmente atroci che si vedeva tentato dalla disperazione. Temendo questo gravissimo peccato, iniziò a pregare di poter morire quanto prima. Apparve il suo angelo custode e gli chiese: “Vuoi morire tra un anno e andare direttamente in Paradiso, oppure oggi stesso e farti un giorno di Purgatorio?” Il povero sacerdote rispose subito: “Voglio morire subito!” E allora l’angelo gli disse: “Bene. Preparati e oggi stesso morrai.” Il sacerdote si confessò, si comunicò e quello stesso giorno morì. Ovviamente –come aveva detto l’angelo- andò in Purgatorio. Ma passò un giorno, passarono due giorni, tre, quattro… un mese, un anno… e niente… l’ascesa in Paradiso tardava. Allora l’anima del sacerdote invocò il suo vecchio angelo custode. E quando questi si presentò, il sacerdote lo rimproverò: “Ma come? Tu mi dicesti che se fossi morto subito, sarei stato un solo giorno in Purgatorio e invece è passato un anno dalla mia morte…” A che l’angelo esclamò: “Un anno? Ma se sei morto solo da un’ora?” Insomma, talmente forti erano le sofferenze del Purgatorio che l’anima del sacerdote pensava che si trovasse lì da chissà quanto tempo. Ecco la percezione diversa del tempo che contraddistingue il Purgatorio.

E allora il problema dov’è? E’ che si confonde la dimensione dell’eternità con quella dell’ultraterreneità. Che nel Purgatorio il tempo permanga per particolare permissione di Dio, ha una sua logica ed è attestato dal fatto che, a differenza del Paradiso e dell’Inferno, questo “luogo” non esisterà per l’eternità. E’ di fede che quando ci sarà la fine dei tempi (seconda venuta di Gesù, resurrezione dei morti e giudizio universale) il Purgatorio finirà di esistere, mentre rimarranno l’Inferno e il Paradiso.





La pia pratica dei Cento Requiem, ovvero come le anime del Purgatorio possono venire in nostro soccorso





1 NOVEMBRE 2022


La beata Anna Maria Taigi (1769-1837) era devotissima delle anime del Purgatorio. Nella sua pietà amava suffragare le anime sante con la recita di cento Requiem.

Ella testimonia di avere ottenuto da Dio molti celesti favori nelle circostanze più diverse e nei bisogni più gravi spirituali e temporali.

Dietro l’esempio della Beata, sposa esemplare e madre di sette figli, le anime devote possono seguire il suo esempio e pregare per le anime del Purgatorio come lei pregava.

Per questo pio esercizio ognuno può servirsi di una corona comune di cinque poste o decine da percorrerla tutta in due volte.

Si comincia con il recitare un Pater, seguìto sui grani piccoli dalla invocazione del Requiem.

Dopo le dieci invocazioni si dirà al grano grosso la giaculatoria: Anime sante del Purgatorio, pregate per me, ch’io pregherò per voi, perché Dio vi doni la gloria del Paradiso.


Dio è Verità, Bontà e Bellezza

Il Cammino dei Tre Sentieri