mercoledì 11 marzo 2020

Coronavirus? In Polonia moltiplicano le Sante Messe




Libera traduzione da infovaticana.com di Carlos Esteban

I vescovi polacchi non sono indifferenti alla minaccia rappresentata dall'epidemia proveniente dalla Cina, ma la loro soluzione è palesemente diversa da quella di altre conferenze episcopali: aumentare le masse domenicali, in modo che i fedeli possano essere distribuiti e meno sovraffollati.

Il presidente della Conferenza episcopale polacca, Stanisław Gądecki, arcivescovo di Poznan, ha inviato una lettera ai fedeli polacchi in risposta alla crisi sanitaria causata dal coronavirus COVID-19 con istruzioni che, sebbene piene di buon senso e pragmatismo, contrastano fortemente con le misure di molti suoi colleghi in altre parti d'Europa, in particolare gli italiani, che hanno sospeso le messe fino a venerdì prima della domenica delle Palme: aumentare il numero delle messe domenicali, in modo da evitare un'eccessiva concentrazione di fedeli in ogni celebrazione.

La lettera di Gądecki osserva che, "in relazione alle raccomandazioni dell'ispettore capo della salute, nel senso che non ci sono agglomerati di persone, chiedo che il numero di messe domenicali sia aumentato il più possibile in modo che limitare il numero di fedeli presenti a ogni celebrazione, seguendo le linee guida dei servizi sanitari.

Allo stesso tempo, Gądecki voleva ricordare che se gli ospedali curano le malattie del corpo, le chiese servono, tra le altre cose, a curare le malattie dello spirito. "Pertanto, è impensabile che non preghiamo nelle nostre chiese", sottolinea l'arcivescovo.

Le persone anziane e vulnerabili, aggiunge la lettera, possono rimanere a casa e seguire la Santa Messa in televisione, e Gądecki sottolinea che "non vi è alcun obbligo di stringere la mano come segno di pace durante la Santa Messa".

L'arcivescovo termina la sua lettera chiedendo ai fedeli di pregare per coloro che sono morti a causa della malattia e per la fine dell'epidemia.












martedì 10 marzo 2020

Senza le Sante Messe il mondo è in pericolo






Il momento è grave e non possiamo restare inermi o continuare a recitare poche preghiere. Destiamoci e prendiamo la Corona del Santo Rosario, è la Corona che terrorizza i diavoli, recitiamo con Fede ogni giorno più Corone per le intenzioni della Madonna.

Con la preghiera possiamo ottenere tutto da Gesù, possiamo fare moltissimo per noi e per molti.

«Tutto è possibile per chi ha Fede» (Mc 9,23).

Abbiamo nella preghiera il vero rimedio per annullare il coronavirus, non spaventiamoci se tutto appare in continua espansione.

La nostra preghiera fatta insieme a Gesù diventa potente, sposta anche le montagne, ma in questi tempi in tutta Italia le Sante Messe non vengono celebrate.

Senza migliaia di Sante Messe giornaliere innalzate con grande Fede alla Santissima Trinità per intercessione di Maria Immacolata, l’Italia e l’umanità potranno diventare un solo globale lazzaretto.

Chiedo a tutti voi di sollecitare i parroci che conoscete a celebrare ogni giorno la Santa Messa anche solo in privato, ma si celebrino le Sante Messe!

Parlate con tutti i Sacerdoti e invitateli a fare ciò per cui sono stati consacrati il giorno dell’ordinazione sacerdotale.

Mettano tutto da parte, nulla è più importante della salvezza delle anime, in questo caso anche dei corpi, che sono l’involucro dell’anima.

Sacerdoti, il momento è gravissimo e solo le Sante Messe possono annullare peste e virus, Male e morte.

Gesù Eucaristia è il Signore dell’Universo, Egli è vivo e vero ed è il Figlio di Dio, vuole ancora dare la vista ai ciechi, far camminare gli zoppi, liberare gli indemoniati, rialzare i paralitici, far udire i sordi, risuscitare i morti e guarire tutti i lebbrosi!

Questo è Gesù Cristo, adoriamolo, Lui ci ascolta con grande bontà.

Inginocchiamoci in segno di penitenza e di pentimento e recitiamo 3 Ave Maria per le intenzioni della Madonna.

Padre Giulio Maria
10-03-2020








sabato 7 marzo 2020

Dal buio alla luce. Civiltà cristiana e Medioevo.






di Silvio Brachetta, 4 marzo 2020 


La vecchia scuola, che continua a imporsi come modernità, ha concluso la sua corsa nella storia con un successo planetario. È passata nel pensiero comune la grande sostituzione: la differenza tra bene e male non ha nulla a che fare con l’etica, ma con il tempo. Il passato è il male, il presente è il bene. Il pancronologista attuale è convinto che l’unico fondamento della realtà sia il tempo. E non solo ne è convinto lui, ma è riuscito a imporre una civiltà (che però è una contro-civiltà) alle masse, rieducate forzosamente al pancronologismo vittorioso di cui sopra. Non c’è alcun settore dell’umanità massificata che oggi abbia gli strumenti per rivedere o stroncare l’assioma moderno della superiorità del tempo presente.

Dopo almeno tre secoli di propaganda testarda, il passato più passato tra tutti e, quindi, il male in assoluto dei moderni è il Medioevo. Tutte le grandi epoche remote, benché primitive agli occhi del progressista fanatico, hanno diritto almeno ad un nome – età dell’oro, classicismo, ellenismo, umanesimo, rinascimento, risorgimento (con o senza maiuscole). L’epoca della Cristianità no. Non ha diritto a un nome, poiché secondo la fissazione cronologica della modernità, essa è la sublimazione della barbarie, il punto più basso dell’asservimento dell’uomo alla superstizione, il primitivo in essenza, il peggio che il tempo abbia potuto produrre. Un periodo storico, insomma, da liquidare come età di passaggio tra due periodi ben più importanti – medio evo, appunto.

Massimo Viglione sa che la verità è diversa dall’assioma moderno. E non si limita a saperlo, ma lo dimostra attraverso un grosso lavoro di quasi cinquecento pagine. Non si poteva fare qualcosa di più leggero? No, perché la modernità è costruita sulla leggerezza, sulla povertà o sull’assenza di contenuti, sull’improvvisazione ignorante, sul disimpegno presuntuoso, sulle convinzioni indimostrate, sul nichilismo, cioè sul niente, anche laddove si stampino libri e giornali nell’estensione delle tonnellate e dei milioni di copie vendute.

Non l’unica, ma certamente la più importante, è la proposta della formazione. Viglione intuisce che non ci sarà mai un antidoto alla follia moderna e modernista, se le persone non si riapproprieranno dei contenuti. La via della formazione personale e volontaria è forse una tra le più faticose – nel senso che leggere e studiare edifica, ma impegna – e tuttavia è l’unica propriamente efficace, perché oppone alla menzogna storica il suo opposto, che è la verità fattuale.



Il libro di Viglione non è un manuale di storia, come lui stesso precisa. Nemmeno la verità fattuale è sufficiente, nel senso che non basta elencare gli evangelici «segni dei tempi» per mezzo di un testo. Al contrario, Cristo è sconcertato dai suoi discepoli, che non sanno o non vogliono «giudicare» i tempi (cf. Mt 16, 3). Questa è la ragione per cui è necessario andare oltre il libro di storia classico e cercare di offrire un testo di filosofia o di teologia della storia, ovvero un testo ragionato. È richiesto, da Dio stesso all’uomo, non tanto il semplice conoscere la storia, ma il giudizio su di essa.

Lo storico, che abbia a cuore l’apostolato e che voglia contribuire alla formazione secondo verità, è tenuto non solo a descrivere l’avvenimento, ma a chiedersi quale ne sia il fine teleologico, quale parola eterna venga pronunciata dietro le parole umane, se esista uno scopo o un disegno a monte delle vicende, se le stesse vicende siano vissute dai protagonisti in modo conforme o difforme alla legge eterna, se si verifichino progressi o regressi di civiltà e come la gloria terrena si rapporti alla gloria di Dio.

Il Medioevo descritto da Viglione è un’epoca tutt’altro che buia, come invece è presentata dalla diffusa storiografia. La luce proviene da Cristo e illumina, per gradi, le azioni umane, per cui s’innesca una crescita spirituale ininterrotta, che si trasforma anche in una crescita materiale, tecnica e scientifica. La civiltà medievale – la Christianitas – si forma attraverso i secoli, con il supporto decisivo del monachesimo, delle riforme cluniacense e gregoriana, come pure degli ordini mendicanti. Ed è un supporto talmente efficace, che seguono a ruota le fondazioni secolari e permanenti della civiltà occidentale: scuola, università, ospedale, banca, città, magistratura, difesa, corporazione, farmacia. L’eterno, cioè, si concretizza e si trasforma in secolo, come mai avvenne in precedenza.

Il male – ieri come oggi, nel Medioevo come nel mondo contemporaneo – è onnipresente e incarnato nella malattia, nella guerra, nella morte, nella sofferenza, nella paura. La differenza sta, però, nella terapia: oggi non c’è un antidoto efficace al male. L’uomo moderno è soffocato dall’insignificanza, dalla morte spirituale e dalla sudditanza, illuso di essere libero e gaudente. La Cristianità, al contrario, si distingue perché vi è l’antidoto più efficace al male, che affranca l’homo viator, pellegrino sulla terra, dalla disperazione. Questo antidoto è la gemma della fede, che produce frutti nell’eternità e nel secolo, come proprio i fatti della storia dimostrano in abbondanza. E in questo clima inedito fiorisce il genio, la cortesia cavalleresca, la letteratura, l’arte, la scienza, l’autentica rinascita spirituale, la vera cura del male, fisico o psicologico.

Viglione presenta l’uomo medievale del tutto dissimile dal cittadino forgiato dalle rivoluzioni. Oggi l’uomo è profondamente solo. È un suddito dello Stato, al quale è richiesta obbedienza e sottomissione. È illuso da una pubblicistica falsa e martellante di essere lui il fine di tutto, quando invece lo Stato moderno pone se stesso come «fine supremo della vita umana». Del tutto dissimili dallo Stato, inteso in senso moderno, erano la Chiesa e l’Impero: non «due entità astratte, “culturali”» – scrive l’autore – «e nemmeno politiche nel senso moderno del concetto, ovvero statali, “leviataniche”».

Chiesa e Impero, cioè, non erano assimilabili a quel Leviatano di Thomas Hobbes dal potere illimitato e dispotico, che sovrasta l’uomo come autorità assoluta, lo schiaccia e gli impone leggi anche in contrasto con il diritto naturale. Chiesa e Impero, viceversa, con tutti i limiti della finitezza e dell’imperfezione umana, incarnavano l’«universalismo vissuto» dei popoli e delle nazioni. L’uomo medievale era, in tal modo, inserito in una «comunità spirituale» (la Cristianità, appunto), che gl’impediva di sentirsi solo o abbandonato. Il singolo – spiega Viglione – rimaneva sempre «il protagonista assoluto», inserito in un «universalismo particolarista» («o particolarismo universalista»), nel quale la realtà individuale era unita in perpetuo alla realtà universale.

Anche nello scontro tra Papa e Imperatore s’intravedeva sempre un minimo comun denominatore, che è l’orizzonte della Rivelazione. Anche nello scontro tra i «due universali», la civiltà non collassava, poiché l’anima aveva la capacità di fissare lo sguardo sull’eterno, a prescindere dalle preoccupazioni secolari.

Al di là, dunque, di tutte le difficoltà onnipresenti nella storia e ascrivibili ai conflitti o alle malattie, l’uomo medievale non fu mai «isolato». Il male era facilmente individuabile, perché non si negava mai l’evidenza. C’era tutta una società concorde con il singolo e tale concordia poggiava sul comune riferimento al Decalogo, tanto del principe, quanto del chierico. L’adulterio, ad esempio, era diffuso, ma a nessuno veniva in mente di trasformarlo in un comportamento lecito come avviene oggi né, tanto meno, nessun parlamento avrebbe legiferato a favore della distruzione della famiglia. L’usura era usura, l’omicidio era omicidio, l’aborto era aborto, il bene era bene, così come il male era male.

Viglione, infatti, parla della famiglia medievale «come cardine dell’intera società». Sono diffusi in tutto il testo ampi riferimenti alla Dottrina sociale della Chiesa, proprio per la capacità dei medievali di realizzarla. Dalla famiglia come fondamento della società alla nascita delle corporazioni di arti e mestieri, dalla costituzione dei corpi intermedi alla carità che pervade le istituzioni, il libro presenta efficacemente anche la Dottrina sociale, non in modalità teorica, ma applicata alla quotidianità del vivere, in quanto opera che tratta di storia. Si comprende, anzi, nella lettura, la genesi e l’attuazione medievale della Dottrina sociale, anche perché l’autore non comincia a trattare dal IV o dal V secolo, ma direttamente dall’inizio della storia della Chiesa, in modo da ottenere un quadro più preciso del dipanarsi degli eventi.

Con la rottura post scolastica dell’unità tra Chiesa e Impero, tra spirituale e secolare, tra fede e ragione (XIV secolo), la Cristianità va in crisi e comincia il traviamento della modernità. L’autorità si trasforma gradualmente in assolutismo e il potere politico scivola nel dispotismo. Si spezza quell’«armonia gerarchica tra sapienza e cultura» che, anche attraverso la teologia, aveva condotto all’esplodere della scienza, della bellezza artistica, del rinnovato ordinamento giuridico. E, tuttavia, nella modernità continua il cammino della scienza, dell’arte e del diritto, tanto il mondo attuale è figlio di quell’epoca.

Nonostante il rinnegamento del Medioevo e, dunque, della Cristianità, l’epoca moderna sussiste in ragione della robustezza delle fondamenta, che i nostri avi sono riusciti a costruire, unendo la fede in Dio all’intelletto. Viglione fa parlare il medievista Jacques Le Goff e dice che «nel Medioevo c’era tutto», tranne l’«ateo». Oggi invece abbiamo l’ateo, il laicista. In apparenza c’è tutto. Manca, a volte, un San Benedetto o qualcuno che sappia restaurare le cattedrali in rovina. A volte, però, non sempre, perché almeno c’è tutta una pubblicistica cattolica in piena attività.

Silvio Brachetta



Massimo Viglione, Dal buio alla luce. Civiltà cristiana e Medioevo. Dalle origini al 1303, Maniero del Mirto, 2019, pp. 480, Euro 33,00














venerdì 6 marzo 2020

Campagna choc contro Pdl Omotransfobia. PV&F: «#Restiamoliberi. Se anche tu credi che si nasca maschio e femmina rischi una condanna»





03/03/2020

COMUNICATO STAMPA
Campagna choc, maxi manifesti contro Pdl Omotransfobia
PV&F: "#Restiamoliberi. Se anche tu credi che si nasca maschio e femmina rischi una condanna"


Roma, 3 marzo 2020

“Lo sai che rischi una condanna per omotransfobia se credi che si nasca maschio e femmina e se lo insegni ai tuoi figli? Con l’emergenza coronavirus, la mancanza di letti negli ospedali, l’economia in caos, la priorità per la nostra maggioranza è una legge liberticida? No grazie, #Restiamoliberi è il nostro hashtag, #Restiamoliberi è il nostro appello contro chi vuole toglierci la libertà”. È il grido d'allarme di Pro Vita e Famiglia, che proprio mentre sono in corso le audizioni in Commissione Giustizia sulle Pdl di contrasto all'omotransfobia e dopo la notizia che dal 30 marzo si passerà direttamente alla discussione sul testo in Aula, alla Camera e poi al Senato, ha lanciato la nuova campagna choc per sensibilizzare l’opinione pubblica contro i pericoli nascosti per la libertà di ognuno nella proposta Zan.

L’Onlus, organizzatrice anche del Congresso Mondiale delle Famiglie di Verona, ha predisposto le affissioni dei cartelloni a Roma e successivamente su tutto il territorio nazionale.

Tra i casi eclatanti riportati nei manifesti, anche quello di un pasticcere che è stato condannato per essersi rifiutato di fare una torta di nozze per una coppia gay (caso realmente accaduto a Denver negli USA).






Per Toni Brandi e Jacopo Coghe, presidente e vice presidente di Pro Vita & Famiglia “Zan e i suoi compari, col pretesto di voler proteggere le persone omosessuali o transessuali modificando gli articoli 604 bis e ter del Codice penale, in realtà toglieranno la libertà di pensiero e di parola alla maggioranza degli italiani e a quanti si battono contro l’ideologia gender insegnata nelle scuole ai nostri bambini, a quanti credono che i nascituri nascono da e hanno bisogno di mamma e papà, a quanti credono che i sessi sono due, maschio e femmina”.

Perchè creare una "categoria protetta privilegiata", di persone da tutelare in base al proprio comportamento sessuale, violando palesemente il principio costituzionale di uguaglianza di tutti i cittadini?”.

Per Pro Vita & Famiglia, infatti, “esistono tantissime discriminazioni: o basate sull’età; o basate sulla disabilità; o politiche; o sindacali; o sessuali; o basate sulle condizioni sociali; o basate sulla lingua; o basate sulle caratteristiche fisiche, sui tratti somatici, sull’altezza, sul peso; o basate sullo stato di salute; o basate sulle convinzioni personali. Perchè le discriminazioni dovrebbero essere solo contro omosessuali e trans o di genere? Che facciamo creiamo una legge per ogni categoria?”.






Per PV&F infine “la legge tutela ogni persona. Una cosa è la protezione dalla violenza altra cosa è la censura: in questo caso si arriverà a sanzionare persino con la reclusione ogni manifestazione di non approvazione o di contrasto alle posizioni LGBT, interpretabile come istigazione alla discriminazione omotransfobica. E’ un vero e proprio scandalo”.



Uff. Stampa Pro Vita & Famiglia

giovedì 5 marzo 2020

“C’È TROPPO SILENZIO?” UN LIBRO SULLA MESSA TRIDENTINA




Marco Tosatti 04-03-2020

Cari amici e nemici di Stilum Curiae, è con piacere che segnalo l’uscita di un piccolo testo sul rito straordinario della Santa Messa (la Santa Messa tridentina) di Corrado Gnerre [*] “C’è troppo silenzio? La bellezza della Messa Tridentina spiegata ai miei studenti” (Chorabooks 2020, 104 pagine). In esso l’autore offre per i suoi studenti un’introduzione alla bellezza della Santa Messa. Questo è il link per l’acquisto su Amazon.



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«Carissimi, non lo dico con tono di rimprovero, perché tutto sommato non è colpa vostra, ma l’ignoranza che avete sul piano religioso è davvero “crassa”, mi verrebbe da dire anche “grassa” visto lo spessore da far invidia ai più accaniti frequentatori di fast-food…ma lasciamo perdere. Vi dico subito che trovare un ragazzo della vostra età che sappia davvero cos’è la Messa è come trovare qualcuno tra i campetti di periferia capace di fare un tunnel a CR7 (e penso sappiate di che stoffa è fatto CR7). Insomma, niente di niente. Neppure tra i ragazzi che solitamente frequentano oratori. Anzi, fra questi è molto più probabile che non si azzecchi la risposta, visto che proprio lì, nelle parrocchie, c’è stato un vero occultamento del senso autentico della Messa. E allora vi dico subito una cosa. Parto “sparato”, come si suol dire dalle mie parti: c’è una bellezza che riguarda la celebrazione della Messa che solitamente non viene evidenziata; e cioè che in essa vengono sospese le categorie dello spazio e del tempo. Sì, avete capito bene: le categorie dello “spazio” e del “tempo”. Vi ricordate la saga di Ritorno al futuro? La possibilità di viaggiare nel tempo è sempre stato un sogno di tutti. Andare nel passato o lanciarsi nel futuro, veramente, concretamente e non solo con l’immaginazione. Ebbene, la Messa è questo. Prendere una macchina di questo tipo, accendere i motori, e viaggiare nella storia per andare, non con l’immaginazione, bensì veramente, ad atterrare sul Calvario ai piedi della Croce di Cristo. Con a fianco un’ottima (anzi la migliore) compagnia: la Mamma di Gesù, le Pie Donne e il buon San Giovanni, unico maschio che decise di accompagnare coraggiosamente il Maestro fino al patibolo e non come fecero gli altri che si dissolsero pavidamente. Anche se poi ebbero il tempo per rifarsi. Ma torniamo alla Messa come macchina del tempo. Vi meravigliate? State pensando come sia possibile una tal cosa. Sembra una favoletta. No, vi dico: non solo non è una favola, ma è anche perfettamente logico. Seguite il mio ragionamento e capirete…

Una volta molti non capivano le parole della Messa ma tutti sapevano bene cosa fosse la Messa.


Oggi, invece, si capiscono le parole della Messa, ma pochi sanno cosa sia effettivamente la Messa.

Questo perché inopportunamente è cambiato il rito della Messa.

Eppure la Messa Cattolica è strutturalmente “bella”. Se se ne conoscesse l’essenza, se ne percepirebbe un fascino irresistibile. Un fascino soprattutto per i giovani che di per sé si sentono attratti da ciò che può condurre al di là della dimensione dello spazio e del tempo.

La Messa cattolica, infatti, è la riattualizzazione vera, anche se non cruenta, del Sacrificio della Croce che avvenne in quel famoso Venerdì. E chi presenzia alla Messa viene condotto lì: sul Calvario. Viene condotto ad essere a fianco alla Vergine, alle pie donne e a san Giovanni che si trovavano fisicamente ai piedi della Croce.

Parlare di questo mistero con parole semplici… per spiegarlo a dei ragazzi è importante.

È questo l’intento del libro» (Corrado Gnerre).


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Sommario

La Messa

La Messa di sempre

L’altare

L’architettura

Il sacerdote

I fedeli

Il senso della celebrazione

Le preghiere iniziali

Il Confiteor

La liturgia della Parola

L’offertorio

La Consacrazione

Dopo la Consacrazione

Prima della Comunione

La Comunione

Il ringraziamento

Dio, creatore, della Bellezza, deve essere glorificato con la bellezza



[*] Corrado Gnerre vive a Benevento dove è nato nel 1962. Sposato, padre di cinque figli, è laureato in Filosofia e diplomato in Teologia. Insegna Storia dell’Utopia in età moderna e contemporanea e Antropologia Filosofica presso l’Università Europea di Roma. Insegna, inoltre, Storia delle Religioni e Storia della Filosofia all’Istituto Superiore di Scienze Religiose “Redemptor hominis” di Benevento-Università teologica dell’Italia Meridionale. Dal 1988, anno di fondazione, è stato collaboratore del CESNUR (Centro Studi sulle Nuove Religioni), distaccandosene successivamente perché convinto della necessità di un’impostazione non solo scientifica ma anche apologetica. Ha collaborato e collabora con quotidiani e riviste a tiratura nazionale (“Radici Cristiane”, “Il Settimanale di Padre Pio”, ecc.). È autore di molte pubblicazioni dal 1992, di cui segnalo “La buona battaglia: Apologetica cattolica in domande e risposte (Chorabooks 2019). È fondatore e direttore di “Il Cammino dei Tre Sentieri-Dio è verità, bontà e bellezza”.


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SANTA GIACINTA DI FATIMA MORIVA 100 ANNI FA PER IL VIRUS DELLA SPAGNOLA




Morì completamente sola nell'ospedale di Lisbona (le venne negata anche la consolazione della Comunione)



di Cristina Siccardi

Mentre il mondo combatte contro il Coronavirus del 2020 (Covid-19), dove l'Italia è il terzo Paese al mondo per numero di contagi, in questi giorni si è celebrato un centenario di grande importanza, silenziato dalla Chiesa e dai media, ma molto sentito da tutti quei prelati, sacerdoti, monaci, monache e fedeli rimasti cattolici e, quindi, seriamente devoti alla Madonna di Fatima. Il 20 febbraio 1920 moriva, infatti, a dieci anni, santa Giacinta Marto a causa della pandemia del virus della Spagnola (influenza H1N1), come suo fratello Francesco. Fra il 1918 e il 1920 la pandemia causata da quel virus contagiò circa 500 milioni di persone, inclusi alcuni abitanti di remote isole dell'Oceano Pacifico e del Mar Glaciale Artico, provocando il decesso di 50-100 milioni di individui (dal tre al cinque per cento della popolazione mondiale dell'epoca), più vittime della peste nera del XIV secolo. Ma veniamo a Giacinta. Uno dei suoi divertimenti preferiti, insieme a Francesco e alla cugina Lucia, era quello di gridare ad alta voce, dall'alto dei monti, seduta sulla roccia. Il nome che più echeggiava era quello della Madonna. A volte proprio lei, «quella a cui la Vergine Santissima ha comunicato maggior abbondanza di grazie e maggior conoscenza di Dio e della virtù», come scriverà suor Lucia dos Santos, recitava tutta l'Ave Maria, pronunciando la parola seguente soltanto quando l'eco riproduceva per intero quella precedente. Tale innocentissima preghiera di bambina, quasi surreale, dove il soprannaturale si sovrapponeva al naturale, riecheggia nelle nostre coscienze quando veniamo a sapere che proprio lei sacrificò la sua vita per i «poveri peccatori», per la Chiesa e per il Papa.




LO SGUARDO DI GIACINTA

L'unica pubblicazione degna di nota, uscita in questi giorni per rendere omaggio alla piccola e grandissima bimba del Portogallo, è stato il libro di Padre Serafino Tognetti, dal semplice titolo Giacinta (Etabeta, pp.134, € 12,00). L'autore le ha dedicato una biografia non solo perché si tratta di un anniversario che non può e non deve essere trascurato, ma perché ella rappresenta quella militanza di cui oggi la Chiesa ha assoluto bisogno. Un giorno ha detto il monaco dei Figli di Dio, primo superiore della Comunità dopo la scomparsa di Don Divo Barsotti, che abbiamo bisogno dello sguardo di Giacinta, quello dei lottatori, di coloro che sanno che la vittoria sul male costa sudore e sangue. E il mondo ha paura del suo sguardo severo: sono occhi che parlano di Dio e della Sua Grazia, degli uomini e dei loro peccati.

Giacinta, che era stata, fino al momento delle apparizioni dell'Angelo del Portogallo (1916) e quelle di Nostra Signora di Fatima, una bambina solare, allegra, spensierata, che amava cantare e ballare, si trasforma e diventa, come stanno a dimostrare sia le testimonianze che le fotografie che la ritraggono, serissima e con pupille che trafiggono come lame lucenti. «"Mentre Giacinta sembrava preoccupata nell'unico pensiero di convertire i peccatori e salvare le anime dall'Inferno, Francesco sembrava che pensasse solo a consolare Gesù e la Madonna, che aveva contemplato molto tristi" [dalle Memorie di suor Lucia, ndr]. Entrambi si piazzano sotto la croce, guardano Gesù crocifisso, ma Giacinta tiene un piede anche sulla porta dell'Inferno, perché ciò che vide il 13 luglio del '17 fu impresso in lei con ferro rovente, ed ella non potrà mai dimenticare quell'agghiacciante visione. [...] Giacinta, ne siamo sicuri, è un'anima che ottiene. La sua preghiera è accolta proprio per la sua sincerità totale, assoluta, senza macchia. Se questa fu la sua potenza mediatrice sulla terra, lo sarà probabilmente anche adesso in Cielo» (pp. 22).




SACRIFICIO E MORTIFICAZIONI

Il profilo che Lucia tratteggia della cuginetta è straordinario: è il ritratto dei puri di cuore. Giacinta era insaziabile nella pratica del sacrificio e delle mortificazioni. Agli inizi del mese di luglio del 1919, entrò in ospedale, contagiata dalla Spagnola. Sua madre le chiese che cosa desiderasse e la piccola chiese la presenza di Lucia. La visita fu tutto un parlare delle sofferenze offerte per i peccatori al fine di allontanarli dall'Inferno, ma anche per il Sommo Pontefice. Scrive nelle Memorie suor Lucia: «Tu rimani qua per dire che Dio vuole istituire nel mondo la devozione al Cuore Immacolato di Maria. Quando ce ne sarà l'occasione, non ti nascondere. Di' a tutti che Dio ci concede le grazie per mezzo del Cuore Immacolato di Maria; che le domandino a Lei, che il Cuore di Gesù vuole che vicino a Lui, sia venerato il Cuore Immacolato di Maria. Chiediamo la pace al Cuore Immacolato di Maria; Dio la mise nelle mani di Lei. S'io potessi mettere nel cuore di tutti, il fuoco che mi brucia qui nel petto e mi fa amare tanto il Cuore di Gesù e il Cuore di Maria!». Nelle sue manifestazioni Giacinta cammina sempre sul crinale della vita eterna, con l'abisso della dannazione che si spalanca sotto i suoi piedi: ella ragiona come il vero cattolico medievale, ovvero trascendendo il mondo con il suo benessere materiale, perseguendo soltanto la via del Cielo, per questo ella sopportava tante sofferenze e tante ingiustizie (comprese le drammatiche vessazioni di tutti coloro che non credevano ai pastorelli di Fatima).




IL SENSO DELLE COSE

«Se sapessero...» ripeteva sempre, pensando agli uomini dei tempi moderni. Sapessero che cosa? «Che gli atti di questa vita terrena hanno una valenza eterna. Questo è il grande problema dell'uomo di oggi: non sapendo più che cosa sta a fare al mondo, cerca affannosamente il senso delle cose, senza mai trovarlo» (p. 97). Diceva ancora Giacinta che le persone non pensano alla morte di Gesù. Don Divo Barsotti, dal canto suo, affermava che «"Gesù è diventato un pretesto per parlare d'altro". Si inizia a parlare del Cristo, si finisce col parlare di politica» (ibidem). La Passione di Cristo è una passione per i figli del Padre e in ogni uomo c'è il prezzo del sangue divino, c'è la nobiltà della Santa Croce. Ti adoriamo o Cristo e ti benediciamo, perché con la tua santa Croce hai redento il mondo.

Dall'ultima apparizione di Fatima del 13 ottobre 1917 al dies natalis di Giacinta trascorsero 28 mesi: è in questo tempo che si santificò, spogliandosi totalmente di se stessa per servire umilmente Gesù, per consolarLo, per farLo contento con i mezzi che la Madre di Dio aveva rivelato alla Cova d'Iria: la preghiera, il Santo Rosario, la rinuncia, il sacrificio. Invero, la penitenza è l'unico mezzo per assurgere a Cristo Signore, ben lo sanno i Santi. Giacinta morì completamente povera e sola nell'ospedale di Lisbona, e non ebbe neppure la consolazione di ricevere la santa Comunione, perché le venne negata.

La fede di Giacinta è quella dei Santi di Dio, non quella da salotto. È una fede virile, forte, che non fa sconti a se stessi ed è coraggiosa, va all'arma bianca: da soli contro il nemico, il demonio e le sue tentazioni, quelle che portano al peccato. La guerra terribile non è contro il mondo, ma è contro se stessi e chi vince quella guerra si fa partecipe della Redenzione dell'Unico Salvatore.

L'internazionale Carnevale di Venezia è stato abolito in questo Anno Domini 2020 per limitare i contagi dal Coronavirus e la Quaresima, quest'anno, inizia con la quarantena di molti. Approfittiamo di questo tempo di castighi e di misericordia per ascoltare e mettere in pratica, finalmente, gli insegnamenti della Madonna di Fatima, che santa Giacinta prese alla lettera sine glossa.















mercoledì 4 marzo 2020

Come san Carlo Borromeo affrontò l’epidemia del suo tempo





Roberto de Mattei, 04-03-2020

San Carlo Borromeo (1538-1584), cardinale di Santa Romana Chiesa e arcivescovo di Milano dal 1565 al 1583, fu definito, nel decreto di canonizzazione, come «un uomo che, mentre il mondo gli sorride con le maggiori blandizie, vive crocifisso al mondo, vive dello spirito, calpestando le cose terrene, cercando continuamente le celesti, emulo in terra, nei pensieri e nelle opere, della vita degli Angeli» (Paolo V, Bolla « Unigenitus » del 1 Nov. 1610). 

La devozione agli angeli accompagnò la vita di san Carlo, che il conte di Olivares, Enrique de Guzmán, ambasciatore di Filippo II a Roma, definiva «più angelo che uomo» (Giovanni Pietro Giussano, Vita di San Carlo Borromeo, Stamperia della Camera Apostolica, Roma 1610, p. 441). Molti artisti, come Teodoro Vallonio a Palermo e Sebastien Bourdon a Fabriano, hanno raffigurato nei loro dipinti Carlo Borromeo mentre contempla un angelo che ripone nel fodero la spada insanguinata per indicare la cessazione della terribile peste del 1576.

Tutto era iniziato nel mese di agosto di quell’anno. Milano era in festa per accogliere don Giovanni d’Austria, di passaggio sulla via delle Fiandre, di cui era stato nominato governatore. Le autorità cittadine erano in fermento per tributare al principe spagnolo i massimi onori, ma Carlo, da sei anni arcivescovo della diocesi, seguiva con preoccupazione le notizie che giungevano da Trento, da Verona, da Mantova, dove la pestilenza aveva iniziato a mietere vittime. 

I primi casi scoppiarono a Milano l’11 agosto, proprio mentre vi entrava don Giovanni d’Austria. Il vincitore di Lepanto, seguito dal governatore Antonio de Guzmán y Zuñiga, si allontanò dalla città, mentre Carlo, che si trovava a Lodi per i funerali del vescovo, vi accorse immediatamente. La confusione e la paura regnavano a Milano, e l’arcivescovo si dedicò interamente all’assistenza dei malati, ordinando preghiere pubbliche e private. 

Dom Prosper Guéranger riassume così la sua inesauribile carità. «In mancanza di autorità locali, organizzò il servizio sanitario, fondò o rinnovò ospedali, cercò denaro e vettovaglie, decretò misure preventive. Soprattutto provvide ad assicurare il soccorso spirituale, l’assistenza ai malati, il seppellimento dei morti, l’amministrazione dei Sacramenti agli abitanti confinati nelle loro case, per misure prudenziali. Senza temere il contagio, pagò di persona, visitando ospedali, guidando le processioni di penitenza, facendosi tutto a tutti come un padre e come un vero pastore» (L’anno liturgico II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, Paoline, Alba 1959, pp. 1245-1248).

San Carlo era convinto che l’epidemia fosse «un flagello mandato dal cielo» come castigo dei peccati del popolo e che contro di essa fosse necessario ricorrere ai mezzi spirituali: preghiera e penitenza. Egli rimproverò le autorità civili per aver riposto la loro fiducia nei mezzi umani piuttosto che in quelli divini. «Non avevano essi proibito tutte le riunioni pie, tutte le processioni durante il tempo del Giubileo? Per lui, ne era convinto, erano queste le cause del castigo» (Chanoine Charles Sylvain, Histoire de Saint Charles Borromée, Desclée de Brouwer, Lille 1884, vol. II, p. 135). 

I magistrati che governavano la città continuavano a opporsi alle cerimonie pubbliche, per timore che l’assembramento di persone potesse dilatare il contagio, ma Carlo, «che era guidato dallo Spirito divino» – racconta un altro biografo – li convinse adducendo diversi esempi, tra cui quello di san Gregorio Magno che aveva fermato la peste che devastava Roma nel 590 (Giussano, op. cit. p. 266). 

Mentre la pestilenza dilagava, l’arcivescovo ordinò dunque tre processioni generali da svolgersi a Milano il 3, 5 e 6 di ottobre, «per placare l’ira di Dio». Il primo giorno il santo, quantunque non si fosse in tempo di Quaresima, impose le ceneri sul capo delle migliaia di persone riunite, esortando alla penitenza. Finita la cerimonia la processione si recò alla basilica di Sant’Ambrogio. Egli stesso si pose alla testa del popolo, vestito della cappa paonazza, con un cappuccio, a piedi nudi, la corda di penitente al collo e una grande croce in mano. In chiesa predicò sul primo lamento del profeta Geremia Quomodo sedet sola civitas plena populo, affermando che i peccati del popolo avevano provocato il giusto sdegno di Dio. 

La seconda processione guidata dal cardinale si diresse alla basilica di San Lorenzo Maggiore. Nel suo sermone egli applicò alla città di Milano il sogno di Nabucodonosor di cui parla Daniele, «mostrando che la vendetta di Dio era venuta sopra di essa» (Giussano, Vita di San Carlo Borromeo, p. 267). 

Il terzo giorno la processione si diresse dal Duomo alla basilica di Santa Maria presso San Celso. San Carlo portava nelle sue mani la reliquia del Santo chiodo di Nostro Signore, donata dall’imperatore Teodosio a sant’Ambrogio nel V secolo e concluse la cerimonia con un sermone dal titolo: Peccatum peccavit Jerusalem (Geremia 1,8). 

La peste non accennava a diminuire e Milano appariva spopolata, perché un terzo dei cittadini aveva perso la vita e gli altri erano in quarantena o non osavano uscire dalle loro case. L’arcivescovo ordinò che venissero erette nelle principali piazze ed incroci cittadini circa venti colonne in pietra sormontate da una croce per permettere agli abitanti di ogni quartiere di partecipare alle messe e alle preghiere pubbliche affacciandosi alle finestre di casa. 

Uno dei protettori di Milano era san Sebastiano, il martire a cui erano ricorsi i romani durante la peste dell’anno 672. San Carlo suggerì ai magistrati di Milano di ricostruire il santuario a lui dedicato, che cadeva in rovina, e di celebrare per dieci anni una festa solenne in suo onore. Finalmente nel luglio del 1577 la peste cessò e in settembre fu posta la prima pietra del tempio civico di S. Sebastiano, dove il 20 gennaio di ogni anno ancora oggi si officia una messa per ricordare la fine del flagello.

La peste di Milano del 1576 fu ciò che era stato per Roma il sacco dei Lanzichenecchi cinquant’anni prima: un castigo, ma anche un’occasione di purificazione e di conversione. Carlo Borromeo raccolse le sue meditazioni in un Memoriale, in cui scrive tra l’altro: «Città di Milano, la tua grandezza si alzava fino ai cieli, le tue ricchezze si estendevano fino ai confini dell’universo mondo (…) Ecco in un tratto dal Cielo che viene la pestilenza che è la mano di Dio, e in un tratto fu abbassata la tua superbia» (Memoriale al suo diletto popolo della città e diocesi di Milano, Michele Tini, Roma 1579, pp. 28-29). Il santo era convinto che tutto si dovesse alla grande misericordia di Dio: «Egli ha ferito e ha sanato; Egli ha flagellato e ha curato; Egli ha posto mano alla verga del castigo e ha offerto il bastone del sostegno» (Memoriale, p. 81). 

San Carlo Borromeo morì il 3 novembre del 1584 ed è sepolto nel Duomo di Milano. Il suo cuore fu solennemente traslato a Roma, nella basilica dei Santi Ambrogio e Carlo a via del Corso dove ancora lo si venera. Innumerevoli chiese sono a lui dedicate, tra cui la maestosa Karlskirche di Vienna, costruita nel XVIII secolo come atto votivo dell’imperatore Carlo VI, che aveva affidato la città alla protezione del santo durante la peste del 1713. Durante i suoi diciotto anni di governo della diocesi di Milano, l’arcivescovo Borromeo si dedicò con altrettanto vigore a combattere l’eresia, che considerava la peste dello spirito. 

Secondo san Carlo, «da nessun’altra colpa è Dio più gravemente offeso, da nessuna provocato a maggiore sdegno quanto dal vizio delle eresie, e che a sua volta nulla può tanto a rovina delle provincie e dei regni quanto può quell’orrida peste» (Conc. Prov. V, Pars I). San Pio X, citando questa sua frase, lo definì «modello del gregge e dei pastori nei tempi moderni, propugnatore e consigliere indefesso della verace riforma cattolica contro quei novatori recenti, il cui intento non era la reintegrazione, ma piuttosto la deformazione e distruzione della fede e dei costumi» (Enciclica Edita saepe del 26 maggio 1910).