venerdì 3 novembre 2023

L'Europa si alleva la serpe islamista in seno




venerdì 3 novembre 2023





Musulmani divenuti europei e americani dimostrano il fallimento del multiculturalismo... che in realtà si sta dimostrando una bomba ad orologeria. Il jihadismo non riguarda solo il Medio Oriente e l'Africa, perché è ben radicata la presenza di radicalismo musulmano in Europa, Italia compresa. 



di Souad Sbai

Hanno avuto ragione molto presto coloro che hanno evocato lo spettro dell'effetto emulazione di Hamas in Europa. In Francia, a rispondere positivamente il 13 ottobre all'appello dell'organizzazione terroristica per un "venerdì della rabbia" è stato un giovane ceceno di 20 anni, Mohamed Mogouchkov, che ha colto l'occasione per fare quanto forse aveva già in mente da tempo. Come vittima sacrificale, è stata la volta del Prof. Dominique Bernard, docente di letteratura francese in un liceo di Arras poco più che quarantenne. Due i feriti, causati dal coltello dell'attentatore.

Mogouchkov era immancabilmente già noto alle autorità come soggetto a rischio radicalizzazione. Il fratello più grande si trova in carcere per il piano di un attacco terroristico all'Eliseo. Il giovane ceceno ha così deciso di seguire fedelmente le orme del suo connazionale Abdullakh Anzorov, il decapitatore del Prof. Samuel Paty nel sobborgo di Conflans-Sainte-Honorine, nei pressi di Parigi, il 16 ottobre del 2020, esattamente 4 anni fa [vedi].


TERRORISMO JIHADISTA NEL CUORE DELL'EUROPA


Gli antefatti che hanno condotto al suo barbaro gesto devono ancora essere ricostruiti con precisione e non sappiamo quindi se Mogouchkov nutrisse un odio tanto estremo nei confronti del Prof. Bernard per una qualche ragione in particolare, come fu l'aver discusso in classe delle vignette di Charlie Hebdo, che risultò fatale al Prof. Paty. Anzorov agì istigato dall'ISIS, Mogouchkov da Hamas pur avendo anch'egli simpatie per il presunto stato islamico: al netto delle differenze, il risultato non cambia. Si tratta sempre di terrorismo jihadista nel cuore dell'Europa.

Ci si preoccupa in maniera crescente dell'insistenza del fenomeno in Africa sub-sahariana e sicuramente a ragione. D'altro canto, il concentrare l'attenzione pressoché esclusivamente su quanto accade al di là dei nostri confini, porta a sottostimare le serissime problematiche che affliggono l'Europa internamente, tra cui va certamente annoverata la ben radicata presenza di sacche di radicalismo islamista, diffuse ormai ovunque, Italia compresa. Una problematica intrecciata a doppio filo con quella dell'immigrazione, dell'integrazione e del militantismo di una parte significativa delle seconde generazioni, a cui va aggiunta anche l'accoglienza di "rifugiati" come Anzorov e Mogouchkov, che raggiungono nella lista nera del terrorismo i connazionali Dzokhar e Tamerlan Carnaev, gli autori dell'attacco alla maratona di Boston del 15 aprile 2013.

La Germania ha messo fuori legge tutte le attività legate ad Hamas nel paese, dopo il clamore suscitato dalle manifestazioni di giubilo a Berlino in favore dell'organizzazione terroristica che, ricordiamo, è uno dei tanti frutti amari generati dai Fratelli Musulmani e beneficia del sostegno politico di Turchia e Qatar, oltre che dei missili e dell'addestramento del regime khomeinista iraniano. Simili manifestazioni a quelle della capitale tedesca si sono svolte nelle strade di Londonistan, come denunciato dalla scrittrice Joanne Rowling. E in Italia?


PRUDENZA MISTA A FURBIZIA

Gli islamisti nostrani non hanno finora gridato troppo apertamente il proprio supporto per Hamas, ma si tratta solo di prudenza mista a furbizia, che non ne nasconde la compiacenza per quanto accaduto in Israele, come nel caso dei tanti giovani "influencer" con la barbetta che spopolano sui social media. Si tratta di soggetti nati o giunti molto presto in Italia, laureati e inseriti professionalmente, che non hanno nulla di apparentemente pericoloso ma sfruttano le sembianze a prima vista rassicuranti per veicolare la propaganda ideologica fondamentalista della Fratellanza nell'attuale contesto italiano. Le loro lezioni di storia online sulla questione palestinese non servono altro che a promuovere presso i proseliti di turno la visione del conflitto promossa da Hamas, insieme agli obiettivi fissati nel suo statuto fondativo (distruzione di Israele), strumentalizzando così la situazione di sofferenza reale e pluridecennale dei palestinesi.
Tra gli obiettivi da raggiungere della loro attività di proselitismo troviamo senza sorpresa la sinistra studentesca neo-sessantottina, con cui si sono riuniti a Milano per il "venerdì della rabbia", inneggiando alla "Resistenza" palestinese in salsa islamista.

Se fossero stati maggiormente consapevoli di queste dinamiche, i gruppi giovanili di destra che hanno causato incidenti nelle manifestazioni di Roma avrebbero forse assunto una posizione più equilibrata e meno da tifosi da stadio degli antagonisti di sinistra. La "Resistenza" comprende anche Hezbollah, che su mandato dell'Iran sta facendo in modo che nel conflitto venga nuovamente coinvolto su larga scala il povero Libano, malgrado il 70 per cento della popolazione sia assolutamente contraria a una simile e assurda prospettiva.

Dall'islamismo radicale bisogna sempre prendere le distanze, qualunque causa esso voglia rappresentare. L'allerta bomba a Versailles e alla tormentata scuola di Arras ci dicono che i "venerdì della rabbia" sono destinati a continuare.



Pubblicato su BASTABUGIE n.845




UK, si Prepara l’Omicidio Legale di una Bimba Malata, Indi Gregory



2 Novembre 2023 Pubblicato da Marco Tosatti 

Marco Tosatti

Cari amici e nemici di Stilum Curiae, dopo Alfie Evans, dopo Charlie Gard un altro bambino nella civile, illuminata progressiva Gran Bretagna sta per essere assassinato, per ordine di un giudice, “nel suo migliore interesse” contro la volontà dei suoi genitori, e nonostante che un ospedale a Roma, il Bambin gesù, sia pronto a prendersi cura di lui. Qui sotto trovate l’articolo di giacomobertonisubstack.com , che ringraziamo per la cortesia.

Che Dio li maledica.


§§§

Indi Gregory, il giudice dice no al trasferimento. Ora l’appello
È nel “migliore interesse” di Indi morire nel Regno Unito piuttosto che ricevere cure all’ospedale Bambino Gesù di Roma, dice Robert Peel, che fissa l’eutanasia per domani alle 14



GIACOMO BERTONI, 2 NOV 2023

Il giudice Robert Peel ha stabilito che è nel “migliore interesse” di Indi morire nel Regno Unito piuttosto che ricevere cure specialistiche presso l’ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma. Domani, venerdì 3 novembre 2023, alle ore 14 sarà praticata l’eutanasia. Lo rende noto il Christian Legal Centre, che sta offrendo assistenza legale alla famiglia di Indi Gregory. I genitori di Indi hanno chiesto agli avvocati di presentare appello: si tratta dell’ultima speranza per la bambina di otto mesi, affetta da una rara patologia mitocondriale.





I legali della famiglia Gregory spiegano: «Un servizio specializzato di ambulanza aerea è pronto a collaborare con la famiglia e i medici del Queen’s Medical Centre di Nottingham per facilitare il trasferimento in Italia. Tuttavia, per effettuare il trasferimento, il servizio di ambulanza dovrebbe effettuare una valutazione del rischio con la piena collaborazione dei medici curanti, cosa che i medici inglesi si sono rifiutati di fare».

Andrew Williams, amministratore delegato del Christian Legal Centre, dichiara: «C’è un ospedale pronto a prendersi cura di Indi a Roma, i suoi genitori desiderano offrirle ogni possibilità: perché qualcuno dovrebbe cercare di impedirlo? Negare loro questa opportunità è inimmaginabile, ingiusto e perverso. Siamo al fianco della famiglia mentre continua a combattere coraggiosamente per la vita della loro preziosa figlia». L’appello è l’ultima strada giudiziaria percorribile per salvare la piccola Indi Gregory.

(Riproduzione riservata)





Alle "domande nuove" del Sinodo la Chiesa ha già risposto



Dal fine vita alla poligamia: sulle questioni presentate come "controverse" gettano luce la legge naturale, la Scrittura e il Magistero. A meno di non usarle per forzare nuove aperture.


GRIMALDELLO SINODALE

EDITORIALI 



Torniamo a parlare della Relazione di sintesi del Sinodo appena concluso. In un passo di questa relazione possiamo leggere: «Alcune questioni, come quelle relative all’identità di genere e all’orientamento sessuale, al fine vita, alle situazioni matrimoniali difficili, alle problematiche etiche connesse all’intelligenza artificiale, risultano controverse non solo nella società, ma anche nella Chiesa, perché pongono domande nuove».

Concordiamo sul fatto che la tematica dell’intelligenza artificiale possa porre domande nuove rispetto al passato, ma le altre tematiche sono vecchie come Adamo ed Eva. La cosiddetta identità di genere – espressione ideologica alla quale bisognerebbe preferire l’espressione “identità psicologica sessuale” – è questione che trova la sua soluzione in Genesi: «Maschio e femmina li creò» (Gen 1,27). L’omosessualità viene condannata da tutto l’Antico Testamento e per il Nuovo bastano le parole di San Paolo: «Per questo Dio li ha abbandonati a passioni infami; infatti le loro femmine hanno cambiato i rapporti naturali in quelli contro natura. Egualmente anche i maschi, lasciando il rapporto naturale con la femmina, si sono accesi di desiderio gli uni per gli altri, commettendo atti ignominiosi maschi con maschi, ricevendo così in se stessi la retribuzione dovuta al loro traviamento. E poiché non ritennero di dover conoscere Dio adeguatamente, Dio li ha abbandonati alla loro intelligenza depravata ed essi hanno commesso azioni indegne» (Rm 1,26-28).

Sul fine vita ricordiamo il divieto di non uccidere presente nel quinto comandamento (cfr. Es 20,13). In merito alle situazioni matrimoniali difficili, di certo si allude al divorzio e all’adulterio. Per il primo argomento rammentiamo queste parole di Gesù: «ciò che Dio ha congiunto l’uomo non separi» (Mt 19,5-6) e quelle di San Paolo: «ai coniugati, ordino, non io, ma il Signore, che la moglie non si separi dal marito, e qualora si sia separata, rimanga senza rimaritarsi, o si ricongiunga con suo marito» (1Cor 7,10-11). Se poi il divorziato si risposa: «Chiunque ripudia la propria moglie e ne prende un’altra, commette adulterio; e chiunque, prende quella che è stata ripudiata dal marito, commette adulterio» (Lc 16, 18). Sull’adulterio ricordiamo: «Non commettere adulterio» (Es 20,14). E poi le parole di Gesù: «Avete inteso che fu detto: "Non commettere adulterio"; ma io vi dico: chiunque guarda una donna per desiderarla, ha già commesso adulterio con lei nel suo cuore» (Mt 5,27-28).

Sono tutte condotte o condizioni disciplinate addirittura dal diritto divino positivo, ossia argomenti su cui Dio è stato chiarissimo. Dunque queste tematiche saranno pur controverse anche all’interno della Chiesa, ma quest’ultima da tempo si è pronunciata in modo definitivo sulle stesse e quindi sono questioni chiuse per sempre e non questioni aperte come c’è scritto nella Relazione. Da qui una domanda: quali sarebbero allora le domande nuove che non troverebbero già risposta nella Parola di Dio, nella Tradizione e nel Magistero che ha interpretato queste due fonti?

Non si può che concludere che il passaggio della Relazione di sintesi prima citato è pretestuoso perché fa finta di non sapere che tali materie non presentano più zone oscure sotto il profilo dottrinale. La vera finalità, dunque, è quella di volere riesaminarle con il chiaro intento di permettere delle eccezioni agli assoluti morali.

Ed infatti la Relazione così prosegue: «Proponiamo di promuovere iniziative che consentano un discernimento condiviso su questioni dottrinali, pastorali ed etiche che sono controverse, alla luce della Parola di Dio, dell’insegnamento della Chiesa, della riflessione teologica e, valorizzando l’esperienza sinodale. Ciò può essere realizzato attraverso approfondimenti tra esperti di diverse competenze e provenienze in un contesto istituzionale che tuteli la riservatezza del dibattito e promuova la schiettezza del confronto, dando spazio, quando appropriato, anche alla voce delle persone direttamente toccate dalle controversie menzionate. Tale percorso dovrà essere avviato in vista della prossima Sessione sinodale». Tradotto: facciamo una bella riunione a porte chiuse con esperti, affinchè non trapeli nulla evitando così inutili polemiche, e poi tentiamo di aprire una crepa nella dottrina di sempre della Chiesa.

C’è un altro passaggio della Relazione su una questione morale particolare che è degno di nota: «Si incoraggia il SECAM (Simposio delle Conferenze Episcopali dell’Africa e del Madagascar) a promuovere un discernimento teologico e pastorale sul tema della poligamia e sull’accompagnamento delle persone in unioni poligamiche che si avvicinano alla fede». L’invito è rivolto al Simposio delle Conferenze Episcopali dell’Africa e del Madagascar perché soprattutto in Africa i cattolici sono a forte contatto con l’islam che consente la poligamia.

Questo stralcio può essere interpretato in due modi. Con ottimismo: occorre trovare nuove soluzioni pastorali per coloro che come islamici hanno contratto una unione poligamica e vogliono convertirsi al cattolicesimo. Da qui anche l’esigenza di conoscere bene la dottrina teologica morale che vieta la poligamia. Il secondo modo è connotato da maggior realismo: con la scusa dell’accompagnamento delle persone che vivono una relazione poligamica tentiamo di giustificare la poligamia anche all’interno del cattolicesimo. È lo stesso processo che sta avvenendo da anni per l’omosessualità: con il pretesto di accogliere le persone omosessuali, accogliamo anche l’omosessualità.

Per quale motivo si vorrebbe osare tanto? Accenniamo ad una possibile ragione: se il poligamo in terra africana vuole convertirsi a Cristo senza abbandonare la poligamia dobbiamo trovare un modo per soddisfare questa sua esigenza. E come fare? Forse un puntello è dato dal pertugio lasciato aperto all’adulterio istituzionalizzato presente in Amoris laetitia. Nell’ottobre scorso furono pubblicate le risposte del Dicastero per la Dottrina della Fede a dubia del cardinal Dominik Duka. La terza risposta, per quello che a noi interessa, così recita, facendo esplicito riferimento nelle note ad Amoris laetitia: «Francesco mantiene la proposta [sic] della piena continenza per i divorziati e i risposati in una nuova unione, ma ammette che vi possano essere difficoltà nel praticarla e quindi permette in certi casi, dopo un adeguato discernimento, l'amministrazione del sacramento della Riconciliazione anche quando non si riesca a essere fedeli alla continenza proposta dalla Chiesa».

Dunque expressis verbis si dichiara che un divorziato risposato può avere leciti rapporti sessuali fuori dal proprio matrimonio. Quindi si legittima l’adulterio e l’adulterio istituzionalizzato, ossia le seconde nozze civili perché – ed è questo il punto – secondo la legge naturale e secondo la Rivelazione, solo nel matrimonio è lecito avere rapporti sessuali. Se quel rapporto sessuale è lecito allora vuol dire che anche quel matrimonio civile è un autentico matrimonio agli occhi di Dio. Ma allora avremo due matrimoni: un primo sacramentale indissolubile e un secondo civile, entrambi contemporaneamente validi. Chiamasi poligamia.

Dunque, nella prospettiva indicata dalle risposte ai dubia, il divorziato risposato civilmente è poligamo, perché ha un coniuge – reso tale dal matrimonio sacramentale – ed un secondo, quello reso tale dalle nozze civili. In altri termini, se Tizio, legato in modo indissolubile alla propria moglie per diritto naturale e per vincolo sacramentale, ne può prendere un’altra solo in ambito civile, ciò vuol dire che è poligamo: sposato con una donna con vincolo sacramentale indissolubile e con una seconda con vincolo solo civile. Andrebbe in soffitta quindi non tanto la proprietà dell’indissolubilità matrimoniale, ma quella dell’unità, ossia dell’esclusività del vincolo: un coniuge non può che essere legato ad un altro solo coniuge.

In sintesi: Francesco, benedicendo i rapporti fuori dal matrimonio sacramentale, benedice implicitamente le seconde nozze e quindi la poligamia. Allora viene da pensare che l’apertura della Relazione alla poligamia trovi la sua giustificazione nell’apertura di Amoris laetitia alle seconde nozze, quindi alla liceità di avere una seconda moglie stante il perdurare del rapporto indissolubile delle prime nozze.




giovedì 2 novembre 2023

La devozione alle Anime del Purgatorio






di Cristina Siccardi, 1 Novembre 2023 

Sebbene i media di massa stiano parlando di halloween piuttosto che del giorno di Ognissanti e di quello dei defunti, e molte persone, soprattutto i bambini e i giovani, vengano coinvolti in feste stregonesche, dalle linee oscure, dalle maschere brutte e orripilanti, e dalle “zucche” letteralmente vuote, i cimiteri, soprattutto quelli dei paesi di provincia, vengono ancora visitati con spirito cattolico, laddove, quindi, i forni crematori non hanno ancora ingurgitato, con il macabro e crudele uso della cremazione, le salme di parenti, amici e conoscenti.

Novembre inizia con la festa di tutti i Santi, ovvero di tutti coloro che hanno meritato il Paradiso, a prescindere da quelli riconosciuti dalla Chiesa in terra, ma che fanno già parte della Chiesa trionfante in Cielo. Mentre il secondo giorno di novembre vengono ricordate tutte le anime presenti in Purgatorio che necessitano ancora di purificazione per essere degne di stare al cospetto di Dio. L’esistenza del Purgatorio è verità di fede ed è una dimensione, un luogo, un tempo di carattere divino, è dunque una condizione ultraterrena spazio-temporale, soprannaturale, contrariamente a ciò che teorizza la teologia odierna che elimina i suoi connotati o addirittura la sua esistenza. È uno stato dove le anime hanno bisogno di preghiere perché esse non possono pregare per sé stesse, ma possono comunque, essendo già sante perché destinate alla beatitudine eterna, intercedere per le persone ancora in vita.

Le uniche anime che vanno direttamente in Paradiso sono quelle completamente pure al momento della loro morte. Anime, quindi, innocenti, infatti Gesù ha detto: «In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventerete come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli» (Mt 18, 3). L’infinita divina giustizia è inflessibile ed esige che vengano scontati tutti i debiti, fino all’ultimo centesimo, realtà purificatoria che viene desiderata dalla stessa anima, come il bravo bambino che soffre per aver commesso un tradimento nei confronti dei genitori, compiendo una mala azione, e vuole essere perdonato: le sue lacrime sono il prezzo da pagare, così quelle dell’anima purgante (in grazia di Dio, senza peccato mortale; ma al momento dell’ultimo respiro ancora legato in qualche modo alle aspirazioni terrene e macchiato dai peccati veniali) che le versa per le ingiustizie commesse di fronte alla misericordia infinita dell’Amore Uno e Trino.

Nel secondo Libro dei Maccabei (12, 42-46) leggiamo che dei giudei pregavano per i loro defunti affinché venissero scontati i loro peccati ed essi elargivano anche 2000 dramme d’argento a Gerusalemme, consci della possibilità di aiutare nell’aldilà i propri cari con preghiere. Non si prega per le anime infernali, perché non c’è più nulla da fare per la loro condizione, e neppure per le anime del Paradiso, bensì queste ultime le si invoca per il loro potere intercessorio. Invece, si prega per il suffragio delle anime del Purgatorio perché possa essere abbreviato il tempo delle loro sofferenze, stando distanti dal Padre, unica e vera felicità. Allo stesso tempo, però, i vivi possono lucrare dalle anime purganti – in virtù delle loro preghiere, delle celebrazioni delle Sante Messe, delle loro penitenze e delle loro elemosine per le indulgenze a loro favore – intercessioni per necessità spirituali e materiali. «Rechiamo loro soccorso e commemoriamoli. Se i figli di Giobbe sono stati purificati dal sacrificio del loro padre» (Gb 1,5). San Giovanni Crisostomo sollecita a non esitare nel soccorrere con le orazioni coloro che sono morti (cf. Homiliae in primam ad Corinthios, 41,5). L’abate Odilone di Cluny, nel 998, ordinò ai benedettini di osservare ogni anno la commemorazione di tutti i fedeli defunti il 2 di novembre. Presto la pratica di pregare per il suffragio di queste anime si diffuse ovunque nella Chiesa. Il vocabolo suffragio deriva dal latino «frangĕre», con riferimento ai frantumi di coccio, in quanto le votazioni, che eleggevano un candidato raccomandato, avvenivano talvolta rompendo delle tavolette/tessere. Applicato ad un candidato defunto, il suffragio è una raccomandazione affinché si accorci il suo tempo di Purgatorio.

San Gregorio Magno nel IV libro dei Dialoghi parla di un monaco morto senza riconciliarsi con la Chiesa dopo aver commesso un peccato contro la povertà: dopo trenta giorni nei quali era stata celebrata per lui una Messa di suffragio apparve ad un confratello annunciando la sua liberazione dalle sofferenze del Purgatorio. Da allora prese l’uso delle cosiddette «Messe gregoriane».

La dispersione delle ceneri del defunto, dove si smarrisce la memoria dell’esistenza di quella persona, omettendone il nome e le date di nascita e morte, non è una pratica dallo spirito cattolico poiché porta di fatto a cancellare in brevissimo tempo la sua esistenza e, contemporaneamente, porta i viventi a non compiere opere di misericordia spirituale nei suoi confronti.

Nella storia, oltre ai Padri della Chiesa, molti santi e mistici hanno avuto un’attenzione particolare per i defunti, ossia per le anime del Purgatorio, ricordiamone alcuni: santa Gertrude la Grande, santa Caterina da Genova, san Roberto Bellarmino, san Nicola da Tolentino, santa Caterina da Bologna, santa Teresa d’Avila, la beata Katharina Emmerick, san Leonardo da Porto Maurizio, sant’Alfonso Maria de’ Liguori, santa Margherita Maria Alacoque, san Giovanni Maria Vianney, san Giovanni Bosco, il beato Francesco Faà di Bruno, santa Gemma Galgani, santa Faustina Kowalska, san Pio da Pietrelcina, il beato Giacomo Alberione.

«Fin dai primi tempi, la Chiesa ha onorato la memoria dei defunti e ha offerto per loro suffragi, in particolare il sacrificio eucaristico», così venne dichiarato nel secondo Concilio di Lione del 1274. Si tratta di un legame indissolubile fra terra e Cielo, frutto della Redenzione e della comunione dei santi. I membri della Chiesa sono chiamati a partecipare alla missione di Salvezza di Cristo e ad assumere i Suoi intenti verso le anime sante del Purgatorio, le quali, incapaci di aiutarsi da sole o fra di loro, fanno affidamento sulle preghiere di compassione e di premurosa carità della Chiesa pellegrina per abbreviare la loro condizione di purificazione. Diceva il beato Alberione: «La Chiesa militante suffraga le anime purganti e glorifica la trionfante; la purgante prega per la militante od onora la trionfante cui aspira; la trionfante ama, comunica, aiuta la purgante e la militante» (Ut perfectus sit homo Dei, n. 14, pp. 226-227). Anche nei Concili di Firenze nel XV secolo e quello di Trento del XVI hanno trattato il tema del Purgatorio, conseguenza delle basi bibliche e di ciò che i Padri della Chiesa e i comuni fedeli avevano sempre creduto, insegnato e praticato.

Santa Caterina da Genova, la mistica definita «Dottoressa del Purgatorio», nel suo Trattato del Purgatorio descrive come il fuoco dell’Amore divino purifichi da ogni macchia le anime che attendono la beatitudine eterna e afferma che tale condizione è necessaria per soddisfare la giustizia divina, ma allo stesso tempo è segno della misericordia di Dio, che vuole riportare le anime alla bellezza originaria, perduta con il peccato, bellezza a cui esse bramano con tutte le loro forze.

Nel XII secolo san Bernardo da Chiaravalle ebbe una visione nella chiesa di Roma Santa Maria Scala Coeli: mentre celebrava la Santa Messa vide che su una scala salivano le anime del Purgatorio; mentre santa Teresa d’Avila ebbe a dire: «Non ho mai chiesto grazie alle anime del Purgatorio senza essere stata esaudita. Anzi, quelle che non ho potuto ottenere dagli spiriti celesti le ho ottenute per intercessione delle anime del Purgatorio». Dal canto suo, il teologo sant’Alfonso compose una straordinaria novena per i defunti, che tradizionalmente viene recitata in preparazione sia del 1° che del 2 novembre. Una delle preghiere che un tempo erano più conosciute è quella della cistercense tedesca santa Gertrude la Grande, che in uno dei suoi colloqui con Gesù Cristo, quando ella manifestò il suo desiderio di pregare per i defunti, Gesù stesso le insegnò questa invocazione: «Eterno Padre, io offro il Preziosissimo Sangue del Vostro Divin Figlio, Gesù, in unione con le Messe celebrate oggi in tutto il mondo, per tutte le sante anime del Purgatorio, per tutte le anime di tutto il mondo, per i peccatori della Chiesa Cattolica, per quelli della mia casa e della mia famiglia. Amen». Per tradizione si crede che mille anime vengano liberate dal Purgatorio ogni volta, ma ad una condizione, che la si reciti con tutto il cuore.




Lo Spirito Santo guida «alla verità tutta intera», non all’interpretazione tutta intera




C’è ancora qualcosa da dire sulle manie ermeneutiche, di cui al precedente articolo.




Di Silvio Brachetta, 2 NOV 2023

Per giustificare l’evoluzione dei dogmi e della verità, il progressismo teologico cita spesso e stravolge il senso di due brani del Vangelo secondo Giovanni. Si tratta di due affermazioni di Gesù Cristo:

«Il Paraclito, lo Spirito Santo che il Padre manderà nel mio nome, lui vi insegnerà ogni cosa e vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto»[1].

«Quando però verrà lo Spirito di verità, egli vi guiderà alla verità tutta intera, perché non parlerà da sé, ma dirà tutto ciò che avrà udito e vi annunzierà le cose future»[2].

Leggendo in superficie, sembra che Gesù Cristo non abbia detto tutto e che ci siano verità nascoste. Un’esegesi imprecisa sostiene – oramai da troppo tempo – che la verità sulla salvezza sia incompleta e, per questo, il senso della Sacra Scrittura e della dogmatica sarebbe soggetto a mutamento, nella proporzione in cui lo Spirito di Verità parla nella storia.

Non c’è allora che vedere se le cose stanno veramente come le presenta il progressismo teologico o, al contrario, se il senso delle scritture è stato forzato per l’ennesima volta. Con non troppa fatica, vediamo brevemente come interpretano questi brani sant’Agostino d’Ippona e san Tommaso d’Aquino, Dottori della Chiesa. E ci darà una mano anche Giovanni Paolo II.

Quanto a Gv 16 – cioè quanto alla «verità tutta intera» – Agostino scrive[3] che lo Spirito Santo «in questa vita ammaestra parzialmente» e soltanto «dopo questa vita condurrà alla verità tutta intera». Gesù, quindi, non sta parlando solo della vicenda umana storica, ma di quella totale, eternità compresa. E questo accade non per una debolezza dello Spirito, ma dell’uomo, il quale, finché è «in questa vita, non può ottenere tutte le conoscenze».

Agostino è supportato da Giovanni Paolo II, in una sua Enciclica[4], che spiega più in profondità. L’uomo non può subito conoscere tutto anche per un altro motivo. E il motivo è spiegato da Gesù: «Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso»[5].

L’uomo, cioè, non può sapere tutto subito, non solo per la sua condizione di creatura imperfetta, ma anche perché lo scandalo della Croce è accettabile solo per mezzo della fede – e la fede prevede un cammino nel tempo.

Però attenzione: «diventa chiaro – dice sempre Giovanni Paolo II – che quel «guidare alla verità tutta intera» si ricollega, oltre che allo scandalum Crucis, anche a tutto ciò che Cristo “fece ed insegnò”».

È dunque erronea quell’interpretazione che giudica incompleta la dottrina insegnata dal Cristo e vede nell’azione dello Spirito Santo un’aggiunta posteriore di cose non dette. Uno dei motivi su cui si fonda quest’errore sta nel fatto di non considerare che con Gesù Cristo la Rivelazione si compie in modo definitivo – non vi è nulla di vero da aggiungere.

Altre argomentazioni sono portate da san Tommaso, in una delle sue opere[6]. E le riassumo di seguito:

1) Secondo Agostino – scrive Tommaso – è stoltezza cercare di capire di quali cose gli apostoli non erano in grado di portare il peso. Poiché se gli apostoli «non erano in grado di portarne il peso, molto meno lo potremo portare noi».

2) E dunque «non si deve pensare che ci siano dei segreti nella dottrina cristiana che vengono taciuti ai fedeli meno progrediti e insegnati a quelli più perfetti». Il Signore «propose ai discepoli tutte le cose della fede, ma non nel modo in cui le rivelò loro in seguito, specialmente nella vita eterna». Essi, infatti, non potevano avere, ad esempio, la piena conoscenza dell’uguaglianza del Figlio e del Padre: mistero poi intuito ed espresso a parole su ispirazione dello Spirito Santo, ma già presente nella predicazione del Cristo.

3) Ci sono, difatti, le medesime verità espresse in modo più o meno sublime, come dice san Paolo. Non si tratta di un difetto in Dio, ma dell’intelligenza umana delle Scritture che ancora essi non avevano, come i discepoli di Emmaus («[Gesù] aprì loro la mente a intendere le Scritture»).

4) E dunque la «verità tutta intera» è la verità di fede. Ma lo Spirito, dice Gesù, «non parlerà da sé», perché dev’essere chiaro che lo Spirito insegna «con la virtù del Padre e del Figlio», poiché da essi procede.

5) In particolare, lo Spirito Santo, dice sempre Gesù, «vi ricorderà tutto ciò che io vi ho detto» («vi ricorderà», non «aggiungerà a suo piacere») e «prenderà del mio e ve l’annunzierà»[7].

La verità tutta intera, allora, non è l’interpretazione tutta intera: c’è un senso eterno nelle parole della Rivelazione. Il progresso non è da cercare nella verità, ma nella capacità umana di comprensione.

Al contrario, il progressismo teologico pretende di porre un principio temporale in Dio, per il quale la verità non sarebbe mai pronunciata in modo completo, ma a pezzi, durante i secoli della storia. Dio stesso, secondo questo schema assurdo, non presenterebbe mai la verità completa, ma sempre parziale, fino alla fine dei secoli.

Per questo motivo la teologia eterodossa prevede l’evoluzione dei dogmi e l’incessante rincorsa ad una verità, che sarebbe di proposito occultata da Dio all’uomo.

Silvio Brachetta




[1] «Paraclitus autem, Spiritus Sanctus, quem mittet Pater in nomine meo, ille vos docebit omnia et suggeret vobis omnia, quae dixi vobis» (Gv 14, 26).

[2] «Cum autem venerit ille, Spiritus veritatis, deducet vos in omnem veritatem; non enim loquetur a semetipso, sed quaecumque audiet, loquetur et, quae ventura sunt, annuntiabit vobis» (Gv 16, 13).

[3] Agostino d’Ippona, Contro Felice Manicheo, Libro I, n. 11.

[4] Giovanni Paolo II, Lettera Enciclica Dominus et Vivificantem, 18/05/1986.

[5] Gv 16, 12.

[6] Tommaso d’Aquino, Commento al Vangelo di san Giovanni/3. XIII-XXI, Tito Centi (a cura di), Città Nuova, 1992, pp. 213-215.

[7] Gv 16, 14.







mercoledì 1 novembre 2023

Müller: «Il Sinodo, un passo verso la protestantizzazione»



Con l'ingresso dei laici nel Sinodo dei vescovi si è attaccata la struttura gerachica della Chiesa e con il pretesto del clericalismo si distrugge il sacerdozio ministeriale. E intanto avanza l'agenda LGBT... Il cardinale Müller, prefetto emerito della Congregazione per la Dottrina della Fede, parla alla Bussola.


INTERVISTA

ECCLESIA


Riccardo Cascioli, 01-11-2023

«Si sono persi i criteri dell’ecclesiologia cattolica, (...) non si dice apertamente ma la strada intrapresa è quella della protestantizzazione». Il bilancio che fa il cardinale Gerard L. Müller del Sinodo sulla sinodalità appena concluso è decisamente preoccupante. Incontriamo il prefetto emerito della Congregazione per la Dottrina della Fede al margine del Roma Life Forum, una due giorni organizzata da LifeSiteNews, di cui è stato un relatore. E anche dal palco il cardinale Müller ha avvertito che è pura illusione pensare di «modernizzare la verità del Vangelo con l’aiuto di filosofie relativiste o antropologie ideologicamente corrotte. Basta vedere le realtà locali dove prevale questa teologia progressista: seminari vuoti, la sparizione della vita monastica, l’abbandono dei fedeli. Ad esempio in Germania in 50 anni si sono persi 13 milioni di cattolici passando dai 33 milioni del 1968 ai 20 del 2023».
E alla Bussola ribadisce: «Con questo Sinodo si è voluto cambiare la struttura gerarchica della Chiesa, si prende come modello la chiesa anglicana o protestante, ma quel che vediamo è che la sinodalità distrugge la collegialità».

Eminenza, cosa intende per cambiamento della struttura della Chiesa?

Semplicemente che quando il Papa ha chiamato i laici ha cambiato la natura del Sinodo, che invece nasce come espressione della collegialità di tutti i vescovi con il Papa. Non è solo il Papa che governa la Chiesa, come certi adulatori di papa Francesco oggi vorrebbero, ma anche i vescovi locali hanno responsabilità per tutta la Chiesa. Per questo Paolo VI, attuando il Concilio Vaticano II, ha istituito il Sinodo.

Potrebbe sembrare una semplice riforma per valorizzare il ruolo dei laici…

… In realtà si disconosce il sacramento dell’ordine, che non è solo una funzione di servizio, ma è una istituzione diretta, speciale, di Gesù Cristo. Lui ha costituito la Chiesa con la sua gerarchia. Appellarsi al sacerdozio universale, di tutti i credenti, in questo caso è un modo per negare questa struttura voluta da Cristo. Tutti i fedeli hanno ricevuto lo Spirito Santo, ma i vescovi hanno ricevuto la consacrazione per governare e santificare la Chiesa. Se si vuole parlare con i laici, benissimo, ci sono altri strumenti, ad esempio la Commissione teologica Internazionale. Oppure si possono creare altre istituzioni ad hoc, nessun problema, ma il Sinodo ha una natura diversa e il Papa non può cambiare la struttura sacramentale della Chiesa. Non si può dare l’autorità episcopale a chi non è vescovo.

È per questo che lei ha criticato anche la disposizione per i vescovi di non indossare la talare filettata durante i lavori del Sinodo?
La questione dell’abito può sembrare un dettaglio insignificante, e però indica quella posizione che dicevo prima. La comodità non è un criterio: quando vado a un matrimonio non vado vestito come in spiaggia, sarebbe più comodo ma non adeguato alla circostanza. Un sinodo, così come un concilio, è una liturgia, una venerazione di Dio, non una assemblea qualsiasi. Allora anche l’abito dice in cosa si è trasformato il sinodo, un diluvio di chiacchiere.

Ecco, a proposito, visto che il tema era la sinodalità, di cosa si è parlato effettivamente?

In realtà, dopo tante discussioni nessuno sa cosa sia la sinodalità. Si parlava di tante cose, ai tavoli erano i “facilitatori” che davano gli argomenti giorno per giorno ponendo delle domande, ma anche il dibattito era molto ingessato, tempi ristretti per gli interventi (tre minuti) e tutto registrato. Ognuno dei partecipanti aveva un monitor davanti e veniva registrato ogni intervento, anche in video. Poi questo continuo “dobbiamo ascoltarci”, nessuno voleva fare la parte del “disturbatore”, insomma c’è stato un addomesticamento. E anche per la plenaria, tanti vescovi sono rimasti delusi, si sono lamentati per il basso livello degli interventi; e poi non si possono affrontare questioni teologiche con le emozioni.

Può fare un esempio?

Arriva una testimonianza, una donna parla di una persona a lei vicina che si è suicidata perché bisessuale, e dice che il parroco l’aveva condannata per la sua bisessualità. E subito dopo arriva l’altro intervento: ecco, è la dimostrazione che la Chiesa deve cambiare la dottrina. Insomma alla fine è colpa della dottrina della Chiesa, cioè di Dio che ha creato l’uomo e la donna. Come si fa ad affrontare i temi così? Adesso gli Lgbt si ergono a veri interpreti della Parola di Dio, ma trasmettono una antropologia perversa, falsa: non sono interessati alle singole persone, alla loro salvezza, ma strumentalizzano persone con problemi per affermare la loro ideologia. Vogliono distruggere la famiglia e il matrimonio.

A questo proposito, lei ha già dichiarato che alla fine questo Sinodo voleva promuovere solo l’agenda LGBT e il diaconato femminile. Cosa ha dato questa impressione?

Perché molto si è parlato di questo e pochissimo dei temi essenziali della fede, cioè l’incarnazione, la salvezza, la redenzione, la giustificazione, il peccato, la grazia, la natura umana, il fine ultimo dell’uomo, la dimensione trinitaria ed eucaristica della Chiesa, le vocazioni, l’educazione. Queste sono le vere sfide, così come il diffondersi di una grande violenza, di chi la giustifica in nome di Dio, come i fondamentalisti musulmani. Di questo nulla, invece tanti interventi sull’omosessualità, e tutti a senso unico.

Del resto basta vedere gli invitati…

Esatto. Perché non sono state invitate le persone che sono stati praticanti omosessuali e poi hanno ritrovato la loro eterosessualità, e che hanno scritto libri sulla loro esperienza, come Daniel Mattson, ad esempio (autore di Perché non mi definisco gay. Come mi sono riappropriato della mia realtà sessuale e ho trovato la pace, Cantagalli 2018, ndr)? C’era padre James Martin, era lì solo per fare propaganda. Mai ha parlato di grazia e salvezza per queste persone, solo che “la Chiesa deve accettare, la Chiesa deve…, deve…., deve….”. ma come la Sposa di Cristo può essere l’oggetto delle nostre invettive? Non è la Chiesa che deve cambiare, ma siamo noi che dobbiamo convertirci.

Ha fatto un certo scalpore anche il fatto che durante il Sinodo papa Francesco abbia ricevuto ed elogiato suor Jeannine Gramick, fondatrice negli Stati Uniti di un movimento Lgbt “cattolico”, condannata a suo tempo da Giovanni Paolo II e Benedetto XVI.
Il cardinale Hollerich (relatore generale del Sinodo, ndr) ha detto che l’omosessualità non era il tema del sinodo, ma poi di questo si è parlato e anche sono stati fatti dei gesti evidenti, come questo. E il Papa si presenta sempre con queste persone. La giustificazione è pastorale, ma in questo modo si favorisce la pastorale per queste persone o si accetta questa condizione come legittima espressione della natura umana e della fede cristiana? La questione viene lasciata aperta, ma chiaramente si favorisce una certa interpretazione.

Parlando di sessualità, nel Sinodo si è affrontato il tema degli abusi? Ci sono stati echi dello scandalo Rupnik?
Nessuno ha avuto il coraggio di affrontare davvero questo tema, è stato solo usato come pretesto per attaccare il clero. Tutto è colpa del clericalismo, ma così alla fine la colpa è di Gesù Cristo che ha istituito l’apostolato. Il clero è l’insieme di tutti i vescovi, sacerdoti e diaconi. Non è la loro esistenza la causa degli abusi, ma il fatto che singole persone non rispettino il sesto comandamento. Ma questo non si vuole dire, non si parla mai di peccato contro il sesto comandamento, si trovano altre scuse. Come per la benedizione delle coppie omosessuali: si dice che si deve evitare la confusione con il sacramento del matrimonio. Ma non è questo il tema. Il tema è che gli atti omosessuali ed extramatrimoniali sono un peccato mortale, e quindi non si possono benedire. Non c’entra nulla la confusione, cercano sempre di sviare dal punto.

Quindi lei crede che l'accusa di clericalismo sia un pretesto per colpire i sacerdoti come tali?
È nei fatti, anche al Sinodo si è parlato sempre male dei preti e anche il Papa lo ha fatto. Se nel documento finale ci sono alcune parole buone, è opera dei redattori perché in tanti si sono lamentati. Ma il tono generale del Sinodo è stato molto negativo. Si fa una caricatura del sacerdozio cattolico, come fosse una casta in contrasto con il laicato. In realtà siamo una sola comunione, ma con una specificità perché non tutti hanno ricevuto questa potestas sacra. Qui c’è la differenza con il protestantesimo, loro negano questa differenza essenziale dal sacerdozio universale dei fedeli, Lutero dice che il sacramento dell’ordine non esiste, che è uno strumento del diavolo. Non è possibile fare un compromesso su questo punto. E invece nella Chiesa si cerca di minimizzare il sacerdozio ministeriale, parlando sempre negativamente dei preti: abusatori, che assoggettano le donne, che frustano i peccatori nel confessionale, sempre negativo. Poveri sacerdoti di oggi, attaccati da tutte le parti, sembra che le vocazioni diano fastidio. Dov’è la pastorale delle vocazioni? È Gesù che chiama, non il Papa; i preti sono di Gesù non del Papa. E questo esempio si ripercuote anche su tanti vescovi che imparano da questo e nelle loro diocesi governano contro i preti.

Insomma, dall’impostazione del Sinodo al modo di parlare dei sacerdoti sembra proprio che l’ideale verso cui si vuole andare è il protestantesimo.

Non si esprimono così, ma alla fine si arriva a questo punto.





Contro l’egualitarismo. Lo splendore della concezione gerarchica della vita cristiana




01 NOV 2023

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by Aldo Maria Valli



di Plinio Corrêa de Oliveira

L’ondata satanica dell’egualitarismo, che dalla rivoluzione protestante del XVI secolo alla rivoluzione comunista dei nostri giorni ha attaccato, calunniato, sovrastato e fatto appassire tutto ciò che è o simboleggia la gerarchia, presenta ogni disuguaglianza come un’ingiustizia. È nella natura umana, dicono gli egualitari, che l’uomo si senta sminuito e umiliato quando si inchina a un superiore. Se lo fa, è perché certi preconcetti, o la regola delle circostanze economiche, lo costringono a farlo. Ma questa violenza contro l’ordine naturale delle cose non rimane impunita. Il superiore deforma la sua anima per l’arroganza e la vanità che lo portano a pretendere che qualcuno si pieghi davanti a lui. L’inferiore perde con il suo gesto alienante qualcosa dell’elevazione della personalità propria dell’uomo libero e indipendente. In altre parole, ogni volta che una persona si inchina a un’altra c’è un vincitore e un perdente, un despota e uno schiavo.

La dottrina cattolica ci dice esattamente il contrario. Dio ha creato l’universo secondo un ordine gerarchico. E ha fatto della gerarchia l’essenza di ogni ordine veramente umano e cattolico.

Consideriamo due fotografie.

In una certosa spagnola un monaco inginocchiato bacia lo scapolare del suo superiore. È l’espressione della più completa sottomissione.


A contatto con il superiore, l’inferiore può e deve portargli ogni rispetto, senza il minimo timore di abbassarsi o degradarsi. Il superiore, a sua volta, non deve essere presuntuoso o arrogante. La sua superiorità non deriva dalla forza, ma da un ordine di cose santissimo e voluto dal Creatore.

Nella Chiesa cattolica le usanze esprimono questa dottrina con ammirevole fedeltà. In nessun altro ambiente i riti e le formule di cortesia sanciscono così fortemente il principio della gerarchia. E in nessun altro luogo è così chiaro quanta nobiltà possa esserci nell’obbedienza, quanta elevazione dell’anima e quanta bontà possano esserci nell’esercizio dell’autorità e della preminenza.

Tuttavia, considerate attentamente la scena e vedrete quanta virilità, quanta forza di personalità, quanta sincerità di convinzione, quanta elevatezza di motivazioni l’umile monaco inginocchiato mette nel suo gesto. C’è qualcosa di santo e di cavalleresco, di grandioso e di semplice, che fa venire in mente allo stesso tempo la Legende Dorée, la Chanson de Roland e i Fioretti di san Francesco d’Assisi.

Inginocchiato e sconosciuto, questo umile religioso è più grande dell’uomo moderno, una molecola vana, impersonale, anonima e inespressiva della grande massa amorfa in cui si è trasformata la società contemporanea.

Seconda fotografia. Dopo l’umiltà del monaco, consideriamo quella del gentiluomo.


Il conte Wladimir d’Ormesson è stato ambasciatore di Francia presso la Santa Sede fino alla metà del 1956. Nella nostra fotografia, è vestito con la solenne uniforme di un diplomatico, inginocchiato davanti al Santo Padre Pio XII durante un’udienza. È difficile immaginare un atteggiamento che esprima in modo così completo un’alta consapevolezza della propria dignità e un vivo rispetto per l’autorità eccelsa e suprema davanti alla quale l’ambasciatore ha l’onore di trovarsi. Il ginocchio a terra, ma il tronco e il collo eretti, la nobiltà e la riverenza del saluto, tutto, insomma, dimostra quanto rispetto e quanta dignità siano contenuti negli stili diplomatici tradizionali, di cui il Conte si mostra qui fedele interprete, e che si sono sviluppati nei secoli d’oro della civiltà cristiana.

D’altra parte, consideriamo il priore. C’è una sorta di contrasto tra la sua figura grande, bianca, eretta, robusta, stabile, che esprime autorità, sicurezza e protezione paterna, e l’espressione fisionomica che sembra neutra, impassibile, serena, un po’ distante. La figura esprime l’atteggiamento ufficiale del priore. La fisionomia esprime il distacco, la semplicità dell’uomo. Perché non è l’uomo in quanto tale, ma la carica, a cui è rivolto l’omaggio.

E, con tutto il rispetto, consideriamo la posizione del Pontefice. Seduto su un piccolo trono, non si alza per ricevere l’omaggio dell’ambasciatore. Tuttavia, inclina leggermente il busto per avvicinarsi al conte. Tiene la mano nella sua. Dà all’intero ricevimento una nota di cordialità molto marcata. E pur mantenendosi, tuttavia, interamente Papa, dà ogni segno della più calda benevolenza e della più alta stima per l’ambasciatore.

Quattro atteggiamenti ispirati da una visione molto gerarchica delle cose: tutti nobili, dignitosi, onorevoli, anche se ognuno a modo suo. In una parola, lo splendore dell’umiltà cristiana e la bellezza di una vita gerarchica.

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Fonte: Catolicismo, n. 70, ottobre 1956