lunedì 21 novembre 2022

Esoterismo, magia e tarocchi nel collegio Rosmini. E l’esorcista prende nota




21 NOV 22


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by Aldo Maria Valli

Mentre a Vocogno e nella cappella dell’ospedale San Biagio di Domodossola si impedisce a due sacerdoti, don Alberto e don Stefano, di celebrare le messe in rito antico, e non si dà risposta ai fedeli che chiedono un ripensamento, nella stessa Domodossola si consente che nel collegio Mellerio Rosmini si tenga una mostra dai contenuti esoterici e magici, con conseguente presa di posizione dell’esorcista del luogo.

La mostra in questione è Setzinger Alchemica, sull’opera di Elisa Seitzinger, “un mondo inconfondibile e affascinante”, si legge nella presentazione, “scaturito da suggestioni composite e molteplici”. E ancora: “La Seitzinger è folgorata e folgorante, attinge e dialoga con l’arte medievale sacra e cortese, rivisita bestiari, modella mosaici bizantini e icone ortodosse, ci introduce nel mondo dei tarocchi, guarda all’iconografia esoterica e a quella classica, si ispira agli ex-voto e alla pittura primitiva”.


Apprendiamo inoltre che la mostra, visitabile fino al 5 febbraio 2023, è “un percorso immersivo tra sacro e profano che si snoda all’interno delle imponenti e solenni atmosfere dello storico Collegio Mellerio Rosmini, istituto dedicato ad Antonio Rosmini Serbati (1797-1855), sacerdote, autore di scritti di ascetica, teologia, filosofia, pedagogia, uno dei maggiori pensatori italiani dell’Ottocento”.

E il punto è proprio questo: che c’entra il beato Antonio Rosmini con l’alchimia, l’esoterismo e i tarocchi? Domanda da girare ovviamente al vescovo di Novara.


In proposito l’esorcista don Gianni Remogna, venuto a conoscenza della mostra e dei suoi contenuti, ha messo nero su bianco una dichiarazione: “Con la presente mi sento di affermare con certezza che i quadri della mostra Seitzinger Alchemica attualmente sita presso il collegio Mellerio Rosmini a Domodossola contengono simboli esoterici-magici estranei alla religione e alla cultura della Chiesa cattolica”.

Dunque, anche se la mostra, come dicono gli organizzatori, “dialoga con gli ambienti storici del collegio” (?), non ha nulla a che fare con la fede e con la Chiesa.


Che ne direbbe il beato Rosmini? Non è difficile immaginare che probabilmente inserirebbe il caso della mostra tra le cinque piaghe della Santa Chiesa al centro del suo celebre saggio. In particolare là dove si occupa dei vescovi e della loro disunione dal popolo di Dio.

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Nella foto, un’opera di Elisa Seitzinger




domenica 20 novembre 2022

Tradizione e cancellazione




Roberto Dal Bosco 

Ho scattato questa foto domenica mattina scorsa. È tutto vero: non ci sono effetti speciali, la luce era quella, quest’immagine la stavano vedendo tutti i presenti con i loro occhi. Ora i fedeli se la stanno rimpallando su Whatsapp e Telegram.

Sembra una cartolina votiva dell’Ottocento, o un quadro barocco, sì. Invece è la realtà. Viene dalla Santa Messa che, nel mio piccolo, contribuisco ad organizzare (e aprire i portoni, lottare con le cimici cinesi, pulire, etc.) in una chiesetta vecchia di 800 e passa anni – confesso che talvolta, con una certa voluttà, arrotondo a mille quando ne parlo. È un oratorio che spunta da una collina, emergendo da un immensa rossa, da cui è cavato fuori, scolpito. Tutt’intorno, pareti di pietra e boschi, la dolcezza delle altre colline, la vastità della pianura che respira appena sotto.

Non ho fatto alcuno sforzo per ottenere un’immagine forte. Ho, tra le altre cose, un diploma di regia (ma credo di non averlo mai ritirato), e forse per questo mai sono stato un bravo fotografo – Fellini si vantava di non essere in grado nemmeno di scattare una fotografia su un suo set, e mi sono approfittato di quest’idea per alimentare la mia pigrizia riguardo gli scatti.

Per questa foto non ho cercato l’inquadratura, regolato l’esposizione, nemmeno ho usato inventi informatici moderni. È stata fatta con il mio telefonino, un iPhone vecchio di 5-6 anni, mentre, durante la consacrazione, era in ginocchio, una mano sul telefono, l’altra sulla spalla del mio bambino, che sta ancora imparando a stare a Messa, quando ci si alza, ci si siede, ci si segna, ci si inginocchia…


Eppure, tutti mi dicono, «che foto potente», «che bella», etc. Altri mi chiedono più sfacciatamente: «hai usato Photoshop?»



No, non ho usato nulla. Il raggio di luce che vedete, è tutto vero. Era visibile ad occhio nudo. Lo era anche poco prima dell’inizio della cerimonia, prima che vi fosse l’incenso. In realtà, ogni finestra della chiesetta emanava quei bagliori divini. Per tutta la durata della Santa Messa.
Semplicemente, quella luce non l’avevamo mai vista perché abbiamo ottenuto la Santa Messa al mattino invece che alla sera alle 18, come è accaduto negli ultimi 4 anni.


Con quei raggi, mi sono entrate nella mente tante illuminazioni.
Le foto che ho scattato domenica impressionano tanto non a causa mia, o del software del vecchio iPhone, né per questioni di scatti di fortuna.


Quella luce c’è perché è stata programmata. Studiata. Realizzata. C’è perché questa chiesa, che ha resistito per quasi tutto il II millennio dell’era cristiana, è stata costruita in un tempo in cui gli uomini ancora sapevano costruire: cioè, sapevano che erigere un edificio era molto più che un lavoro di muratura. Si costruivano le chiese pensando al contatto con Dio.


Non si tratta di speculazioni, ma di una verità materiale. Le chiese un tempo erano orientate. Erano cioè costruite affinché l’abside volgesse ad oriente, e il sacerdote e i fedeli pregassero nella medesima direzione.


Gli ebrei usavano pregare in direzione di Gerusalemme, cosa che dovrebbe essere rimasta nei riti delle sinagoghe. I primi cristiani non riconoscevano più la Gerusalemme terrena, ma quella Celeste, la città della seconda venuta di Cristo, quella che, nella gloria, il Risorto avrebbe costruito assieme al suo popolo. Il sole che sorge, dunque, poteva fungere da simbolo della Resurrezione, e quindi del ritorno di Nostro Signore.


Sta scritto: «verrà a visitarci dall’alto un sole che sorge» (Luca, 1, 78).


Secondo gli studiosi, almeno dal quarto secolo la preghiera era quindi orientata: rivolta ad oriente. E con essa le chiese dei cristiani.


Nel Seicento, tuttavia, l’usanza di orientare le chiese già cominciava a venire meno. Poi giunse l’era oscura: ecco il Concilio Vaticano II e la riforma di Paolo VI. Ecco che il prete non celebra più dando le spalle ai fedeli – nella celebrazione che si dice, appunto, ad orientem – ma guardandoli, come se la Santa Messa fosse un comizio, un incontro, uno spettacolino.


Inutile cercare di non vedere come questa riforma liturgica abbia segnato per sempre l’orientamento delle nuove chiese, nella cui bruttezza architettonica non viene certo concepita la direzione verso il sole che risorge.


La chiesa ha perso l’Oriente, e il risultato è che il mondo è stato disorientato. Letteralmente. Questo lo andiamo ripetendo da tanto: il Concilio è stato forse la più grande catastrofe mai affrontata dall’umanità, perché ne ha scombinato il sistema operativo, ne ha alterato il codice sorgente, rendendo possibile ogni sorta di errore di sistema. Se pensiamo alle legalizzazioni degli aborti procurati in tutti i Paesi del mondo (anche teoricamente di matrice cattolica) venute poco dopo, sappiamo che il prezzo del Concilio si calcola col sangue di milioni, forse miliardi di innocenti.


Ma se il mondo moderno e la chiesa moderna hanno perso la direzione, questo mica vale per tutti. Una Santa Messa in rito antico, una Messa di sempre, celebrata ad orientem in una chiesa rivolta verso oriente ce lo dimostra plasticamente materializzando la luce del Cielo.


Chi ha costruito la nostra chiesetta lo sapeva. Sapeva perfettamente come fare per permettere alla luce di baciare l’altare e tutto lo spazio sacro. Sapeva che la chiesa andava costruita così, perché essa era un mezzo di contatto con Dio, e ad esso doveva conformarsi, secondo la legge naturale, di cui la negazione era impensabile, secondo cui Iddio sta sopra, e l’uomo sta sotto, e la grazia, come la luce, scende verso gli esseri umani secondo la bontà divina, e i canali predisposti dall’uomo.


Nessun palazzo moderno può offrire questa bellezza, semplicemente perché non crede. Non crede a Dio, non crede alla legge naturale, non crede alla grazia – e non crede nemmeno alla bellezza.


La chiesetta che vede in foto è stata pensata per portare avanti la Tradizione: cioè, etimologicamente, per essere tramandata. Per durare nei secoli (e lo ha fatto). Da Dio all’uomo. Dall’uomo ai suoi figli.


Ogni cosa moderna, dai palazzi alla filosofia, dagli abiti alla politica, è fatta per durare nulla: soddisfare un qualche impulso a breve termine, un impulso personale che muore con il suo consumo, non qualcosa che viene trasmesso ad altri, ai figli, ai posteri. Il mondo moderno è, in pratica, pensato per portare avanti la cancellazione.


Cancellare, bloccare, far sparire. Se ci pensate, tutto sembra creato per estinguere l’umanità, per annullarne l’esistenza, il ricordo, la vita.


Le città pensate per cose e funzioni prima che per gli esseri umani – le smart cities, magari arricchite da architetture decostruzioniste pensate per essere inabitabili.


La contraccezione – che blocca la prima tradizione naturale possibile, la trasmissione della vita.


La moda – che rende tutti più brutti e malati, e non dura niente.


La droga – anche, soprattutto, quella legalizzata degli psicofarmaci, che cancellano personalità e pensiero.


L’aborto – che annulla la vita quando sta per nascere.


L’eutanasia – che sopprime la dignità della vecchiaia, cioè di tutto l’arco esistenziale di una persona.


Il sacrificio umano – che distrugge l’uomo per innalzare la violenza, tentando di cancellare, ed invertire il sacrificio di Dio per l’uomo.


La bomba atomica – che cancella direttamente la civiltà, e le città, e l’umanità tutta: la cancellazione ultima che incombe su di voi mentre leggete queste righe.


È possibile opporsi alla cancellazione a cui vi vogliono destinare. È possibile opporsi alla Necrocultura, a ciò che vuole distruggere la vita per sostituirla con morte.


È possibile farsi, ora, soldati del Primato dell’Essere. Divenire propagatori non più del mondo che cancella, ma del popolo che custodisce e continua – che vive. E che continua a vivere, anche dopo la morte, grazie alla propria discendenza: i figli, i loro figli, e poi oltre, tutti a portare un qualche pezzo di noi, fisico o spirituale, genetico o morale che sia.


Essere non più il frutto del Niente, ma la continuazione dell’Essere. Perché l’Essere continua, non si ferma, viene trasmesso. Generazioni di millenni di uomini si sono propagati come i raggi del sole, e ci hanno portato qui. E, per quanto provino a renderla una cosa reversibile, non c’è modo di uscire da questo: voi ci siete, e ci sarete, per sempre – ci sarete anche quando non ci sarete più.


Non avete molta scelta dinanzi a voi: Tradizione o cancellazione.


Noi di dubbi non ne abbiamo, e in realtà non dovreste nemmeno voi: ogni singola cellula del corpo è stata creata per tramandare ciò che ha ricevuto. Tradidi quod et accepi, ha detto il Signore della vita. «Vi ho trasmesso semplicemente ciò che ho ricevuto».


Sì, questo è l’orientamento della vita. È la direzione in cui, se ci disponiamo, su di noi arriva la luce.


Di questo ne ho certezza. Anzi, adesso ci ho pure la foto.





sabato 19 novembre 2022

Il dio Pan è tornato. Riti, morale e dottrina della nuova religione della natura






di Sandro Magister

18 nov 22

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Che la Chiesa cattolica subisca o persino assecondi l’avvento di una nuova religione della natura, con il dio Pan come suo simbolo, non è una teoria bizzarra. È la tesi, sostenuta con argomenti convincenti, della filosofa francese Chantal Delsol nel suo ultimo saggio, da alcuni giorni in libreria anche in Italia per i tipi di Cantagalli: “La fine della cristianità e il ritorno del paganesimo”.

Delsol, cattolica, insegna filosofia politica e si definisce liberal-conservatrice, ha fondato nel 1993 l’Istituto Hannah Arendt ed è membro dell’Académie des Sciences morales et politiques dell’Institut de France. Respinge decisamente l’idea che il collasso della fede cristiana lasci il campo libero a un Occidente “ateo”. No, la modernità non fa tabula rasa del cristianesimo. La fede nella trascendenza crolla, ma l’edificio non scompare, i suoi mattoni sono riutilizzati in modo nuovo. Come i primi cristiani si stabilirono in templi pagani, di cui trasformarono i significati, così la religione cambia per scritture sovrapposte e diverse, come in un palinsesto.

Delsol non teme un’islamizzazione dell’Europa. Anche i musulmani europei sono travolti dal cambiamento culturale in atto. “Di certo – ha scritto su ‘Le Figaro’ di cui è editorialista – sono crollati i fondamenti del giudeo-cristianesimo. Il primo è la fede nell’esistenza della verità, che ci viene dai greci. Poi è l’idea del tempo lineare, che storicamente ci ha dato la visione del progresso, per cui si torna al tempo ciclico con l’annuncio di catastrofi apocalittiche. Infine, è la fede nella dignità sostanziale dell’essere umano che viene cancellata per far posto a una dignità conferita dall’esterno, sociale e non sostanziale, come avveniva prima del cristianesimo”.

La religione che avanza è una nuova forma di paganesimo, con la natura al suo centro, sacralizzata. Nel breve estratto del suo libro che è riprodotto più sotto, Delsol spiega questa mutazione, che non ha più la Chiesa ma lo Stato come suo officiante. A custodire quel che resta della vera fede cristiana non potranno esservi che delle minoranze, sperabilemte creative, fatte di testimoni, di “agenti segreti” di Dio.

Delsol non è la sola voce che in Francia si leva per analizzare la mutazione culturale che oggi investe e travolge il cristianesimo. Sorprendentemente, in un Paese nel quale i battezzati sono già meno della metà e la pratica cattolica è calata a picco, c’è uno straordinario interesse per tali questioni da parte di intellettuali e scrittori, anche non credenti.

È di fine ottobre il dialogo di ampio respiro promosso da “Le Figaro” a Parigi tra il filosofo cattolico Pierre Manent e lo scrittore Alain Finkielkraut, membro dell’Académie Française, ripubblicato integralmente anche in Italia da “Il Foglio” del 2 novembre con il titolo: “È morto il tuo Dio, Europa? Una religione civile ha soppiantato il Dio di Pascal”. In esso i due studiosi concordano con Delsol nel tratteggiare l’odierna mutazione del cristianesimo in una religione semplicemente naturale, umanitaria, complice la resa della Chiesa.

Non solo la filosofia, anche la narrativa è in Francia fortemente segnata da queste stesse questioni capitali. Due nomi su tutti. Il primo è Emmanuel Carrère, il cui romanzo “Il Regno” è stato presentato così da Roberto Righetto, sul quotidiano della conferenza episcopale italiana “Avvenire”: “Uno dei più importanti libri ‘cristiani’ degli ultimi tempi, anche se scritto da un non credente: un’inchiesta sul Vangelo di Luca condotta mescolando indagine storica e racconto autobiografico, che diventa una severa investigazione sulla sostanza dell’annuncio cristiano, un vero corpo a corpo la cui lettura spinge anche i credenti a interrogarsi con la medesima serietà”.

E poi Michel Houellebecq, altro scrittore tanto apprezzato quanto controverso, per il quale non è affatto scontato che l’attuale scristianizzazione sia definitiva e per sempre, perché invece potrebbe andare incontro anch’essa a una rottura, a una “mutazione metafisica” come quella che ha segnato la fine improvvisa di precedenti stadi di civiltà. Ed è a questo che si deve essere pronti, “serbando intatta l’eredità cristiana per poterla poi riproporre in un mondo mutato”.

Ciò che colpisce, di questo interesse così vivo, in Francia, a tali questioni, è che esso non è promosso né guidato dalle gerarchie della Chiesa, ma è animato in totale autonomia da uomini di cultura, non soltanto cristiani.

Esattamente come avvenne in epoche precedenti della storia della Chiesa, in particolare nelle tre rinascite religiose dell’ultimo mezzo millennio messe in luce dallo storico Roberto Pertici, tutte e tre con la Francia come epicentro: quella del Seicento con Pascal e Port Royal, quella romantica del primo Ottocento con Chateaubriand e “Le génie du Christianisme”, e quella del primo Novecento del “Renouveau catholique” e dei grandi convertiti, da Péguy a Maritain, da Claudel a Bernanos.

A Delsol la parola.

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L’ECOLOGIA COME RELIGIONE COMUNE



di Chantal Delsol

In questo inizio del XXI secolo, la corrente filosofica più affermata e attraente è una forma di cosmoteismo legato alla difesa della natura. I nostri contemporanei occidentali non credono più in un aldilà o in una trascendenza. Il senso della vita va trovato in questa vita stessa e non al di sopra di essa, dove non c’è nulla. Il sacro si trova qui: nei paesaggi, nella vita della terra e negli stessi esseri umani. Si è prodotta una “antropologia monista”, che si avvicina all’antico animismo. Per l’ecologismo odierno non c’è più alcuna separazione essenziale tra l’uomo e gli altri esseri viventi, né tra l’uomo e tutta la natura, che egli semplicemente abita, senza dominarla con una qualsiasi superiorità.

Per il monoteista, l’uomo si sente straniero in questo mondo immanente e aspira all’altro mondo, ed è proprio questo, ad esempio, che Nietzsche rimproverava ai cristiani. Per il cosmoteista, invece, il mondo è una dimora tutta sua, nel senso pieno del termine. Vuole abitare questo mondo come cittadino a pieno titolo, e non più come quello straniero di passaggio, quel cristiano descritto dall’anonimo autore della Lettera a Diogneto. Vuole vivere in un mondo autosufficiente che abbia in sé il suo significato, in altre parole: un mondo incantato, il cui incanto sta al suo interno e non in un aldilà angosciante e ipotetico.

L’uomo postmoderno vuole abolire le distinzioni, il suo aggettivo preferito è “inclusivo”. E il cosmoteismo gli si addice perché cancella il vecchio dualismo tipico del giudeo-cristianesimo. Sente l’esigenza di sfuggire alle contraddizioni tra il falso e il vero, tra Dio e il mondo, tra la fede e la ragione. Invece di esiliare Dio fuori del mondo, lo richiama qui e si riappropria del sacro. Per Odo Marquard, filosofo tedesco contemporaneo, il fiato corto del monoteismo offre una possibilità al politeismo di tornare al centro della scena, attraverso il ritorno di miti plurali. Il ritorno al politeismo viene da lui descritto come un’emancipazione dalla verità esclusiva, una libertà completa data al regno delle narrazioni e la fine dell’escatologia della salvezza.

L’ecologia oggi è una religione, una credenza. Non perché l’attuale problema ecologico non debba essere considerato come scientificamente dimostrato; ma perché queste certezze scientifiche sul clima e sull’ecologia producono convinzioni e certezze irrazionali, che sono in realtà credenze religiose, dotate di tutte le manifestazioni della religione.

Oggi l’ecologia è diventata una liturgia: è impossibile ometterne la celebrazione, in un modo o nell’altro, in qualsiasi discorso o frammento di discorso. È un catechismo: lo si insegna ai bambini a partire dalla scuola materna e in modo ripetitivo, per aiutarli ad acquisire le buone abitudini di pensiero e di azione. È un dogma consensuale: chi pone delle questioni al riguardo, o chi solleva il minimo dubbio, è considerato come un pazzo o un malfattore. Ma soprattutto – e questo è il chiaro segno di una credenza e non certo di una scienza razionale – la passione per la natura fa accettare tutto ciò che era rifiutato dall’onnipotente individualismo: la responsabilità personale, il debito imposto verso i discendenti, i doveri verso la comunità. È quindi in nome di questa religione immanente e pagana che reintegriamo tutte le dimensioni indispensabili dell’esistenza, che prima erano assunte e coltivate dal cristianesimo.

Al di là della necessaria tutela dell’ambiente, troppo a lungo trascurata dall’era industriale, il pensiero ecologico sviluppa una vera e propria filosofia di vita. Non rimane al livello della difesa dell’ambiente. C’è una ragione ben precisa di questo fatto. Abbiamo tutta una tradizione cristiana di difesa della natura, da san Francesco o santa Ildegarda di Bingen fino, ai giorni nostri, al “filosofo contadino” Gustave Thibon. In questa tradizione, la natura è considerata come una creatura divina e come tale protetta; la difesa della natura si inserisce all’interno della fede nella trascendenza e di un umanesimo che pone l’uomo al centro. Ma quando la cristianità svanisce, e con essa la trascendenza, è inevitabile che il sacro riappaia in una forma o nell’altra. Nel momento in cui la difesa dell’ambiente si afferma come un dovere urgente ed evidente, la natura si vede allora sacralizzata, cioè messa al riparo, stabilita al di sopra, resa inviolabile.

La nuova religione ecologica è una forma di panteismo postmoderno. La natura diventa oggetto di un culto, più o meno evidente. La madre terra diventa una specie di dea pagana, e non solo tra gli indigeni boliviani, anche tra gli europei. Tanto che papa Francesco parla oggi di “nostra madre terra”, in senso cristiano ovviamente, ma lasciando aperta l’ambiguità che permette il legame con le credenze contemporanee. I nostri contemporanei difendono in tutte le sue forme la natura snaturata dall’uomo, così come non esitano ad abbracciare gli alberi. Siamo in una fase in cui, nel vasto campo aperto dalla cancellazione del cristianesimo, nuove credenze si affacciano: e soprattutto il panteismo che traduce in religione la difesa dell’ambiente.

I cristiani di oggi, sconvolti dalla caduta della loro influenza, tendono a sostenere che ogni moralità scomparirà con la cancellazione del monoteismo. Ma ciò significa disconoscere la storia. Le morali e le religioni non nascono assieme, e non sono le religioni a generare le morali, fino all’avvento del giudeo-cristianesimo. Nei mondi antichi, politeisti, la morale viene dalla società e ha un’origine tutta umana: derivata dai costumi, dalle tradizioni. La religione è di un altro ordine. Gli dei esigono sacrifici e generano riti. Le norme morali richiedono obbedienza. Tra i popoli politeisti, è lo Stato ad essere il custode della morale. Incredibile e nuovo è lo spettacolo di Mosè che scende dal monte con le tavole della legge: qui sì per la prima volta la morale viene da Dio.

Ma all’inizio del XXI secolo la Chiesa abbandona il suo ruolo di custode delle norme morali e quest’ultimo passa di nuovo allo Stato. La molteplicità di credenze morali e religiose che abitano i nostri Paesi – ben visibili attraverso la diversità rappresentata nei comitati etici – porta necessariamente a un’amplificazione del ruolo del potere politico. Quest’ultimo, rappresentato dalle sue élite tanto consapevoli quanto attive, torna ad essere il custode della morale quale era stato prima del lungo periodo di cristianità.

Oggi gli occidentali non vogliono più che questa tutela sia assicurata dalle religioni, dai chierici. Preferiscono quella autorità neutra che è lo Stato, che sono le élite istituzionali o di influenza. Questo è il motivo per cui oggi il “mainstream” ufficiale si assume il diritto di proteggere la morale e di impedirne le deviazioni, nonché di ostracizzare i devianti. I conduttori dei talk show sono le sentinelle e talvolta i cerberi della morale comune. Non necessariamente i produttori, perché la morale proviene da molte fonti, ma le sentinelle, coloro che vigilano sulla sua esecuzione. Hanno assunto il ruolo che svolgevano i vescovi ancora mezzo secolo fa.





venerdì 18 novembre 2022

I tempi dell’Anticristo, spiegati da Müller



La rinuncia alla verità, conseguente alla “morte di Dio”, ha portato al relativismo morale e a una “religione civile” dove non c’è posto per la fede in Cristo. Sulla rivista Cardinalis, il card. Müller scuote i cristiani perché riconoscano i tempi apocalittici che stiamo vivendo. Anche in Vaticano tutto è sottosopra. Ma c’è un piccolo resto, sorretto dalla promessa di Gesù.




L’ANALISI DEL CARDINALE
EDITORIALI


Luisella Scrosati, 18-11-2022

L’Anticristo. Gli illuministi di ultima generazione, tutti presi dall’hi-tech, dalla transizione ecologica e dai sogni transumanisti, sorridono solo a sentirlo nominare. Che siano sorrisi di compiacente adesione a questo “salvatore dell’umanità” o sorrisi di chi si ritiene superiore a queste secolari dicerie, importa poco. Sorridono anche molti pastori della Chiesa e molti teologi, esternando una certa aria spocchiosa rispetto a questi temi medievali, che la critica biblica e teologica ha già sostanzialmente squalificato come lasciti di una fede non ancora sufficientemente matura e illuminata.

Eppure c’è poco da ridere e sorridere. L’epoca ecclesiale che ha fatto del (presunto) discernimento dei segni dei tempi il suo punto d’onore, mostra la sua inguaribile cecità nell’incapacità di riconoscere il tempo in cui viviamo, meritandosi il rimprovero di ipocrisia del Signore Gesù: «Ipocriti, l'aspetto della terra e del cielo sapete riconoscerlo; come mai non sapete riconoscere questo tempo?» (Lc 12, 56). Duemila anni fa, il Cristo calcava la terra di Palestina e i suoi non lo hanno riconosciuto; oggi l’Anticristo calca gli uomini, ingannandoli e opprimendoli in ogni modo, e quasi nessuna delle sentinelle d’Israele se ne accorge. Quasi.

Nell’ultima intervista con Peter Seewald, in appendice alla corposa biografia sul Papa emerito, Benedetto XVI aveva infatti esplicitamente parlato dell’Anticristo all’opera nel «credo anticristiano» che si sta imponendo ovunque e che punisce «con la scomunica sociale» chiunque lo contesti (vedi qui).


Oggi, con toni decisamente più forti, è il cardinale Gerhard L. Müller, con un contributo per la rivista Cardinalis (n. 3, ottobre 2022, pp. 20-23), a scuotere i confratelli cardinali e tutti i cristiani, perché riconoscano i tempi apocalittici che stiamo vivendo (vedi qui).

Tutto è sottosopra: la morte di Eugenio Scalfari solleva voci ammirate in Vaticano, mentre per il cardinale Zen solo imbarazzati silenzi; dal Papa sfilano atei, sostenitori del gender, abortisti e guerrafondai, mentre uomini e donne fedeli vengono allontanati con l’accusa di dogmatismo, rigorismo e rigidismo. I curatori fallimentari del Sinodo tedesco vengono tollerati, mentre i sacerdoti e i fedeli amanti della liturgia antica sono bastonati. Ce n’è abbastanza per porsi seriamente delle domande: «La Chiesa cattolica sarà travolta dall'abisso devastante della secolarizzazione e alla fine sarà travolta dal sentimento nichilista della «morte di Dio»? […] L’“Anticristo” ha già preso piede?». E ancora: «In tutta questa confusione dottrinale e morale, è ancora “la Chiesa del Dio vivente, colonna e fondamento della verità” (1Tm 3,15)? La promessa di Gesù a Pietro che le porte dell'inferno non sopraffaranno la sua Chiesa (Mt 16,18) è ancora valida in questi tempi apocalittici?».

Nell’analisi del cardinal Müller, da un lato, troviamo Friedrich Nietzsche, il “profeta dell’Anticristo”, che indica come caratteristica essenziale dell’impero dell’Anticristo «la totale rinuncia alla verità filosofica e teologica», conseguente alla “morte di Dio”. Spazzata via la verità, «tutto ciò che rimane [...] è un relativismo metafisico e morale il cui vuoto caotico è riempito dalla “volontà di potenza” del superuomo. [...] Il potere è al di sopra della legge. La messa al bando della verità dal discorso rende accettabile ogni menzogna». Dall’altro, Vladimir Solov'ëv tratteggia con sorprendente lucidità la fisionomia del grande oppositore del Cristo: «Un filantropo universale che supera tutti i contrasti con la buona volontà», che è riuscito a unificare «tutta la saggezza religiosa e la conoscenza scientifica dell'umanità in un'unica visione universale». L’imperatore universale vuole accanto a sé il cappellano di corte, il capo della nuova religione civile del nuovo impero, e lo ottiene tramite un conclave da lui riunito, nel quale viene eletto «un “dubbio cattolico e indubbio impostore”, che si era precedentemente “intrufolato” come cardinale a Roma». Il nuovo papa riceve il consenso «della maggior parte dei cardinali […] inebriata dalla religione imperiale dell'unità mondiale e dal ruolo degno che gli era stato concesso di svolgere in essa». Si tratta di un papa a servizio del potere del mondo, un papa che non si pone più il problema della verità e dell’adesione a Gesù Cristo.

Ma è proprio nel momento più alto dell’impostura, che un piccolo resto rimane fedele e si riunisce attorno alla confessione di Gesù Cristo. È questa loro confessione di Cristo a portare «inevitabilmente alla luce il fondamentale carattere anticristiano del Nuovo Ordine Mondiale senza Dio, perché chi nega che Gesù sia il Figlio di Dio è il bugiardo, e il suo strumento spirituale è quello del falso papa che governa questo mondo». Nella “visione” di Solov'ëv, non è a prescindere dal papa, ma attorno ad un «papato liberato da ogni interesse e considerazione mondana, ma anche dalle seduzioni del potere terreno» che i veri discepoli, «coloro che, nonostante le persecuzioni e gli insulti, non si lasciano sedurre e ingannare dai sedicenti nuovi dominatori del mondo e dai mortali redentori dell'umanità», si riuniscono nella confessione del Figlio del Dio vivente.

L’inizio di questi tempi della fine, o della fine dei tempi, era stato già intuito dal grande filosofo cattolico Josef Pieper, del quale, in questo mese, ricorre il venticinquesimo anniversario della morte. L’apostasia generale, un controllo totale, l’uso della forza sono, secondo Pieper, le caratteristiche del regno dell’Anticristo, «manifestazione estrema e più radicale di quella “disarmonia” che è penetrata nel mondo storico col peccato d’origine» (Sulla fine del tempo, pp. 117-8); di fronte a questo «pseudo-ordine mantenuto con l’uso della forza» (p. 121), la Chiesa, nel suo piccolo resto, non ha altra possibilità di vittoria che il martirio.

Quanto la Rivelazione ci consegna sull’Anticristo non è facoltativo; e non è nemmeno una trovata per spaventare i fedeli. Lì troviamo gli elementi per comprendere i segni dei tempi della fine e non cedere alla tentazione anticristica, spinti dallo scoraggiamento o dalla disperazione di vedere che ovunque trionfano l’ingiustizia e l’empietà, che tutto sembra perduto. È la virtù soprannaturale della speranza che deve sostenere il cristiano. Speranza della buona fine di colui che spera nel Signore. Ma, si domanda Pieper, «poiché appunto la meta della speranza del cristiano porta il nome “nuovo cielo e nuova terra”, non si viene, nel tempo stesso, ad affermare che un esito felice ci dovrà essere anche per questa realtà terrena?» (p. 142).

«In tempi di agitazione e confusione - continua il cardinal Müller -, di persecuzione dall'esterno e dall'interno, non temiamo la caduta della Chiesa. I tempi della fine sono giorni di prova per la nostra fede che l'Anticristo non potrà mai sopraffare il vero Cristo». Tutto il disorientamento, il dolore e l’angoscia di questi tempi è stato preannunciato da Gesù; ma questi segni della fine devono essere salutati come segni di un nuovo inizio ormai prossimo: «Quando queste cose cominceranno ad accadere, alzatevi, levate il capo; la vostra liberazione è vicina» (Lc 21,28).







giovedì 17 novembre 2022

Presentazione di un libro di don Enrico Bini su Cesare Guasti: a Prato il 18 novembre 2022

 




Venerdì 18 novembre 2022 alle ore 17,00, nell'ambito delle celebrazioni
per il secondo centenario della nascita del venerabile Cesare Guasti,

al Museo di Palazzo Pretorio (g. c.), verrà presentato il volume di

Enrico Bini,

Nulla è più caro della libertà. Cesare Guasti (1822-1889) Fede e storia,
Siena, Ed. Cantagalli, 2022.

La pubblicazione viene edita nella collana "Studi e memorie", curata
dall'Associazione culturale “Cesare Guasti” di Prato.
Interverrà Nicola Gori giornalista dell'Osservatore Romano.


Il paradosso dell’ateismo cattolico




17 NOV 22


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by Aldo Maria Valli



di Paolo Gulisano

Il 17 novembre si celebra la Giornata mondiale della filosofia, promossa dall’Unesco per ricordare il valore della filosofia come disciplina e pratica quotidiana, in grado di trasformare la società. La filosofia, a detta dell’Unesco, apre al dialogo interculturale e al confronto ragionato tra opinioni differenti, e aiuta a comprendere le principali sfide contemporanee, creando le condizioni per il cambiamento. Il tema della Giornata della filosofia di quest’anno è davvero esplicito, a proposito di “cambiamento”, o sarebbe meglio dire Reset: “L’essere umano del futuro”. Ecco dunque che il transumanesimo, da incubo elaborato da pochi, sta diffondendosi e diventando oggetto di divulgazione. La filosofia è chiamata a collaborare al progetto dei tecnocrati, dei fautori della Quarta Rivoluzione Industriale, quella dell’intelligenza artificiale. Ma la filosofia chiamata a essere collaborazionista di tutto ciò non può che eliminare la metafisica, il sovrannaturale. Il pensiero moderno ha negato che l’uomo possa conoscere il Logos, la legge naturale e le leggi morali e religiose; ha stabilito, infatti, che l’uomo possa conoscere esclusivamente ciò che ha una estensione, cioè la materia. Eliminata la metafisica, non c’è altra possibilità che accettare il pensiero moderno, anche se non lo si condivide.

Ma di fronte a tutto questo – si domanderà qualcuno – si erge la barriera della filosofia cristiana, con un millennio di storia, da san Tommaso d’Aquino a Chesterton, fino ad Alastair Mc Intyre. Tale filosofia oggi però è in crisi, tanto che è da tempo avviata a essere atea, specie in ambito protestante, e ora anche cattolico. Può sembrare strano che una filosofia possa dirsi atea: la filosofia appartiene al mondo della ragione mentre l’ateismo all’ambito della fede. Eppure, in ambito cattolico, la fede necessita della filosofia in quanto disciplina capace di conferire un senso unitario all’intero sapere e all’esistenza. A volte però la fede si avvale di strumenti inadeguati o addirittura fuorvianti, come il razionalismo e l’idealismo, filosofie esplicitamente atee perché negatrici della metafisica e della teologia. Ecco che appare allora un paradossale “ateismo cattolico”, che deforma la comprensione delle verità di fede dall’interno (fino ai vertici della Chiesa) in nome dello spirito del tempo e dell’aggiornamento. Questo fenomeno è descritto magistralmente nell’ultimo libro del professor Stefano Fontana, uno dei maggiori filosofi cattolici contemporanei, firma di punta de La Nuova Bussola Quotidiana, autore di numerosi testi di alta divulgazione, accessibile a tutti senza mai scadere nel semplicistico. Il suo ultimo libro, edito da Fede & Cultura, si intitola proprio Ateismo cattolico?. Il punto interrogativo è d’obbligo: il cattolicesimo non può essere ateo, ma siamo giunti negli ultimi anni ad un cattolicesimo che è diventato ateo di fatto, vista l’impossibilità sul piano teorico.


Un tempo si insisteva molto sul contrario: si parlava di “cristiani anomimi”, ovvero di atei dichiarati che in realtà erano cristiani a motivo della prassi, della loro supposta buona volontà, che avrebbero agito in buona fede, da cristiani, senza saperlo e senza ricorrere a un Dio non conosciuto per nome ma conservato come presenza dentro di sé. A coniare questa definizione fu il gesuita Karl Rahner, una delle colonne portanti del pensiero cattoprogressista del XX secolo, cui Fontana ha dedicato attenti studi e che anche in questo volume analizza per rintracciare le derive di questa deriva all’interno della Chiesa. Siamo passati dai cristiani anonimi agli atei anonimi, cioè cristiani – magari anche praticanti – atei di fatto. Sono coloro che vivono come se Dio non ci fosse, e di conseguenza non sanno neppure comunicare in modo efficace le loro ragioni. D’altra parte, sentiamo continuamente ripetere anche dalle gerarchie ecclesiastiche che la Chiesa non deve più insegnare, ma solo accompagnare. Deve parlare “un linguaggio moderno”, ma è proprio il linguaggio moderno, come ricorda Fontana, che rende assurdo ciò che la Chiesa dice. Bisogna, piuttosto, tornare a insegnare una filosofia e un linguaggio tradizionali, cioè gli strumenti che rendono sensate le leggi morali e religiose.


Noi viviamo in un contesto culturale costruito per raggiungere l’obiettivo di cancellare prima la legge naturale e poi quella divina. La filosofia moderna è nata con lo scopo di togliere ai cristiani gli strumenti filosofici e linguistici che permettono di costruire una barriera difensiva intorno alla legge naturale. La legge naturale risplende in tutta la sua verità ed evidenza semplicemente utilizzando un pensiero di tipo metafisico. Sollevando lo sguardo dalla materia, vediamo che la realtà è un insieme meravigliosamente ordinato e finalistico; il bene è quindi ciò che porta verso il fine, il male ciò che allontana da esso. Il principio che dà senso e ordine alla realtà è il Logos (che i cattolici sanno incarnato in Gesù); l’insieme delle leggi che permette la realtà come la vediamo è la legge naturale; l’uomo percepisce la legge naturale sotto forma di leggi morali e religiose; le leggi morali e religiose hanno, tra le loro conseguenze, la difesa dei più deboli.


Pertanto, facendo la scelta di accettare il contesto filosofico e linguistico attuale, la morale tradizionale diventa assurda e non trasmissibile. Il contesto è stato creato apposta per ottenere questo effetto. Questo è il motivo per cui si può verificare qualcosa di apparentemente assurdo come il fenomeno dell’ateismo cattolico. Un ateismo pratico, che diventa anche teorico, a causa del venir meno di una filosofia cristiana e persino di una teologia cattolica. Come diceva Chesterton, prima ancora che subire un tracollo morale, il mondo moderno ha subìto un tracollo mentale.





mercoledì 16 novembre 2022

Ricolfi: la sinistra è divenuta autoritaria. Ma lo è sempre stat






Di Stefano Fontana, 16 NOV 2022

Come le idee di sinistra sono migrate a destra. Questo vuole mostrare e dimostrare Luca Ricolfi nel suo ultimo libro La mutazione (Rizzoli, 2022). L’autore, come si sa, si è sempre collocato culturalmente a sinistra, però con una sua libertà di ragionamento nell’esaminare i dati sociologici, che è la sua specifica competenza scientifica. Questo lo ha condotto ad iniziare un percorso revisionista che ora si conclude con questo libro. Riesce a mostrare il suo assunto? Riesce a dimostrarlo? Lo mostra molto bene, ma nella dimostrazione manca qualcosa di decisivo.

Anche un semplice osservatore non specializzato in analisi dei dati vede che la tesi di Ricolfi è vera. Basta dare un occhio all’ottusa opposizione della sinistra al governo Meloni. La Serracchiani che in parlamento rimprovera alla Meloni di non difendere i diritti delle donne, Letta che sta con la Francia e non con l’Italia sul tema Ocean Viking, la Boldrini che si lamenta perché il nuovo presidente del Consiglio non si fa chiamare al femminile… dicono anche ai non esperti che la sinistra è scollata dal sentire e dalle esigenze del popolo.

Tre sono i punti focali dell’indagine di Ricolfi: la sinistra sostiene i forti e non i deboli, la sinistra da libertaria è diventata impositiva e autoritaria, la sinistra non mira più all’uguaglianza tramite la cultura ma è alleata della disuguaglianza.

Quanto al primo punto, la sinistra – dice Ricolfi – era sempre stata contro gli immigrati e il superamento dello Stato nazionale, fenomeni visti come propri di un nuovo capitalismo globale. Essa era anche stata molto scettica verso i “diritti civili”, visti come caratteristici della cultura capitalistica che, tramite l’abolizione di ogni discriminazione, vorrebbe creare una società uniformata. Se si divide poi la società italiana in “garantiti”, “cittadini a rischio” ed “esclusi”. i dati ci dicono che la sinistra ottiene il voto (e interpreta le esigenze) del segmento dei garantiti.

Circa il secondo punto, Ricolfi spiega che la sinistra, da libertaria è diventata censoria. Essa ha creato una antilingua politicamente corretta. Per esempio, la parola uguaglianza è stata sostituita dalla parola inclusione, che è un concetto liberale potenzialmente aperto ad accogliere tutte le differenze sociali. Ha quindi creato la sistematica accusa censoria di non essere inclusivo. Pensiamo all’imposizione dell’uso di termini neutri per l’inclusione di genere, che ha comportato e comporta sanzioni e licenziamenti.

Infine, per il terzo punto, Ricolfi pensa che ci fu un tempo in cui la sinistra vedeva nella cultura un mezzo fondamentale di emancipazione popolare. Poi, invece, essa appoggiò nel 1962 l’abolizione del latino nella nuova scuola media (contro il parere di Concetto Marchesi), scelse la linea di “Lettera ad una professoressa” di Don Milani in cui Iliade e Odissea erano dette “borghesi”, si identificò con Bourdieu che riteneva la cultura una forma di oppressione di classe, sposò l’anti-cultura del Sessantotto, parlò di culture al plurale disprezzando la propria e finendo per demolire la scuola italiana, processo, questo, che Ricolfi descrisse in un altro suo libro.

Fin qui l’illustrazione molto puntuale e condivisibile dei fatti. E la spiegazione? Questa è assegnata all’ultimo capitolo del libro e consiste nell’idea che la sinistra assume dogmaticamente il progressismo, mentre la destra lo assume criticamente. Assumere dogmaticamente il progressismo vuol dire finire per essere nichilisti, perché nessuna verità, conquista, identità potrà mai essere conservata in quanto buona, ma tutto deve essere irrimediabilmente superato. L’Autore centra il problema, ma non vede che questa impostazione c’era già fin dall’inizio nella cultura della sinistra e che, quindi, non c’è stata mutazione ma coerente evoluzione.

Questa osservazione mette in grande difficoltà il titolo del libro e la sua ipotesi interpretativa di fondo. L’idea, illuminista prima e gramsciana poi, che la cultura sia emancipatrice va intesa come emancipatrice nel senso di modernizzatrice, vale a dire secolarizzante. Comunismo e socialismo, specialmente italiani, volevano usare la cultura per eliminare la religione e consegnare il popolo ad una visione immanente delle cose.

L’esito liberal, inteso nel senso borghese del termine, della sinistra non è una mutazione ma un suo coerente sviluppo. Ho visionato l’indice dei nomi del libro di Ricolfi: manca Augusto Del Noce. L’esito censorio, e quindi totalitario, della sinistra era presente in essa da sempre, anche nella sua formulazione illuminista prima che marxista. Rousseau, Morelly e Mably sono lì a testimoniarlo. La manipolazione propagandistica delle parole non è cosa di oggi. L’accusa di “fascista” genericamente attribuita viene sistematicamente adoperata dal Partito Comunista Italiano fin da subito dopo la liberazione.

Nel libro allora c’è una carenza non di poco conto. Il titolo parla di “mutazione” mentre invece si tratta di continuità. Su tutto questo Ricolfi si sbaglia e non è l’unico, tra la sinistra revisionista, a farlo.

Stefano Fontana