martedì 25 giugno 2024

Aborto, fuochi di paglia e venti di guerra





Di Marco Lepore, 25 GIU 2024

A pochi giorni di distanza dalla conclusione del G7 di Fasano, in provincia di Brindisi, il cui documento finale ha suscitato un grande clamore per l’assenza di ogni riferimento esplicito all’aborto e alle tematiche gender, sabato 22 giugno si è svolta a Roma l’annuale Manifestazione Nazionale per la Vita, che ha visto oltre 30.000 persone sfilare per le vie della Capitale da tutta Italia per difendere il diritto alla vita dal concepimento alla morte naturale.

E se è vero che le polemiche accese in seguito al G7 si sono rivelate in gran parte ingiustificate (fonti ufficiali del nostro Governo si sono affrettate a spiegare che nel testo pubblicato alla chiusura dei lavori «non c’è alcun passo indietro» sul tema, «non si è tolto nulla», semplicemente «non si troverà la parola “aborto” perché implicita nel richiamo alle conclusioni di Hiroshima, che quindi vengono riconfermate»), occorre dire però che hanno avuto il merito, se non altro, di richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica sul tema della difesa della vita, facendo da apripista alla Manifestazione.

«Oggi si è alzata forte a Roma la voce di migliaia di persone per chiedere la fine dell’aborto- ha dichiarato il portavoce di Pro Vita & Famiglia Onlus Jacopo Coghe, tra i promotori e co-organizzatori della Manifestazione Nazionale per la Vita– una pratica barbara e disumana che sopprime la vita di un essere umano inerme e innocente nel grembo materno. La vita umana inizia nel momento del concepimento e la legge deve riconoscere la personalità giuridica e i diritti umani fondamentali del concepito. Nessuna società sarà mai veramente giusta, inclusiva ed egualitaria senza il rispetto del diritto universale a nascere.

Di fronte a una crisi demografica devastante che sta facendo collassare l’intero sistema sociale italiano, come confermato recentemente anche dall’OCSE, chiediamo al Governo di mettere in cantiere una vera e propria rivoluzione socio-economica per sostenere le famiglie e rilanciare la natalità. Servono riforme fiscali, abitative e lavorative strutturali per agevolare la formazione di famiglie giovani, stabili e aperte all’accoglienza di più figli. Apprezziamo e sosteniamo il cambio di rotta politico confermato anche dalle Elezioni Europee e dalla polemica sul riferimento all’aborto nel documento finale del G7, ma la drammaticità della situazione impone di passare adesso molto più concretamente all’azione, mettendo a bilancio tutti i miliardi che servono per l’elettroshock demografico di cui l’Italia ha bisogno per non morire».

Si tratta realmente di una battaglia sulla quale non si può e non si deve più indietreggiare, perché la piaga terrificante dell’aborto (in un anno, quasi 65mila IVG in Italia e 44milioni nel mondo) oltre ad essere una concausa importante della crisi demografica, rappresenta drammaticamente la porta di accesso e la giustificazione etica per ogni altra violenza. Due grandi Santi del nostro tempo, San Pio da Pietrelcina e Santa Teresa di Calcutta, lo hanno affermato con grande chiarezza e decisione in numerose occasioni. Entrambi consideravano l’aborto il vero distruttore della pace, senza se e senza ma. Il primo, nei lontani anni ’60, molto prima del dilagare dell’aborto procurato dalla legge 194, arrivò ad affermare, con una delle sue affermazioni lapidarie e profetiche, che: “Basterebbe un giorno senza nessun aborto e Dio concederebbe la pace al mondo fino al termine dei giorni” (San Padre Pio, risposta ad una domanda del dott. Lotti). Madre Teresa, da parte sua, non perdeva occasione per ricordarlo al mondo intero, come in occasione del discorso per l’accettazione del Premio Nobel per la pace «Tante persone sono molto preoccupate per i bambini che muoiono di fame, ma milioni muoiono deliberatamente per volere della madre. E questo è ciò che è il grande distruttore della pace oggi. Perché se una madre può uccidere il proprio bambino, cosa mi impedisce di uccidere te e a te di uccidere me? Nulla».

Benissimo, quindi, chiedere –come è stato fatto in occasione della Manifestazione- di “passare adesso molto più concretamente all’azione” ma non saranno, purtroppo, le sole risorse finanziarie e le riforme socio-economiche a determinare un deciso cambio di rotta. La vera battaglia, per limitarci alle questioni di casa nostra, dovrebbe mirare innanzitutto all’abrogazione della L.194, che ha aperto le porte alla logica del diritto all’aborto. “L’aborto è un diritto e non si tocca”, afferma oggi la maggior parte dell’opinione pubblica e dei nostri politici. Non a caso, la Presidente del Consiglio in carica ha affermato più volte: “Non voglio abolire o modificare la legge sull’aborto, ma applicarla integralmente“. “E se il diritto -ogni vero diritto- per sua stessa natura dovrebbe avere come fine il bene della persona e della società, dovremmo concludere che uccidere una vita umana nel grembo della madre è non solo lecito, ma talvolta persino doveroso e conveniente. Dovrebbe considerarsi, in definitiva, un bene.

“Uccidere”, è questo il tema scottante dell’aborto. Con l’aborto si uccide? E se sì, chi o che cosa si uccide? E’ un vero paradosso: nell’epoca dell’esaltazione della scienza come principio di salvezza dell’umanità, entriamo in contraddizione proprio con una delle conferme scientifiche più interessanti del ventesimo secolo: l’embrione umano è persona. Quindi con l’aborto, anche nelle primissime fasi della gravidanza, si uccide una persona. I nostri antenati lo sapevano già, senza bisogno di grandi studi; oggi, abbiamo anche le conferme scientifiche: l’embrione è persona dal momento del concepimento; ha già una appartenenza sessuale, ha un DNA diverso da quello dei genitori, di cui porta solo una traccia. Non è, dunque, un’espansione, una appendice o un organo della madre, ma un nuovo essere umano, unico e irripetibile. Pertanto ha la dignità che spetta ad ogni uomo e, come tale, la sua soppressione cosciente e volontaria è un omicidio. E l’omicidio è tanto più grave in quanto perpetrato nei confronti di chi è più debole e bisognoso di attenzioni.

Non è plausibile una legge che permetta l’uccisione di un innocente ritenendola un bene. Non è diritto di scelta delle donne sopprimere un figlio. E’, anzi, una violenza che scuote nel profondo la coscienza degli individui e delle società intere. Una violenza che, come tale, toglie la pace interiore. La guerra infatti, ogni guerra, prima ancora di esplodere tra i popoli, nasce nel cuore del singolo uomo e nella coscienza ferita delle società. Occorrerebbe il coraggio (anche se qualcuno lo definisce ingenuo o utopico idealismo, mentre la politica “è l’arte del compromesso”) di scendere in campo contro la L.194, senza se e senza ma, sull’esempio dei nostri Santi. Anche Papa Francesco, nel corso della Manifestazione, ha inviato un messaggio col quale ha esortato i presenti ad “andare avanti con coraggio nella difesa della vita umana dal concepimento alla morte naturale”, sulla quale, ha detto il Pontefice, “non si fanno compromessi”… La vera battaglia, dunque, è contro la logica che riconosce come diritto ciò che diritto non è, diventando fonte e giustificazione di ogni altra violenza.

In questi giorni in particolare, in cui soffiano drammatici venti di guerra anche sull’Europa, occorrerebbe ricordarlo con particolare attenzione.

Marco Lepore

(Foto: Screenshot da youtube)



lunedì 24 giugno 2024

Il probabile miracolo eucaristico che imbarazza la Diocesi di Ravenna



Ravenna. Ostia caduta a terra viene raccolta, il giorno dopo inizia a cambiare d'aspetto. Il parroco la fa analizzare in un laboratorio di anatomia patologica e si trovano tracce ematiche. Ma il vescovo si fa consegnare tutto e nega che si tratti di sangue. Però non fornisce un referto pubblico e mette tutto a tacere, tanto che oggi l'Ostia sembra scomparsa o peggio ancora buttata.



RAVENNA

ECCLESIA 



Andrea Zambrano, 24-06-2024

Un probabile miracolo eucaristico sta mettendo in fermento la Diocesi di Ravenna, ma il vescovo non sta fornendo ai fedeli che chiedono spiegazioni, i necessari chiarimenti per arrivare ad una risoluzione in un senso o nell’altro della vicenda. Anzi, stando alle prime risposte della Chiesa ravennate, sembra che tutto il materiale precedentemente analizzato sia stato fatto sparire o peggio ancora buttato.

I fatti, che la Bussola è in grado di ricostruire dopo aver sentito i testimoni di questo evento che interroga la fede e la ragione, prendono avvio nella parrocchia di Savarna, frazione a nord della cittadina romagnola verso i Lidi di Comacchio. È qui, il 28 di gennaio 2023, memoria di San Tommaso d’Aquino, il cantore per eccellenza dell’Eucarestia, autore dell’inno eucaristico più noto che va sotto il nome di Pange Lingua, che al termine della Messa delle 18, la sagrestana ritrova sotto a una panca una particola consacrata caduta dopo la distribuzione della comunione.

Piccola digressione semantica: utilizziamo l’aggettivo “probabile” per un motivo preciso. I primi esami istologici effettuati dal parroco sulla particola, infatti, hanno dato esito positivo: sono state trovate tracce di sangue nell’ostia in decomposizione. Pertanto, le probabilità che siamo di fronte a un vero e proprio prodigio sono molto concrete. Per poter avere una prova ulteriore, però, servono altre indagini scientifiche che competono al vescovo diocesano. Ed è qui che le cose si fermano in un modo che non può non lasciare perplessi.

L’OSTIA A TERRA

Torniamo al 28 gennaio.


Manuela Segurini è la sagrestana della chiesa di Savarna, retta dal parroco don Nicolò Giosuè. «Ho trovato l’ostia al termine della Messa in una delle panche, era per terra. L’ho fatta raccogliere al parroco, che ha deciso di conservarla nel “purifichino”, il piccolo calice di vetro che viene utilizzato per la purificazione delle dita dopo la Comunione e chiusa nel tabernacolo. Una volta sciolta nell’acqua, sarebbe stata poi riversata nel sacrario come previsto». Il giorno dopo la scoperta sensazionale: «Alle 9 di mattina di domenica 29 gennaio, l’ostia era diventata rosso sangue – prosegue -. Ho chiamato subito il parroco. Stupiti da questa reazione abbiamo deciso di fare delle foto».

Anche il parroco ha confermato la ricostruzione in uno scritto inviato in diocesi: «Sapevo che esistono dei batteri rosso sangue – ha raccontato don Nicolò Giosuè - che intaccano la farina, ma quel che mi ha stupito è stata la rapidità con la quale l’ostia si era trasformata, di solito infatti questa colorazione causata dai batteri emerge dopo diversi giorni».

«BUTTATE VIA TUTTO»

Don Nicolò allora, telefona al professor Pierluigi Baima Bollone di Torino, famoso sindonologo, del quale aveva un contatto grazie al fratello. Questi gli consiglia di lasciar passare almeno un paio di mesi per dare tempo all’ostia di sciogliersi. E così fa.

Il 4 febbraio, però, in parrocchia arriva un altro sacerdote dalla curia di Ravenna per sostituire il parroco nella Messa vespertina. «Si tratta di don Alberto Graziani, ex vicario della Diocesi. Ho mostrato anche a lui quanto avevamo scoperto – prosegue nel suo racconto la sagrestana –, ma mi disse di fare una preghiera e di buttare tutto in giardino.

 

Ma non lo ascoltai perché volevo prima avere il via libera dal parroco». Il parroco, una volta tornato a Savarna decise allora di trasferire il composto in un contenitore di vetro a chiusura ermetica e di conservarlo nel tabernacolo della cappella privata delle vicine suore.

LE INDAGINI

Passano i mesi e l’Ostia è ancora come i due la ritrovarono il giorno dopo la Messa del 28 gennaio: in decomposizione, ma con evidenti filamenti rossastri come evidenziato in foto. Don Nicolò cerca allora di parlare con uno specialista per poter accertare la natura di quel colore. E lo trova tramite un amico, Giovanni Calisesi, anche lui della provincia di Ravenna, ma di un’altra parrocchia. «Conoscevo la dottoressa Cristina Antonini, anatomopatologa di Schio – racconta lui raggiunto al telefono dalla Bussola -, le ho illustrato i fatti e si è resa disponibile per visionare il materiale».

Così i due, il 10 maggio 2023 si recano a Schio nel laboratorio di analisi della dottoressa. Al loro arrivo la dottoressa si attiva per prelevare dei campioni di tessuto. La sua prima reazione è di stupore, come confermato anche alla Bussola successivamente: «Anche uno studente di medicina al secondo anno è in grado di riconoscere il sangue in quei tessuti – ha spiegato -.

Come anatomopatologa mi occupo di morfologia e di esame dei tessuti; pertanto, dire se siamo di fronte a materiale ematico è abbastanza semplice con le tecniche a mia disposizione». La dottoressa, con un curriculum di tutto rispetto - si è occupata di patologia fetoplacentare con campi di expertise tra i più svariati nell’anatomia patologica - si mette al lavoro. Dopo aver prelevato i campioni e averli disposti su un vetrino riconsegna la restante parte al sacerdote.

È SANGUE!

Dopo una settimana, per il ritiro del referto, ai due si aggiungono altri due testimoni, il giornalista Pierluigi Bianchi Cagliesi e don Federico Bortoli.

L’esito degli esami è sorprendente. Così si legge nel referto: «In un frammento presenza di materiale ematico commisto a granulociti». Quell’ostia, dunque si è trasformata in sangue.

Spiega oggi la Antonini alla Bussola: «Ho esaminato il materiale dopo che il sacerdote mi ha benedetto perché sentivo una certa responsabilità nel “mettere le mani” per la prima volta nella mia vita su un possibile miracolo. Per poter guardare al microscopio bisogna fare una lavorazione del campione in modo da dare un supporto stabile per ottenere un campione immortalizzato nel tempo.


Si chiamano “blocchetti” o “inclusi”, si tratta di materiale che non andrà mai perso e che può essere riproducibile per successivi esami. Quello che posso dire con certezza è che il materiale da cui si riscontra la presenza di sangue può essere visto da altri medici che sanno leggere il sangue, anche utilizzando altre tecniche come la tipizzazione del gruppo sanguigno, che è un esame che appartiene all’ambito della medicina legale e che non è tra i miei campi. Però il materiale trattato è quello».

L’OSTIA ARRIVA IN DIOCESI

Forte di questo riscontro scientifico, don Nicolò informa il vescovo di Ravenna, monsignor Lorenzo Ghizzoni e il 27 giugno 2023 consegna in diocesi tutto il materiale, sia i vetrini analizzati dalla dottoressa Antonini sia la restante parte di quell’Ostia che nel frattempo si era indurita fino a diventare simile a un pezzo di carne viva.

Così scrive il vicario generale: «Ricevo da don Nicolò Giosuè un vasetto di vetro contenente il materiale di colore rossastro rimasto dall’immersione di una particola consacrata trovata in terra nella chiesa di Savarna il 28 gennaio. L’ho riposta nella cassaforte del mio ufficio in attesa di approfondimenti e analisi».


«NON È SANGUE»

Passano i mesi, ma dalla diocesi tutto tace. Solo un anno dopo, siamo ai nostri giorni il parroco si decide a chiedere al vescovo che cosa ne è stato di quell’Ostia. La risposta del successore di Sant’Apollinare arriva via Whatsapp. È il messaggio che Ghizzoni avrebbe ricevuto da Vittorio Sambri, direttore del laboratorio Asl di Pievesestina di Ravenna e che con un “inoltra” viene recapitato al parroco: «Non esiste alcuna presenza di sangue né di altro materiale biologico di verosimile origine umana». La questione per la Diocesi è dunque chiusa.


Dopo alcuni articoli sulla stampa locale, la Diocesi si trova così costretta a pubblicare un comunicato stampa per dire che «dalle analisi eseguite dalla diocesi sul materiale consegnato, interamente utilizzato, non sono emersi elementi che possano confermare la natura soprannaturale dei fatti segnalati in Curia l’anno scorso. Dato il degrado dell’ostia (messa in un contenitore con l’acqua), che poteva anche non essere consacrata, non siamo di fronte all’Eucaristia come presenza reale di Cristo».

Ma la nota stampa è carente di alcune informazioni. Anzitutto non si sa nulla pubblicamente della refertazione effettuata dall’Asl. Solo un messaggio Whatsapp può essere sufficiente per sciogliere la matassa? E poi, il riferimento all’Ostia che poteva anche non essere consacrata, cosa impossibile dato che per stessa ammissione del parroco le ostie non consacrate non si trovano per terra, ma nel credenzino in sagrestia chiuse a chiave. Inoltre, come ribadito anche dalla sagrestana, la chiesa era stata preparata per la Messa e quell’Ostia prima non c’era. Impossibile, dunque, che potesse trattarsi di una particola non consacrata. Infatti, nel ricevere l’Ostia, la stessa curia ha dovuto scrivere che si trattava di un’Ostia consacrata. Perché allora derubricare la natura di quella particola come se si trattasse solo di semplice pane?

È STATA BUTTATA?

Inoltre, su insistenza della stampa locale, è stato chiesto alla Diocesi che fine ha fatto il materiale oggetto di analisi. E qui, il giallo si infittisce: una risposta ufficiale non c’è. Sembra che il materiale sia andato perduto oppure addirittura buttato dopo le analisi, ma non ci sono dichiarazioni ufficiali in merito da parte della diocesi.

Cosa che anche la Bussola ha provato a chiedere. Abbiamo scritto al vescovo di Ravenna per chiedere dove si trovano adesso i campioni analizzati dalla dottoressa Antonini e la restante parte dell’Ostia oggetto di analisi del laboratorio Asl e se è possibile leggere la refertazione ufficiale dei medici che asseriscono di non aver trovato materiale ematico. Il vescovo Ghizzoni ci ha risposto in maniera piuttosto laconica, rimandandoci ad un’omelia pronunciata da lui stesso in occasione della solennità del Corpus Domini nella quale, con un velato cenno ai fatti di Savarna si legge: Corpus Domini “Fraternità per sanare il mondo”: il vero miracolo eucaristico.

Evidentemente il prelato non ha ritenuto di dover dare ulteriori spiegazioni all’opinione pubblica e ai fedeli, i quali nel frattempo avevano chiesto attraverso una petizione di poter riavere l’Ostia per effettuare nuove analisi. Tutto sparito? O addirittura buttato? E se è stato buttato, non si tratta forse di un sacrilegio trattandosi comunque di una particola consacrata, indipendentemente dalla eventuale presenza di un miracolo?

Nel testo di quell’omelia, poi, il vescovo, a proposito dell’Eucarstia scrive: «Ci è dato quel nutrimento simbolico, ma reale, che alimenta non tanto il nostro corpo, ma il nostro spirito, la nostra interiorità, l’uomo nuovo che sta crescendo in noi dopo il battesimo». L’Eucarestia è dunque niente più che un simbolo, come la intendono i protestanti?

Quel che è certo è che i fatti di Savarna meriterebbero un’attenzione ben diversa da parte dell’autorità e – se i fatti sono come raccontato dalla Diocesi - qualche spiegazione in più affinché non si alimentino inutili devozionismi e non si dia adito a sospetti e dietrologie. Visti i tempi e considerato ciò che nella Chiesa sta succedendo per tutto ciò che ha a che fare col soprannaturale, tra miracoli ed apparizioni, maggiore chiarezza sarebbe necessaria.





Vietata la Messa in latino? Analisi delle voci, delle fonti e del contesto vaticano



L’arcivescovo Salvatore Cordileone di San Francisco celebra la ‘Messa delle Americhe’ usando la forma straordinaria della Messa nella Basilica del Santuario Nazionale dell’Immacolata Concezione a Washington, D.C., 16 novembre 2019. (foto: EWTN/YouTube Screen Capture)



Articolo scritto da Michael Haynes, pubblicato su Per Mariam. Traduzione curata da Sabino Paciolla (24 Giugno 2024).




Michael Haynes

Negli ultimi giorni sono emerse notizie che suggeriscono che il Vaticano sta per introdurre restrizioni o addirittura vietare la Messa tradizionale: ma rimangono ancora numerosi interrogativi.

Poiché la confusione e le polemiche sulle possibili restrizioni hanno già fatto scalpore negli ambienti cattolici, Per Mariam cerca di analizzare le voci e di fornire un contesto suggestivo basato sull’esperienza diretta a Roma.


Voci iniziali


Il 17 giugno, il blog tradizionale Rorate Caeli ha pubblicato un rapporto che suggerisce che il Vaticano sta per pubblicare nuove misure che limitano la Messa tradizionale ancora di più di quanto non lo sia già. Rorate ha scritto:

Si sta tentando di implementare, il prima possibile, un documento vaticano con una soluzione severa, radicale e definitiva che vieti la Messa tradizionale in latino. Gli stessi ideologi che hanno imposto la Traditionis Custodes e la sua attuazione, e che sono ancora frustrati per i suoi risultati apparentemente lenti, soprattutto negli Stati Uniti e in Francia, vogliono vietarla e interromperla ovunque e immediatamente. Vogliono farlo mentre Francesco è ancora al potere. Vogliono renderlo il più ampio, definitivo e irreversibile possibile. 

Descrivendo le loro fonti come “credibili”, Rorate ha affermato che le fonti delle informazioni erano “le stesse fonti che hanno rivelato a Rorate che il Vaticano aveva inviato un sondaggio ai vescovi sul Summorum Pontificum (in preparazione di quella che sarebbe diventata la Traditionis Custodes), e Rorate è stata la prima fonte a pubblicarlo; e le stesse fonti che per prime hanno rivelato che un documento come la Traditionis Custodes sarebbe arrivato (e Rorate è stata anche la prima a rivelarlo all’epoca)”. 

Rorate ha continuato dicendo che queste ultime informazioni sono state corroborate da “altre fonti credibili che hanno ora menzionato le stesse voci attuali e che Rorate non conosceva al tempo della Traditionis Custodes, e che ora confermano le voci persistenti”.

Il rapporto di Rorate è stato pubblicato da uno dei redattori del sito noto come “New Catholic”: a questo corrispondente risulta che “New Catholic” abbia tenuto per sé informazioni sulle sue fonti.

Rorate non ha rivelato in che modo il Vaticano intenda limitare o vietare la Messa tradizionale, né da quale dicastero probabilmente emergerà. Parlando di una “soluzione finale”, il rapporto di Rorate ha naturalmente suscitato il sospetto che qualsiasi potenziale divieto si estenda alle comunità tradizionali che finora sono state ampiamente esentate dalle restrizioni della Traditionis Custodes – vale a dire gruppi come la Fraternità di San Pietro, l’Istituto di Cristo Re e l’Istituto del Buon Pastore.

Ciò richiederebbe almeno la collaborazione della Congregazione (Dicastero) per gli Istituti di Vita Consacrata e le Società di Vita Apostolica (CICLSAL).


Echi del 2023

Prima di valutare le ultime indiscrezioni, vale la pena dare uno sguardo alla storia recente.

Dopo l’abolizione da parte del Vaticano dell’ufficio Ecclesia Dei all’interno della CDF, le comunità tradizionali sono passate sotto il controllo della CICLSAL, grazie alle prescrizioni della Traditionis Custodes.

Infatti, a partire dal gennaio 2023, sono circolate voci insistenti sul fatto che il prefetto della CICLSAL – il cardinale João Braz de Aviz, strenuo oppositore della Messa tradizionale – fosse intenzionato a emanare un documento che avrebbe introdotto pesanti restrizioni sulle ex comunità Ecclesia Dei.

Si diceva che la data prevista per il documento fosse il 3 aprile, il lunedì della Settimana Santa. La voce è stata presa sul serio, anche tra le comunità tradizionali e i cardinali più importanti, tanto che sono stati organizzati eventi chiave prima della prevista pubblicazione del documento.

Il documento non è stato pubblicato il 3 aprile, anche se le testate giornalistiche che per prime ne hanno previsto l’uscita hanno suggerito che il documento sarebbe stato pubblicato entro pochi giorni o, al massimo, entro poche settimane.

Questo corrispondente è riuscito a incontrare Card. de Aviz il 5 aprile dello scorso anno, e il cardinale ha fermamente negato che il suo dicastero stesse per pubblicare un documento di questo tipo e che non fosse a conoscenza di alcun documento del genere.

Il testo di cui si vociferava non è mai emerso.

Lo stesso 5 aprile dell’anno scorso ha visto nel migliore dei casi confusione – e nel peggiore bugie – da parte di vari organismi vaticani. I funzionari della CICLSAL hanno detto a questo corrispondente che non sarebbe stato di competenza della Congregazione pubblicare un testo di cui si vociferava l’esistenza. Ma secondo i termini della Traditionis Custodes di Papa Francesco del luglio 2021, la CICLSAL sarebbe il dipartimento vaticano responsabile di trattare con le comunità tradizionali, mettendo così in dubbio la dichiarazione della Congregazione. Un funzionario della CICLSAL ha dichiarato che tale documento sarebbe stato di competenza della Congregazione per il Clero, ma quando è stato interrogato, la Congregazione ha affermato che tale documento non esisteva.

Tuttavia, le numerose fonti che hanno parlato con diversi organi di stampa e giornalisti hanno dimostrato che il documento esisteva davvero, nonostante la smentita di Mons. de Aviz. Le stesse fonti vaticane di questo corrispondente hanno attestato l’esistenza del documento, aggiungendo che l’unica questione era se sarebbe stato pubblicato o meno.

Il testo di Card. de Aviz del 2023, come già detto, non è emerso. È possibile che il testo sia stato in qualche modo rivisto e che sia al centro delle indiscrezioni pubblicate da Rorate. Senza ulteriori dettagli sul tipo di restrizioni probabili, qualsiasi altra cosa è una congettura a questo punto.


Ritorno al 2024: cosa è probabile?


Il 16 luglio ricorrono i tre anni dall’emanazione della sfortunata e contestatissima Traditionis Custodes da parte di Papa Francesco e del cardinale Arthur Roche, fortemente anti-tradizionale, che guida la Congregazione per il Culto Divino (CDW).

Considerato questo aspetto, John-Henry Westen di LifeSiteNews ha autorizzato un rapporto che attesta che fonti hanno informato LifeSite che le presunte restrizioni annunciate da Rorate potrebbero essere rivelate il 16 luglio. Rorate ha specificamente dichiarato che tale data non proviene dalle sue fonti.

Sono state fornite anche diverse date precise per l’uscita prevista del documento del 2023 (che non si è mai concretizzata), il che porta a concludere che tentare di prevedere la data precisa di uscita di un documento con così tanto anticipo è quasi sempre una scienza imprecisa e infruttuosa.

Le voci sono sempre voci finché non vengono provate dalla realizzazione di ciò che anticipano. Rorate ha riposto grande fiducia nelle sue fonti riguardo alle previste, non meglio specificate, restrizioni o proibizioni della Messa tradizionale, ma ha anche aggiunto che “Possiamo impedire che accada? Sì, possiamo: con la preghiera, il sacrificio, la penitenza, l’influenza e la pressione, di qualsiasi tipo, che possiamo esercitare. Il nemico è forte, ma il Signore e la Madonna sono più forti”.

In effetti, c’è una forte ragione per credere che il presunto testo del 2023 che Cdl de Aviz avrebbe dovuto emanare sia stato di fatto impedito dalla quantità di copertura mediatica che gli è stata data e dal fatto che egli sia stato messo nella posizione di negarne l’esistenza in un’intervista registrata.


Papa Francesco adotterebbe tali misure?


Tuttavia, per Papa Francesco emanare un testo del genere sarebbe in qualche modo molto singolare. Sebbene abbia dimostrato di non essere un amico o un sostenitore della tradizione o della Messa tradizionale, è altamente improbabile che non sia consapevole dell’impossibilità di vietare effettivamente una forma di liturgia della Chiesa.

Infatti, ha incontrato i superiori della Fraternità di San Pietro nel 2022 e anche questo marzo, confermandoli nel loro carisma di offrire la liturgia tradizionale.

A questo corrispondente risulta che nell’udienza papale del 2022, i superiori della FSSP hanno chiaramente sottolineato che i tentativi di limitare o proibire in qualche modo l’offerta della Messa tradizionale secondo la Traditionis Custodes sarebbero un attacco alle loro costituzioni approvate dal Papa, e quindi aprirebbero alla Santa Sede la possibilità di dover risolvere questa “difficoltà”, in mancanza di un termine migliore.

Se il Vaticano tentasse di imporre un qualche tipo di divieto, probabilmente si scatenerebbe una rivolta ben più grande del rifiuto, per certi versi senza precedenti, di Fiducia Supplicans.

Inoltre, anche i critici più severi di Papa Francesco hanno attestato che il suo apparente attacco a tutto ciò che è tradizionale non è incentrato solo sulla Messa tradizionale – da qui la sua relativa felicità nell’esentare così prontamente le comunità tradizionali dalla maggior parte della Traditionis Custodes.

Tali informazioni sono state confidate a questo corrispondente anche da fonti vaticane vicine a Francesco.

Per Francesco tentare di vietare del tutto la liturgia tradizionale sarebbe quindi – nel linguaggio sobrio della politica di Westminster – “audace” o semplicemente ridicolo. Una maggiore restrizione sarebbe forse più probabile di un tentativo di vietare definitivamente la Messa.

Ma qualsiasi testo che limiti o tenti di vietare la Messa tradizionale e che abbia un impatto anche sulle comunità tradizionali passerebbe probabilmente attraverso la CDW o la CICLSAL. Infatti, i rispettivi cardinali prefetti delle due congregazioni sono noti per la loro posizione anti-tradizionale e sono – con i loro segretari – probabilmente la forza trainante di qualsiasi futura restrizione della Messa tradizionale.

Questo corrispondente ha chiesto formalmente un commento ai Card. Roche e Braz de Aviz in merito alle presunte restrizioni o al divieto della Messa, ma non ha ricevuto alcuna risposta. Nel frattempo, Card. Roche ha bloccato questo corrispondente su una piattaforma di social media su Internet.

L’inviato di Per Mariam ha anche cercato conferma presso le sue fonti interne al Vaticano: nessuna ha confermato la notizia di Rorate, anche se nessuna ha sostenuto che sia falsa.

Come testimoniato dai notiziari e dalla chiusura sistematica delle Messe in latino negli ultimi anni, oltre che dalla graduale riduzione delle comunità religiose tradizionali in un arco di tempo ancora più lungo, gli sforzi congiunti di Card. Roche, del segretario della CDW, l’arcivescovo Vittorio Franceso Viola, e di Card. de Aviz sono concentrati nel porre fine all’offerta della Messa tradizionale così come è attualmente.

In effetti, Card. Roche ha dimostrato la sua dedizione a sradicare la Messa tradizionale seguendo la Traditionis Custodes attraverso i suoi stessi documenti successivi e i suoi sforzi per impedire ai vescovi di esentare i sacerdoti dalla Traditionis Custodes – in cui è stato poi sostenuto direttamente dal Papa – una mossa che i canonisti hanno detto a questo corrispondente essere probabilmente canonicamente illegale.

Insieme alla proibizione di Card. Braz de Aviz ai vescovi di creare autonomamente nuovi gruppi di fedeli nelle loro diocesi, una mossa ampiamente utilizzata per promuovere nuove comunità dedicate alla liturgia tradizionale, i due influenti prelati vaticani sono stati in grado di esercitare una morsa sulla Messa tradizionale.

Ma a questo mix va aggiunto l’aspetto che Francesco, secondo i vaticanisti, non va d’accordo con il Card. Roche. Pertanto, mentre il Card. Roche potrebbe essere personalmente desideroso di pubblicare un documento che limiti la Messa, non necessariamente otterrà il sostegno del Pontefice argentino.

Se si considerano i rapporti difficili di Francesco con il Card. Roche e il suo personale disinteresse per le questioni liturgiche, nuovi divieti alla Messa tradizionale non sono una conclusione scontata.

Tuttavia, non si deve dimenticare che quando questo corrispondente ha chiesto direttamente a Papa Francesco il motivo per cui ha implementato le restrizioni alla Messa tradizionale, Francesco ha semplicemente risposto: “Legga il motu proprio; tutto è lì per lei”.

Francesco ha accompagnato il motu proprio Traditionis Custodes del 2021 con una lettera che presenta le ragioni ufficiali delle restrizioni devastanti e di grande impatto. Ha scritto che le sue nuove misure sono state prese per “sollecitudine verso tutta la Chiesa, che contribuisce in modo supremo al bene della Chiesa universale”.

Da sempre peronista, le azioni di Francesco non dovrebbero mai essere sottovalutate, né i tentativi di prevedere le sue mosse dovrebbero escludere qualcosa. Come hanno notato biografi e commentatori, l’obiettivo principale di Francesco è il potere e le decisioni prese rifletteranno sempre questo fine.

In concomitanza con il reportage di Rorate, è stata pubblicata un’intervista cruciale condotta da Messa in Latino con l’italiano Andrea Grillo, che gli analisti ritengono essere il motore intellettuale della Traditionis Custodes.

“Il merito della Traditionis Custodes è quello di ristabilire l’unica ‘lex orandi’ in vigore per tutta la Chiesa cattolica”, ha detto Grillo a Messa in Latino. “Se qualcuno mi dice che è fedele allo stesso tempo al Novus Ordo e al Vetus Ordo, gli rispondo che non ha capito il senso della tradizione, all’interno della quale c’è un legittimo e insuperabile progresso che è irreversibile”.

“Il tradizionalismo non è ‘un movimento tra i tanti’ (anche se può avere caratteristiche in parte simili ad alcuni dei movimenti più fondamentalisti che sono stati inopportunamente favoriti negli ultimi 40 anni), ma una forma di ‘negazione del Concilio Vaticano II’ che non può non essere chiaramente ostacolata all’interno dell’esperienza ecclesiale”, ha aggiunto.

Insomma, non è affatto la prima volta che emergono voci che prevedono ulteriori restrizioni o il divieto della Messa tradizionale. Tuttavia, il credito che Rorate sta dando alle sue fonti sulla questione richiede una notevole attenzione e serietà.

È noto che Card. Roche ha dichiarato che la devozione e l’adesione alla Messa in latino è un segno di essere “più protestante che cattolico” e che la Messa in latino doveva essere limitata perché “la teologia della Chiesa è cambiata”.

Dal momento che Papa Francesco ha a disposizione tre prelati – il cardinale Roche, il cardinale Braz de Aviz e l’abate Viola – che sono così desiderosi di limitare la liturgia tradizionale, resta da vedere in che modo i loro obiettivi personali si allineeranno con i suoi e come verranno raggiunti.





domenica 23 giugno 2024

E’ il Signore che chiama anche noi ad una Fede “seria” in Lui in uno dei momenti più difficili della storia dell’umanità e della Chiesa.





Di Alberto Strumia, 24 Giugno 2024


Domenica XII del Tempo Ordinario (Anno B)

(Gb 38, 1.8-11; Sal 106; 2Cor 5, 14-17; Mc 4,35-41)



di Alberto Strumia

– Nella prima lettura della liturgia di questa domenica vediamo Dio che parla con Giobbe che si trova «in mezzo all’uragano» e lo rassicura ricordandogli, con adeguata documentazione basata su dati di fatto, che Lui solo, Dio, è Onnipotente. E non c’è da temere stando con Lui.Il paragone tra la situazione in cui si trovò Giobbe e la nostra situazione che viene spontaneo parte proprio dal rilevare che come lui, anche noi oggi ci troviamo «in mezzo all’uragano». E come Giobbe ci sentiamo travolti da un disastro ben più grande di noi. Un uragano che ha sconvolto la capacità di “ragionare” e quella di regolare i modi di “agire”, i comportamenti delle persone, a tutti i livelli. Dal pensiero (mentalità, cultura, filosofia, arte, tecnologia) e dal comportamento individuale di ciascuno, a quello delle relazioni domestiche, a quello pubblico di chi amministra le città, gli Stati, le relazioni internazionali in guerra e in pace, l’economia e tutto. Compresa la gestione della Chiesa entro la quale ormai si pensa, si dice e si mette in atto tutto e il contrario di tutto.

Di fronte a tutto questo caos devastante e distruttivo che si subisce come un uragano immensamente più grande e potente di noi, se non si ha una Fede “seria” nell’Onnipotenza di Dio, si può solo soccombere “lucidamente” o “inconsapevolmente”, fingendo di non vedere nulla o cercando di “cavalcare l’onda” per trarne un momentaneo illusorio vantaggio (!).

Ed è a questo punto che deve intervenire la Fede nell’Onnipotenza di Dio che dichiara solennemente a noi come a Giobbe che a quest’uragano è già stato dato un ordine perentorio: «Fin qui giungerai e non oltre». E viene precisato, non secondariamente, che il “soggetto” che ha scatenato tutto questo male non è il caso, ma una “persona”, un “soggetto” capace di orgoglio, mosso dalla presunzione di essere dio al posto di Dio. Dice infatti la prima lettura che l’uragano non potrà andare «oltre» il limite fissato da Dio, perché contro quel limite prestabilito «s’infrangerà l’orgoglio delle tue onde».

– Il salmo responsoriale descrive la meraviglia commossa e piena di gratitudine verso Dio di quanti hanno sempre cercato di lavorare sinceramente e onestamente per il Regno di Dio: sono «coloro che scendevano in mare sulle navi e commerciavano sulle grandi acque».

Messi alla prova della loro fede, perché si temprasse e accrescesse, attraverso l’esperienza di trovarsi in mezzo all’uragano, avendo fatto leva in ogni momento prima di tutto sulla preghiera («gridarono al Signore, ed Egli li fece uscire dalle loro angosce») più che solo sulle loro forze umane, sperimentarono come, al momento giusto, «la tempesta fu ridotta al silenzio, tacquero le onde del mare». Così che, alla fine «al vedere la bonaccia essi gioirono, ed Egli li condusse al porto sospirato». Non è forse questa la situazione che stiamo vivendo in questi anni di prova della storia dell’umanità e della Chiesa, nell’attesa che sia il Signore stesso ad intervenire al momento giusto per rimettere in ordine tutto ciò che l’uragano sta finendo di sconvolgere?

– Nella seconda lettura san Paolo ci ricorda quello che dovremmo orami avere imparato, se la nostra Fede è diventata qualcosa di serio e di essenziale per affrontare la vita su questa terra, se «l’amore del Cristo ci possiede» almeno un po’… Perché sappiamo bene che Cristo ha riaperto a chi lo vuole attraversare sinceramente e decisamente, quell’accesso al “giusto modo” di stare nell’esistenza di fronte a Dio, per poter stare finalmente nel “modo giusto” con se stessi e con gli altri di cui tutti abbiamo bisogno. Cristo ha riparato alla perdita della “giustizia originale” infranta dall’umanità intera (è il “peccato originale”), se vogliamo aprire gli occhi per prenderne atto! E se ne prendiamo atto almeno un po’ quello che succede è «che non guardiamo più nessuno alla maniera umana». Che vuol dire che non riusciamo più a ragionare in modo banale, a vivere delle cose e dei discorsi vuoti dei quali sono pieni i canali mediatici del mondo di oggi. E se c’è una penalità che ci portiamo dietro come pro memoria penitenziale del peccato originale è il fatto doloroso che non ci si capisce più quasi con nessuno, se non con chi ha riconosciuto che Cristo è Dio.

– Infatti il Vangelo riferisce tutto quanto abbiamo detto prima sull’Onnipotenza di Dio, alla Persona di Cristo, che si dimostra tale ai discepoli, placando la tempesta nella quale si sono venuti improvvisamente a trovare attraversando con Lui il lago di Tiberiade. Tutto l’episodio è profezia della realtà che stiamo vivendo noi oggi.

= Il lago è la condizione umana sulla terra oggi.

= Gesù che invita i discepoli a passare «all’altra riva» è il Signore che chiama anche noi, in questo momento, ad una Fede “seria” in Lui mettendoci alla prova in uno dei momenti più difficili della storia dell’umanità e della Chiesa.

= La tempesta improvvisa e inaspettata è la situazione caotica che stiamo attraversando nella quale non si sa più distinguere il bene dal male, il vero dal falso; ci si uccide in casa, per la strada e in guerra, nei modi più assurdi ed efferati: tutto si fa per narcisismo esibizionista e si è infelici.

= Gesù dorme tranquillamente riposando sul cuscino nella barca, come oggi sembra dormire senza fare nulla, apparentemente, per salvare la Chiesa che pare caduta irreparabilmente nelle mani dei suoi più accaniti oppositori, che ne hanno capovolto gli insegnamenti e il modo di concreto di applicarli.

= Come ai discepoli che erano con lui – e non con i nuovi padroni! – che si rendono conto del disastro che sta succedendo, anche a noi viene spontaneo gridare per svegliarlo: «Maestro, non t’importa che siamo perduti?».

= Pregato da loro Egli fece finire tutto quell’uragano: «Si destò, minacciò il vento e disse al mare: “Taci, calmati!”». Questo dovrebbe bastare a farci capire che, oggi, la prima cosa da fare è la preghiera fatta con Fede a Lui. Più che il nostro dimenarci da soli.

Come loro ci sentiamo dire anche oggi da Lui: «Perché avete paura? Non avete ancora Fede?». Questa è la lezione che possiamo trarre dalle letture di questa domenica, per farne tesoro.

Farne tesoro come seppe fare Sua Madre Maria che «serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore» (Lc 2,19). E il suo sposo Giuseppe che «destatosi dal sonno, […] fece come gli aveva ordinato l’Angelo del Signore». Alla loro protezione e intercessione ci affidiamo sicuri.



Bologna, 23 giugno 2024






sabato 22 giugno 2024

Cosa c'è dopo il liberismo? Nulla








di John Horvat

La crisi interna del liberalismo ha spinto molti ad ammettere le sue numerose problematicità. Tuttavia, la maggior parte delle persone accetta il liberalismo perché non trova niente di meglio per sostituirlo.

Pochi sanno rispondere a questa domanda pungente: Cosa c'è dopo il liberalismo? La maggior parte delle risposte o escogita qualche piano all'interno del contenitore liberale (di solito pretendendo più liberismo) o diventa illiberale, proponendo una filosofia politica autoritaria opposta che ha poche possibilità di essere attuata liberamente. Come modo pratico per evitare complicazioni, ragionano, il liberalismo è sufficiente.

Gli elementi non liberali del liberalismo


L’alternativa rappresenta un falso dilemma. Per esplorare delle possibilità che vadano al di là dal liberalismo, è necessario prima stabilire una corretta comprensione del liberalismo.

Il liberalismo ha due componenti che lo definiscono. La prima riguarda il governo limitato. È un modello che implementa sistemi di regole piuttosto che giudizi morali. Il liberalismo favorisce elementi come lo Stato di diritto, il controllo giudiziario, il governo rappresentativo e il libero mercato.

Questi sistemi di regole hanno contribuito alla prosperità delle nazioni. In effetti, i successi del liberalismo possono essere attribuiti a molti di questi sistemi. Di per sé, non c'è nulla di sbagliato in molti di essi (non in tutti) poiché, se ben applicati, sono in accordo con la natura delle cose.

Tuttavia, la maggior parte di questi sistemi non ha nulla di originariamente liberale. Essi possono risalire all'ordine cristiano che esisteva in Occidente prima del liberalismo.

L'ordine precedente

Pertanto, molti, ma non tutti, questi sistemi sono stati costruiti su basi pre-liberali. Ad esempio, lo Stato di diritto nacque dalla sistematizzazione medievale del diritto costituzionale e consuetudinario. Disconosciuto nell’antichità, il governo rappresentativo iniziò con i primi parlamenti, le “cortes” e altri organi rappresentativi che fiorirono in epoca medievale. Questi organi nacquero perché le decisioni essenziali dovevano essere prese collettivamente e il consenso e il riconoscimento pubblico dovevano essere dati a qualsiasi cambiamento di costume, secondo l'antica massima "ciò che tocca tutti deve essere approvato da tutti (quod omnes tangit ab omnibus probetur)".

La teoria economica del libero mercato è stata sviluppata soprattutto dai tardo-scolastici della Scuola di Salamanca in Spagna (1500-1650). L'economista Joseph Schumpeter, riferendosi all'economia moderna, osserva: "Il detto preferito di [Alfred] Marshall era “è tutto in A[dam] Smith”. Ma noi possiamo anche dire: 'È tutto negli scolastici'".

Molti storici parlano di una prima rivoluzione industriale, segnata da un'esplosione del commercio e dell'innovazione nel tardo Medioevo. Pertanto, qualsiasi soluzione alla crisi attuale non deve escludere questi sistemi sani e pre-liberali che hanno dimostrato di avere successo.

La parte problematica del liberalismo

La seconda componente della teoria liberale è più problematica. Consiste in una filosofia di vita che enfatizza l'autonomia individuale, l'auto sviluppo e l'immaginazione. Rifiuta di definire un significato o una finalità nella vita. Evita deliberatamente la domanda essenziale del perché e riduce tutto al semplice come.

Questa componente individualista tende a privilegiare gli aspetti materialistici della vita e a minimizzare il quadro spirituale e morale dei costumi, della morale e della religione, che considera restrittivi della libertà dell'individuo.

In nome della liberazione dall'autorità, il liberalismo impone alle nazioni un modello amorale, secolare e non metafisico in cui Dio non ha alcun ruolo ufficiale. Questo modello è entrato nella modernità senza essere votato o scelto dalle popolazioni e si basa su una mentalità presunta che tutti devono adottare esteriormente per essere considerati parte del mondo moderno. Guai a chi osa sfidarla.

Questa filosofia ha conseguenze pratiche. Evitando di affrontare questioni morali spinose, il liberalismo crea un vuoto spirituale che tende a svuotare la vita di significato e di scopo.

Una società tiepida, solitaria e priva di ispirazione


Anche coloro che difendono il liberalismo, come David Brooks, ammettono che le società liberali, incentrate sull'individuo autonomo, sono "tiepide", "solitarie" e "poco stimolanti". In un recente editoriale del New York Times, egli osserva come il liberalismo trascura "le virtù più elevate, come il coraggio, la lealtà, la pietà e l'amore auto sacrificale".

Nel suo ultimo libro, L'età delle rivoluzioni, Fareed Zakaria ammette: "Il progetto razionale del liberalismo è visto da molti come un povero sostituto dell'impressionante fede in Dio che un tempo spingeva gli esseri umani a costruire cattedrali e scrivere sinfonie".

Il liberalismo, centrando tutto su se stesso, non è stimolante. Cercherà sempre di promuovere il diritto di sentire, pensare e fare tutto ciò che le passioni sregolate richiedono. Può creare l'illusione che le persone possano costruire le proprie realtà a partire dalle loro fantasie.

Il liberalismo mette in moto un processo graduale che terminerà solo quando tutte le restrizioni e la morale saranno eliminate. La sua nozione evolutiva di progresso non ammette alcun ritorno al passato.

Per questo motivo, si è dimostrato anticristiano, perché i suoi esponenti radicali insistono sempre nel rimuovere i vincoli ordinativi che la civiltà cristiana aveva imposto alle passioni sregolate. E’ ormai un processo molto avanzato.

La crisi interna del liberalismo


Se la società liberale ha prosperato a volte, è stato perché, oltre ai suoi sistemi specifici, l'infrastruttura morale di un ordine cristiano sopravviveva nel sistema liberale e lo sosteneva. Come osserva giustamente Patrick Deneen, il sistema liberale vive dei frutti della società che cerca distruggere.

La crisi interna del liberalismo odierno deriva anche dall'esaurimento e dallo sgretolamento delle virtù cristiane e delle istituzioni che ne hanno impedito il crollo.

Le fasi passate del liberalismo hanno reciso i legami che collegavano l'anima umana a un ordine trascendente che parlava di uno scopo esistenziale trovato nella Fede, nella famiglia e nel luogo. Le sue passioni sregolate hanno richiesto la distruzione delle strutture esterne - tradizione, costume o comunità - che ostacolavano l'interesse personale.

Oggi, le passioni sregolate del liberalismo postmoderno cercano di distruggere quelle strutture interne - la logica, l'identità o l'unità - che impediscono la gratificazione istantanea, distruggendo e polarizzando la società.

Così, l'assalto del liberalismo alle strutture superstiti spinge la società sulla strada di una distruzione nichilista. I suoi esponenti radicali attaccano ora i sistemi non liberali basati su regole che trovano insopportabili.

Che cosa rimarrà dopo il liberalismo?


Con queste premesse, si può rispondere alla domanda pungente: Che cosa rimarrà dopo il liberalismo? Niente.

Quando il liberalismo distruggerà se stesso, come insinua la domanda, distruggerà anche il modello di ricerca di sistemi per eludere le questioni importanti della vita. Il modello amorale fallito che nutre le passioni sregolate non sarà più una scelta.

La società avrà bisogno di tornare a quella struttura morale nascosta dell'ordine cristiano che ha sostenuto a lungo la società, anche sotto il liberalismo. La dimensione morale abbandonata si riaffermerà. Questo ritorno alla famiglia, alla comunità e alla fede è la posizione basilare sulla quale le società si sono sempre organizzate dopo i periodi di caos. In questi tempi difficili dopo il liberalismo, le persone possono rivolgersi a Dio, che attende con misericordia e amore.

Non ci sarà bisogno di inventare una nuova filosofia radicale o un regime autoritario per sostituire il liberalismo. Nel suo momento di pentimento, il figliol prodigo torna semplicemente a casa. Lì lo attenderà un padre da lungo tempo addolorato.

L'ordine cristiano, che tiene conto della legge naturale e della natura umana decaduta sarà la piattaforma più efficace per affrontare la tirannia delle passioni sregolate. La saggezza a esso intrinseca può orientare lo sviluppo materiale e spirituale degli individui e delle società. Quest'ordine offre un'incredibile quantità di libertà di agire in accordo con la natura umana e la Grazia divina. Fornisce le condizioni per il ritorno di Cristo come Re benevolo.

Non ci sarà bisogno di scartare quegli elementi a noi familiari e che non sono liberali che hanno avuto origine nella cristianità e che promuovono la prosperità umana. In effetti, nessuna filosofia politica dominante ha preceduto il liberalismo illuminista. Nessuna ha bisogno di succedergli oggi.

La civiltà cristiana è sufficiente.









Fonte: Tfp.org, 14 Giugno 2024. Traduzione a cura di Tradizione Famiglia Proprietà – Italia.

© La riproduzione è autorizzata a condizione che venga citata la fonte.



Intervista al prof. Grillo: la risposta del prof. Andrea de Marco




Pubblichiamo una risposta del prof. Pietro De Marco, che ringraziamo, all’intervista di MiL-Messainlatino.it fatta al prof. Andrea Grillo pubblicata il 18 giugno (QUI; QUI la traduzione in lingua inglese; QUI la traduzione in lingua tedesca).
Il prof De Marco ha fatto, a nostro parere, un'analisi colta, precisa e approfondita.
Pietro De Marco, nato a Genova nel 1941, ha insegnato Sociologia della religione nella Facoltà di Scienze della Formazione dell’Università di Firenze. Ha insegnato Sistemi religiosi comparati nella Facoltà di Scienze Politiche di Firenze. Filosofo di formazione, sotto la guida di Eugenio Garin, si è occupato di storia del campo intellettuale europeo (rinascimentale e otto-novecentesco) e del pensiero ebraico e cristiano antico, e islamico medievale. Ha condotto poi studi di storia della Chiesa e della teologia presso l’Istituto per le Scienze Religiose di Bologna. È stato redattore dell’Enciclopedia delle Religioni (Vallecchi) dal 1969 al 1974 e collaboratore della cattedra di Storia della Chiesa presso la Facoltà di Lettere di Firenze. Ambito di ricerca prevalente, per anni, è stata l’opera di Max Weber e il suo contesto tedesco: scienze giuridiche ed economiche, filosofiche e storico-religiose.

Luigi C.




Pietro De Marco, 21-6-24

Mi si chiede di comunicare la mia opinione sugli argomenti con cui Andrea Grillo ha risposto al suo interlocutore, e un po’ maltrattato i lettori, di Messa in latino. Con Andrea abbiamo avuto un paio di confronti, nel tempo, e questo mi facilita, anche nella scelta del tono giusto. Ma rende anche chiara la mia posizione, che ricordo per chi non mi abbia mai letto: non intervengo come “tradizionalista fedele a Roma”, come si esprime MiL legittimamente. Da quando scrivo, e particolarmente, da quando ho ritenuto doveroso mostrarmi in disaccordo con gli atti comunicativi e di governo del pontefice regnante (io, che sono sempre stato filoromano), ho parlato come comune christifidelis, dotato di qualche capacità di giudizio, ma anzitutto colmo di preoccupazione per la Chiesa, che fino dall’infanzia, per dono di Dio, ho veramente sentito come Madre.

Ho conosciuto e condiviso, negli anni Sessanta e Settanta, il “punto di vista” conciliare-riformatore e le sue radicalità. Ma, salvo che per un brevissimo periodo, forse, nessuno è riuscito a convincermi che molto, se non tutto, il passato della vivente storia umano-divina della Chiesa cattolica fosse stato errore o relativa cecità o deviazione. Non ci si accorgeva, come neppure ora ci si accorge, che la possibilità di pensare questo si era già data, con tutte le sue conseguenze: era stata al cuore della grande crisi protestante. L’ermeneutica della rottura e della ripartenza da presunte origini pure, propria dei Riformatori, non è, non può essere, quella Cattolica. Nonostante certa grandezza teologica delle chiese riformate, che conosco e riconosco, la Riforma costituisce un paradigma di errore, di un già compiuto nella storia cristiana, tanto più gravemente nelle sue versioni ‘liberali’ di Otto e Novecento. Trovo incredibilmente ingenuo ripercorrere, col cieco tatonnement di chi cerca rigenerazioni o rinascite, le strade senza sbocco già immaginate o percorse da altri.

Non mi si caccerà a ‘destra’, dunque, né la mia insignificante persona né i teologi, i cleri, gli intellettuali e le chiese, che nel mondo stanno saldamente al centro nell’opporsi alle élites distruttive, cui purtroppo anche Grillo appartiene, che si avvalgono di un pontificato contraddittorio e disorientante, dotato di idee fisse personali quanto può esserlo un singolo cristiano, in decenni difficili, ma non un Papa.

Questa premessa era opportuna, in ordine a tutte le osservazioni e boutades che Grillo riserva ai “tradizionalisti fedeli” ma che vogliono colpire obbiettivi molto lontani e alti, raggruppati sotto una comune connotazione deteriore.

Valga subito quanto sostiene nella prima risposta. Detto che il “parallelismo rituale” istituito dalla Summorum pontificum di Benedetto XVI non aveva fondamento teologico, G. afferma, con la drasticità dei riformatori che rinunciano ad ogni maschera dialogica, che per essere “fedeli” bisogna acquisire la lingua rituale comunitariamente stabilita da Roma, si intende col recente Traditionis custodes. La Tradizione incorpora infatti “un legittimo e insuperabile progresso, che è irreversibile”; questo sarebbe anche il senso del titolo del motu proprio che è sembrato a molti irridente. Ma la Tradizione di Grillo assomiglia troppo al Progresso della retorica marxiano-pragmatista di un tempo (il suo moto è insuperabile, irreversibile) per avere a che fare con le traditiones cristiane, e in genere con le tradizioni religiose. Non vi è, a rigore, nessun progresso nel traditum cristiano (cosa sia “progresso dogmatico” non starò a ricordarlo a Andrea), nessun Nuovo irreversibile.

Ed è curioso che debba ricordarlo a lui, che in altra sede mi negherebbe che Trento (e forse anche Calcedonia) siano stati progressi insuperabili e irreversibili. Ma quello che non regge, e che dispiace vedere proposto invece come ovvio, è che insuperabile e irreversibile sia il Traditionis custodes e non lo sia stato Summorum Pontificum. Nessun dei due documenti ha più che il valore di un atto di governo voluto dalla prudentia del capo della Chiesa. Sarà invece oggetto di discussione quale delle due prudentiae sia da riconoscere più sollecita del bene dei cristiani. Di Summorum pontificum ragionammo nel lontano 2007, nella cattedrale di Parma, Grillo ed io, pubblicamente. Moderava Luise. Sostenevo allora questa prospettiva sulla SP, e ne resto pienamente convinto:

“La nuova “legittimazione” del Missale romanum [del 1962] decretata dalla SP riconduce la vita cattolica alla sua essenziale natura di complexio. La storia cattolica “precedente” il Concilio Vaticano II viene proposta come vitale orizzonte dello “spirito” del Concilio stesso e della sua realizzazione – “realizzazione” che molti estremismi hanno vissuto invece come incompatibile col passato. Così l’obiettivo della “riconciliazione interna nel seno della Chiesa” diviene parte di un ampio intervento medicinalis per la chiesa universale (…). Il recupero del rito latino potrà, al contrario di quanto si obietta, agire come paradigma stabilizzatore delle fluttuanti e impoverite liturgie in lingua corrente. Come ha notato lo stesso Card. Lehmann -proseguivo- il motu proprio è buon motivo per promuovere con nuova attenzione una celebrazione degna dell’Eucaristia e delle altre messe”.

Contro questo paradigma stabilizzatore si è mossa politicamente la liturgistica e l’incomprensione di molti vescovi. Non posso non aggiungere che le sensibilità e/o teorie che Grillo sottintende si schierano contro il valore in certo modo perenne, sempre in actu, della ontologia misterico-sacramentaria nella vita millenaria della Chiesa. Penso fermamente, contro ciò che Grillo irride nella risposta alla quinta domanda, che “ciò che è stato sacro per le generazioni passate non può non essere sacro anche per noi”; rompere col Sacro cristiano (con la sacramentaria) fu l’atto illusorio e drammatico della Entzauberung calviniana. Non è la sede per argomentarlo, ma avendo insegnato e lavorato in sociologia della religione per decenni, distinguo tra la variabilità sensoriale (ma non volatilità) del sacro e il suo statuto ontologico. Ammiriamo ambedue Odo Casel, ma forse non leggiamo lo stesso autore.

Ma non ci si lasci dunque ingannare: la difesa delle riforme post-conciliari è nei liturgisti di punta solo politica. Ostili alla correzione ratzingeriana del 2007, miravano e mirano da decenni a procedere (non appena possibile) molto oltre eversivamente e autoritariamente, verso un’opposta polarità a-teologica: abolizione dei libri liturgici, situazioni di soglia, effervescenze, teatralizzazioni e primitivismi rituali. Grillo sa di cosa parlo. È la disperata speranza della Negazione generativa del nuovo o dell’autentico.

La comune vita ecclesiale, anche perché non priva di differenze, e il (prevalentemente) saggio governo dei vescovi hanno impedito questo esito, ma le celebrazioni si sono fermate su terreni di buon senso, senza paradigmi forti, e con slittamenti frequenti verso una de-significazione. Slittamenti che hanno, per di più, una preoccupante rilevanza de fide – un vuoto cristologico percepibile da chiunque - che la catechesi è incapace di correggere.

In questa povertà recente di significati vissuti, di fides quae e di fides qua, la forma e la lingua ‘non-ordinaria’ riportano la certezza di una antiquitas del rito cristiano, della sua originarietà in Cristo - su cui il presente profondamente e necessariamente si impianta, secondo continuità. Niente di nostalgico, dunque – dico a Grillo; tutt’altro, è questione di fondamenti.

Passo alle domande e risposte successive. Grillo oppone alle sottolineature di MiL (peso del ‘carisma tradizionale’ nella chiesa, vitalità delle famiglie dell’area tradizionalista nel mondo, loro risposta “una cum Papa” alla carestia di seminaristi) una sorta di squalifica, o condanna delle strade teologiche, formative, pastorali del ‘tradizionalismo’. Sono soluzioni ‘facili’, sono la normatività del passato, infine in “contrasto con la tradizione” (nel senso di Grillo, come ho detto) più che in conformità. Lascio ad Andrea la responsabilità e le conseguenze di questa sicurezza sulla inconsistenza altrui; specialmente se nella sua testa fa veramente di ogni erba un fascio. Ricordo che ridicolizzare l’avversario crea scenari illusori, tranquillizzanti ma incapaci di diagnosi e prognosi. Il mondo che egli banalizza, anche solo quello che si autodefinisce e autolimita come ‘tradizionale’, ha molte più ragioni e molta più sostanza; è Chiesa; d’altronde occupa spazi cattolici abbandonati dai ‘riformatori’ e poco frequentati dal christifidelis medio.

Mi fermo sulla risposta alla quinta domanda, che compendierei così: ‘è possibile che una forma rituale per lunghi secoli normativa non possa più avere spazio, nel quadro in effetti pluralistico della Chiesa universale? E perché avere paura della varietà dei carismi?’. In effetti questa formulazione ha le debolezze di una tattica difensiva, oltre che imitativa (credo di saperlo bene) delle opposte tattiche riformistiche di decenni fa: argomento del pluralismo già esistente, argomento (in via subordinata) dei carismi ecc.

Può funzionare con un interlocutore benevolo, ma solo per sentirsi rispondere: ‘Certo, è giusto, ma …’. Personalmente sconsiglio le diverse costellazioni critiche ‘di destra’ dall’usare argomenti già ‘di sinistra’. Anzitutto gli argomenti rivolti ad indebolire il Primato del vescovo di Roma.

Infatti, gli argomenti ‘progressisti’ non sono neutri, sono intrinsecamente strumentali (non interessa il merito, sono tecnicamente rivoluzionari), sono insomma cattolicamente inutilizzabili. Così, quando Grillo usa l’indignazione retorica, l’exclamatio, o forse qui proprio l’apostrophé (“E non si possono usare da destra le grandi idee paoline in modo così spudorato… per alimentare una ‘anarchia dall’alto’ …”), evoca alla perfezione quei decenni trascorsi, neppure troppo lontani, quando si chiedeva ‘da sinistra’ ai pontefici questa anarchia dall’alto, un “liberi tutti” ai teologi e alle chiese locali. I pontefici si opposero. ‘Da destra’ non bisogna fare niente che porti a ripercorrere à rébours quella strategia diffusa e infausta.

Un cenno al depositum fidei e ai suoi ‘rivestimenti’; è solo un ennesimo argomento deterrente nella tattica (molto abile) di Andrea, perché la storia delle dottrine cristiane, fino agli storicismi liberali, mostra quanto insidioso sia il criterio di individuazione del rivestimento e, di conseguenza, del corpo autentico, o del nucleo. Teoreticamente inconsistente, lo considero, di conseguenza, un concetto inutilizzabile in una discussione seria. Che Grillo pensi poi che sia la ‘nostalgia’ a farci proteggere il corpo autentico della fides quae per non liquidarlo come abito ‘variabile’, mostra che ci si è gettati alle spalle il grande e decisivo dibattito dogmatico che accompagna la Cristianità dall’età tridentina, fino alle discussioni del Vaticano II incluse. La retorica del rivestimento restò appannaggio dello pseudo-concilio esterno, dei giornalisti e dei teologi da battaglia. Dell’intelligencija di ieri e di oggi.

Resta da commentare quanto Grillo attribuisce, un po’ alla cieca (come quando si fa a pugni), a papa Benedetto XVI. Ho già detto dell’anarchia dall’alto. Essa è piuttosto la condizione che l’intelligencija eversiva detta al sovrano per concedergli di sopravvivere. Altro l’intento di Benedetto XVI, considerando quanto quella soluzione binaria Vo/No fosse destinata a ridurre lo strutturale disequilibrio delle pratiche recenziori. Che si sia trattato di strategia e teologia inadeguate è un giudizio empirico; dovremmo metterci d’accordo sui parametri da usare, anche quello temporale. E tenere conto della variazione di pontificato: quando lavorammo insieme, ognuno nella sua trincea, a Ecclesia universa o introversa? la questione liturgica era nel cuore di molti, e nel cuore del pontefice. Quando la San Paolo pubblicò il volume (2013) non interessava più a nessuno, anzitutto a Roma. Sic transit.

Ma la sussistenza, la mera sussistenza direi (quella che Andrea e altri amici liturgisti radicali vedono come insopportabile pietra d’inciampo per la vita della Chiesa, non solo liturgica, e che io vedo come pietra d’angolo, ormai), di un paradigma antiquior realizzato e vissuto, posto là come icona della Chiesa irrinunciabile, vale come dialettica concreta. Vale cioè come negazione dialettica della fragile comunità ecclesiale tipo cui sembra ridotta la Chiesa cattolica (e del cui dono ringraziamo comunque il Signore). Una negazione che realizza un ideale e una realtà di Chiesa inattuali e perenni. Tutto nella sintesi del Corpo mistico.

Minuzie sulle ultime risposte di Andrea Grillo. Riguardo alla questione del “fallimento” della riforma liturgica concordo con lui che l’argomento dei numeri è debole. Anzitutto perché le correlazioni tra pratiche ecclesiali e numerosità dei praticanti sono difficilissime da ottenere e da interpretare (l’interpretazione presuppone degli enunciati lawful del tipo se-allora di cui manchiamo). E poi, alle solite, l’argomento del declino della pratica è da decenni in preda alle più diverse, anzi opposte, argomentazioni. Negli anni ho formato il mio giudizio piuttosto nella pratica (mista V e NO) di messalizzante, nell’ascolto delle omelie, nella valutazione di ciò che si dice come di quanto non si riesce/vuole più dire, nell’osservazione dei comportamenti (entro e fuori del rito) di clero e popolo.

Osservo, per chiudere, che la stoccata finale, “la tradizione non è passato ma è futuro”, caratterizza bene (non so quanto volontariamente e coerentemente) una filosofia di fondo dell’amico liturgista, ovvero l’utopismo ontologico e nihilistico di matrice Nietzsche-Bloch, coltivato da molti, ancora oggi dai giovani laureandi in filosofia. Certamente incompatibile con la teologia della storia salvifica, con la Cristologia dunque. Ed anche con il common sense.





Sbagliato, professor Grillo: provi a riflettere di nuovo!


Roma, basilica papale di san Pietro, 15 maggio 2011:
 all’altare della Cattedra, il card. Brandmüller 
celebra la Santa Messa secondo il rito tradizionale


Articolo scritto da Dom Alcuin Reid, pubblicato su Rorate Caeli. Traduzione curata da Sabino Paciolla (22 Giugno 2024).




om Alcuin Reid*

In mezzo alle “guerre della liturgia” di oltre un decennio fa, padre John Baldovin SJ pubblicò un articolo: “Idoli e icone: Riflessioni sullo stato attuale della riforma liturgica”. (Worship 2010, n. 5) Egli sosteneva che alcuni erano dediti all’idolatria di certe forme rituali, lamentando di aver riscontrato “un tipo paradossale di narcisismo in certi atteggiamenti verso la liturgia, in cui le persone pensano di sostenere una maggiore trascendenza nello stesso momento in cui promuovono un atteggiamento idolatrico verso la liturgia stessa”. Prendendo a prestito il fenomenologo francese Jean-Luc Marion, Baldovin sostiene che la liturgia dovrebbe invece essere iconica, dove (secondo le parole di Marion) “l’icona non è il risultato di una visione, ma ne provoca una… [convoca] la vista lasciando che il visibile si saturi a poco a poco dell’invisibile”. Baldovin cita ancora: “Nell’idolo lo sguardo dell’uomo è congelato nel suo specchio; nell’icona lo sguardo dell’uomo si perde nello sguardo invisibile che lo prospetta visibilmente”. (p. 389)

Padre Baldovin è attento ad affermare che non considera il “rito romano tradizionale idolatrico” in sé, ma che pensa che “l’atteggiamento di insistere su di esso o su un ritorno a molte delle sue caratteristiche alla ‘riforma della riforma’ sia idolatrico” nel modo descritto sopra. Ha ragione: la Sacra Liturgia non è un idolo morto da venerare. È invece un’icona vivente nel cui sguardo siamo attratti, che ci trasforma e ci forma in ciò che è “fonte e culmine” di tutta la vita cristiana.

Questa importante distinzione mi è venuta in mente leggendo la recente intervista di Andrea Grillo a Messainlatino. Se c’è un esempio di idolatria di certe forme rituali e di “un paradossale narcisismo in certi atteggiamenti verso la liturgia, in cui si pensa di sostenere una maggiore trascendenza e allo stesso tempo si promuove un atteggiamento idolatrico verso la liturgia stessa”, è proprio questo. Il professor Grillo lo prende in un colpo solo!

Perché se c’è una cosa che sappiamo con certezza – grazie a un giornalismo d’inchiesta molto diligente – è che l’attuale autorevole regno del terrore contro l’usus antiquior del rito romano (le forme liturgiche preconciliari della Messa, dei sacramenti, dei sacramentali, ecc.) di cui si potrebbe quasi chiamare il buon professor Grillo l’addetto stampa, nasce proprio da questa idolatria narcisistica delle riforme liturgiche promulgate dopo il Concilio. Esse sono scolpite nella pietra. Non è permesso parlare della loro riforma e parlare del loro abbandono a favore dell’uso vivo e crescente dell’usus antiquior è semplicemente un abominio che non può più essere tollerato – suggerisce l’impensabile: che tutto il sangue, il sudore e le lacrime versati per cambiare la liturgia non erano poi necessari. E nessuno può permettersi di dire questo.

In effetti, questo è considerato un tale abominio che un gruppo di cardinali anziani a Roma, per la maggior parte non impegnati nel ministero pastorale, ha pensato di organizzare un sondaggio tra i vescovi del mondo nel 2020. Sembrava come chiedere ai politici se volessero un aumento di stipendio, solo che, da quello che sappiamo, molti di loro hanno risposto di no! Vale a dire che le fughe di notizie che abbiamo sui risultati non pubblicati del sondaggio suggeriscono che i vescovi del mondo non considerano l’usus antiquior un problema. Non veniva venerato come un idolo, ma di fatto serviva sempre più come icona di Colui che tutti siamo chiamati ad adorare.

Le loro Eminenze, tuttavia, non si lasciarono scoraggiare. Con le buone o con le cattive il Santo Padre è stato convinto a sostituire il cardinale Sarah alla Congregazione per il Culto Divino con gli arcivescovi Roche e Viola e a firmare il famigerato Motu Proprio Traditionis custodes nel luglio 2021, con gli scagnozzi già pronti a garantirne la spietata attuazione. La riforma liturgica successiva al Concilio, che il Papa aveva curiosamente trovato la necessità nel 2017 di affermare “con certezza e con autorità magisteriale” come “irreversibile”, è stata stabilita come “espressione unica della lex orandi del rito romano” (cioè l’unico modo veramente legittimo di praticare il culto) a cui i recalcitranti all’usus antiquior dovevano essere convertiti, se necessario con la coercizione, “nella costante ricerca della comunione ecclesiale”, come insiste la Traditionis custodes. Alcuni hanno attribuito la curiosa espressione “l’espressione unica…” all’influenza del professor Grillo. Che io sappia, egli non ha mai confermato questa affermazione, ma se il cappello si adatta…

L’arcivescovo Roche non ha perso tempo nell’affilare la Traditionis custodes con chiarimenti stalinisti in nome del Santo Padre, come l’insistenza sul fatto che i servitori dell’altare all’usus antiquior abbiano il permesso del vescovo diocesano e che tali Messe non siano pubblicizzate nei bollettini parrocchiali, eccetera, con l’intenzione dichiarata di portare tutti all'”espressione unica della lex orandi del Rito Romano”. La campagna a questo scopo è stata portata avanti costantemente da allora, con la prospettiva di un’altra legislazione in arrivo che affronterebbe l’usus antiquior una volta per tutte.

In tutto questo il professor Grillo si è mostrato compiaciuto nel ritenere che coloro che, come ha osservato Papa Benedetto XVI, “hanno scoperto questa forma liturgica [l’usus antiquior], ne hanno sentito l’attrattiva e hanno trovato in essa una forma di incontro con il Mistero della Santissima Eucaristia, particolarmente adatta a loro” siano in realtà, come afferma nell’intervista, persone arretrate che non comprendono il significato della tradizione e che formano “poco più di una setta che sperimenta l’infedeltà come salvezza ed è spesso legata a posizioni morali e politiche [presumibilmente intende cattive] e a costumi molto preoccupanti” e che “coltivano la nostalgia del passato”. “

Sono inclusi in questo giudizio negativo gli oltre 18.000 pellegrini di Chartres (“il futuro della Chiesa in Francia”, secondo un vescovo diocesano francese), le fedeli ed eroiche famiglie cattoliche che osano avere figli e crescerli con le forme liturgiche tradizionali, i seminari, i monasteri e le case religiose in cui l’usus antiquior è il cuore vivo e pulsante, e naturalmente ogni accademico che osa difenderne il valore continuo. Sono tutti membri di “un club di alta società o di un’associazione che mira a parlare una lingua strana o a identificarsi con il passato, coltivando ideali reazionari”. L’uso della “lingua morta” del latino è deprecato (anche se il Concilio Vaticano II ha insistito per mantenerlo) e persino la povera cappa magna (lo strascico cerimoniale per vescovi e cardinali che è ancora un’opzione nei libri liturgici riformati) è condannata – il tutto perché “la Tradizione non è il passato, ma il futuro”.

Se questa intervista non fosse stata fatta a un professore di un’università pontificia romana e di un’importante facoltà liturgica italiana, le cui idee sembrano avere una certa influenza sulle politiche attuali della Santa Sede, sarebbe stata eminentemente da scartare. Ma poiché il professor Grillo si trova in questa posizione, le sue risibili farneticazioni sono molto importanti per la mancanza di profondità teologica e di sensibilità ed esperienza pastorale che dimostrano e, anzi, per la loro esposizione del puro terrore che i partigiani dell’usus recentior hanno per l’usus antiquior.

Ironia della sorte, il professor Grillo si lamenta a gran voce della scarsa capacità di ragionamento. Prendiamo la sua affermazione fondamentale: “La tradizione non è il passato, ma il futuro”.

Nostro Signore ha insegnato che “Ogni scriba che è stato formato per il regno dei cieli è simile a un padrone di casa che tira fuori dal suo tesoro ciò che è nuovo e ciò che è antico”. (Mt 13,52) Papa Benedetto XVI, chiarendo che l’usus antiquior non è mai stato abolito ed è quindi sempre stato in linea di principio consentito, e riconoscendo il suo valore pastorale nel XXI secolo e liberandolo da qualsiasi restrizione, ha agito di conseguenza: buona teologia e buona pratica pastorale, a mio avviso.

La tradizione non è né il passato, né esclusivamente il futuro. La tradizione è la presenza viva nella Chiesa di oggi di tutto ciò che è stato tramandato dagli Apostoli e sviluppato nel corso dei secoli nella vita della Chiesa nel suo culto, nella sua dottrina e nei suoi costumi. In primo luogo comprende ovviamente ciò che è stato direttamente rivelato da Dio, di cui la Sacra Scrittura è un testamento singolarmente privilegiato e ispirato. Ma la Sacra Liturgia è il luogo in cui questa tradizione vive, in cui la Scrittura viene letta nel suo contesto, in cui offriamo le nostre primizie a Dio Onnipotente nel culto come meglio possiamo (come dimostrano le magnifiche, ma diverse, forme di architettura ecclesiastica, la musica liturgica, i paramenti e altre forme di arte liturgica). I riti stessi della liturgia e le cose che essi impiegano diventano sacramentali – cose create che hanno il privilegio di riflettere la santità di Dio attraverso il loro uso nel Suo culto. Non possono essere trattati in modo profano o scartati a piacimento.

È per questo motivo che, come ci ha ricordato un recente documento pontificio, i papi e i vescovi sono “custodi della tradizione”, il che implica tutto ciò che un papa precedente ha insegnato quando a proposito dell’ufficio papale (e mutatis mutandis della Sacra Liturgia) ha detto che:

“Il potere che Cristo ha conferito a Pietro e ai suoi successori è, in senso assoluto, un mandato di servizio. Il potere di insegnare nella Chiesa comporta un impegno al servizio dell’obbedienza alla fede. Il Papa non è un monarca assoluto i cui pensieri e desideri sono legge. Al contrario: il ministero del Papa è una garanzia di obbedienza a Cristo e alla sua Parola. Egli non deve proclamare le proprie idee, ma piuttosto vincolare costantemente se stesso e la Chiesa all’obbedienza alla Parola di Dio, di fronte a ogni tentativo di adattarla o annacquarla, e a ogni forma di opportunismo”. (7 maggio 2005)

È quindi difficile accettare il puro positivismo che sta alla base dell’idoleggiamento delle riforme postconciliari da parte del professor Grillo. Le forme liturgiche precedenti erano “sacre e grandi” e possono certamente essere “sacre e grandi” anche oggi. Il fatto che questo terrorizzi coloro che hanno puntato la loro reputazione e la loro carriera su un discutibile atto di positivismo papale (l’imposizione di nuovi riti che non sono quelli richiesti dal Concilio e che non sono in continuità organica con la tradizione liturgica sviluppatasi nel corso dei secoli) e che alimentano l’imposizione opportunistica della loro ideologia mentre hanno la capacità politica di farlo, non cambia la verità che se la Tradizione si sviluppa, lo fa organicamente, per arricchimento, non per riforma o sostituzione in radice.

Altrimenti, nulla è vero, nulla ha valore – tutto è semplicemente una questione di convenienza politica. Ecco perché Papa Benedetto non ha sbagliato a insegnare che “ciò che le generazioni precedenti ritenevano sacro, rimane sacro e grande anche per noi, e non può essere improvvisamente del tutto proibito o addirittura considerato dannoso”, e che “è doveroso per tutti noi preservare le ricchezze che si sono sviluppate nella fede e nella preghiera della Chiesa, e dare loro il giusto posto”.

Per essere chiari, questo non significa che un Papa non possa legittimamente proporre un nuovo sviluppo o rito liturgico, come fece Paolo VI. Ma deve guadagnarsi il posto nella Tradizione per i suoi meriti, per così dire, e non per imposizione positivista da parte dell’autorità. Né può essere sostenuto da sussidi disonesti. Se diventa parte della Tradizione, così sia. Se subisce la sorte dell’innovativo breviario cinquecentesco del cardinale Quignonez, che ha goduto per decenni del sostegno papale prima della sua morte, avvenuta lontano nel tempo, allora così sia. Al contrario, bisogna dire che se un rito continua a vivere e a respirare e a portare buoni frutti anche di fronte all’opposizione papale, è molto difficile negare che abbia un posto legittimo nella tradizione viva della Chiesa di oggi e del futuro.

La mancanza di acume pastorale del professor Grillo è stupefacente. Sembra che abbia sperimentato l’usus antiquior solo via internet e che abbia reagito (forse giustamente) ad alcune celebrazioni ostentate e a volte curiosamente antiquarie di esso. Se solo lui, il cardinale Roche e l’arcivescovo Viola trascorressero il fine settimana di Pentecoste camminando da Parigi a Chartres con le migliaia di persone che lo fanno ogni anno, incontrerebbero cattolici ordinari, eroicamente fedeli, di tutte le età (ma soprattutto giovani) per i quali i tesori dei riti più antichi sono sempre nuovi oggi e li nutrono nelle loro diverse vocazioni cristiane. Certo, ci sarebbero persone e chierici strani, ma l’usus antiquior non ha una pretesa esclusiva su di loro – e anche loro hanno anime da salvare.

Il Professore, Sua Eminenza e Sua Eccellenza incontrerebbero anche ricche celebrazioni della Sacra Liturgia, alle quali queste migliaia di persone partecipano pienamente, consapevolmente, attivamente e fruttuosamente con grande devozione, come dimostra la profonda riverenza con cui ricevono la Santa Comunione (in qualsiasi tempo). Questo, ovviamente, è un’eresia per i nostri idolatri che credono che i riti liturgici riformati siano la conditio sine qua non per tale partecipazione. Ma è qui che sono pastoralmente ingenui. La maggior parte delle celebrazioni dell’usus antiquior oggi mostra tutto ciò che il movimento liturgico classico e i Padri del Concilio Vaticano II desideravano. Certo, questi ultimi hanno imposto alcune riforme moderate e organiche del rito per facilitare tutto ciò, ma non erano così stupidi da credere che queste fossero fini a se stesse, o addirittura da idolatrare.

La partecipazione piena, consapevole, attiva e fruttuosa alla Sacra Liturgia era ciò che il Concilio cercava, e coloro che rifiutano di riconoscere che questo si riscontra spesso nelle celebrazioni dei riti non riformati oggi stanno semplicemente negando la verità. È una realtà nelle parrocchie, nei monasteri, nelle case religiose e nei seminari di tutto il mondo che tutti possono vedere, compresi il professore e i suoi amici. Se aprissero gli occhi sul bene che è e che porta, e lo incoraggiassero e lo promuovessero!

Mettere in discussione i giudizi prudenziali di un Papa dopo il Concilio (e questo è ciò che è la riforma liturgica di Paolo VI – una serie di suoi giudizi prudenziali) non significa rifiutare il Concilio stesso, come sostiene il professor Grillo. Le due cose sono distinte. Applicare il principio fondamentale della sua costituzione liturgica (sulla partecipazione) nelle celebrazioni dei riti liturgici più ricchi e inediti significa, invece, onorare i desideri più cari del Concilio (un desiderio espresso da tanti, da Dom Guéranger nel XIX secolo in poi). Scusi, professore, ma questo è molto lontano dal negare il Concilio Vaticano II.

Né, necessariamente, lo è la celebrazione oggi anche dei riti della Settimana Santa anteriori alle riforme di Pio XII. Per il professor Grillo, chi lo fa “si pone oggettivamente al di fuori della tradizione cattolica”. Il nostro piccolo monastero ha ricevuto il permesso dalla Santa Sede di utilizzarli e, dopo averlo fatto, ne ha scoperto la ricchezza e la bellezza: un tesoro che non possiamo seppellire di nuovo. Posso essere d’accordo con il professore sul fatto che la scelta della data preferita nella cronologia della riforma liturgica può essere arbitraria e poco informata e priva di spirito ecclesiale, ma quando l’autorità della Chiesa autorizza qualcosa come un bene oggi (come ha fatto), è molto difficile capire come la stessa autorità possa all’improvviso proibirlo completamente o considerarlo dannoso.

È difficile concludere senza prendere le distanze dall’affermazione del professor Grillo secondo cui i seminari “tradizionali” “non generano una vita di fede, ma spesso un grande risentimento e un indurimento personale”. Si può essere d’accordo sul fatto che nei seminari si trovano professori e candidati strani, praticamente in tutti. Narcisisti insicuri si annidano in molti saloni di facoltà, uffici di superiori e cancellerie, ma non sono affatto proprietà esclusiva dei “tradizionalisti”. E ci sono seminaristi che lasciano i seminari, e talvolta anche la fede cattolica, con grande risentimento e di fatto con poca vita di fede. Ma ancora una volta, non si tratta di “tradizionalisti d’autore”. Laddove questi abusi e problemi esistono, devono essere affrontati con decisione e in modo trasversale.

Ma ciò che deve essere affrontato – e accettato come vero e rispettato – è che ci sono decine di formatori e centinaia di candidati nei cosiddetti seminari tradizionali, nei monasteri e nelle case religiose che lottano quotidianamente per la santità, la conversione della loro vita, l’aumento delle virtù, l’incremento della loro capacità di svolgere fedelmente la missione della Chiesa nel mondo di oggi e in futuro, pastoralmente e intellettualmente, ecc. Questi bravi uomini e donne non cercano di conservare le ceneri di un’epoca passata, ma inculcano in sé il fuoco di quella Tradizione viva che è il Vangelo di Gesù Cristo. Non sono parte dei problemi della Chiesa; piuttosto, costituiscono una parte significativa della soluzione al suo confronto, finora disastroso, con un mondo post-cristiano.

In questo momento della storia della Chiesa è difficile credere che i suoi gerarchi chiudano narcisisticamente congregazioni e comunità giovani, fiorenti e in crescita, o le costringano all’irregolarità canonica o, ancora di più, al di fuori della Chiesa, in nome di un’unità desiderata che in realtà non è altro che un’insistenza politicamente motivata sull’uniformità per placare l’idolo di loro scelta: la liturgia riformata (invecchiata e non così bene). Ed è uno scandalo che professori di rinomati istituti pontifici sostengano i loro sforzi. Farebbero tutti bene a seguire il consiglio di Gamaliele: “Allontanatevi da questi uomini e lasciateli in pace; perché se questo piano o questa impresa è degli uomini, fallirà; ma se è di Dio, non riuscirete a rovesciarli. Potreste addirittura trovarvi in contrasto con Dio!”. (Atti 5, 38-39)




*Dom Alcuin Reid è il priore fondatore del Monastère Saint-Benoît di Brignoles, in Provenza, Francia www.monasterebrignoles.org ed è uno studioso di liturgia di fama internazionale.