mercoledì 19 ottobre 2022

Poche parole per capire quanto il pensiero di Kant sia alla base dei totalitarismi contemporanei




 19 OTTOBRE 2022


Kant distrugge la metafisica: può essere conosciuta la realtà come appare e non come effettivamente è.

Pertanto, non è più possibile conoscere la verità.

Tale convinzione kantiana, portata sul piano giuridico, conduce al cosiddetto positivismo giuridico: la legittimità della legge non è più nel suo contenuto, bensì nella sua proceduralità.

In tal modo ciò che è legittimo è ciò che è posto dalla volontà, non ciò che è evidente alla ragione. Può essere la volontà di uno Stato o di una maggioranza. Fa lo stesso.

Giovanni Paolo II nella Veritatis splendor al numero 101: “Una democrazia senza valori si converte facilmente in un totalitarismo aperto oppure subdolo, come dimostra la storia.”




martedì 18 ottobre 2022

Gli abortisti correggono il loro slogan: non dite più “My body, my choice” - "Il mio corpo, la mia scelta”






di John Horvat

La prossima volta che sentirete gridare “my body, my choice" (ndt, il mio corpo, la mia scelta), sarà bene ricordare gentilmente agli attivisti dell’aborto che non dovrebbero più dire "la mia scelta" perché così si offendono le donne.

Gli attivisti più informati, ad esempio, usano ora un più enfatico e goffo "il mio corpo, la mia decisione". Infatti, i manifestanti liberal, tra cui le deputate Pramila Jayapal (Wash.), Ilhan Omar (Minnesota) e Ayanna Pressley (Massachusetts), hanno cantato "il mio corpo, la mia decisione" mentre camminavano verso il Senato per chiedere "diritti" all'aborto l'11 maggio scorso.

Ora è ufficiale. Il sito di sinistra The New Republic riporta che Planned Parenthood1 e le femministe radicali stanno eliminando l'uso della parola "scelta" dal loro lessico. La mossa è sorprendente, poiché "scelta" è stata a lungo l'arma preferita nell'arsenale di parole delle femministe. Trasmette l'idea confusa di "libertà" casuale che piace a molte persone. Ma ora il problema è proprio questo. È troppo casuale.

Nel clima della rivoluzione woke di eccitazione delle sensibilità, tutto serve a innescare una crisi2. La sinistra woke sta cancellando la parola "scelta" perché non è abbastanza radicale da riflettere i tempi post-Dobbs, la sentenza della Corte Suprema che ha soppresso la precedente sentenza abortista Roe vs. Wade.

Essere “pro scelta” non è abbastanza radicale per la rivoluzione sociale

I radicali sostengono che "pro-choice" (“pro-scelta) suona troppo educato per inquadrare l'intera conversazione sull'aborto. In una conversazione informale, "scelta" significa scegliere tra due alternative uguali, come il cioccolato o la vaniglia. Essa insinua che le donne stanno prendendo decisioni insignificanti senza riflettere deliberatamente, banalizzando così sia la questione in sé stessa che le donne in generale.

"Scelta" è parola anche troppo individualista. Per molto tempo le femministe hanno sostenuto che l'aborto è una scelta individuale "tra la donna e il suo medico". I nuovi attivisti pro-aborto radicali ora sostengono che la "scelta" cancella il più ampio contesto sociale e strutturale che circonda il movimento.

Una persona individuale non fa la rivoluzione. L'aborto non può essere ridotto a un fatto personale. Per non diventare irrilevante, l’aborto deve far parte di una più ampia lotta progressista che coinvolga tutta la società.

Infatti, la "scelta" individuale non è sufficientemente progressista perché non tiene conto delle questioni razziali, di equità e di genere che si intersecano con la lotta per l'aborto. L'attuale fase della rivoluzione sessuale richiede un approccio più ampio per sopravvivere.

La parola “scelta” copre una moltitudine di inganni

Un motivo convincente per abbandonare l'etichetta "pro-choice" è che non corrisponde alla realtà politica attuale. Invece di chiarire la situazione, la parola “choice”, "scelta", serve a mascherare, oscurare o distorcere la situazione delle "donne povere", diffondendo un’idea di soddisfazione personale sull'accesso all’aborto che va contro la causa stessa dell'aborto.

La parola "scelta" insinua che ogni donna può abortire quando e dove vuole. Tuttavia, gli attivisti favorevoli alla morte notano giustamente che gli sforzi del movimento pro-vita hanno fortemente limitato l'accesso all'aborto. Fortunatamente, vasti settori della nazione, e ora interi Stati, sono beneficiati dall’assenza di abortifici. Così, in un post sul blog di Planned Parenthood Action si osserva che il termine "scelta" non rappresenta "la realtà vissuta delle persone" che devono affrontare barriere che per loro, ovviamente, sono "spesso aggravate da politiche razziste e classiste".

Altri attivisti dell’aborto lamentano che il termine "pro-choice" serva da copertura per coloro che non vogliono dire apertamente di essere a favore all'aborto. Nascondendosi dietro questa espressione, la persona "pro-choice" insinua che, anche se a volte necessario, l'aborto non è in realtà qualcosa di buono. Si crea un clima di vergogna e silenzio che stigmatizza chi ha abortito.

Harry Cheadle del New Republic denuncia la capacità dei cinici leader aziendali e dei ricconi liberal di cooptare parole come "scelta" per far credere di essere sufficientemente woke. "Si tratta di un espediente, un patetico contentino alla sinistra da parte delle aziende e di altre potenti istituzioni", sostiene. Essi "presumono che adoperare parole e frasi progressiste di moda possa compensare tutte le ingiustizie e la miseria che causano".

Secondo tale narrazione marxista di lotta di classe, queste élite imprenditoriali liberal stanno usando la rivoluzione contro sé stessa. Si appropriano abilmente e cinicamente di parole come "scelta" per dare un segnale di virtù e favorire la classe dirigente. In questo caso, è meglio eliminare la parola "scelta" perché è irrimediabilmente compromessa.

La rivoluzione sessuale mostra il suo vero volto

L'eliminazione della parola "scelta" segna una nuova fase nella battaglia pro-vita in America. La parte favorevole all'aborto ha cercato a lungo di riconfezionare il suo messaggio nefasto per apparire più mainstream, più piacevole e normale.

L'adozione della parola "scelta" ha inquadrato il dibattito come una questione di libertà della donna, non come l'uccisione di una vita innocente. Tuttavia, invece di mobilitare gli attivisti radicali, il termine ha creato una classe di sostenitori morbidi che vedevano l'aborto come una semplice opzione, non una causa critica. Quindi, il termine deve essere scartato perché non mira più a far progredire la rivoluzione sessuale.

Il movimento a favore dell'aborto suggerisce ora un termine sostitutivo duro: pro-aborto. Niente più mascheramenti. Davanti a una situazione come quella creata dalla sentenza Dobbs, niente più giochi di prestigio. Si tratta ora di "far uscire allo scoperto" i sostenitori moderati dell’aborto e costringerli a guardare in faccia la brutale realtà, facendo loro pronunciare senza mezzi termini la parola “aborto” prima evitata. Così, il blog Planned Parenthood Action raccomanda usare "pro-aborto, pro-diritti all'aborto, pro-accesso all'aborto o pro-equità dell'aborto; aborto non è una parola sporca".

L'abbandono della scelta fa pensare che il dibattito non ha mai riguardato la scelta. La natura dittatoriale della sinistra impone a tutti il suo programma. Non tollera l'opposizione. Esige il rispetto delle regole e ora mostra il suo volto duro.

Dopo la decisione Dobbs, questo imperativo di imporre l'aborto alla nazione a qualsiasi costo ha accelerato la sua velocità. Diventa chiaro che agli americani non deve essere data alcuna scelta.



NoteOrganizzazione che si batte in favore della legislazione abortista…anche contrastando la libertà all'obiezione di coscienza (fonte wikipedia).
La voce (woke) è entrata nei dizionari della lingua inglese nel 2017 attraverso il movimento attivista statunitense Black Lives Matter. (…) Per “wokeness”, si intende il "non abbassare la guardia" (fonte wikipedia).



Tfp.org, 29 settembre 2022. Traduzione a cura di Tradizione Famiglia Proprietà – Italia.

lunedì 17 ottobre 2022

Cambio di paradigma sulla difesa della vita






Di Stefano Fontana 17 OTT 2022


Venerdì scorso è iniziata la Scuola di Dottrina sociale della Chiesa dedicata a “Politiche per la vita 2.0” (alla quale è ancora possibile iscriversi). Tra le tante cose che richiedono di rivedere l’intera questione della tutela politica della vita, che è appunto il tema della Scuola, occorre riconoscere che c’è anche la nuova posizione assunta della Chiesa. Basta ricordare cosa diceva e faceva la Chiesa al tempo di Giovanni Paolo II e come invece si pone oggi per avere il senso del cambiamento avvenuto. Giovanni Paolo II aveva, tra l’altro, dedicato al tema una enciclica, la Evangelium vitae, di forte denuncia della cultura della morte e di altrettanto forte militanza sociale e politica per i cattolici. Francesco ne accenna qua e là e ogni tanto, all’interno di tematiche diverse a cui sembra dare la preferenza, come per esempio l’ambiente.

La Pontificia Accademia per la Vita lancia messaggi a dir poco ambigui sull’argomento vita, famiglia, procreazione. La Pontificia Accademia delle Scienze Sociali organizza incontri sulla pianificazione familiare, si avvale di esperti del controllo delle nascite, adopera le parole dell’ONU di cui condivide gli obiettivi per il 2030. Irme Stetter-Karp, presidente del Comitato Centrale dei Cattolici Tedeschi e co-presidente del Cammino sinodale tedesco, ha chiesto che l’aborto sia “disponibile” in tutta la Germania. La Federazione della Gioventù Cattolica Tedesca ha criticato il fatto che gli aborti non siano oggi “totalmente accessibili” in Germania. Della legge 194 sull’aborto, molti prelati – ultimo il cardinale Ruini – dicono che bisogna applicarla per intero, così confermandone la validità, pur sapendo che una legge ingiusta non è resa giusta da alcune sue parti in sé positive. Quando la Corte suprema americana ha emanato la famosa sentenza sull’aborto, Francesco si è limitato a “prendere atto”: troppo poco. La questione Biden ha messo in evidenza che la Chiesa ha smesso di pretendere che un politico cattolico non sia abortista. Nella discussione americana sulla comunione o meno ai cattolici che promuovono l’aborto, i vescovi favorevoli sono stati tutti promossi nella carriera ecclesiastica e la posizione del Vaticano è emersa con chiarezza.

Se poi ci si spinge su altre tematiche legate al tema della vita, si notano continui cedimenti. Papa Francesco si è espresso a favore del riconoscimento delle coppie omosessuali. È in atto un grande attivismo per rivedere le norme di Paolo VI sulla contraccezione. Il mensile della diocesi di Milano ha promosso in pieno l’esercizio dell’omosessualità. A suo tempo, i vescovi italiani si erano detti favorevoli alla discussione in parlamento dei disegni di legge Zan e sul suicidio assistito.

Tutto questo ci dice che il programma e gli obiettivi della Scuola di Dottrina sociale della Chiesa su “Politiche per la vita 2.0” sono di grande urgenza e attualità.

Ma quali sono le cause di questa trasformazione? C’è un grande cambiamento in atto, dentro il quale si collocano ristrutturazioni più settoriali. Il grande cambiamento riguarda la riformulazione complessiva della teologia morale cattolica in cui sia i teologi di punta che l’attuale governo della Chiesa sembrano molto impegnati.

Tra i cambiamenti più settoriali, bisogna ricordare prima di tutto l’abbandono della dottrina delle azioni intrinsecamente cattive (intrinsece mala), formulata dalla Veritatis splendor di Giovanni Paolo II e confermata da Benedetto XVI con la sua dottrina dei “principi non negoziabili”. Oggi è completamente messa da parte. La svolta principale si è avuta con l’Esortazione Amoris laetitia secondo la quale l’adulterio non è più, come la Chiesa ha sempre sostenuto, qualcosa di sempre ingiusto, indipendentemente dalle circostanze e dalle intenzioni. Si tenga presente che le circostanze, in teologia morale, possono alleggerire la responsabilità dell’agente, ma non possono cambiare la natura dell’azione che, se è cattiva, rimane cattiva. Ora, invece, si ritiene che le circostanze siano eccezioni, ossia possano cambiare la norma, anche se questa riguarda azioni intrinsecamente cattive. Infatti, i divorziati risposati ora possono accedere alla comunione, dopo un periodo di discernimento, per esclusiva decisione della loro coscienza.

Questo comporta che il giudizio sull’azione oggettivamente presa non sia più possibile, senza prima considerare le circostanze, ossia la storia personale delle persone coinvolte, la situazione unica in cui esse si sono mosse. Mentre nella teologia morale classica, il significato morale di un’azione dipendeva dal suo oggetto materiale – cosa si fa – e non dall’intenzione, ora si ritiene che prevalga l’intenzione che viene esercitata sempre in precise e irripetibili circostanze che vanno valutate di per sé e non in relazione ad una norma generale. Nasce qui il famoso principio “chi sono io per giudicare?”. Non solo non si può giudicare il peccatore – cosa evidente – ma nemmeno il peccato. Per questo la Chiesa non condanna più, come faceva un tempo, situazioni oggettive di peccato pubblico, come per esempio l’adulterio, le unioni civili, l’aborto…: non lo fa più in modo indipendente dalle circostanze, sicché ogni azione è considerata come a se stante, priva di una forma etica.

Si comprende allora perché Francesco si sia limitato a “prendere atto” della sentenza della Corte suprema americana, anziché compiacersi del fatto. La Chiesa non può più dare indicazioni vincolanti sul piano sociale e politico, perché non si ritiene più in grado di valutare situazioni oggettive di pubblico peccato, da condannare indipendentemente dalle intenzioni di chi le fa. Essa deve limitarsi a formare le coscienze e poi saranno le singole persone a scegliere cosa fare. La politica fissa o non fissa delle fattispecie da sanzionare oppure da incoraggiare? … è compito della politica e non della Chiesa. In questo modo, però, si rompe il rapporto tra religione, morale e politica. O meglio, questo rapporto è totalmente demandato alla coscienza personale, ma questo è possibile per il protestantesimo e non per il cattolicesimo.

Si spiega così il preoccupante cambiamento di paradigma della Chiesa di oggi verso le tematiche della vita. Bisogna realisticamente tenerne conto e provvedere altrimenti.

Stefano Fontana



Fonte 



Don Nicola Bux: “La Chiesa è come una madre. Non potremmo ripudiarne l’appartenenza, anche se cadesse in una condizione miseranda”




17 OTT 22

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by Aldo Maria Valli


di don Nicola Bux

Le diatribe circa il Vaticano II, se sia stato più o meno dottrinale o pastorale, e circa i pastori, cioè papa e vescovi “regnanti”, oscillano tra adulazione e rifiuto perché non si conosce cos’è il Magistero e quali i suoi gradi. “Il Papa pensò certo a un concilio pastorale, di aggiornamento, ma ciò non deve intendersi come qualcosa di pratico, dinamico, quasi separato dalla dottrina. È inconcepibile in effetti una pastorale senza dottrina, lontana dalla Tradizione ecclesiale” (N.Spuntoni, Marchetto: Il concilio va letto nella continuità della Chiesa, La Nuova Bussola Quotidiana, 10 ottobre 2022). Com’è noto, il deposito della fede, contenuto nella sacra Tradizione e nella Sacra Scrittura, è stato affidato dagli Apostoli alla totalità della Chiesa (Catechismo della Chiesa cattolica, 84). L’ufficio di interpretare – ossia di insegnare soltanto ciò che è stato trasmesso dagli Apostoli – lo ha il solo Magistero, costituito dai vescovi in comunione col papa: che non è al di sopra della Parola di Dio, anzi “piamente l’ascolta, santamente la custodisce e fedelmente la espone” (Dei Verbum, 10). Solo i dogmi – e le verità che hanno connessione con essi – richiedono l’irrevocabile adesione di fede, perché in tal caso il Magistero gode del grado d’infallibilità, il più alto, che si estende anche alla dottrina morale e ai precetti della legge naturale. Non così per il Magistero ordinario e i suoi diversi gradi. Rimando per questo all’importante contributo del prof. N. Barile (La Chiesa e il papa: lettura aristotelico-tomista della situazione attuale, 17 agosto 2022, www.ilpensierocattolico.it).

Può accadere che i pastori, papa e vescovi, tuttavia, non esercitino il loro insegnamento secondo i criteri suddetti.

San Gregorio Magno affronta così, al suo tempo, l’inettitudine dei pastori e mi sembra riguardi anche l’oggi: “Vi sono persone che ascolterebbero la buona parola, ma mancano i predicatori. Ecco, il mondo è pieno di sacerdoti, e tuttavia si trova di rado chi lavora nella messe del Signore… Spesso infatti la lingua dei predicatori perde la sua scioltezza a causa delle loro colpe; spesso invece viene tolta la possibilità della predicazione a coloro che sono a capo per colpa dei fedeli… Non è sempre facile però sapere per colpa di chi al predicatore venga tolta la parola. Ma si sa con tutta certezza che il silenzio del pastore nuoce talvolta a lui stesso, e sempre ai fedeli a lui soggetti. Vi sono altre cose… che mi rattristano profondamente sul modo di vivere dei pastori. E perché non sembri offensivo per qualcuno quello che sto per dire, accuso nel medesimo tempo anche me… Noi abbandoniamo il ministero della predicazione e siamo chiamati vescovi, ma forse piuttosto a nostra condanna, dato che possediamo il titolo onorifico e non le qualità. Coloro che ci sono stati affidati abbandonano Dio e noi stiamo zitti. Giacciono nei loro peccati e noi non tendiamo loro la mano per correggerli. Ma come sarà possibile che noi emendiamo la vita degli altri, se trascuriamo la nostra?”(Dalle Omelie sui vangeli).

Gli interventi susseguitisi su Duc in altum postulano, a mio sommesso avviso, una questione di fede e quindi di metodo. La Chiesa è come una madre, non potremmo ripudiarne l’appartenenza, anche se cadesse in una condizione miseranda. Di questo erano convinti i Padri, come appunto Cipriano, che aiutò papa Cornelio a combattere le eresie, che circolavano dentro la Chiesa non meno che in età apostolica. Analogamente accade per la nostra appartenenza alla nazione, qualora i governanti pro tempore fossero discutibili, se non peggio. Chi potrebbe affermare: non sono più italiano, nonostante fosse nato, parlasse la lingua e operasse nel territorio italiano?

Quando taluni ecclesiastici usano invettive contro il papa e altri uomini di Chiesa, rischiano di travolgere la funzione insieme a colui che la ricopre. I medievali, come Dante, sapevano benissimo che ciascuno deve salvare la propria anima, e così distinguevano nel papa come “due corpi”: la persona peccatrice dall’ufficio che è sacro.

Per quanto arduo, se si dicesse la verità con carità, come appunto fanno alcuni ben noti Cardinali, non si creerebbe scandalo e ulteriore divisione tra i fedeli. Non sarebbe, questa, una modalità in linea con quella usata dai santi riformatori, che amavano piuttosto rivolgere implorazioni e suppliche, anche quando fustigavano i costumi? La Chiesa, infatti, si rinnova con l’umiltà del servizio e la santità della vita. Per questo, sull’Amoris laetitia, i quattro Cardinali hanno usato lo strumento dei Dubia, perché rispettoso dell’autorità pontificia. Anche se non hanno ricevuto risposta, gli interrogativi restano, e qualcuno dovrà rispondere prima o dopo il papa pro tempore. Non bisogna aver fretta di separare il grano dalla zizzania, anche nella Chiesa.

Tutto questo spiega l’affermazione extra ecclesia nulla salus (cfr LG 14; Catechismo della Chiesa cattolica, 846). Altrimenti chi si salverebbe dentro una Chiesa fatta di peccatori, anche tra gli ecclesiastici? Ma la Chiesa è fatta soprattutto di santi, che controbilanciano, per così dire, i primi. Infatti, essa è una sola e indefettibile, ossia, quale corpo mistico di Gesù Cristo, non può venir meno alla sua natura teandrica(umano-divina). È questo un dogma, ossia un punto fermo.

Le chiese self-made, nate dalle varie scissioni durante due millenni, hanno già fallito, ha ricordato Benedetto XVI, perché non possono togliere nulla alla Chiesa una, santa, cattolica, apostolica che professiamo nel Credo. Per sanare le ferite umane inferte all’unione tra i cristiani ci vuole la pazienza dell’amore. Dunque, un vero cattolico non si deve nemmeno porre la domanda: fuori da “quale” Chiesa (cfr il punto 6 Rimanere nell’unità del tutto, in IPC “La forma d’insegnamento della Scuola Ecclesia Mater”). Ecco il metodo cattolico.

Certo, è utile il dibattito, ma senza scindere verità e amore. Il popolo è confuso, smarrito, perplesso, quindi facilmente a rischio di amoralità e immoralità, perché i pastori non insegnano la fede e la vita in Cristo, ossia la morale, ma la legalità, la sostenibilità, l’inclusività, la sinodalità… Ci vorrebbe una grande missione popolare, in Italia, e non solo, altro che, per annunciare Gesù Cristo.

Fonte: ilpensierocattolico.it




domenica 16 ottobre 2022

IL CONNUBIO SINISTRA- CAPITALE




Di Marcello Veneziani, su La Verità del 14 Ottobre 2022.

 

Quando è avvenuto il passaggio della sinistra da contropotere a potere, da Piazza a Palazzo? Lo diciamo tante volte, ma sfugge il passaggio chiave. Gli indizi di superficie sono molteplici e fin troppo noti: a est il fallimento delle esperienze comuniste, a ovest il collasso dello statalismo assistenziale; sul piano intellettuale il tramonto di Marx e dell’idea di rivoluzione e sul piano sociale l’inclusione di militanti, agenti e funzionari di sinistra nell’apparato pubblico, nel settore privato e nella magistratura, nella scuola, nell’università, nell’editoria, nello spettacolo. Inclusione che, oltre gli effetti politici e ideologici ben noti, ha comportato anche l’inevitabile imborghesimento del ceto progressista e l’upgrade nell’establishment. Possiamo anche periodizzare questo processo: è avvenuto dopo il’68, lungo gli anni settanta, poi espandendosi negli anni seguenti fino a integrarsi e compenetrarsi coi poteri e le istituzioni. Il vantaggio è reciproco: al capitale ha dato una “buona coscienza” etica e una legittimazione sul piano dell’emancipazione e della difesa dei diritti umani e civili; e alla sinistra ha dato un potere di influenza e di interdizione, e la direzione culturale e civile.

Ma tutto questo ancora non spiega il motivo centrale del connubio tra sinistra e capitale, la saldatura di due egemonie, tra potere economico e potere culturale. Cosa ha determinato quella convergenza? E’ il comune proposito di sostituire il mondo comune fondato sulla realtà con il mondo uniforme fondato sui desideri indotti; il desiderio di un mondo nuovo per la sinistra e di nuovi mercati per il capitale. Come avviene questo cambio? Cancellando, disprezzando e spezzando i legami, i confini, i limiti. Quel che a sinistra chiamano emancipazione, liberazione, progresso; e in gergo capitalistico chiamano sviluppo, consumo, modernizzazione. La parola chiave di ambedue è sradicamento, l’identità si dissolve: è ritenuto uomo libero chi non ha legami né appartenenze, fluido in un mondo liquido, proiettato nei suoi desideri anziché ormeggiato alle sue eredità e alla sua natura; connesso al suo tempo e al web, ma sconnesso dal suo luogo e dai suoi legami comunitari. In tal modo diventa cittadino del mondo, uomo senza confini (anche sessuali), individuo emancipato e globale,secondo il sogno convergente dell’internazionalismo di sinistra e della globalizzazione capitalista.

Il mondo da abbattere non viene denominato per quel che è – la realtà dei legami religiosi e civili, familiari e comunitari – ma viene ribattezzato in negativo come razzismo, fascismo, omotransfobia, antifemminismo.

Questa convergenza ha una precisa ricaduta sociale: dichiarare guerra ala mondo comune, alla realtà, alla natura, al contesto in cui vive l’uomo da sempre, significa rompere con i popoli e ripartire dalle elites. Oligarchie economiche e finanziarie , politiche e intellettuali, nemiche del comune sentire, delle radici popolari e dei legami. E’ La Ribellione delle Elite, di cui scrisse nel 1994 un lucido sociologo americano, Cristopher Lasch, che faceva il verso a La ribellione delle masse di Ortega y Gasset (1930).

Nelle sue opere Lasch notava quel che acuti osservatori nostrani di opposta estrazione come Augusto del Noce e Pier Paolo Pasolini avevano già colto: i contestatori, i rivoluzionari, la sinistra radicale dichiaravano guerra al capitalismo, ma poi combattevano il patriottismo, la religione, la famiglia tradizionale, ritenendo così di colpire il cuore e le retrovie del capitalismo. La loro lotta, invece, era del tutto funzionale al capitalismo, che voleva abbattere proprio quegli argini e disfarsi di quei legami che si opponevano all’instaurazione di una società completamente sradicata di individui soli, facile preda del consumismo. Anche Karl Marx, nel Manifesto, aveva spiegato che con il capitalismo “si dissolvono tutti i rapporti sociali stabili e fissi, con il loro seguito di concezioni tradizionali e venerabili”. Per ottusità, presunzione o malafede la sinistra ha ignorato il Manifesto di Marx (non un autore reazionario) ed è diventata sicario della società tradizionale con la benedizione del capitale… Cancellando i credenti, i familiari, i patrioti, restano solo i consumatori: di merci e di ideologie. “Ci si libera dalla tradizione solo per piegarsi alla tirannia della moda”, nota Lasch nel saggio Contro la cultura di massa (edito ora da Eleuthera).

La libertà consiste nello scegliere tra marchi, prodotti, “opinioni preconfezionate e ideologie progettate da opinion makers; il processo avverrà, notava trent’anni fa Lasch, “distruggendo la memoria collettiva, sostituendo un’autorità responsabile con un nuovo star system”, oggi diremmo con gli influencer e le fabbriche del consenso manipolato. Resterà come illusoria gratifica quel “narcisismo di massa” di cui scrisse Larsch ne La cultura del narcisismo: è il nuovo oppio dei popoli, ridotti a formato single davanti allo specchio (alias uno smartphone).

Lasch auspicava un’alleanza per resistere all’assimilazione, allo sradicamento e alla modernizzazione forzata. Per Simone Weil “lo sradicamento sradica tutto, salvo il bisogno di radici”.

Ecco dov’è il punto di fusione fra sinistra e capitale, nella dissoluzione dei legami naturali, eligiosi e comunitari spacciata per emancipazione e liberazione dai mostri. Ti tolgono tutto, poi ti dicono: hai meno pesi e vincoli, ora sei libero di correre. Poi ti dicono dove andare, cosa comprare e che strada percorrere.



Fonte il web 



Dominica XIX post Pentecosten ("Salus populi")


Messa




domenica 16 ottobre 2022


Dominica XIX post Pentecosten
("Salus populi")



Il capo augusto del popolo di Dio è salvezza dei suoi in tutti i loro mali e lo ha dimostrato in modo evidente domenica scorsa, ridonando salute al corpo e all'anima del povero paralitico, che ci raffigurava tutti. Ascoltiamo con riconoscenza ed amore la sua voce e promettiamo la fedeltà che chiede. La sua legge osservata ci difenderà dalle ricadute.


Intróitus
Salus populi ego sum, dicit Dominus: de quacumque tribulatione clamaverint ad me, exaudiam eos: et ero illorum Dominus in perpetuum.
(Ps. 77, 1) Attendite, popule meus, legem meam: inclinate aurem vestram in verba oris mei.
V Gloria Patri, et Filio, et Spiritui Sancto. Sicut erat in principio, et nunc, et semper, et in sæcula sæculorum. Amen.
– Salus populi (usque ad Ps.).

Orátio
Omnípotens et miséricors Deus, univérsa nobis adversántia propitiátus exclúde: ut mente et córpore páriter expedíti, quæ tua sunt, líberis méntibus exsequámur. Per Dóminum nostrum Iesum Christum, Fílium tuum, qui tecum vívit et regnat in unitáte Spíritus Sancti, Deus, per ómnia sǽcula sæculórum. M. - Amen. Introito
Io sono la salvezza del popolo, dice il Signore: in qualunque calamità mi invocheranno, io li esaudirò, e sarò il loro Signore in perpetuo.
Sal. 77, 1 - Ascolta, o popolo mio, la mia legge: porgi orecchio alle parole della mia bocca. Gloria al Padre e al Figlio e allo Spirito Santo. Come era nel principio, e ora, e sempre, e nei secoli dei secoli, Amen…
Io sono la salvezza del popolo, dice il Signore...

Colletta
Onnipotente e misericordioso Iddio, allontana propizio da noi quanto ci avversa: affinché, ugualmente spediti d’anima e di corpo, compiamo con libero cuore i tuoi comandi. Per il nostro Signore Gesù Cristo, tuo Figlio, che è Dio, e vive e regna con Te, nell’unità dello Spirito Santo, per tutti i sécoli dei sécoli.

EPISTOLA (Efes. 4, 23-28). - Fratelli: Rinnovatevi nello spirito della vostra mente, rivestitevi dell'uomo nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella vera santità. Lasciate quindi da parte ogni menzogna, parli ciascuno secondo la verità al suo prossimo, perché siamo membra gli uni degli altri. se vi adirate guardatevi dal peccare: il sole non tramonti sopra l'ira vostra, né fate posto al diavolo. Chi rubava non rubi più, ma faccia piuttosto con le sue mani qualche onesto lavoro in modo che abbia qualcosa da donare ai bisognosi.
La Chiesa riprende oggi la lettura della lettera agli Efesini sospesa domenica. L'Apostolo che ha posto prima i principi della vera santità, ne deduce adesso le conseguenze morali.
L'uomo nuovo.

Apprendiamo nell'Epistola la morale di san Paolo, che cosa egli intenda per giustizia della verità, che è quella di Cristo (Rom. 13, 14) e dell'uomo nuovo, che chi aspira al possesso delle ricchezze enumerate nei passi precedenti della sua lettera immortale deve rivestire. Chi rilegge l'Epistola della domenica decimasettima trova che tutte le regole dell'ascetismo cristiano e della vita mistica si riassumono per l'Apostolo in queste parole: Preoccupiamoci dell'unità (Efes. 4, 3). Questa massima che egli dà ai principianti e ai perfetti è il coronamento delle vocazioni più sublimi nell'ordine della grazia, come è fondamento e ragione di tutti i comandamenti di Dio, sicché, se noi dobbiamo evitare la menzogna e dire il vero a chi ci ascolta, per l'Apostolo il motivo è questo: Perché noi siamo membra l'uno dell'altro!
È santo lo sdegno di cui parlava il salmista destato (Sal 4,5) in certe occasioni dallo zelo della legge divina e della carità, ma il movimento di irritazione sorto nell'anima deve anche allora calmarsi prestissimo. Il prolungarlo sarebbe far posto al diavolo e dargli modo di scuotere e rovesciare in noi l'edificio della santa unità con il rancore e l'astio.
Prima della nostra conversione, il prossimo soffriva non meno di Dio per i nostri falli, l'ingiustizia ci toccava poco, quando passava inavvertita, l'egoismo era legge per noi ed era a garanzia del regno di Satana nelle nostre anime. Ora lo Spirito di santità ha cacciato l'indegno usurpatore e il segno migliore del dominio riconquistato è il fatto che noi non solo sentiamo che i diritti del prossimo sono sacri, ma ancora che il nostro lavoro e tutta la nostra attività si ispira al pensiero delle necessità del prossimo, alle quali occorre provvedere, e come l'Apostolo prosegue e conclude poco dopo, essendo imitatori di Dio, come figli suoi carissimi, camminiamo nell'amore (Efes. 5, 1-2).
VANGELO (Mt. 22, 2-14). - In quel tempo: Gesù parlava ai principi dei sacerdoti e ai Farisei in parabole, dicendo: Il regno dei cieli è simile ad un re il quale fece le nozze a suo figlio. E mandò i servi a chiamare gli invitati alle nozze, ma questi non volevano venire. Mandò ancora altri servi, dicendo: Dite agli invitati: Ecco il mio pranzo è già apparecchiato, si sono ammazzati i buoi e gli animali ingrassati, e tutto è pronto: venite alle nozze. Ma quelli non se ne presero cura e andarono chi al suo campo e chi al suo negozio. Allora poi presero i servitori, li oltraggiarono e li uccisero. Avendo udito quanto era avvenuto, il re fu pieno d'ira e mandò le sue milizie a sterminare quegli omicidi e a dar fuoco alle loro città. Quindi disse ai suoi servi: Le nozze son pronte, ma gli invitati non erano degni. Andate dunque ai crocicchi delle strade e, quanti troverete, chiamateli alle nozze. E usciti per le strade i servi di lui radunarono quanto trovarono, buoni e cattivi, e la sala delle nozze fu piena d'invitati. Or entrato il re a vederli, vi notò un uomo che non era in abito di nozze. E gli disse: Amico, come sei entrato qua senza la veste da nozze? E colui ammutolì. Allora disse il re ai servi: Legatelo mani e piedi, e gettatelo fuori, nel buio; ivi sarà pianto e stridor di denti. Perché molti sono i chiamati, ma pochi gli eletti.Le nozze del Figlio di Dio.

Tutto quanto abbiamo veduto nelle domeniche scorse ci ha mostrato la Chiesa preoccupata soltanto di preparare l'umanità a queste meravigliose nozze, che sono l'unico fine perseguito dal Verbo, venendo sulla terra. Nell'esilio che si prolunga, la Sposa del Figlio di Dio ci è apparsa modello vivente dei suoi figli e ha sempre cercato di istruire questi figli, perché potessero capire il grande mistero della unione divina. Tre settimane or sono (XVI Domenica dopo Pentecoste) sentendo direttamente la sua sola preoccupazione di Madre e di Sposa, ricordava ai figli la chiamata ineffabile e, otto giorni dopo (XVII Domenica dopo Pentecoste) per le sue premure, lo sposo delle nozze cui erano invitati si rivelava nell'Uomo-Dio, oggetto del doppio precetto dell'amore, che riassume tutta la legge. Oggi l'insegnamento si completa e la Chiesa lo precisa nella Officiatura della notte, in cui abbiamo tutto il pensiero di san Gregorio, eminente Dottore e grande Papa che, in nome della Chiesa, spiega il Vangelo così:
Il commento di san Gregorio.

"Il regno dei cieli è l'assemblea dei giusti. Il Signore dice infatti per mezzo di un profeta: Mio trono è il cielo (Is. 56, 1); e Salomone dice a sua volta: L'anima del giusto è il trono della Sapienza (Sap. 7, 27), mentre Paolo chiama il Cristo: Sapienza di Dio (I Cor. 1, 24). Se il cielo è il trono di Dio, essendo la Sapienza Dio ed essendo l'anima del giusto trono della Sapienza, dobbiamo concludere che l'anima del giusto è un cielo... e veramente il regno dei cieli è l'assemblea dei giusti... Se questo regno è detto simile a un re che celebra le nozze del figlio, il vostro amore comprende subito quale sia questo re, padre di un figlio, che è re come lui e cioè che è quello di cui nel salmo è detto: Concedi, o Dio, al Re il tuo diritto e al Figlio del Re la tua giustizia (Sal. 71, 2). Dio Padre fece le nozze di Dio, suo Figlio, quando lo unì alla natura umana e dispose che colui, che era Dio prima dei secoli, divenisse uomo alla fine dei tempi, ma noi dobbiamo evitare il pericolo che si possa intendere una dualità di persone nel nostro Dio e Salvatore Gesù Cristo e perciò è più chiaro e più sicuro dire che il Padre fece le nozze del Re, suo Figlio, unendo a Lui, nel mistero dell'Incarnazione, la Santa Chiesa. In seno alla Vergine Madre fu la camera nuziale di questo Sposo di cui il salmista disse (Sal. 18, 6): Stabilì la sua tenda nel sole, egli è lo Sposo che esce dalla camera nuziale" (Omelia XXXVIII sul Vangelo).
Preghiamo

Dio onnipotente e misericordioso, togli ogni ostacolo dal nostro cammino, affinché, liberi nell'anima e nel corpo, ti serviamo con tutto lo slancio del cuore.

(da: P. GUÉRANGER, L'anno liturgico. - II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, trad. it. L. ROBERTI, P. GRAZIANI e P. SUFFIA, Alba, Edizioni Paoline, 1959, pp. 511-514.)





sabato 15 ottobre 2022

Cristianesimo ed Islam credono nello stesso Dio? No. E vi diciamo perché




15 OTTOBRE 2022


da Studiare le religioni per rafforzare la Fede, di Corrado Gnerre

Lo studio delle religioni (come d’altronde tutti gli studi) non può fermarsi all’osservazione della superficie. Se lo facesse (oggi accade spesso) si annullerebbero le differenze fra le varie religioni. Se invece si andasse nel profondo, cercando di scoprire i fondamenti filosofici, allora sì che si capirebbero molte cose; e le differenze verrebbero fuori.

Lo studio delle religioni ha bisogno non solo di una conoscenza delle dottrine, ma anche di una conoscenza dei fondamenti filosofici che ne sono alla base. Il bravo studioso delle religioni deve trasformarsi in una sorta di “bulldozer”. Deve scavare per far emergere quello che c’è, ma non si vede. Perché è proprio quello che è nel profondo ciò che rende più comprensibile l’oggetto dello studio.

Parliamo del rapporto tra il concetto di Bene e Allah, discorso che riguarda uno dei fondamenti “filosofici” dell’Islam e che è tutt’altro che inattuale. Se chiediamo ad un musulmano: “Credi nella bontà di Allah?” La risposta sarà scontata: “Certo che ci credo. Allah è buonissimo!” E se gli chiediamo anche perché è buono, lui ci dirà: “Perché lo dice il Corano!” Solo per questo.

L’Islam infatti, a differenza del Cristianesimo, ritiene che Dio possa essere conosciuto solo attraverso la fede. La ragione non può dire nulla a riguardo. Anzi, la ragione allontanerebbe dalla fede. Il Cristianesimo, invece, afferma che la ragione, se ben utilizzata, è amica della fede. Essa può far conoscere non solo che Dio esiste, ma anche alcune sue caratteristiche; per esempio: che è buono. Questo perché se Dio ha creato la realtà naturale, vuol dire che c’è un legame tra Dio e il creato. Come è possibile capire la bravura di un falegname dalla costruzione di un mobile, così è possibile anche capire la bontà di Dio dalla bontà e dalla bellezza della natura, tenendo soprattutto presente che Dio ha creato pur non avendo bisogno (Lui, assoluta perfezione) della creazione. Per il Cristianesimo Dio è buono e solo buono. Non può essere anche cattivo, altrimenti avrebbe in sé una contraddizione; e Dio, perfezione assoluta, non può avere in sé alcuna contraddizione.

Il Cristianesimo dice che Dio non lo si deve immaginare come qualcuno che, dopo aver creato l’uomo, si sia messo a pensare quale tipo d’istruzione per l’uso dargli. “Dovrà rubare o non rubare? Dovrà uccidere o non uccidere?” Se le cose fossero andate così, Dio avrebbe deciso aribitrariamente cosa è bene e cosa è male. No. Dio è buono per sua natura. Dio non poteva non dire all’uomo: non uccidere, non rubare, ecc …perché il non uccidere e il non rubare sono la sua natura. I Dieci Comandamenti non sono leggi “decise” arbitrariamente da Dio, ma la natura di Dio codificata per la vita quotidiana dell’uomo.

Ritorniamo all’Islam. Per Allah questo discorso non vale. Dal momento che non è riconosciuto alcun rapporto tra ragione e fede, non è nemmeno riconosciuto il rapporto tra Creatore e creato. E così le categorie di bene e di male, di cui l’uomo fa esperienza nella realtà naturale, non sono trasferibili nella natura di Dio. E così Allah non può essere pensato come un Dio costitutivamente buono, ma solo come un Dio al di là del bene e del male. Per l’Islam, Allah non è buono, decide di esserlo. E la differenza non è di poco conto.

All’origine, Allah, arbitrariamente, avrebbe deciso cosa è bene e cosa è male, ma avrebbe anche potuto decidere diversamente; e se avesse deciso diversamente, il bene sarebbe stato male e il male, bene. La scuola teologica Asharita (quella seguita da pressoché tutti i sunniti delle regioni occidentali del mondo islamico) afferma: “Bene e male non esistono nelle cose, ma perché sono stati comandati dal comandamento di Dio.”

Dunque, per l’Islam Dio non è naturalmente buono, bensì decide di essere buono, così come avrebbe potuto decidere altrimenti. Questo incide sul rapporto tra il muslim (musulmano) ed Allah. E c’è il rischio che finisca con l’essere un minor deterrente all’uso della violenza.

Nel Vangelo neanche una virgola può giustificare l’uso della violenza, non ci riferiamo alla “forza”, che è cosa ben diversa.

Dio è Verità, Bontà e Bellezza

Il Cammino dei Tre Sentieri