domenica 26 gennaio 2025

La vera felicità e la vera pace sono solo in una coscienza pura






Corrado Gnerre, 26 Gennaio 2025

Dove sono la vera felicità e la vera pace? Nell’avere una coscienza pura. La vera felicità e la vera pace non sono nell’assecondare gli altri, né nel temere il giudizio degli uomini. Qui non c’è né felicità né pace, ma solo triste e inquieta codardia.

Scrive l’Imitazione di Cristo al Capitolo Sesto: 

“Gloria dell’uomo retto è la testimonianza della buona coscienza. Cerca di avere una coscienza pura e sarai sempre lieto. Una coscienza pura aiuta molto a sopportare tante cose ed è piena di letizia in mezzo alle avversità. 

La cattiva coscienza, invece, è sempre timorosa ed inquieta. Dolce sarà il tuo riposo, se il tuo cuore non ti rimorderà di nulla. (…). 

I cattivi non hanno mai la vera gioia e non assaporano la pace dell’anima, perché “non c’è pace per gli empi” (isaia 48,22), dice il Signore. 

E se essi diranno: ‘Noi siamo in pace, non c’incoglieranno disgrazie; e chi oserà farci del male?’, tu non credere, perché si leverà improvvisa la collera di Dio e le loro opere saranno annientate, ed i loro piani saranno dispersi. (…). 

La gloria dei giusti sta nella loro coscienza, e non sulla bocca degli uomini. La letizia dei giusti viene da Dio ed è in Dio, ed il loro gaudio viene dalla verità. (…). 

Possiede grande serenità di spirito chi non bada né a lodi né a biasimi. Tu non sei più santo se sei lodato, né più peccatore se sei disapprovato. (…). 

Se fai bene attenzione a ciò che tu sei dentro di te, non ti curerai di quello che possono dire di te gli uomini. (…). 

Non volere conforti da alcuna creatura è segno di grande purezza e d’intima confidenza in Dio. (…). 

Procedere interiormente con Dio, e non essere trattenuto da alcuna affezione terrena: questo è lo stato d’animo dell’uomo spirituale”.







Perché possibili verità presenti in false religioni… non le rendono vere?





Corrado Gnerre, 26 Gennaio 2025

Iniziamo col dire che mentre esiste la verità assoluta, non esiste un male assoluto. Se esistesse un male assoluto, il male sarebbe come il bene e quindi si cadrebbe, da un punto di vista religioso, in una sorta di antico manicheismo. Anzi, la pericolosità del male sta proprio nel fatto che può nascondere anche del bene, e che questo bene non trasforma il male in bene, anzi lo rende più pericoloso, perché più ingannevole.

Facciamo un semplicissimo esempio per capirci. Dinanzi a noi vi è un bicchiere pieno di veleno. Se lo beviamo, c’ammazza. Poi accade che chi ce lo ha offerto vi versa dieci gocce di acqua pura di sorgente e ci dice: “Adesso puoi bere, non è più pericoloso”. Un’affermazione del genere convincerebbe gli stupidi, non gli intelligenti. 

Le dieci gocce di acqua pura non annullano il veleno: il veleno rimane veleno e, se bevuto, ammazza ugualmente. E in più le gocce di acqua pura, non più distinguibili, diventano esse stesse veleno. Il Padre Garrigou-Lagrange scrisse: “In una dottrina globalmente falsa la verità non è l’anima della dottrina, ma la schiava dell’errore”.





venerdì 24 gennaio 2025

Fast food in chiesa, il vescovo dà l'ok usando Gesù a modo suo




Il vescovo di Vicenza dà l'ok all'hamburgeria in chiesa strumentalizzando quel che Gesù avrebbe fatto. Così ignora non solo il diritto canonico, ma anche il Vangelo che sulle profanazioni delle chiese è chiaro, come dimostra la cacciata dei mercanti dal tempio. Il fast food in chiesa si farà, ma ai giovani si riempirà la pancia, non la vita.


Vicenza

Ecclesia 


Andrea Zambrano, 24-01-2025

Secondo il vescovo di Vicenza, monsignor Giuliano Brugnotto, Gesù in persona darebbe il suo via libera all’hamburgheria in chiesa perché lui «era stato etichettato come un mangione e un beone». È questa la sconcertante presa di posizione del pastore vicentino dopo le polemiche sollevate dal nostro articolo sull’hamburgheria in chiesa organizzata dalla parrocchia di San Pietro a Trissino in occasione della festa di San Giovanni Bosco il 31 gennaio prossimo.

Dopo l’articolo della Bussola, il vescovo è intervenuto a margine di una conferenza stampa e alla domanda del giornalista del Corriere della Sera, ha dato una risposta che fuga ogni dubbio: l’iniziativa del parroco don Domenico Pegoraro ha la benedizione del vescovo che per l’occasione si impegna persino ipotizzando quello che Gesù avrebbe potuto dire a favore.

Ecco la risposta di Brugnotto: «Comprendo che ci possa essere una certa reazione da chi pensa che il sacro non debba essere toccato per definizione – ha detto -. Riconducendomi a ciò che dice il Vangelo, dal punto di vista ecclesiale ritengo importante coinvolgere e porre attenzione a tutti, e tra questi non sono esclusi i giovani, al contrario, una delle categorie che fa sicuramente parte delle odierne fragilità, per cui credo sia doveroso dare loro spazio, con le dovute attenzioni, anche nei luoghi sacri. Gesù è stato etichettato con un mangione e un beone, ma se oggi fosse qui oggi, credo accoglierebbe e approverebbe iniziative come questa».

Dicevamo sconcertante e non solo perché, di fatto, Brugnotto ha avvallato ciò che la legge della Chiesa proibisce severamente, cioè una cena in un luogo di culto, ma perché per giustificare il suo sì, stiracchia Gesù Cristo come se fosse un oracolo al quale rivolgersi per avere una risposta circa un quesito scottante.

Senza dimenticare che, dicendo «se Gesù fosse qui oggi», il prelato ha offerto una preoccupante e personalissima versione della presenza/assenza del Cristo «ieri, oggi e per sempre». Il fatto è che un vescovo non è chiamato a dire secondo lui cosa avrebbe fatto o detto Gesù di fronte ad un qualunque fatto, ma cosa di fatto il Signore, tramite la sua Chiesa, dice e fa oggi.

Tanto più che il problema non è di chi «pensa che il sacro non dovrebbe essere toccato» perché a dirlo è la Chiesa stessa, non certo i poveri fedeli che ora stanno pensando a qualche azione per protestare ancora più vibratamente. In quanto a Gesù, semmai, si troverebbe più a suo agio a mangiare in un Mc Donalds, piuttosto che in quella che è la sua casa.

E qui la faccenda si complica perché la Chiesa non ha mai ammesso che per attirare i giovani in chiesa (termine discutibile per una proposta di fede, ma questo è il fine promosso dagli organizzatori della parrocchia) li si debba invogliare andando ad occupare quei luoghi che per loro stessa definizione sono destinati al culto, come se una parrocchia non fosse dotata sufficientemente di sale e saloni dove svolgere qualunque attività mangereccia che la Chiesa non ha mai disdegnato come luogo di condivisione e comunione. Qua la volontà sembra proprio quella di sovvertire la natura di chiesa come luogo di culto per consegnarci un luogo multiuso e polivalente, buono per tutte le attività umane perché la preghiera non può avere la priorità su tutto.

Il canone 1210 a tal proposito è molto chiaro: «Nel luogo sacro sia consentito solo quanto serve all'esercizio e alla promozione del culto, della pietà, della religione, e vietata qualunque cosa sia aliena dalla santità del luogo».

Dunque, quella che andrà in scena il 31 gennaio sarà una profanazione bella e buona, con buona pace del vescovo, il quale si appellerà volentieri al comma successivo che recita: «L'Ordinario, però, per modo d'atto può permettere altri usi, purché non contrari alla santità del luogo». Ora, volendo fare chiarezza, per “modo d’atto” significa con un atto valido solo per quella situazione, ma si tratta di una circostanza, appunto, straordinaria e di necessità. Infatti, a fare fede è quel “purché non contrari alla santità del luogo”, che non vuol dire purché non siano atti peccaminosi, ma si riferisce unicamente alla destinazione al culto.

Infatti, per fare un esempio, basta leggere con attenzione quanto la Cei nel 1989 scriveva per disciplinare i concerti di musica sacra nelle chiese per comprendere quanto prudenza, necessità e rispetto del luogo debbano essere criteri fondamentali per discernere ogni cosa. Non proprio quello che rappresenta una cena a base di hamburger (di venerdì poi, ma non stiamo a sottilizzare) dove, come da manifesto, ci saranno musica e divertimento.

Tanto più che, a voler stare al gioco del vescovo, per la verità Gesù l’unica volta che ci ha detto come non si deve occupare una chiesa l’ha fatto una volta per tutte rovesciando i tavoli dei cambiavalute e dei venditori di colombre e non è finita bene, per loro, chiamando il tempio sacro "la mia casa, casa di preghiera per tutte le genti" e non fast food temporaneo per mancanza di fantasia.

In conclusione, prendiamo atto che l’iniziativa di Trissino in quel di Vicenza è benedetta dal vescovo, il quale però si arroga un potere che in realtà non potrebbe esercitare perché contraddice proprio quella che è la mens della Chiesa.

In quanto ai giovani distanti dalla chiesa e dalla Chiesa, lo capiscono anche loro che non sarà un’hamburgheria che potrà avvicinarli a Dio perché non è questo che i giovani chiedono alla Chiesa. Ma per certi pastori il “piano dell’offerta formativa” sembra essere imperniato unicamente ormai sul “come” e non sul “cosa”.

A questo proposito, giova ricordare le parole pronunciate non più tardi di lunedì scorso dal Cardinal Robert Sarah, ospite della Bussola, il quale, volendo andare alla radice della crisi odierna di fede e di evangelizzazione, ha puntato il dito contro la mancanza di adorazione: «La perdita del valore religioso dell'inginocchiarsi e del senso dell’adorazione di Dio – ha detto - è la fonte di tutti gli incendi e le crisi che stanno scuotendo il mondo e la Chiesa, dell’inquietudine e dell’insoddisfazione che vediamo nella nostra società. Abbiamo bisogno di adoratori! Il mondo sta morendo perché manca di adoratori! La Chiesa è inaridita dalla mancanza di adoratori».

Arrivati a questo punto scegliete pure il panino, con o senza semi di sesamo e decidete se guarnire il vostro hamburger con salsa BBQ o crispy, ma non si potrà nascondere il fatto che la Chiesa è stata usata per una squallida operazione di ruffianeria giovanilista che avrà come unico effetto quello di allontanare sempre di più i giovani. Sempre più desiderosi di riempirsi la vita e non solo la pancia. Sempre più increduli che la proposta cristiana sia tutta qui.




giovedì 23 gennaio 2025

All’inizio dell’era Trump





Notizie

Nota della Redazione dell’Osservatorio

Di Osservatorio Card. Van Thuan, 23 Gen 2025

Anche il nostro Osservatorio desidera esprimere qualche valutazione dopo il giuramento del nuovo Presidente degli Stati Uniti d’America, Donald Trump, avvenuto il 20 gennaio scorso. Lo facciamo tenendo presente le esigenze complessive dalla Dottrina sociale della Chiesa, alla quale l’Osservatorio è dedicato, e il realismo cristiano secondo il quale la salvezza, anche per le realtà terrene, viene solo da Nostro Signore Gesù Cristo e ogni evento della storia umana è gravato dal peccato. Ciò non impedisce di valutare anche nettamente gli eventi, ma con ragionevole prudenza, senza entusiasmi impropri e attenti alle necessarie verifiche lungo il tempo.

Durante il periodo della competizione elettorale tra Donald Trump e Kamala Harris, in varie parti degli Stati Uniti e non solo, molte comunità cristiane si erano raccolte in preghiera. La vittoria della candidata del Partito democratico era percepita come una grave calamità, una disgrazia che meritava la richiesta impetrante a Dio affinché ne fossimo esentati e liberati. Era questo un segno eloquente della percezione della posta in gioco. Mai una competizione elettorale aveva assunto un simile significato: la consapevolezza della insopportabilità non di qualcuno in particolare ma di un organico sistema di potere. 

Certamente questa profonda insofferenza riguardava anche le singole persone che erano al vertice di quel sistema o che, pur non essendone il motore principale, comunque lo rappresentavano, come il Presidente uscente Joe Biden e la vicepresidente e candidata Kamala Harris, ma la questione aveva superato i limiti delle tradizionali competizioni elettorali e in gioco c’era la scelta tra perpetrare un sistema di principi e di valori da incubo o aprire qualche porta veramente alternativa per uscirne. Molti commentatori affermano che negli Stati Uniti i criteri di voto sono molto pragmatici e scarsamente ideali. Questa volta il popolo americano ha invece espresso un desiderio di liberazione da una democrazia totalitaria e nichilista, pronunciandosi proprio sul terreno dei principi e dei valori.

La democrazia liberal americana da Clinton in poi, attraverso Obama e Biden, è stata totalitaria. Aveva costruito un vasto sistema di potere collegando insieme gli apparati governativi, le agenzie di sicurezza, i centri di potere nella società civile, la grande comunicazione, i nuovi padroni del web, le università, le agenzie internazionali e anche l’Unione Europea. Poco o nulla riusciva a sfuggire al controllo generalizzato da parte di questo enorme Stato profondo. Uno dei momenti culminanti di applicazione di questo controllo generalizzato è stato il biennio Covid, durante il quale si è voluto creare un totalitarismo sanitario, la menzogna è stata istituzionalizzata, il legame strumentale con gli organismi internazionali deviati come l’OMS è stato rafforzato, ai grandi social è stata imposta la censura.

Questo apparato leviatanico opprimente non aveva solo scopi di dominio materiale ma intendeva imporre il “credo” del nichilismo autodistruttivo dei nuovi diritti, o credo woke, con la eliminazione di qualsiasi significato che preceda l’atto ritenuto assoluto della volontà individuale, che avrebbe dovuto agire come partendo da zero. Emblemi evidenti di questo credo sono stati il Presidente Biden e la sua vice Harris. Quest’ultima si era messa in luce come avvocato difensore della Planned Parenthood, l’agenzia degli aborti fino alla nascita e del commercio degli spezzoni dei feti abortiti, una volta candidata ha poi scelto come vicepresidente il governatore del Minnesota Tim Walz, un estremista dell’aborto e dei nuovi diritti, evitando così di moderare le proprie posizioni ma insistendo nel presentare la competizione come uno scontro tra due sistemi di valori. Una sfida a tutto campo il cui messaggio è stato ricevuto anche dagli elettori.

Due dei campi privilegiati della nuova ideologia antinaturale e antireligiosa dei liberal americani sono stati quelli universitario e dello spettacolo. In tutte le università di ambedue le coste, con la scusa dell’inclusione e la cosiddetta ricchezza delle diversità, si è imposta una omologazione linguistica e culturale, con il divieto di adoperare parole che avrebbero potuto essere intese come esprimenti una qualche identità. La cultura woke saliva in cattedra, attuando espulsioni di docenti e sanzioni e minacce a studenti. La negazione forzata delle identità esprimeva una nuova identità, quella di non avere identità. 

L’ideologia si sostituiva al sapere, alla scienza e alla cultura. L’artificio prendeva il posto della realtà. Ciò spiega anche il notevole numero di scienziati e di centri culturali che hanno accolto l’ideologia irrealistica del gender o del cambiamento climatico a base antropica. L’adesione al politicamente corretto – o “assurdamente corretto” – provocava grandi danni, materiali e spirituali, soprattutto attraverso la mitologia green. L’altro campo era quello dello spettacolo. In campagna elettorale tutti i grandi nomi del sistema si sono schierati da una sola parte, con qualche piccola eccezione.

La democrazia totalitaria liberal ha coinvolto anche parte della Chiesa cattolica americana sui temi della comunione ai politici sostenitori dell’aborto, del riconoscimento delle coppie omosessuali, dell’adozione di minori da parte loro, dell’accoglienza degli immigrati anche irregolari. Anche al di fuori degli Stati Uniti, la Chiesa cattolica ha espresso in varie occasioni la propria adesione ai programmi globalisti di tipo ideologico: dall’ecologismo green al dispotismo sanitario, dalla società vista come una marmellata multireligiosa e multietnica al sostegno alle punte più sfrenate della secolarizzazione.

Con le elezioni politiche che hanno portato Trump alla Casa Bianca la complessa impalcatura di questo sistema è stata sfiduciata. Pur con un eccesso di messianismo retorico legato al MAGA (Make America Great Again), e tenendo conto che il mondo che ora applaude rincuorato è molto differenziato al proprio interno, si può dire che ciò apre qualche porta e qualche finestra per dei cambiamenti reali e quanti si fanno guidare dalla Dottrina sociale della Chiesa possono sperare in un’aria più respirabile, in un allentamento progressivo delle tenaglie del sistema, in una espansione dei cambiamenti in altri luoghi del mondo e specialmente in Europa. Possono sperare che il quadro riacquisti qualche elemento di “buon senso”, come ha detto anche Trump nel suo primo discorso da Presidente.

Con l’ideologia impazzita ogni causa è perduta, con le intenzioni di buon senso si può pensare di trovare delle intese sul bene comune. Dal primo discorso del Presidente Trump e dai primi suoi interventi esecutivi si apprende che il cambiamento di rotta sta già avvenendo e questo sembra aprire nuovi spazi di manovra anche ai principi della Dottrina sociale della Chiesa sulla vita e la famiglia, sull’etica del potere politico e sulla responsabilità morale delle azioni dei cittadini, su un indebolimento del globalismo opprimente, sulla fiducia nelle nazioni e nei popoli più che sugli apparati e le corporazioni, sulla libertà nella verità per ogni persona umana … ed anche su un possibile ritorno a Dio nella vita pubblica.

Sulle tematiche globali che vengono ora al pettine, il nostro Osservatorio si è pronunciato nei suoi ultimi Rapporti annuali:

2024: Finis Europae. Un epitaffio per il vecchio continente?

2023: Un Deep State planetario: la politica manovrata dall’ombra

2022: Proprietà privata e libertà. Contro lo sharing globalista

2021: Il modello cinese: capital-socialismo del controllo sociale

2020: Ambientalismo e globalismo: nuove ideologie politiche

(Foto: Wikipedia Di Daniel Torok – Official 2025 Inauguration Invite and http://www.whitehouse.gov)




mercoledì 22 gennaio 2025

Il 22 gennaio 1904 muore la beata Laura Vicuna…quando i bambini sono più “uomini” ed eroi degli adulti




 21 Gennaio 2025


da iltimone.org

Laura del Carmen Vicuña, questo il suo nome completo, nacque nella capitale cilena, Santiago, il 5 aprile 1891, primogenita di José Domingo e di Mercedes Pino. La città era attraversata da tensioni politiche e militari ed a causa di ciò fu necessario attendere quasi due mesi per procedere alla celebrazione del suo battesimo, che ebbe luogo il 24 maggio successivo. Tra gli antenati di Laura figuravano parecchi personaggi illustri e per tal motivo la rivoluzione imperante si scagliò anche sulla famiglia di Laura. Il padre fu forzatamente costretto all’esilio e dovette trasferirsi verso sud, alla frontiera con l’Argentina sulle Ande. L’intera famiglia traslocò dunque a Temuco. La famiglia si ritrovò repentinamente in una triste situazione di precarietà a seguito della morte del padre avvenuta nel 1893. Alcuni mesi dopo, l’anno successivo, nacque una seconda bambina, Giulia Amanda. La madre si ritrovò così sola con due figlie a dover vincere la fame e la disperazione.

Nel 1899 il residuo nucleo familiare si trasferì nella vicina regione argentina del Neuquén. La madre poté così trovare lavoro nella tenuta agricola di Manuel Mora, uno dei tanti colonizzatori che avevano intrapreso lo sfruttamento dei terreni incolti della Patagonia. In seguito a pressioni subite dal datore di lavoro, ne divenne la compagna. Ciò conseguentemente influì purtroppo negativamente sull’educazione delle due bambine. Laura, seppur ancora piccola, si rese conto della precarietà e dell’irregolarità dal punto di vista religioso della mamma, che in tal modo non poteva essere ammessa ai sacramenti.

Nonostante ciò la mamma non abbandonò mai completamente le figlie e tentò nei limiti del possibile di educarle anche religiosamente. Al fine di assicurare loro un’istruzione adeguata e continua, le affidò nel gennaio 1900 ad un piccolo collegio missionario tenuto dalle Figlie di Maria Ausiliatrice, situato a Junin de los Andes ai confini con il Cile, patria natia di Laura. Di quest’ultima, nel consegnarla alla superiora, la madre assicurò: “Non mi ha mai dato dispiaceri. Fin dall’infanzia è stata sempre obbediente e sottomessa”.

Repentinamente catapultata in questo nuovo ambiente, Laura si trovò comunque subito a proprio agio. Il suo animo fu tempestivamente conquistato dalle verità evangeliche infusele mediante la catechesi e ciò la portò a rendersi maggiormente conto della contrarietà della situazione di convivenza della madre rispetto alla legge divina. Il 2 giugno 1901 potè ricevere la prima Comunione, ma in tal giorno divenne ancor più profonda la sua sofferenza nel vedere la mamma non accostarsi ai sacramenti. Non potè dunque astenersi dal pregare intensamente per la pacifica conclusione di tale relazione. Purtroppo la sua speranza non ebbe compimento, ma ciò non toglie che questa esperienza fu decisiva nel provocare una grande svolta nella sua vita, che fu così descritta: “Notammo in lei da quel giorno un vero e solido progresso”.

Il giorno della prima Comunione scrisse alcuni propositi, molto simili a quelli del santo allievo di don Bosco, Domenico Savio: “O mio Dio, voglio amarti e servirti per tutta la vita; perciò ti dono la mia anima, il mio cuore, tutto il mio essere. Voglio morire piuttosto che offenderti col peccato; perciò intendo mortificarmi in tutto ciò che mi allontanerebbe da te. Propongo di fare quanto so e posso perché tu sia conosciuto e amato, e per riparare le offese che ricevi ogni giorno dagli uomini, specialmente dalle persone della mia famiglia. Mio Dio, dammi una vita di amore, di mortificazione, di sacrificio”.

Con questi propositi Laura si abbandonò totalmente al Signore pur di ottenere la conversione di sua madre e le Figlie di Maria Ausiliatrice non tardarono a comprendere di trovarsi dinnanzi ad una bambina eccezionale.

Sin dal suo primo anno di permanenza nel collegio si distinse per la volenterosa applicazione nello studio e per l’intensità della sua vita interiore. Dall’8 dicembre 1900 si iscrisse alla Pia Unione delle Figlie di Maria.

Nel secondo anno le sorelle Vicuña furono mandate in vacanza dalla madre, ma Laura restò negativamente scossa dall’impatto con il suo convivente. Era sofferente fin nel più profondo della sua intimità, ma ciò non traspariva se non nei momenti di maggiore amarezza. Una di queste occasioni fu per esempio la mancata partecipazione della mamma alla missione popolare che fu predicata a Junin de los Andes. L’anno successivo le due sorelle raggiunsero nuovamente la mamma a Quilquihué nel periodo delle vacanze. Mora esternò un eccessivo interesse nei confronti di Laura, la quale se ne accorse prontamente e si cinse come di una corazza di ferro per combatterne i malvagi propositi. Questi reagì crudelmente e si vendicò rifiutandosi di pagare la retta del collegio. Mossa da pietà e comprensione la direttrice accolse ugualmente le due bambine.

Il 29 marzo 1902 le due sorelline ricevettero la cresima, presente la madre che però perseverò nell’astensione dai sacramenti. In tale occasione Laura fece richiesta di poter essere ammessa tra le postulanti delle Figlie di Maria Ausiliatrice, ma ottenne una risposta negativa a causa della situazione familiare. Dovette dunque rassegnarsi, senza però desistere dal suo intento.

Il mese successivo, infatti, emise privatamente i voti di castità, povertà ed obbedienza, consacrandosi così a Gesù ed offrendogli la propria vita. Verso fine anno iniziò a manifestarsi in Laura un leggero deperimento fisico.

Trascorse l’intero anno successivo rinchiusa nel collegio e nel settembre 1903 non riuscì neppure a prendere parte agli esercizi spirituali, tanto era diventata cagionevole la sua salute. Tentò un cambiamento climatico, tornando dalla madre, ma ciò non si rivelò alquanto salutare. Allora tornò a Junin e vi si trasferì anche la madre, alloggiando però privatamente.

Nel gennaio 1904 giunse in visita il Mora, con il proposito di trascorrere la notte nella medesima abitazione. “Se egli si ferma qui, io me ne vado in collegio dalle suore” minacciò Laura scandalizzata, e così dovette fare seppur stravolta dal male. Mora la inseguì e, raggiuntala, la percosse violentemente lasciandola traumatizzata. Giunta poi in collegio si confessò dal suo direttore spirituale, rinnovando l’offerta della propria vita per la conversione della madre.

Il 22 gennaio ricevette il Viatico e quella sera fece chiamare la madre per trasmetterle il suo grande sogno: “Mamma, io muoio! Io stessa l’ho chiesto a Gesù. Sono quasi due anni che gli ho offerto la vita per te, per ottenere la grazia del tuo ritorno alla fede. Mamma, prima della morte non avrò la gioia di vederti pentita?”. Questa le promise allora di cambiare completamente vita. Laura potè allora spirare serenamente dopo aver pronunciato queste ultime gioiose parole: “Grazie, Gesù! Grazie, Maria! Ora muoio contenta!”

In occasione del funerale la mamma tornò ad accostarsi ai sacramenti della Riconciliazione e dell’Eucaristia.

La tomba di Laura è collocata nella cappella del Collegio Maria Ausiliatrice di Bahia Blanca, in Argentina, dove è metà di pellegrinaggi in particolare per le popolazioni cilena ed argentina.

Venerata fin dalla sua morte, l’apertura della sua causa di canonizzazione avvenne solo il 19 settembre 1955, portando al riconoscimento delle virtù eroiche ed al conferimento del titolo di “venerabile” il 5 giugno 1986.

A seguito del riconoscimento ufficiale di un miracolo avvenuto per sua intercessione, Laura del Carmen Vicuña, poema di candore, di amore filiale e di sacrificio, fu beatificata dal Sommo Pontefice Giovanni Paolo II il 3 settembre 1988 sul Colle delle beatitudini giovanili, presso Castelnuovo Don Bosco. Il nuovo Martyrologium Romanum la commemora dunque il giorno della sua morte, nel quale è fissata anche la sua memoria liturgica per la Famiglia Salesiana.

Con il riconoscimento di un ulteriore miracolo, verificatosi dopo la beatificazione, Laura potrà essere la più giovane santa non martire della storia della Chiesa.






Il card. Sarah: «Un progetto diabolico contro la Messa in latino»


 

Il progetto di cancellare la Messa tridentina è «un insulto alla storia della Chiesa». Già Benedetto XVI ricordava che «il Concilio Vaticano I non ha per nulla definito il Papa come monarca assoluto». No all’indifferentismo: «Chi, al di fuori dei confini visibili del cristianesimo, giunge alla salvezza, vi giunge sempre e solo per i meriti di Cristo sulla Croce e non senza una certa mediazione della Chiesa». Le parole del card. Robert Sarah alla presentazione, organizzata dalla Bussola, del suo libro Dio esiste?


L’evento della Bussola

Ecclesia 


Lunedì 20 gennaio si è svolta a Milano, al Teatro Guanella, la presentazione dell’ultimo libro del cardinale Robert Sarah, Dio esiste? Il grido dell'uomo che chiede salvezza (Cantagalli), in cui il prefetto emerito della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti risponde a una serie di domande sull’esistenza e la presenza di Dio nella nostra vita.

A organizzare l’evento La Nuova Bussola Quotidiana e La Bussola Mensile. Pubblichiamo di seguito ampi stralci della lectio tenuta nell’occasione da Sarah (clicca qui per leggere l'intervento integrale)

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Robert Sarah*, 22-01-2025

La preghiera è uno sguardo silenzioso, contemplativo, amoroso portato verso Dio. La preghiera è guardare a Dio e lasciarci guardare da Dio. Così ci insegna il contadino di Ars. Il Curato d’Ars, stupito di vederlo regolarmente ed ogni giorno in ginocchio ed in silenzio davanti al Santissimo, gli chiede: «Amico mio, cosa stai facendo qui?». Ed egli rispose: «Je l’avise et il m’avise (Lo guardo ed Egli mi guarda)!».

L’allora cardinal Ratzinger, nell’omelia della Missa pro eligendo Romano Pontifice, ha detto: «Avere una fede chiara, secondo il Credo della Chiesa, viene spesso etichettato come fondamentalismo. Mentre il relativismo, cioè il lasciarsi portare "qua e là da qualsiasi vento di dottrina", appare come l’unico atteggiamento all’altezza dei tempi odierni. Si va costituendo una dittatura del relativismo che non riconosce nulla come definitivo e che lascia come ultima misura solo il proprio io e le sue voglie. Noi, invece, abbiamo un’altra misura: il Figlio di Dio, il vero uomo. È lui la misura del vero umanesimo. ‘Adulta’ non è una fede che segue le onde della moda e l’ultima novità; adulta e matura è una fede profondamente radicata nell’amicizia con Cristo». Che drammatica attualità questo testo del cardinale Joseph Ratzinger!

Il compito più urgente è recuperare il senso dell’adorazione e della prostrazione con fede e stupore davanti al mistero di Dio! Come i Magi che «prostratisi Lo adorarono». La perdita del valore religioso dell'inginocchiarsi e del senso dell’adorazione di Dio è la fonte di tutti gli incendi e le crisi che stanno scuotendo il mondo e la Chiesa, dell’inquietudine e dell’insoddisfazione che vediamo nella nostra società. Abbiamo bisogno di adoratori! Il mondo sta morendo perché manca di adoratori! La Chiesa è inaridita dalla mancanza di adoratori. Questo è il primo e privilegiato luogo di dialogo con Dio: il Tabernacolo, la Sua presenza in mezzo a noi.

Per lo stesso motivo la Santa Messa è come un necessario e vitale appuntamento con Cristo. L’Eucaristia è sorgente della missione della Chiesa; le celebrazioni sacre e belle per la gloria di Dio e la santificazione del popolo, sono fondamentali per favorire la confidenza con Lui, quella intimità divina a cui anela la nostra esistenza. Anche per questo la Santa Messa, celebrata nelle lingue nazionali, non deve mai smarrire il senso del sacro e mai tradire la parola del Signore Gesù. La Santa Messa non è un'assemblea sociale per celebrare noi stessi e le nostre opere, non è una esibizione culturale, ma la memoria della morte e della risurrezione del Signore che, da secoli, la Chiesa ha sempre celebrato. (…)

Noi siamo immensamente più benedetti del profeta Isaia: lui implorava che Dio squarciasse i cieli e scendesse (cfr. Is 63,19), noi lo contempliamo in mezzo a noi. Il re Davide si domandava da dove attendersi l’aiuto (cfr. Sal 121), noi sappiamo che il nostro aiuto è nel Signore Gesù. L’intera tradizione della Chiesa insegna che Gesù di Nazareth, Signore e Cristo, è l’unico salvatore dell’uomo, e che in nessun altro c’è salvezza. Chi, al di fuori dei confini visibili del cristianesimo, giunge alla salvezza, vi giunge sempre e solo per i meriti di Cristo sulla Croce e non senza una certa mediazione della Chiesa.

Queste verità centrali della fede cristiana sono state recentemente ribadite (perché evidentemente ce n’era bisogno) da due documenti fondamentali: l’Enciclica Redemptor Hominis, del marzo 1978, di San Giovanni Paolo II e la Dichiarazione Dominus Iesus, dell’anno giubilare 2000.

Sono due documenti fondamentali del magistero della Chiesa: il primo è quello con cui ha aperto il proprio pontificato San Giovanni Paolo II, impegnando in esso tutta la credibilità propria e della Chiesa – quasi il programma del pontificato – e riassumendo quanto la Chiesa stessa ha maturato nei secoli, come coscienza di sé e del proprio compito; l’altro, emanato dall’allora Congregazione per la Dottrina della Fede, presieduta dal card. Ratzinger, con la speciale approvazione sempre di San Giovanni Paolo II, rappresenta il fondamento del dialogo ecumenico, nella verità, perché senza verità non vi può essere dialogo. (…)

La Chiesa cattolica è «il luogo dove tutte le verità si danno appuntamento», ebbe a scrivere il grande Chesterton, quasi cent’anni fa, scoprendo che la religione più antica si rivela sorprendentemente la più nuova, più nuova anche delle cosiddette religioni nuove – come protestantesimo, socialismo o spiritualismo –, perché, a differenza di esse, da duemila anni la tradizione e la verità cattoliche conservano intatta la propria validità. La risposta a tutte le domande che ogni uomo si pone si trova nel cristianesimo, la sola risposta possibile a quell’aspirazione al Vero, al Bene, al Bello, al Giusto, che abita nel cuore di ciascuno di noi, è Cristo. (…)

Abbandonato Dio, si è fatta strada la convinzione che il liberalismo morale porti a un progresso della civiltà. Invece, l’osservazione della realtà evidenzia come questo preteso progresso sia, in realtà, una decadenza morale ed antropologica, una nuova forma di paganesimo che ha desacralizzato l’uomo e le sue relazioni: si pretende perfino di stabilire chi abbia diritto a vivere, e ne fanno le spese i più fragili: l’uomo nel grembo della sua mamma, l’anziano, il disabile, ultimamente tutti gli abbandonati, convinti di essere un peso per la società, per gli amici, e perfino per la propria famiglia.


La Chiesa, visceralmente preoccupata di salvare l’uomo integrale nel suo corpo e nella sua anima, ha sempre avuto come priorità l’evangelizzazione, l’educazione tramite la scuola e la salute umana aprendo dispensari e ospedali. In questa difesa dell’uomo, della sacralità della sua vita non possiamo consentire ai poteri di questo mondo, che si esprimono come governi nazionali o sovranazionali (pensiamo all’Onu ed alle sue diramazioni; ai patti militari di difesa che poi divengono di offesa) di dettare agende utilitaristiche e disumane. Diffidiamo della nuova etica globalista promossa dall’Onu; diffidiamo dell’ideologia di genere! (…)

Perché voler cambiare la propria natura? Perché violarla manipolandola? Perché voler cambiare di sesso mutilando inutilmente un corpo creato, voluto, da Dio? Noi non dobbiamo mutilarci per realizzarci secondo il nostro sentire o le nostre tendenze, in maniera diversa da ciò che Dio ha fatto di noi. Egli ci ha creati a sua immagine e sua somiglianza, maschio e femmina ci ha creati (cfr. Gn 1, 27). Ci distruggiamo se vogliamo negare o rifiutare d’essere nati uomini e donne, decidendo di mutilare la nostra natura di uomini o di donne. Al contrario, dobbiamo entrare in una logica di accoglienza della natura, della nostra natura propria, come un regalo, come un dono gratuito del Creatore che ci rivela qualche frammento della sua infinita sapienza. (…)

L’Eucaristia è il Sacramento più vitale. È la vita della nostra vita. Il dono più prezioso che abbiamo ereditato. Ed una eredità si conserva, non può essere dissipata!

«Nella storia della liturgia c’è crescita e progresso, ma nessuna rottura. Ciò che per le generazioni anteriori era sacro, anche per noi resta sacro e grande, e non può essere improvvisamente del tutto proibito o, addirittura, giudicato dannoso. Ci fa bene a tutti conservare le ricchezze che sono cresciute nella fede e nella preghiera della Chiesa, e dare loro il giusto posto» (Benedetto XVI). Per questo, anche il fatto di progettare di cancellare definitivamente la Messa tradizionale tridentina, e cioè un rito che risale a San Gregorio Magno, una liturgia che ha 1600 anni, una Messa che ha fatto tanti Santi e che è stata celebrata da tanti Santi: San Padre Pio, San Filippo Neri, San Giovanni Maria Vianney (il Curato d’Ars), San Francesco di Sales, San Josemaria Escrivá, ecc. E tornando indietro fino a Papa Gregorio Magno (590-604) e anche fino a Papa San Damaso (366-384). Questo progetto, se è reale, mi sembra un insulto alla storia della Chiesa e alla Santa Tradizione, un progetto diabolico che vorrebbe rompere con la Chiesa di Cristo, degli Apostoli e dei Santi.

Papa Benedetto XVI ci fa ricordare che «il Concilio Vaticano I non ha per nulla definito il Papa come monarca assoluto, ma, al contrario, come garante dell’obbedienza nei confronti della Parola tramandata: la sua autorità è legata alla tradizione della fede: ciò vale proprio anche nell’ambito della Liturgia. Essa non viene ‘fatta’ da un apparato burocratico. Anche il Papa può essere solo umile Servitore del suo giusto sviluppo e della sua permanente integrità e identità... L'autorità del Papa non è illimitata; essa è al servizio della Sacra Tradizione».






martedì 21 gennaio 2025

Per Dio e per il re. Eroi e martiri della Controrivoluzione




Recensione 

di Paolo Gulisano, 16-01-2025

La storia dell’Europa è dolorosamente percorsa da tante immani tragedie, specie nel secolo scorso, risultato dei diversi totalitarismi ma soprattutto del clima ideologico determinato dai sogni (o sarebbe meglio dire incubi) della ragione, che ha voluto violentare la natura e l’uomo in forza delle pretese dell’utopia e delle sue realizzazioni pratiche. Reiterati tentativi di costruire, oltre che nuove società, “uomini nuovi”.

Questi tentativi hanno tutti lasciato dietro di sé una spaventosa scia di sangue. Processi la cui origine può essere individuata nella Rivoluzione francese come madre di tutte le rivoluzioni.

La Revolutiòn ha sempre goduto di ottima (e immeritata) fama, di vasta pubblicistica, di una stampa favorevole, da est a ovest; presentata come il riscatto degli oppressi contro una società ancora pressoché feudale, come l’avanzare della modernità e del progresso. In realtà rappresentò l’affermarsi di un tentativo oligarchico di conquistare e reggere il potere ai danni degli stessi poveri.

La rivoluzione francese fa parte, a buon diritto, della schiera degli esperimenti palingenetici, già iniziati nel corso dell’Umanesimo e dell’epoca delle Riforme, e analogamente agli altri scatenò la furia rabbiosa della persecuzione contro la religione, contro ciò che costituiva l’anima del popolo, il tessuto connettivo e il fondamento stesso dell’ordine civile e umano.

La storia della Rivoluzione francese è ripercorsa nel volume dello storico Giorgio Enrico Cavallo Per Dio e per il re. Vandea, eroi e martiri della Controrivoluzione, edito da D’Ettoris, casa editrice calabrese da sempre molto attiva nella saggistica controcorrente che cerca di portare alla luce temi, testi e autori che facciano luce su temi importanti della storia.

La Rivoluzione francese è uno di questi. Essa fu il velenoso albero della violenza da cui uscirono i frutti dei totalitarismi del XX secolo.

Una delle principali caratteristiche della Rivoluzione fu l’odio contro la religione. In una rivoluzione, in ogni tentativo di esercizio arbitrario e totalitario del potere, è necessario colpire anzitutto la libertà religiosa. I cristiani perseguitati dalla Rivoluzione francese si vedevano tolta anche la dignità di nemico, di combattente su un fronte opposto: ai vandeani, ai bretoni, e in seguito a tutte le popolazioni europee invase dai napoleonici, nel tentativo di esportare con la forza la Rivoluzione, toccò l’infamante qualifica di briganti.

Ben lungi dall’essere, come voleva dare a intendere la libellistica giacobina, l’espressione di una contro-rivoluzione borghese, reazionaria e clericale in difesa di privilegi economici e della restaurazione di uno stato feudale, le rivolte popolari che presero il nome di Insorgenze ebbero come protagonisti soprattutto i contadini, che intravedevano in quella ideologia una minaccia terribile per la loro stessa esistenza.

Tra gli insorgenti militò inoltre quella classe media, laboriosa e misconosciuta, che sempre costituisce la spina dorsale di una nazione: piccoli commercianti, padri e madri di famiglia, artigiani che, lasciate le case o le botteghe, presero le armi e perché fossero restituite loro le libertà concrete.

L’opposizione alla tirannia rivoluzionaria ebbe i suoi più importanti centri principalmente nelle zone occidentali del paese, in Vandea e poi nel Maine e in Bretagna. Una zona geografica che per quanto riguardava la Bretagna coincideva con una terra rimasta a lungo indipendente da Parigi che ancora rivendicava la propria autonomia e possedeva una propria specificità etnica, dal punto di vista della lingua di origine celtica, degli usi, dei costumi, delle tradizioni. La Rivoluzione, impregnata delle filosofie illuministe del diciottesimo secolo ma anche di antiche suggestioni eretiche come la gnosi, si era proposta di combattere innanzitutto la Chiesa. Si scatenò un movimento di cristianofobia che di fatto, mutatis mutandis perdura ancora oggi.

Uno dei capi della Vandea, Charette, aveva detto un giorno ai suoi uomini: «La nostra patria per noi sono i nostri villaggi, i nostri altari, le nostre tombe, tutto ciò che i nostri padri hanno amato prima di noi. La nostra patria è la nostra fede, la nostra terra, il nostro re… Ma la loro patria cos’è per loro? Voi lo capite?… Loro l’hanno nel cervello, noi la sentiamo sotto i nostri piedi…».

Era lo scontro tra due diverse concezioni del mondo: quella rappresentata da una rivoluzione che voleva imporre con la forza a tutta l’Europa le proprie idee, e quella “prerivoluzionaria” di chi era disposto a combattere e a morire per assicurare ai propri figli il diritto di continuare a vivere secondo le regole che ne derivavano.

La Vandea rimane nella storia come il paradigma dei genocidi, preso a modello da differenti regimi totalitari, e ogni pubblicazione che ne fa memoria, come questo libro del professor Cavallo, è un bene prezioso.

Occorre ricordare – anche in tempi come questi in cui la gerarchia ecclesiastica ha smesso di denunciare il peccato dei fenomeni rivoluzionari, in quanto distruzione dell’ordine naturale – che esiste il diritto e il dovere dei cristiani di evitare che una rivoluzione si ripeta, fermandola sul nascere. Anche là dove la rivoluzione non appare violenta come quella che esplose in Francia, ma si esprime nelle odierne forme di coercizione, di censura e di controllo capillare dell’individuo.