sabato 28 maggio 2011

Recensione di un libro sull’Eucarestia di mons. Giampietro







Mons. Nicola Giampietro è un sacerdote della diocesi di Sulmona che lavora presso la Congregazione del Culto divino come Officiale, ed è noto agli specialisti della liturgia cattolica per vari suoi studi scientifici, pubblicati su riviste specialistiche e tradotti in molte lingue, soprattutto poi il suo corposo saggio sul Cardinale Ferdinando Antonelli e la riforma liturgica post-conciliare (pubblicato nel 1998).

Ora ci presenta uno studio interessante e che farà discutere su altri aspetti della svolta liturgica iniziata sotto Pio XII e proseguita negli anni ‘60 e ‘70 del secolo scorso (cfr. N. Giampietro, La concelebrazione eucaristica e la comunione sotto le due specie nella storia della Liturgia, Fede e Cultura, Verona 2011, euro 30,00).

Il saggio si apre con una prefazione elogiativa del card. Antonio Cañizares Llovera, attuale Prefetto del Culto divino, il quale all’interno della storia della concelebrazione ripercorsa dall’Autore, nota che «lo studio di mons. Giampietro è essenziale per comprendere alcuni punti essenziali piuttosto dimenticati, che meritano d’essere messi in risalto affinché le questioni rituali ricevano soluzioni adeguate» (p. 6). «Ad esempio, prosegue il prelato, non si può dimenticare che l’actio Christi nella Messa ha il suo punto centrale nella consacrazione e che la consacrazione deve essere validamente compiuta» (p. 6). Due verità forse banali ma che hanno rischiato di essere travolte dall’aggiornamento liturgico intempestivo e disordinato di questi decenni, aggiornamento che non metteva affatto al centro del Culto cattolico la persona di Cristo vivo presente sull’altare del sacrificio, bensì il Testo Sacro o il Popolo con-celebrante! Il Card. Llovera sottolinea poi che la concelebrazione, prassi molto antica in verità, ma riservata a rari casi prima del Vaticano II, anche oggi, «non è obbligatoria e (…) ogni sacerdote ha il diritto di celebrare la messa individualmente» (p. 7). Questa libertà del clero è stata negli ultimi anni disprezzata e misconosciuta da non pochi Ordinari e in molte congregazioni religiose con gravissimi danni sia alla spiritualità del presbitero, che alla comunità dei fedeli e all’onore di Dio. Persino recentemente un vescovo italiano ha vietato alle comunità religiose della sua diocesi di celebrare pubblicamente più di una Messa al giorno, anche in presenza di molti sacerdoti!

In tale difficile contesto viene giustamente ricordato il fatto che la concelebrazione nella mens conciliare doveva favorire l’unione simbolica, affettiva ed effettiva del sacerdozio cattolico, senza però dar luogo a Messe in cui i celebranti fossero quasi più numerosi degli assistenti, anche perché quando molti preti sono attorno al sacro altare ed anzi alcuni risultino discosti da esso c’è un rischio di invalidità. «La non ottemperanza di tale principio [della prossimità reale tra sacerdote e ostie], secondo il grande studioso della liturgia Klaus Gamber, dopo la riforma liturgica avrebbe fatto aumentare considerevolmente il numero delle Messe invalide» (p. 7). Cosa non certo di poco conto! Il testo dopo una sintetica «storia della Concelebrazione» (pp. 15-24) e dei cenni importanti sul movimento liturgico di primo Novecento (pp. 25-40), si concentra sul Concilio e il nuovo rito della concelebrazione (pp. 41-118). Un capitolo importante è dedicato al nuovo rito della Comunione sotto le due specie (pp. 144-176), senza ometterne i rischi e i pericoli già individuati in passato, per esempio al Concilio di Trento e dai Padri conservatori al Vaticano II, come Ottaviani, Ruffini e altri (cfr. pp. 147-149). In Appendice sono riportati i documenti ufficiali circa i temi trattati nel testo (pp. 184-329). Di sicuro si tratta di un’opera che mancava, importante, indirizzata soprattutto agli studiosi di liturgia, gli addetti ai lavori e i laici di buona cultura teologica.


Fonte: CR n.1193 del 28/5/2011

Il Papa vuole una Caritas pienamente cattolica













di Andrea Tornielli

Il Papa vuole che una Caritas pienamente cattolica, che sia «nel cuore della Chiesa» e che parli e agisca «in suo nome». È quanto si legge nel discorso che Benedetto XVI ha fatto ieri ai rappresentanti di Caritas internationalis, riuniti per una settimana a Roma.

Caritas internationalis è un’organismo vatissimo. Coordina 165 diverse Caritas nazionali, ciascuna delle quali a sua volta coordina le associazioni umanitarie cattoliche che raggiungono con i loro aiuti e la loro assistenza milioni di persone, impiegando 440mila salariati e oltre 600mila volontari. Il badget complessivo sfiora i quattro miliardi di euro.

Il Papa, come ha sintetizzato il vaticanista di Le Figaro, Jean-Marie Guenois, ha chiesto che nell’azione umanitaria della Caritas «la Chiesa cattolica non sia considerata una specie di partner, privilegiato ma tra gli altri», bensì sia essenziale e la fede cattolica sia il significato, la ragione dell’agire sociale dell’organizzazione. L’azione sociale della Chiesa non può infatti essere scollegata dal cuore stesso della fede cattolica e dunque anche l’azione sociale deve essere chiaramente identificata come cattolica.

L’intervento papale giunge alla fine di mesi piuttosto constrastati, che hanno visto contrapporsi il cardinale honduregno Oscar Rodriguez Maradiaga, presidente riconfermato di Caritas internationalis (col beneplacito vaticano), e il Segretario di Stato Tarcisio Bertone, che a nome del Pontefice all’inizio dell’anno non ha concesso il nulla osta per la riconferma della direttrice generale Lesley-Ann Knight, considerata non in linea con la prospettiva voluta dalla Santa Sede, ma pubblicamente difesa da Maradiaga anche nei giorni scorsi. Si tratta di un epilogo che – dietro le quinte – ha visto confrontarsi negli ultimi anni lo stesso Maradiaga e un altro cardinale, molto vicino al Papa, il tedesco Paul Cordes, presidente emerito di Cor Unum.

Ecco alcuni passaggi del discorso di Benedetto XVI:

«Per noi cristiani, Dio stesso è la fonte della carità, e la carità è intesa non solo come una generica filantropia, ma come dono di sé, anche fino al sacrificio della propria vita in favore degli altri, ad imitazione dell’esempio di Gesù Cristo. La Chiesa prolunga nel tempo e nello spazio la missione salvifica di Cristo: essa vuole raggiungere ogni essere umano, mossa dal desiderio che ciascun individuo giunga a conoscere che nulla può separarci dall’amore di Cristo»

«Caritas Internationalis è diversa da altre agenzie sociali perché è un organismo ecclesiale, che condivide la missione della Chiesa. Questo è ciò che i Pontefici hanno sempre voluto e questo è ciò che la vostra Assemblea Generale è chiamata a riaffermare con forza».

«A differenza di tante istituzioni e associazioni ecclesiali dedite alla carità, le Caritas hanno un tratto distintivo: pur nella varietà delle forme canoniche assunte dalle Caritas nazionali, tutte costituiscono un aiuto privilegiato per i Vescovi nel loro esercizio pastorale della carità. Ciò comporta una speciale responsabilità ecclesiale: quella di lasciarsi guidare dai Pastori della Chiesa. Dal momento poi che Caritas Internationalis ha un profilo universale ed è dotata di personalità giuridica canonica pubblica, la Santa Sede ha il compito di seguire la sua attività e di vigilare affinché tanto la sua azione umanitaria e di carità, come il contenuto dei documenti diffusi, siano in piena sintonia con la Sede Apostolica e con il Magistero della Chiesa, e affinché essa sia amministrata con competenza ed in modo trasparente».

«Senza un fondamento trascendente, senza un riferimento a Dio Creatore, senza la considerazione del nostro destino eterno, rischiamo di cadere in preda ad ideologie dannose. Tutto ciò che dite e fate, la testimonianza della vostra vita e delle vostre attività, sono importanti e contribuiscono a promuovere il bene integrale della persona umana».

«Caritas Internationalis … è chiamata ad offrire il proprio contributo per portare il messaggio della Chiesa nella vita politica e sociale sul piano internazionale. Nella sfera politica – e in tutte quelle aree che toccano direttamente la vita dei poveri – i fedeli, specialmente i laici, godono di un’ampia libertà di azione. Nessuno può, in materie aperte alla libera discussione, pretendere di parlare “ufficialmente” a nome dell’intero laicato o di tutti i cattolici (cfr Conc. Ecum. Vat. II, Gaudium et Spes, 43; 88). D’altro canto, ciascun cattolico, anzi, in verità, ogni uomo, è chiamato ad agire con coscienza purificata e con cuore generoso per promuovere in maniera decisa quei valori che spesso ho definito come “non negoziabili”».

Fonte: Sacri Palazzi - 28/05/2011

giovedì 26 maggio 2011

Conferenza a Pistoia del rev. prof. Nicola Bux sulla Sacrosanctum Concilium


Giovedì 2 giugno 2011 alle ore 21, nella chiesa di Sant’Ignazio di Loyola, in piazza dello Spirito Santo a Pistoia, si terrà la conferenza del rev. prof. Nicola Bux sul tema: «La Sacrosanctum Concilium e la sua esecuzione postconciliare: dagli adattamenti all'inosservanza dello ius divinum nella liturgia».

Nicola Bux è un noto liturgista, professore di teologia sacramentaria alla Facoltà teologica di Bari, è tra i più stimati collaboratori del Santo Padre Benedetto XVI, Consultore in Vaticano alle Congregazioni per la dottrina della Fede, dei Santi e dell’Ufficio delle celebrazioni pontificie, è stato perito al Sinodo sull’Eucaristia del 2005 ed a quello sul Medio Oriente. Autore di numerose pubblicazioni di teologia dogmatica e liturgica, ha ultimamente dato alle stampe La riforma di Benedetto XVI. La liturgia tra innovazione e tradizione, Piemme, II ed. 2009; Gesù il Salvatore. Luoghi e tempi della Sua venuta nella storia, Cantagalli, II ed. 2010; Come andare a Messa e non perdere la fede, Piemme, 2010.

Come Benedetto XVI, ritiene che la crisi attuale della Chiesa sia dovuta in gran parte al crollo della liturgia, dalla quale si esce ricomprendendo la natura divina della liturgia e rispettando la sua parte immutabile. Pensa che sia oggi indispensabile un nuovo movimento liturgico, che ha definito “riforma della riforma della liturgia”, con l’obiettivo di far fruttificare il vero patrimonio del Concilio Vaticano II nell’odierna situazione della Chiesa. Purtroppo certe innovazioni postconciliari hanno talvolta offuscato la sacralità del rito: nel nome della partecipazione si sono abbandonati certi segni e si è modificato il rito, perdendo così il senso della presenza del divino, mentre si è dimenticato che la prima partecipazione è adorare Dio. La riforma della liturgia è tuttavia un restauro paziente e non radicale, in continuità con la Tradizione, come dimostra il Motu proprio Summorum Pontificum con il quale Benedetto XVI ha restituito alla chiesa universale e a tutti i fedeli il tesoro della Messa in Rito Romano antico.

La conferenza è organizzata dalla parrocchia dello Spirito Santo e dall’Associazione Madonna dell’Umiltà, costituita da fedeli che hanno promosso a Pistoia la Messa nella forma straordinaria del Rito Romano, che dallo scorso ottobre, viene celebrata nella chiesa della Madonna del Carmine, tutti i sabati alle 18,30, in latino, con il canto gregoriano e l’organo.

Maggiore importanza al rito 'straordinario'




di Giuseppe Di Leo


Stavolta ci tocca un po’ di latino (ecclesiastico). Lo richiede l’argomento: la liturgia.

Papa Benedetto XVI ha approvato l’Istruzione Universae Ecclesiae con cui si dà applicazione pratica al Motu Proprio Summorum Pontificum del sette luglio 2007, grazie al quale Benedetto XVI ha fatto sì che “Romanae Liturgiae divitias reddiderunt propiores”.

Cosa stabilisce la nuova Istruzione, firmata dal cardinale Levada in data trenta aprile (giorno in cui si venera san Pio V, un Papa protagonista della storia liturgica di Santa Romana Chiesa) ma approvata dal Pontefice l’otto dello stesso mese?

Per prima cosa il Papa riafferma anche in materia liturgica che “unaquaeque Ecclesia particularis concordare debet cum universali Ecclesia” non solo riguardo alla dottrina della fede e ai sacramenti “sed etiam quoad usus universaliter acceptos ab apostolica et continua traditione”.

Nel testo dell’Istruzione si fa memoria storica del Messale Romano, fino al Messale di Giovanni XXIII del 1962 e a quello di Paolo VI del 1970, e si ricorda riguardo a questi ultimi due che “respective ordinaria et extraordinaria nuncupantur: agitur nempe de duobus unius Ritus Romani usibus, qui ad invicem iuxta ponuntur”. Infatti, “utraque forma est expressio unicae Ecclesiae legis orandi”.


La Lettera Apostolica Summorum Pontificum ha tre scopi: il primo “Liturgiam Romanam in Antiquiori Usu (...) omnibus largire fidelibus”; il secondo “Usum eiusdem Liturgiae iis re vera certum facere, qui id petunt (...), il terzo “reconciliationi in sinu Ecclesiae favere”.

Proprio questa terza finalità, che deve esser assolutamente preservata, ha indotto il Pontefice a prescrivere che “Christifideles celebrationem secundum formam extraordinariam postulantes, auxilium ne ferant neque nomen dent consociationibus, quae validitatem vel legitimatem Sanctae Missae Sacrificii et Sacramentorum secundum formam ordinaria impugnent, vel Romano Pontifici, Universale Ecclesiae Pastori quoquo modo sit infensae”.

Importante il concetto di “coetus fidelium”: esso è costituito da persone di una determinata parrocchia che “ratione venerationis Liturgiae in Antiquiore Usu, poscentibus ut in ecclesia paroeciali vel in aliquo oratorio vel sacello Antiquior Usu celebretur”; ma può essere costituito anche “a personis ex pluribus paroeciis aut dioecesibus convenientibus et qui una concurrunt ad ecclesiam paroecialem aut oratorium ad finem... assequendum”.

Il documento papale prevede i compiti e i poteri della Pontificia Commissione Ecclesia Dei, in particolare “circa sedulam observantiam et vigilantiam in exsequendas dispositiones in Litteris Apostolicis Summorum Pontificum contentas”. Inoltre, spetta alla “Pontificiae Commissionis Ecclesia Dei (...) curare de edendis libris liturgicis ad formam extraordinariam Ritus Romani pertinentibus”.

Ovvio che una sfida importante per la Chiesa sarà la formazione dei futuri sacerdoti nei seminari “in quibus providebitur ut sacrorum alumni convenienter instituantur, Latinum discendo sermonem et (...) ipsam Ritus Romani formam extraordinariam”.

E’ importante questo punto affinché possa trovare facile esecuzione quanto stabilito subito dopo: “Libri liturgici formae extraordinariae adhibeantur ut prostant. Omnes qui secundum extraordinariam formam Ritus Romani celebrare exoptant, tenentur rubricas relativas scire easque in celebrationibus recte exsequi”.

Come ha rilevato padre Federico Lombardi, direttore della Sala Stampa della Santa Sede, in una nota di sintesi distribuita ai giornalisti “a lettura compiuta, rimane l’impressione di un testo di grande equilibrio, che intende favorire –secondo l’intenzione del Papa- il sereno uso della liturgia precedente alla riforma da parte di sacerdoti e fedeli che ne sentano il sincero desiderio per il loro bene spirituale”.

Queste disposizioni liturgiche di Benedetto XVI intendono andare incontro all’esigenza di interpretare il concilio Vaticano II come evento ecclesiale che, innovando nella liturgia quello che c’è da innovare, non dimentichi di valorizzare la grande Tradizione accumulata in duemila anni di storia.



fonte: http://www.ilconsulentere.it/articolo.php?id=784

La Chiesa punta ancora sul latino




La messa in latino, dice il Vaticano, non è mai stata cancellata dal Concilio Vaticano II


Nei seminari si ritornerà a studiarlo come si faceva un tempo


di Marco Bertoncini

Curiosamente, tre eventi si sono accavallati nei medesimi giorni con riferimenti al latino. L'Università cattolica ha celebrato a Milano un convegno dedicato alla presenza classica, per verificare quale possa essere il senso dello studio delle lingue antiche fuori degli specialisti. La Pontificia commissione Ecclesia Dei ha emanato un'istruzione (per applicare la lettera apostolica Summorum pontificum) nella quale alcuni punti sono dedicati alla conoscenza del latino da parte dei sacerdoti.

Infine, organizzato da un'associazione che si richiama a «Giovani e Tradizione», si è svolto nella capitale un convegno sulla Summorum pontificum, in cui il latino ha avuto non secondaria presenza, fino alla celebrazione, in San Pietro, della messa pontificale in «rito romano antico».

Per capirci, la Summorum pontificum è la lettera apostolica motu proprio data da Benedetto XVI, che ha riconosciuto l'esistenza di due forme del medesimo rito romano: una ordinaria, ed è quella celebrata col messale di Paolo VI, l'altra straordinaria, ed è quella col messale di Giovanni XXIII.
L'istruzione testé emanata dalla S. Sede conferma che il papa procede lungo la strada intrapresa timidamente da Giovanni Paolo II: poiché nessuno ha cancellato la messa riordinata da Pio V e rimasta fino a Giovanni XXIII, è opportuno che essa sia celebrata ovunque ve ne sia richiesta.

Pare che siano soprattutto taluni vescovi a frapporre ostacoli di vario tipo a tali celebrazioni.
A rodersi il fegato è il variegato mondo progressista, che non teme di cadere in contraddizione con sé stesso, con la brama di dissolvimento dell'autorità pontificia che sempre l'anima e con la ricerca di esperimenti sempre nuovi nella liturgia.
Un'ottima sintesi di queste reazioni si legge nell'acido e bavoso commento di Giancarlo Zizola su la Repubblica, contro la chiesa di Ratzinger che sarebbe «liquida, se non babelica» (l'esatto opposto di quel che di solito si lamenta) e ora consentirebbe «procedure tipicamente anarchiste per scompigliare l'ordine gerarchico nelle diocesi e nelle parrocchie».

Veniamo al latino. Nonostante i testi scritti e dispositivi della Chiesa, partendo dalla Veterum sapientia di Giovanni XXIII per passare agli stessi documenti conciliari e postconciliari (diversamente da quanto si potrebbe credere), abbiano sempre circondato la lingua latina di rispetto e culto, obbligandone allo studio, di fatto la conoscenza di quella che è ancora la lingua ufficiale della S. Sede è andata scemando nel campo ecclesiastico.

Quando si diventava sacerdoti passando esclusivamente dagli studi classici, la questione non si poneva. Oggi, però, che ci sono preti che sono ragionieri o geometri o diplomati in un istituto professionale, diventa arduo rimediare ai buchi dell'istruzione. Bene ha fatto, quindi, l'istruzione dell'Ecclesia Dei a ricordare che i sacerdoti che seguano il rito che fu della Chiesa da Pio V a Giovanni XXIII a disporre di una «conoscenza basilare» della lingua latina. Ma soprattutto è lodevole il suo intervento sui seminari, «dove si dovrà provvedere alla formazione conveniente dei futuri sacerdoti con lo studio del latino».

La classe dirigente europea, almeno sino alla prima guerra mondiale, era abbastanza omogenea quanto a conoscenza delle lingue classiche. Il fatto che sul Times apparissero citazioni in alfabeto greco indica come, nell'età vittoriana, il lettore medio fosse capace d'intenderle, e la presenza del latino trova conferma, per esempio, nelle pagine che hanno come protagonista Sherlock Holmes. Progressivamente, dall'insegnamento sono scomparsi, prima il greco, poi il latino. Una botta tremenda, in Italia, è costituita dalla legge n. 910 del 1969, demagogica e populistica, che parificò l'accesso all'istruzione superiore per tutti i diplomati. Oggi la maggioranza dei laureati non è capace di comprendere due parole latine.

Non che all'estero stiano meglio: basti citare l'invito degli organi di giustizia europei agli avvocati affinché non usino espressioni mutuate dal diritto romano, essendo incomprensibili a molti giudici. All'Università cattolica si è, giustamente, ricordato che il latino non è solo la lingua degli antichi romani. E non è solo la lingua della tradizione cristiana, pur se la Chiesa cattolica (le chiese protestanti e anglicane avevano già provveduto da secoli) negli ultimi decenni le ha inferto colpi durissimi. Il latino fu pure la lingua di cultura per l'intero Medioevo, nel Rinascimento e ancora, almeno in parte, nell'età moderna. Diplomazia e scienza si espressero in latino ben oltre i termini temporali della produzione di lettere latine originali. La decadenza del latino (lasciamo stare il greco, lingua che è ancor oggi la base della terminologia medica e latamente scientifica e che ha alimentato la più alta delle letterature) si paga con un impoverimento culturale e anche linguistico.

© Copyright Italia Oggi, 26 maggio 2011

mercoledì 25 maggio 2011

La lotta di Giacobbe: chi si lascia benedire da Dio, rende benedetto il mondo



Nell’Udienza Generale di questa mattina il Papa ha continuato il ciclo di catechesi sulla preghiera, incentrando la sua meditazione sulla figura di Giacobbe, nel Libro della Genesi.




Cari fratelli e sorelle!

oggi vorrei riflettere con voi su un testo del Libro della Genesi che narra un episodio un po’ particolare della storia del Patriarca Giacobbe.

È un brano di non facile interpretazione, ma importante per la nostra vita di fede e di preghiera; si tratta del racconto della lotta con Dio al guado dello Yabboq, del quale abbiamo ascoltato un brano.

Come ricorderete, Giacobbe aveva sottratto al suo gemello Esaù la primogenitura in cambio di un piatto di lenticchie e aveva poi carpito con l’inganno la benedizione del padre Isacco, ormai molto anziano, approfittando della sua cecità. Sfuggito all’ira di Esaù, si era rifugiato presso un parente, Labano; si era sposato, si era arricchito e ora stava tornando nella terra natale, pronto ad affrontare il fratello dopo aver messo in opera alcuni prudenti accorgimenti. Ma quando è tutto pronto per questo incontro, dopo aver fatto attraversare a coloro che erano con lui il guado del torrente che delimitava il territorio di Esaù, Giacobbe, rimasto solo, viene aggredito improvvisamente da uno sconosciuto con il quale lotta per tutta una notte. Proprio questo combattimento corpo a corpo - che troviamo nel capitolo 32 del Libro della Genesi - diventa per lui una singolare esperienza di Dio.

La notte è il tempo favorevole per agire nel nascondimento, il tempo migliore, dunque, per Giacobbe, per entrare nel territorio del fratello senza essere visto e forse con l’illusione di prendere Esaù alla sprovvista.

Ma è invece lui che viene sorpreso da un attacco imprevisto, per il quale non era preparato. Aveva usato la sua astuzia per tentare di sottrarsi a una situazione pericolosa, pensava di riuscire ad avere tutto sotto controllo, e invece si trova ora ad affrontare una lotta misteriosa che lo coglie nella solitudine e senza dargli la possibilità di organizzare una difesa adeguata. Inerme, nella notte, il Patriarca Giacobbe combatte con qualcuno.

Il testo non specifica l’identità dell’aggressore; usa un termine ebraico che indica “un uomo” in modo generico, “uno, qualcuno”; si tratta quindi di una definizione vaga, indeterminata, che volutamente mantiene l’assalitore nel mistero. È buio, Giacobbe non riesce a vedere distintamente il suo contendente e anche per il lettore, per noi, esso rimane ignoto; qualcuno sta opponendosi al Patriarca, è questo l’unico dato certo fornito dal narratore. Solo alla fine, quando la lotta sarà ormai terminata e quel “qualcuno” sarà sparito, solo allora Giacobbe lo nominerà e potrà dire di aver lottato con Dio.

L’episodio si svolge dunque nell’oscurità ed è difficile percepire non solo l’identità dell’assalitore di Giacobbe, ma anche quale sia l’andamento della lotta. Leggendo il brano, risulta difficoltoso stabilire chi dei due contendenti riesca ad avere la meglio; i verbi utilizzati sono spesso senza soggetto esplicito, e le azioni si svolgono in modo quasi contraddittorio, così che quando si pensa che sia uno dei due a prevalere, l’azione successiva subito smentisce e presenta l’altro come vincitore. All’inizio infatti Giacobbe sembra essere il più forte, e l’avversario – dice il testo – «non riusciva a vincerlo» (v. 26); eppure colpisce Giacobbe all’articolazione del femore, provocandone la slogatura. Si dovrebbe allora pensare che Giacobbe debba soccombere, ma invece è l’altro a chiedergli di lasciarlo andare; e il Patriarca rifiuta, ponendo una condizione: «Non ti lascerò, se non mi avrai benedetto» (v. 27). Colui che con l’inganno aveva defraudato il fratello della benedizione del primogenito, ora la pretende dallo sconosciuto, di cui forse comincia a intravedere i connotati divini, ma senza poterlo ancora veramente riconoscere.

Il rivale, che sembrava trattenuto e dunque sconfitto da Giacobbe, invece di piegarsi alla richiesta del Patriarca, gli chiede il nome: “Come ti chiami?”. E il patriarca risponde: “Giacobbe” (v. 28). Qui la lotta subisce una svolta importante. Conoscere il nome di qualcuno, infatti, implica una sorta di potere sulla persona, perché il nome, nella mentalità biblica, contiene la realtà più profonda dell’individuo, ne svela il segreto e il destino.

Conoscere il nome vuol dire allora conoscere la verità dell’altro e questo consente di poterlo dominare. Quando dunque, alla richiesta dello sconosciuto, Giacobbe rivela il proprio nome, si sta mettendo nelle mani del suo oppositore, è una forma di resa, di consegna totale di sé all’altro.

Ma in questo gesto di arrendersi anche Giacobbe paradossalmente risulta vincitore, perché riceve un nome nuovo, insieme al riconoscimento di vittoria da parte dell’avversario, che gli dice: «Non ti chiamerai più Giacobbe, ma Israele, perché hai combattuto con Dio e con gli uomini e hai vinto» (v. 29).

“Giacobbe” era un nome che richiamava l’origine problematica del Patriarca; in ebraico, infatti, ricorda il termine “calcagno”, e rimanda il lettore al momento della nascita di Giacobbe, quando, uscendo dal grembo materno, teneva con la mano il calcagno del fratello gemello (cfr Gen 25,26), quasi prefigurando lo scavalcamento ai danni del fratello che avrebbe consumato in età adulta; ma il nome Giacobbe richiama anche il verbo “ingannare, soppiantare”. Ebbene, ora, nella lotta, il Patriarca rivela al suo oppositore, in un gesto di consegna e di resa, la propria realtà di ingannatore, di soppiantatore; ma l’altro, che è Dio, trasforma questa realtà negativa in positiva: Giacobbe l’ingannatore diventa Israele, gli viene dato un nome nuovo che segna una nuova identità. Ma anche qui, il racconto mantiene la sua voluta duplicità, perché il significato più probabile del nome Israele è “Dio è forte, Dio vince”.

Dunque Giacobbe ha prevalso, ha vinto - è l’avversario stesso ad affermarlo - ma la sua nuova identità, ricevuta dallo stesso avversario, afferma e testimonia la vittoria di Dio. E quando Giacobbe chiederà a sua volta il nome al suo contendente, questi rifiuterà di dirlo, ma si rivelerà in un gesto inequivocabile, donando la benedizione. Quella benedizione che il Patriarca aveva chiesto all’inizio della lotta gli viene ora concessa. E non è la benedizione ghermita con inganno, ma quella gratuitamente donata da Dio, che Giacobbe può ricevere perché ormai solo, senza protezione, senza astuzie e raggiri, si consegna inerme, accetta di arrendersi e confessa la verità su se stesso.

Così, al termine della lotta, ricevuta la benedizione, il Patriarca può finalmente riconoscere l’altro, il Dio della benedizione: «Davvero – disse – ho visto Dio faccia a faccia, eppure la mia vita è rimasta salva» (v. 31), e può ora attraversare il guado, portatore di un nome nuovo ma “vinto” da Dio e segnato per sempre, zoppicante per la ferita ricevuta.

Le spiegazioni che l’esegesi biblica può dare riguardo a questo brano sono molteplici; in particolare, gli studiosi riconoscono in esso intenti e componenti letterari di vario genere, come pure riferimenti a qualche racconto popolare. Ma quando questi elementi vengono assunti dagli autori sacri e inglobati nel racconto biblico, essi cambiano di significato e il testo si apre a dimensioni più ampie. L’episodio della lotta allo Yabboq si offre così al credente come testo paradigmatico in cui il popolo di Israele parla della propria origine e delinea i tratti di una particolare relazione tra Dio e l’uomo. Per questo, come affermato anche nel Catechismo della Chiesa Cattolica, «la tradizione spirituale della Chiesa ha visto in questo racconto il simbolo della preghiera come combattimento della fede e vittoria della perseveranza» (n. 2573). Il testo biblico ci parla della lunga notte della ricerca di Dio, della lotta per conoscerne il nome e vederne il volto; è la notte della preghiera che con tenacia e perseveranza chiede a Dio la benedizione e un nome nuovo, una nuova realtà frutto di conversione e di perdono.

La notte di Giacobbe al guado dello Yabboq diventa così per il credente un punto di riferimento per capire la relazione con Dio che nella preghiera trova la sua massima espressione. La preghiera richiede fiducia, vicinanza, quasi in un corpo a corpo simbolico non con un Dio avversario e nemico, ma con un Signore benedicente che rimane sempre misterioso, che appare irraggiungibile. Per questo l’autore sacro utilizza il simbolo della lotta, che implica forza d’animo, perseveranza, tenacia nel raggiungere ciò che si desidera. E se l’oggetto del desiderio è il rapporto con Dio, la sua benedizione e il suo amore, allora la lotta non potrà che culminare nel dono di se stessi a Dio, nel riconoscere la propria debolezza, che vince proprio quando giunge a consegnarsi nelle mani misericordiose di Dio.

Cari fratelli e sorelle, tutta la nostra vita è come questa lunga notte di lotta e di preghiera, da consumare nel desiderio e nella richiesta di una benedizione di Dio che non può essere strappata o vinta contando sulle nostre forze, ma deve essere ricevuta con umiltà da Lui, come dono gratuito che permette, infine, di riconoscere il volto del Signore.

E quando questo avviene, tutta la nostra realtà cambia, riceviamo un nome nuovo e la benedizione di Dio. Ma ancora di più: Giacobbe, che riceve un nome nuovo, diventa Israele, dà un nome nuovo anche al luogo in cui ha lottato con Dio, lo ha pregato, lo rinomina Penuel, che significa “Volto di Dio”. Con questo nome riconosce quel luogo colmo della presenza del Signore, rende sacra quella terra imprimendovi quasi la memoria di quel misterioso incontro con Dio. Colui che si lascia benedire da Dio, si abbandona a Lui, si lascia trasformare da Lui, rende benedetto il mondo. Che il Signore ci aiuti a combattere la buona battaglia della fede (cfr 1Tm 6,12; 2Tm 4,7) e a chiedere, nella nostra preghiera, la sua benedizione, perché ci rinnovi nell’attesa di vedere il suo Volto. Grazie!

Fonte: Libreria Editrice Vaticana - 25.05.2011

Pensieri sparsi su "Universae Ecclesiae"



Testo preso da: Cantuale Antonianum http://www.cantualeantonianum.com/






Inizio - e a Dio piacendo continuerò a pubblicare - una serie di post che vertono sull'Istruzione vaticana di recente pubblicazione "Universae Ecclesiae", concernente l'applicazione del Motu Proprio "Summorum Pontificum", documento papale che ha liberalizzato la celebrazione della Messa secondo il rito romano vigente nel 1962.
Li chiamo "pensieri sparsi" perchè non seguiranno una scaletta rigorosa, ma saranno il frutto di meditazioni estemporanee sui singoli numeri che più mi colpiscono.


Innanzitutto il num. 2 dell'Istruzione, in latino recita: "Hisce Litteris Motu Proprio datis Summus Pontifex Benedictus XVI legem universalem Ecclesiae tulit ut regulis nostris temporibus aptioribus quoad usum Romanae Liturgiae anno 1962 vigentem provideret".
La versione italiana traduce: Con tale Motu Proprio il Sommo Pontefice Benedetto XVI ha promulgato una legge universale per la Chiesa con l’intento di dare una nuova normativa all’uso della Liturgia Romana in vigore nel 1962.
Faccio però notare che si perde per strada l'attributo di questa presunta "nuova normativa", che in realtà - leggendo il testo originale - si riferisce a regole più adatte ai nostri tempi, non tanto "rinnovare", ma semplicemente "riadattare" ai nostri tempi l'antica liturgia Romana.
Ma questo è l'intento dello stesso Concilio Vaticano II. Sacrosanctum Concilium, n. 62 dice in termini generali: "Cum autem, successu temporum, quaedam in Sacramentorum et Sacramentalium ritus irrepserint, quibus eorum natura et finis nostris temporibus minus eluceant, atque adeo opus sit quaedam in eis ad nostrae aetatis necessitates accommodare, Sacrosanctum Concilium ea quae sequuntur de eorum recognitione decernit.". Già il proemio della Costituzione affermava con chiarezza: "Sacrosanctum Concilium, cum sibi proponat vitam christianam inter fideles in dies augere; eas institutiones quae mutationibus obnoxiae sunt, ad nostrae aetatis necessitates melius accommodare"


E' quindi piuttosto chiaro che nell'Istruzione si intende asserire: "stiamo continuando la riforma liturgica conciliare, sistemando per i nostri tempi quello che si deve sistemare". Non "novità", ma "nuovamente": "non nova, sed noviter".


Il num. 7 dell'Istruzione "Universae Ecclesiae" esplicita il motivo della necessità di dare una nuova legislazione per la Messa antica, dice infatti: "Increscentibus magis magisque in dies fidelibus expostulantibus celebrationem formae extraordinariae", ovvero: "crescendo sempre più di giorno in giorno i fedeli che richiedono la celebrazione della forma extraordinaria", il Papa ha pensato perciò al Motu Proprio, per colmare una lacuna lasciata dai suoi predecessori, i quali avevano solo fornito indulti e indicazioni frammentarie in materia. Summorum Pontificum, invece "costituisce una rilevante espressione del Magistero del Romano Pontefice e del munus a Lui proprio di regolare e ordinare la Sacra Liturgia della Chiesa e manifesta la Sua sollecitudine di Vicario di Cristo e Pastore della Chiesa Universale". Deve essere chiaro a tutti che il Rito Romano, come afferma il Concilio Vaticano II (SC 22), è regolato primariamente dalla Sede Apostolica. I Vescovi sono chiamati a vigilare e a far rispettare la normativa liturgica, ma non sono essi i depositari del munus (cioè il diritto-dovere) di legiferare sulla forma o riforma della liturgia per la Chiesa universale (Cf. anche Codice di Diritto Canonico, c. 838 §1. Regolare la sacra liturgia dipende unicamente dall'autorità della Chiesa: ciò compete propriamente alla Sede Apostolica e, a norma del diritto, al Vescovo diocesano.
§2. È di competenza della Sede Apostolica ordinare la sacra liturgia della Chiesa universale, pubblicare i libri liturgici e autorizzarne le versioni nelle lingue correnti, nonché vigilare perché le norme liturgiche siano osservate fedelmente ovunque. §4. Al Vescovo diocesano nella Chiesa a lui affidata spetta, entro i limiti della sua competenza, dare norme in materia liturgica, alle quali tutti sono tenuti).



Il primo obiettivo della normativa data dal Papa nel Motu Proprio è ribadito dall'Istruzione con limpidezza cristallina, in modo da non poter essere più equivocato da nessuno:
a) Liturgiam Romanam in Antiquiori Usu, prout pretiosum thesaurum servandum, omnibus largire fidelibus;
offrire a tutti i fedeli la Liturgia Romana nell’Usus Antiquior, considerata tesoro prezioso da conservare.
Non a qualche gruppo, non ai nostalgici, non ai maniaci delle cose sorpassate, ma a TUTTI i fedeli è offerto un TESORO prezioso da conservare. Non c'è altro da aggiungere.







La forma Ordinaria e la forma Extra-ordinaria del Rito Romano sono dette, dall'Istruzione "Universae Ecclesiae": "giustapposte", messe fianco a fianco:
Num. 6: "...duae expressiones Liturgiae Romanae exstant, quae respective ordinaria et extraordinaria nuncupantur: agitur nempe de duobus unius Ritus Romani usibus, qui ad invicem iuxta ponuntur".
Non si dà quindi contrapposizione, ma giustapposizione: "L’una e l’altra forma sono espressione della stessa lex orandi della Chiesa. Per il suo uso venerabile e antico, la forma extraordinaria deve essere conservata con il debito onore" (Cf. n. 6).
Il prof. Andrea Grillo così si è espresso: "Il parallelismo ufficiale di due diverse forme del medesimo rito - di cui la più recente è sorta per emendare e superare le distorsioni e le lacune della precedente - non ti pare che di fatto relativizzi e metta come "sotto embargo" la condivisione universale della scelta della "riforma liturgica"?". E arriva perfino a scagliarsi conto il Motu Proprio "Summorum Pontificum", con parole che non esito a definire "temerarie", perchè rivolte ad un atto del magistero ordinario del Papa, e dice: "attraverso i provvedimenti che dal 2007 sono stati adottati in questo ambito, venga introdotta nel corpo ecclesiale una tensione sempre maggiore tra due forme di esperienza del rito che, come tali, non sono affatto compatibili, ma rispondono a diversi paradigmi ecclesiali, affettivi e testimoniali".
Grillo vede solo "contrapposizione", e non condivide affatto i presupposti di Benedetto XVI, il quale cerca la "pace liturgica", offrendo libertà e pluralismo nel recupero della tradizione celebrativa della Chiesa romana.
A Grillo pare una "mostruosità" che esistano due "Ordines Missae" per una stessa Chiesa "rituale". Ma da sempre nella Chiesa latina esistono riti diversi, anche molto diversi, tra loro: il romano, l'ambrosiano, il bracarense, il mozarabico, il rito domenicano e carmelitano.... Calendari parzialmente diversi, santorali molto diversi, ordinario della messa con variazioni di grande rilievo: eppure convivevano e convivono pacificamente.

Guardiamo in casa d'altri. Probabilmente non vale per noi, ma non possiamo esimerci dal costatare che la liturgia bizantina offre da sempre una forte duplicità rituale, attraverso le liturgie di San Giovanni Crisostomo (ordinaria, nel senso che è celebrata più spesso) e quella di San Basilio Magno (straordinaria, solo perchè più rara) - alle quali, per la verità, si dovrebbe anche aggiungere la rarissima Liturgia di San Giacomo (da cui le precedenti derivano). Certo non sono "fasi evolutive" dello stesso rito, eppure sono liturgie diverse, pur dello stesso ceppo, e convivono pacificamente.
Ma che dire, invece, dei nostri "fratelli" anglicani e luterani. La Chiesa d'Inghilterra ha avuto anche lei, dopo la nostra, una riforma liturgica dell'"Ordo Missae", con il risultato di aver ora "giustapposti" nel suo libro liturgico per la Holy Communion due "Orders": quello nuovo, con un linguaggio moderno, con varie preghiere eucaristiche, in tutto simile alla messa romana di Paolo VI, e quello "antico", cioè del Book of Common prayer, con il suo linguaggio seicentesco e la sua struttura "anglicanamente" tradizionale.
Lo stesso dicasi per i Luterani. Hanno un rito "nuovo", ma non per questo hanno ripudiato la Deutsche Messe che rimonta al loro stesso capostipite riformatore: Martin Lutero (il quale, prima della versione in tedesco, aveva riformato la "santa cena" in lingua latina!).


Possiamo perciò dire che, buoni ultimi, siamo arrivati anche noi cattolici d'Occidente a cogliere nella pluralità dei testi per la celebrazione eucaristica, una occasione per osservare il mistero inesauribile da più punti di vista. Quelli più "moderni", che ci aprono ad una visione discendente della liturgica, e quelli più antichi, che conservano il senso "ascendente" del sacrificio conviviale. Tenendoli insieme abbiamo un arricchimento. Chi vede contrapposizione e parla di "rito non più vigente" che sarebbe stato rianimato, purtroppo, non riesce a cogliere che: "Non c’è nessuna contraddizione tra l’una e l’altra edizione del Messale Romano. Nella storia della liturgia c’è crescita e progresso, ma nessuna rottura. Ciò che per le generazioni anteriori era sacro, anche per noi resta sacro e grande, e non può essere improvvisamente del tutto proibito o, addirittura, giudicato dannoso". Queste righe del "Summorum Pontificum" di Papa Benedetto sono la bussola che deve guidare la riflessione e l'approccio al Messale del 1962.
Il rito "tridentino" non è obbligatorio, ma non per questo non è "vigente", visto che la Suprema Autorità della Chiesa così ha stabilito, ricollocandolo come "forma extra-ordinaria" accanto alla vigente forma ordinaria.